“Hen Kai Pan” di Yoshimizu Eldo

copertina del manga Hen Kai PanIn un’epoca indefinita — ma che assomiglia pericolosamente a quella in cui viviamo — l’equilibrio del nostro pianeta è sotto costante tiro degli attacchi umani. Guerre, incendi, minacce nucleari sono solo alcune insidie alle quali sembra non esserci un freno.

E così, quando gli Spiriti della Terra devono decidere del destino da riservare a questa e alla sua popolazione, le opinioni sono diverse. Sterminare ogni cosa o difendere la vita? E come punire il genere umano?

Asura sembra aver deciso da che parte stare: dopo un lungo, duro apprendistato ascetico, può ora diventare una dea della distruzione sotto la guida della Maestra Nila, che intende bonificare il pianeta in modo violento e assoluto.

L’incontro della guerriera con Pemajung semina in lei il dubbio: c’è possibilità di preservare la bellezza e la forza generatrice della natura senza intaccarle o sterminare chi, colpevolmente, l’ha corrotta?

Hen Kai Pan (trad. Valentina Vignola, Bao Publishing, 2022, € 10,90) di Yoshimizu Eldo è un manga venato di misticismo eppure estremamente diretto, come sottolineato dal suo stile minuzioso. Dedicato al fragile bilanciamento tra salvaguardia e devastazione da una prospettiva insolita e potente, ci ricorda — senza retorica — che siamo solo ospiti, e non padroni, di queste acque, di questo cielo, di questo mondo.

“Il sole di Hiroshima” ritorna il 6 agosto a Bologna!

Lanterne che galleggiano per l'evento Il Sole di HiroshimaFinalmente, dopo la sospensione dovuta al Covid, presso il Parco del Cavaticcio di Bologna, il 6 agosto ritorna “Il sole di Hiroshima”, una cerimonia con lanterne galleggianti per commemorare le vittime dell’esplosione atomica.

Come ricorda il comunicato stampa,

“L’evento di beneficenza, che quest’anno giunge alla sua decima edizione, è organizzato da Nipponica, festival di cultura giapponese […]. Nel corso dell’iniziativa chiunque lo desideri, con una piccola donazione, potrà ricevere una lanterna galleggiante in carta (certificata FSC) da personalizzare con una dedica, una preghiera o un disegno per ricordare un proprio caro o trasmettere un messaggio di auspicio. La cerimonia avrà inizio al calar del sole, quando tutti i partecipanti accenderanno le loro lanterne per affidarle alle acque del Cavaticcio. Il parco illuminato dalla luce tremolante di 1000 candele farà così da suggestiva cornice a un momento di raccoglimento personale, evocativo e toccante.

La celebrazione di quest’anno assume un significato ancor più rilevante perché rivolge la propria attenzione al conflitto in Ucraina. “Abbiamo sentito l’urgenza di ripartire e fare qualcosa di concreto per rispondere all’emergenza in Ucraina” ha dichiarato Matteo Casari, Direttore Artistico di
Nipponica. “Il Sole di Hiroshima è nato nel 2009 con l’intento di mantenere viva la memoria delle vittime piegate dalla tragedia atomica durante il conflitto mondiale. Una commemorazione più attuale che mai, se si considera il numero di persone che oggi, come allora, affrontano le atrocità
della guerra. Non possiamo e non vogliamo rimanere indifferenti davanti alle sofferenze della popolazione ucraina, cercando di essere accanto ai bambini, come da tradizione dell’evento” ha concluso Casari.

Proprio per essere vicini ai giovani studenti ucraini l’intero ricavato della serata sarà destinato a supportare uno dei progetti di IBO Italia. L’Organizzazione Non Governativa con sede a Ferrara, è attiva nel campo della cooperazione internazionale e presente in Ucraina da oltre dieci anni. La
somma raccolta finanzierà l’acquisto di cancelleria, zaini, libri e altro materiale didattico per le scuole della regione di Chernivtsi, che al momento accoglie oltre 100.589 profughi di cui oltre 33mila minori.

La cerimonia trae ispirazione da una delle più importanti ricorrenze giapponesi dedicata al culto degli antenati, la festa dell’Obon, dove ogni anno in estate la luce delle lanterne guida le anime dei defunti affinché possano ricongiungersi ai propri cari. In Giappone l’Obon si celebra attorno alla metà di agosto tranne a Hiroshima, dove proprio per ricordare le vittime della bomba atomica, si tiene il 6 del mese.

L’evento, a ingresso libero, inizierà alle 17:00 con due laboratori di calligrafia giapponese per bambini (dai 7 agli 11 anni) guidati da Giovanni Gamberi del Centro studi d’Arte Estremo Orientale di Bologna. Un’occasione per apprendere le tecniche di disegno della scrittura arcaica con pennello e inchiostro, arte viva e secolare che ancora oggi incarna uno dei principi estetici della cultura
giapponese.

Dalle 18:30 sarà possibile ritirare la propria lanterna (fino ad esaurimento), mentre dalle 19:00 si susseguiranno tre racconti di Kamishibai, a cura di Artebambini – Associazione Kamishibai Italia. Bambini e adulti potranno apprezzare la caratteristica forma di narrazione per immagini praticata dai cantastorie giapponesi con il supporto di tavole illustrate accompagnate da una parte testuale.

Oltre a leggere la storia, il narratore commenta le immagini e anima i personaggi con suoni e voci, dando vita a un vero e proprio spettacolo che rapisce l’attenzione degli spettatori.
Terminati gli spettacoli, a partire dalle ore 21.30 avrà poi inizio la cerimonia delle lanterne
galleggianti.

Inoltre, durante la serata, sarà possibile scegliere tra diversi piatti di differenti tipi di cucina,
ordinabili su DelEat, partner dell’iniziativa, e gustarli consegnati direttamente al Parco del Cavaticcio.

Il 10% del ricavato delle ordinazioni fatte tramite l’app di delivery andrà in beneficenza per sostenere i bambini di Chernivtsi e incoraggiarli nel loro percorso di formazione.

Il Sole di Hiroshima è ideato e organizzato da Nipponica, con il patrocinio del Consolato Generale del Giappone a Milano e in collaborazione con Centro Studi d’Arte Estremo Orientale e con l’Asia Institute dell’Università di Bologna. L’evento rientra inoltre nell’ambito di L’Altra Sponda – Bologna Estate 2022.”

Non mancate!

 

“Fiabe di letto” di Mori Yōko

Copertina della raccolta di racconti "Fiabe di letto" di Mori YokoSpigliate, sensuali, dirette, scaltre, autonome, dedite al lusso e ai piaceri della carne, ma anche caute, innamorate, pensierose: nella sua produzione Mori Yōko lascia spazio a una moltitudine di donne, diverse per desideri, personalità, comportamenti, condizioni di vita.

Che siano sposate senza troppo entusiasmo, a caccia di una tresca o frequentatrici di o-miai, quelle presentate nella ricca scelta di racconti Fiabe di letto (trad. Greta Annese, Giuliana Carli e Daniela Travaglini, Lindau, 2021, pp. 288, € 22) hanno una cosa in comune: sono vive e reali quasi da staccarsi dalla pagina in ogni loro azione o pensiero, che sia truccarsi davanti lo specchio o riflettere sui propri amanti. Ben lontane dagli stereotipi che vorrebbero le donne giapponesi tendenzialmente accondiscendenti e passive, queste figure rivelano una forza d’animo sorprendente e, soprattutto, una carica emotiva ed erotica destinata a stupire più di un* lettor*.

“Una primavera che sapeva quasi di inizio estate.
La decisione improvvisa di andare lontano. Un fine settimana a Kyoto. Da sola. […] In un certo senso, non aveva mai assaporato la fortuna di essere nata donna.” (Calici da vino, p. 187)

Le storie narrate da Mori sono brevi, quasi fulminanti, e prendono spesso spunto da un incontro o da un episodio fortuito — d’altronde, non di rado basta un dettaglio per far cadere un castello di carte, illuminare il vero carattere di una persona o mettere a nudo le sue debolezze. Eppure, tormento e dolore trovano scarsa ospitalità in questi testi: piuttosto, la scrittrice e le sue eroine tendono a rivelare senso dell’humour o autoironia.

Mori non intende, però, offrire al suo pubblico mero intrattenimento, né, tantomeno, una lezione di morale: le sue narrazioni dei furin, i “legami infedeli”,  mostrano invece come, nell’epoca e nei luoghi ritratti – vale a dire il Giappone degli anni Ottanta – 

le donne, con molta probabilità, abbiano cominciato a guardarsi in faccia. Si scoprono dal di fuori e dal di dentro, ascoltano la propria voce, riflettono in maniera profonda su come debba esser la loro vita. (Da jōji a furin, p. 257)

“Heaven” di Kawakami Mieko

Kawakami Mieko HeavenHeaven ha una curiosa collocazione.
È un luogo con le sue precise caratteristiche, le sue forme, i suoi colori, in cui arte, poesia e realtà si toccano. E, al tempo stesso, è qualcosa di impalpabile, un luogo dell’anima e, soprattutto, una condizione dello spirito che permette di distaccarsi dall’infelicità quotidiana. Non si situa: è.

Lo sanno bene i protagonisti dell’omonimo romanzo Heaven di Kawakami Mieko (trad. Gianluca Coci, 2021, Edizioni E/O, pp. 256, € 17), due adolescenti costretti ogni giorno a subire derisioni e violenze gratuite a scuola. Il dolore e la paura li hanno resi a lungo invisibili l’uno all’altra ma quando, finalmente, entrano in contatto la reciproca sofferenza non può non accadere qualcosa, legandosi a doppio filo a quanto già stanno sperimentando in autonomia — la scoperta del corpo e delle proprie pulsioni, la ridefinizione dei rapporti con i genitori, le domande sul proprio posto nel mondo e, soprattutto, sul perché.

«Quel tavolo e quel vaso possono essere malridotti e pieni di graffi e ammaccature in superficie, ma non sono mai feriti dentro».
«Sì, è vero» concordai all’istante.
«Mentre noi, all’esatto contrario, possiamo essere terribilmente feriti all’interno e non mostrare niente all’esterno. Spesso le nostre ferite sono invisibili» disse Kojima con voce ancora più flebile di prima.

Heaven non è un’opera facile: racconta di bullismo in modo aperto e talvolta brutale, di relazioni che si deteriorano, della carezza consolante dell’autodistruzione (che sia per annichilamento o per un ideale). La narrazione non tralascia, però, la bellezza struggente della natura o di un dipinto di Chagall, la messa in discussione delle proprie idee e delle proprie emozioni e, ancora di più, l’ardua ricerca di un senso — per quanto precario e fragile, pur sempre fondamentale — per vivere.

“Lo scintoismo” di Marco Milone

Lo scintoismo di Marco MiloneLo shinto, oltre a essere una “tradizione religiosa e rituale giapponese” (Treccani), si configura come un universo complesso, affascinante, sfaccettato che comprende nozioni e fenomeni anche molto lontani dal nostro sentire e dalla nostra idea di esperienza spirituale.

È (anche) per questa ragione che Lo scintoismo di Marco Milone (Guida editori, 2021, pp. 1000, € 35) è uno strumento utilissimo per chi voglia avventurarsi alla scoperta di questo territorio. L’autore, infatti, fornisce le coordinate fondamentali in quindici dettagliati capitoli, in cui vaglia concetti fondamentali quali quelli di kami, testo sacro, culto e rito prestando attenzione alle specificità storiche e locali.

Si prendano a esempio le pagine sui matsuri: se dapprima questi vengono descritti nei loro caratteri generali (inclusa la suddivisione fra osservanze annuali, nenchû gyôji, e riti di passaggio, tsûka girei), nel loro esser un “mezzo per affermare la coesione della comunità” (p. 707) e nella loro evoluzione dei secoli (pp. 705-730), in altre parti della trattazione vengono citati e delineati casi concreti che ne permettono di cogliere il fascino e il retroterra.

Infine, la ricca e aggiornata bibliografia conclusiva (pp. 965-997) permette a lettori e lettrici di ampliare le proprie conoscenze ulteriormente o ripercorrerle con uno sguardo differente.

“Dien Bien Phu”, un manga di Nishijima Daisuke

A primo impatto, è difficile prendere sul serio il Vietnam di Dien Bien Phu (trad. Gigi Boccasile, Bao Publishing, 2021), per quanto il manga prenda il nome dalla celebre battaglia del 1954 che sancì la divisione del paese in due stati – stati che poi, a strettissimo giro, diventeranno teatro del lungo conflitto fra vietnamiti e statunitensi (1955-1975).

Copertina del manga "Dien Bien Phu" di Nishijima

Nishijima Daisuke si concentra, appunto, su quest’ultimo e lo dipinge con tratti bizzarri: i personaggi hanno un aspetto spesso kawaii, mentre l’atmosfera che si respira è quasi surreale, per quanto carica di una tensione capace di assumere sfumature esoteriche. Prendete, per esempio, Hikaru, il protagonista di origine giapponesi che, seppur ingaggiato dall’esercito americano come fotografo di guerra, ha un aspetto adolescenziale ed è sempre fuori posto, mentre i piccoli Bao e Nhieu dimostrano invece un’intraprendenza e un’audacia fuori dal comune. Anche le avventure dei personaggi hanno un che di sorprendentemente inaspettato: leggenda e miseria, misticismo e sensualità, morte e anelito alla vita convivono, si intrecciano, si confondono.

Ma perché rappresentare in questo modo un evento della portata – ideologica, politica, bellica – della guerra del Vietnam, addirittura per tutta una saga? Le risposte potrebbero essere tante: per esempio, in questo modo è possibile mettere meglio a nudo la crudezza e l’insensatezza del conflitto; evidenziare l’umanità – con tutte le sue possibili storture –  di chi vi fu coinvolto; spingere a rileggere in modo ampio un processo storico fondamentale, facendo leva su figure e situazioni tutt’altro che perfetti ma, proprio per questo, verosimili e in grado di suscitare una vasta gamma di emozioni nel pubblico.

Sia come sia, una cosa però è certa: è difficile non rimanere colpiti – nel bene o nel male – da Dien Bien Phu.

“Un lavoro perfetto” di Tsumura Kikuko

Giovane, dopo aver messo la sua laurea e il suo passato da parte, la protagonista (significativamente senza nome) di Un lavoro perfetto di Tsumura Kikuko (trad. Francesco Vitucci, Marsilio, 2021, pp. 320, € 18) si muove da un lavoro precario all’altro — non importa che si tratti di un’agenzia pubblicitaria, un’azienda di senbei o un ente di tutela di un parco. Tsumura Kikuko Un lavoro perfetto

La sua non è incapacità, né pigrizia o ostilità verso gli altri, anzi: si sforza al massimo per esser creativa, meticolosa o attenta, e non si risparmia neppure con colleghi e colleghe. Nonostante ciò, stanchezza, inquietudine e un certo fondo di disillusione sembrano seguirla ovunque vada, spingendola a cambiare di frequente occupazione e a cercarne una che sia poco impegnativa.

La sua consulente del lavoro, la signora Masakado, non vuole però arrendersi: non smette di darle spunti e proporle colloqui, convinta che, da qualche parte, si nasconda l’attività ideale per la sua assistita.

E mentre intorno a me sembra andare tutto a gonfie vele, io rimango seduta nel mio ufficio in fondo al Museo del cracker, piena di ansia e sommersa di lavoro. (p. 156)

Cosa ci racconta, allora, Tsumura Kikuko? Una storia — piana, scorrevole — fatta di resilienza e abnegazione, ma anche di ironia e sottile critica sociale. La sua eroina post-moderna non può non ricordarci La ragazza del convenience store di Murata Sayaka: due donne fuori posto nella società giapponese ma che, nonostante tutto, difendono con orgoglio la loro singolarità. 

“Abbandonato sulle strade di agosto” di Itō Takami

 
Abbandonato sulle strade di agosto_Itō TakamiÈ estate a Tōkyō, ma Atsushi sembra non farci troppo caso. Il suo sfiancante lavoro per una ditta di distributori automatici e la fine del suo matrimonio lo assorbono al punto che a malapena è in grado di riflettere sul fatto che, seppure giovane, molti suoi progetti di vita siano già naufragati.
 
A partire dalle conversazioni sull’amore, sul sesso e sulle relazioni umane che il ragazzo ha con la sua collega Mizuki – anche lei con un divorzio alle spalle -, nel breve romanzo Abbandonato sulle strade di agosto (trad. Massimo Soumaré, Lindau, 2021, pp. 84, € 14) Itō Takami coglie l’occasione di raccontare il rapporto di Atsushi con la ex moglie, logorato da frustrazioni, stanchezza, precarietà economica e incomprensioni, eppure venato anche da affetto e nostalgia.
 
Ormai erano entrambi vicini ai trent’anni. I loro sogni erano finiti nei canali di scolo di Ōkubo. Erano colati via con il suo sudore versato sulle strade di Shinjuku. E nonostante questo, aveva la sensazione che assurdamente avessero ottenuto in cambio una completa felicità.
 
Entrambi, infatti, hanno finito per rinunciare alle loro carriere ideali – uno come sceneggiatore, l’altra nel mondo dell’editoria – pur di sopravvivere, ma non sono riusciti a trovare uno spazio in cui realizzarsi come singoli e come coppia. La loro storia è da leggere tutto d’un fiato, intrisa della malinconia dolceamara di certe sere d’estate.

“La fabbrica” di Oyamada Hiroko

La fabbrica di Oyamada HirokoTre vite precarie, quelle di Yoshiko, Yoshio e Ushiyama, sino a quando non si trovano a fare i conti con un evento eccezionale: un inaspettato impiego presso una delle imprese più prestigiose del paese, la Fabbrica.

Nello stabilimento c’è tutto quel che si può desirare per un’esistenza serena: boschi, appartamenti, un’ottima rete di trasporti e una scelta pressoché inesauribile di ristoranti. Poco importa, quindi, se le mansioni hanno qualcosa di bizzarro, e colleghi e colleghe – sebbene gentili – sembrano esser evasivi o addirittura reticenti.

Per quanto completamente diversi fra loro per mansioni, temperamento e storia – Yoshiko passa le giornate a distruggere documenti, Ushiyama, ex informatico, corregge testi a volte improbabili, mentre Yoshio, grazie alla sua preparazione scientifica, cataloga muschi -, i tre hanno in comune l’essere alle dipendenze della Fabbrica e la vaga sensazione che qualcosa, in fondo, non torni.

“[…] quali erano esattamente i prodotti che la fabbrica immetteva sul mercato? E che cos’era, in fondo, la fabbrica? Perché e da quando esisteva? […] Per chi o cosa andavo in quel posto e mi sedevo alla mia scrivania tutti i giorni? Che tipo di fabbrica era? Più ci pensavo e più mi accorgevo di non sapere niente.” (p. 129)

La fabbrica di Oyamada Hiroko (trad. G. Coci, Neri Pozza, 2021, pp. 208, € 18) è un romanzo in cui il piano metaforico e gusto per la narrazione si intrecciano in modo sottile e intelligente. Prima ancora di esser una realtà industriale, la Fabbrica è, infatti, un’entità onnipresente, dall’aura quasi esoterica e totalizzante, capace di trasformare in modo insidioso coloro che hanno a che fare con essa. Eppure, quella di Oyamada non è mai un’opera moralizzante o didascalica: rivela le zone d’ombra del nostro benessere e del nostro sistema economico, mantenendo intatto il loro fascino ambiguo e annichilente.

 

“Le bugie del mare” di Nashiki Kaho

Le bugie del mare di Nashiki KahoProgetti, reminiscenze, una certa dose di malinconia, e forse anche qualche rimpianto: è con questo bagaglio che, un giorno d’estate, Akino raggiunge Osojima. Ricercatore universitario, qui l’uomo intende condurre indagini riguardanti il territorio e le leggende della piccola isola.

Nell’esplorare e scoprire le sue caratteristiche, i suoi anfratti, le sue bellezze nascoste, lo studioso stabilisce ben presto con questa un rapporto viscerale e simbiotico che va ben al di là del legame professionale:

Erano ricordi e sensazioni che provenivano dalla mia memoria? O appartenevano a quel luogo, a quella terra? La memoria dell’isola si collegava in qualche modo alla mia coscienza e la spingeva a reagire?

Introspettivo e riflessivo, Akino a Osjima ho portato con sé anche il peso della perdita e del lutto. Avventurandosi tra fronde, specchi d’acqua, rocce, esplora in verità se stesso, trovandosi inaspettatamente faccia a faccia con un vago ma persistente senso del mistero. L’isola non è più un semplice oggetto di indagine: è, a suo modo, la Destinazione, il grembo che accoglie, la cassa di risonanza delle proprie emozioni.

La voce che avevo udito e che mi era sembrata appartenere a un mondo sospeso tra la vita e la morte era il mio stesso lamento? O forse proveniva da un luogo, al di là di quello in cui mi ero fermato, dove era impossibile vedere e sentire tutto ciò che si vede e si sente abitualmente, dove i propri contorni fisici non erano più percepibili e non si era in grado di distinguere ciò che veniva da sé da ciò che veniva dagli altri? Se lo avessi voluto, se fossi stato più coraggioso, sarei stato capace di raggiungere quell’oscurità assoluta?

Le bugie del mare di Nashiki Kaho (trad. Gianluca Coci, Feltrinelli, 2021, pp. 224, € 16) è, in conclusione, un romanzo che sorprende per delicatezza e intensità, capace di proiettare lettori e lettrici in un microcosmo poetico e vibrante.

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