“Racconto di una luna” di Hirano Keiichirō

Copertina del romanzo Racconto di una lunaL’estate di Ihara Masaki sembra carica di promesse: il giovane, dall’indole poetica e tormentata, si accinge a intraprendere un viaggio nel cuore del Giappone sul chiudersi dell’Ottocento, lasciandosi guidare – più che da un piano prestabilito – dagli istinti, dalle emozioni del momento o dalla fascinazione per una donna sconosciuta.

Ed è così che, un giorno, per una serie di coincidenze, finisce per essere ospite di un eremo, in compagnia di un monaco. Qui, anziché trovare pace, Masaki è “in preda alla bizzarra illusione d’essere isolato dal tempo della realtà” (p. 67): allucinazioni visive e sonore iniziano a fargli visita, sogni ricorrenti lo visitano e persino abnormali ritmi della natura colpiscono la sua sensibilità.

Hirano Keiichirō nel Racconto di una luna (trad. Laura Testaverde, Lindau, 2021, pp. 158, € 16,50) segue Masaki nelle sue peregrinazioni e nei suoi pensieri, dandogli il temperamento e la cultura di un gentiluomo d’altri tempi. La mente del ragazzo è, infatti, spesso traversata da citazioni letterarie, considerazioni filosofiche e morali, ricordi, riportati in uno stile raffinato e erudito.

Lirico e venato di inquietudine, il romanzo avvolge poco alla volte lettori e lettrici in un’atmosfera sospesa, in cui sensazioni, leggende e visioni tentano di infiltrarsi di continuo nel reale:

Sogni e apparizioni saranno anche ingannevoli, ma non potrò mai dubitare delle bellezza dei fiori che sbocciano magnifici in questo posto… né della ferita della mia gamba. Oh, quanto splende, però, la luna stanotte! Mai, prima d’ora, ho veduta una luna così stupenda, e tanto più infausta quanto più bella. E’ rossa, rossa come se fosse impregnata di sangue… Forse il sogno di stanotte sarà in qualche modo diverso… Anzi, dovrà esserlo… in qualche modo, per forza…

“Una rosa sola”di Muriel Barbery

Barbery Una rosa sola

In Giappone, Rosa vaga per templi, giardini, sale da tè, eppure sembra ignorarne il perché.
Il pretesto, certo, è chiaro: sta aspettando di assistere alla lettura del testamento del padre che non ha mai conosciuto e di cui pressoché tutto ignora.

Parimenti del paese non sa nulla: ha trascorso gran parte dei suoi quarant’anni in Francia occupandosi di botanica, rassegnata, apatica e rabbiosa. Il primo impatto con Kyōto è ambiguo: nei suoi luoghi più iconici, nelle sue bellezze, negli angoli più nascosti Rosa percepisce fascino e dolore, mistero e fastidio.

Rosa prendeva coscienza della città. Tutto a Kyōto stava nella presenza delle montagne che a est, nord e ovest la racchiudevano entro angoli retti. In realtà erano grandi colline la cui sagoma dava allo sguardo una sensazione di altitudine. Verdi e azzurre alla luce del mattino, facevano scivolare verso la città il loro arboreo colore uniforme. Di fronte a sé, al di là di un piccolo rilievo di verzura, la città appariva brutta, cementificata. Riportò lo sguardo verso i giardini in basso e fu colpita dalla loro precisione, dall’evidenza adamantina, dalla purezza dolorosamente affilata, dal modo che avevano di resuscitare le sensazioni dell’infanzia. Come nei sogni di un tempo Rosa si dibatteva in un’acqua nera e gelida, ma in pieno giorno, in mezzo a una profusione di alberi, nei petali macchiati di sangue di una peonia bianca. Appoggiò i gomiti alla ringhiera di bambù, scrutò la collina vicina e vi cercò qualcosa. La donna affacciata accanto a lei sorrise.

Poco alla volta, come ci racconta Muriel Barbery nel suo ultimo romanzo Una rosa sola (trad. Alberto Bracci Testasecca, e/o, 2021, pp.170, € 16,50), qualcosa però pare sciogliersi. Intrecciando antiche leggende e nuovi ricordi, attraverso le persone che hanno conosciuto e amato suo padre Haru, mercante d’arte ed esteta, Rose impara ad abbandonarsi ai sapori, ai profumi, ai colori del Giappone, e alle parti della sua personalità più istintiva e nascosta.

“Il corteo dell’acqua” di Yoshimura Akira

Nella valle avevano preso forma due mondi distinti. Senza influenzarsi a vicenda, dentro confini astratti sembrava che conducessero vite autonome. In uno dei due, il nostro, si portava avanti un rude lavoro di distruzione. La montagna veniva scavata per aprire una strada, e per costruire le baracche avevamo iniziato ad abbattere una parte del bosco. […]

Invece nel villaggio, colorato dal verde del muschio e della vegetazione, non c’era nessun cambiamento. Ignaro delle nostre brutali devastazioni sembrava mantenere una vita serena. Nei campi si vedevano sagome che zappavano e da lontano si percepivano persone anziane che chiacchieravano lungo il sentiero per il bosco. Quella gente, impassibile, continuava a vivere come sempre. (p. 69)

È questo uno stralcio dal primo dei tre bellissimi racconti, nonché quello che dà il nome, contenuti ne ll corteo dell’acqua (trad. Maria Cristina Gasperini, Atmosphere libri, 2020, pp. 146, € 16,50), una raccolta di Yoshimura Akira (1927-2006), scrittore prolifico e pluripremiato in Giappone ma, purtroppo, non molto conosciuto nel nostro paese.

Nel Corteo dell’acqua un gruppo di sconosciuti procede, a fatica, verso un villaggio isolato dal resto del mondo, che sembra possedere proprie leggi; sono operai, funzionari, ingegneri che hanno il compito di realizzare una diga; sono uomini, animati dal desiderio di accumulare un po’ di denaro, cambiar vita, rimanere un po’ in compagnia dei propri fantasmi, ma finiranno per confrontare con un Altro inaspettato.

Ne La ferrovia sulla schiena un uomo decide, invece, di intraprendere un viaggio per osservare dal vivo la singola specialità di uno chef: dei pesci danzanti e scarnificati – quasi delle lische che fluttuano nell’acqua, con le ultime energie. Infine, ne La fila, uno zio dovrà confrontarsi con un piccolo nipote che sta scoprendo il senso della vita e, ancor più, l’apparente insensatezza della morte.

Nonostante i complessi temi trattati, un senso di sottile inquietudine che li permea e la tentazione del morboso che li lambisce, i racconti mostrano, in realtà, tenerezza, rimpianto, pietà — tutta la sostanza umana e fragile che rende memorabili queste storie. 

“Trentatré haiku” di Ernesto Morales

basho morales trentatré haiku

Trentratré lampi di poesia di Matsuo Bashō, una delle voci più importanti della lirica giapponese di tutti i tempi, offerti alle lettrici e ai lettori nell’elegante e attenta traduzione di Fujimoto Yūko.

Trentratré finestre che si spalancano nel nostro immaginario, grazie alla visionarieità di Ernesto Morales, artista italo-argentino che si è accostato alla cultura giapponese per caso grazie alla tecnica del sumi-e, la pittura a inchiostro.

basho haiku stormi

Le illustrazioni da lui realizzate per questa bella edizione – che ha un formato inconsueto per una racconta poetica, ampio, più adatto, infatti, a un volume d’arte – non intendono semplicemente descrivere i testi. Piuttosto, come lo stesso Morales ha spiegato,

A partire dalla selezione delle poesie fino alla realizzazione delle immagini, ho tentato di fare spazio nei miei sensi affinché si potesse manifestare una mia personale visione nata dal mio approccio alla pittura. Ed è stato un percordo graduale, un fiorire lento ma costante, tra un’erba d’estate e una luna d’inverno, tra un bosco autunnale e una montagna primaverile. E’ stata un’ininterrotta e intensa contemplazione dell’alba e del tramonto, dall’alba al tramonto.

I tratti della mano del disegnatore, la tenuità dei colori, le forme essenziali ma pregnanti: tutto aggiunge poesia alla poesia, bellezza alla bellezza.


Matsuo Bashō, Ernesto Morales, Trentatré haiku (trad.Fujimoto Yūko, Lindau, 2020, pp. 96, € 24).

“Ciao mamma, vado in Giappone” di Pierpaoli e Raffaelli

ciao_mamma_vado_in_giapponeCome può un gruppo di amici liberarsi del bullo ossessionato da un mangaka? Semplice: andando in Giappone e mettendosi sulle tracce di quest’ultimo. 
 
Nella graphic novel per ragazzi/e Ciao mamma, vado in Giappone (Tunué, 2020, pp. 140, € 14,50) , i due autori Enrico Pierpaoli e Luca Raffaelli raccontano le avventure bizzarre e frenetiche di Enrico, Beatrice e Polletti alla (goffa) scope​​rta dell’arcipelago. 
 
I tre compagni di scuola partono improvvisamente, senza adulti e senza conoscere quasi nulla della loro mèta, con molta incoscienza e altrettanta allegria. Già dal principio del loro soggiorno non mancano di imbattersi in  personaggi curiosi (come Spilungo e Giappina) e situazioni incredibili che finiranno per trasformarsi in un vortice di episodi paradossali e comici.
 
Ironia, giochi di parole e una buona dose di scanzonatezza rendono ulteriormente incalzante e coivolgente il ritmo narrativo: riuscirai a tenere il passo?
 

Cristina Rosa, “Il ‘Trattato’ di Luís Fróis. Europa e Giappone”

francobollo di luis froisNato in Portogallo nei primi decenni del Cinquecento, Luís Frois (1532-1597) fu un gesuita e uno storico, il cui nome è indissolubilmente legato al Giappone. Lì, infatti, trascorse una ventina di anni in veste di missionario. Il suo operato non si limitò alla predicazione cattolica: investì molto tempo e molte energie nell’osservazione della cultura nipponica e della trasmissione di questa ai suoi contemporanei.

E’ grazie a questo intenso studio che oggi possiamo leggere le sue relazioni dal Giappone, raccolte e tradotte da Cristina Rosa in Il “Trattato” di Luís Fróis. Europa e Giappone. Due culture a confronto nel secolo XV (SetteCittà Edizioni, 2017, pp. 166, € 13). Nel suo trattato, originariamente apparso nel 1585, Frois confronta molti aspetti della cultura europea e giapponese, dall’abbigliamento maschili e femminili sino ad arrivare all’arredamento, passando per la cucina e le abitudini, sia “per informare gli europei sui progressi della diffusione della fede in Giappone” sia per meglio formare i “missionari che si richevano in terra nipponica” (Rosa, p. 37).

Nonostante i seri obiettivi di fondo, alcune delle riflessioni di Frois oggi ci fanno sorridere:

“Noi, quando camminiamo, alziamo i vestiti davanti per non sporcarli; i Giapponesi li alzano tanto dietro che rimangono con tutto il ‘nord’ scoperto”. (p. 53)

“In Europa, una cassa di cipria basterebbe per un intero regno; in Giappone arrivano dalla Cina molte navi cariche di cipria e anche così non basta.” (p. 65)

Tralasciando lo stupore che nelle lettrici e nei lettori contemporanei l’opera potrebbe suscitare per la sua struttura e i suoi contenuti, l’opera rimane un testo importantissimo per comprendere meglio i rapporti fra europei e nipponici sul finire del sedicesimo secolo, nonché le dinamiche sociali, culturali e economiche che caratterizzavano il Giappone in quell’epoca. O, per lo meno, per come queste apparivano agli occhi di un uomo colto religioso portoghese, capace di riconoscere che “[m]olti dei loro (= dei giapponesi) costumi sono così antichi, strani e differenti dai nostri che sembra quasi impossibile che possa esistere una così forte diversità in un popolo tanto cortese, vivace di ingegno e naturalmente intelligente come essi sono” (p. 45).

“L’adolesente” di Kawabata Yasunari

kawabata l'adolescente

Cosa si lascia dietro mezzo secolo di vita? Affetti, ricordi e, soprattutto, parole. Molte, molte parole.

Questo è quanto emerge ne L’adolescente (1948-1949) (traduzione e postfazione di Daniele Durante, Atmosphere libri, 2020, pp. 132, € 15),  racconto lungo – finora inedito in italiano – del premio Nobel Kawabata Yasunari.

Protagonista e voce narrante di queste pagine dal sapore intimo e lirico è Miyamoto Yasunari, un autore che sta curando la pubblicazione di una scelta dei suoi scritti in occasione del suo cinquantesimo compleanno. Ciò gli offre la preziosa occasione per guardarsi indietro e ripercorrere tanto i numerosi e talvolta profondi cambiamenti che ha conosciuto il Giappone in poche decadi, quanto le principali tappe della sua esistenza: la perdita dei genitori, la prima guerra mondiale, la scoperta della letteratura e dell’amore negli anni della scuola.

L’attenzione si sposta così, naturalmente, su Kiyono, compagno di stanza durante l’adolescenza: grazie a lui Yasunari scopre la tenerezza, l’intensità dei sentimenti, le pulsioni del corpo e, assieme, la sublimazione di queste. Per mezzo di Kiyono, inoltre, Miyamoto ha l’opportunità di esplorare il rapporto della sua vita destinato a esser più duraturo – quello con la scrittura – giocando, al tempo stesso, a confondersi con Kawabata, con il quale condivide molti tratti, senza però esserne l’alter ego.

Quaderni scolastici, brandelli di diari, lettere, cronache, riflessioni meta-letterarie, accenni a opere pubblicate, mai ultimate o in corso di stesura, incluso, appunto, L’adolescente: attraverso il confronto con ogni genere di testo, Miyamoto, ormai maturo, sembra riscoprire anche se stesso, le sorgenti della sua ispirazione e le radici della sua personalità, consapevole che, nella sua voce, risuonano echi di quelle ormai lontane, di scrittori e scrittrici, ma mai spente. 

Uscito in perlustrazione a causa della sirena, nelle notti in cui mi rifugiavo in una piccola vallata, notti colmate da nessun’altra luce se non dal gelido fulgore della luna d’autunno o d’inverno, la Storia di Genji permeava il mio cuore, mi emozionava la consapevolezza che in passato gli antichi avessero letto la stessa opera in circostanze ugualmente avverse; in quelle occasioni riflettevo sul fatto che, vivendo sulla scia della tradizione che scorre senza posa, essa risiedeva anche in me. (pp. 9-10)

 

Matsuo Bashō, “Sotto la luna un bruco”

Secondo alcune dicerie, sarebbe stato una spia al servizio dello shogunato o, addirittura, un esperto di ninjutsu, l’arte dei ninja. La larga maggioranza delle lettrici e dei lettori, però, lo conosce semplicemente come Matsuo Bashō, uno dei più grandi poeti giapponesi mai vissuti e uno dei massimi compositori di haikai.

Erbe bagnate, bonzi, api, cavalli, alberi, elementi atmosferici, ricordi e impcopertina della raccolta di haikai Sotto la luna un bruco di Matsuo Bashoressioni di viaggio: tutto questo e molto altro trovano spazio in una manciata di sillabe che si dilata sino ad abbracciare un intero universo naturale e umano.

Sotto la luna un bruco, la raccolta curata da Alessandro Clementi degli Albizzi per Ponte alle Grazie, uscita nelle scorse settimane (2020, pp. 96, € 7,90), rende perfettamente giustizia alla maestria di Bashō e alla ricchezza della sua produzione. Non solo il traduttore fornisce al pubblico una bellissima ed erudita postfazione, ma riporta anche gli haikai – come è opportuno che sia – in lingua originale, accompagnando ciascuno di essi con una spiegazione che ne mette in luce i significati, gli elementi fondanti e in luce il kigo.

Sfilarsi un indumento
E metterselo in spalla
il mio cambio di stagione.

Cambio (stagionale) del guardaroba / estate

Ku che esprime con libera noncuranza la leggerezza d’animo del viaggiatore, anche quella del “lasciarsi alle spalle” quello che attraversa.

***

Si desta la polvere al suono del koto
anche gli uccelli fuggono turbati
allo sfogliarsi dei petali

Cadere di petali / primavera
Ku di accompagnamento a un dipinto di Kanō Tansetsu sul tema del koto, l’arpa giapponese, memore di immagini della letteratura classica del Genji monogatari (lo stupore degli uccelli e la polvere delle travi smossa dalla melodia).

In questo modo, la singola composizione conversa con il contesto sociale, culturale, letterario e umano che la sottende, arricchendola di nuove sfumature, senza però mai perdere la preziosa karumi (leggerezza), “senza mai tradire l’eleganza, […] come guardando acqua di fiume che scorre carezzano la rena di un basso fondale, senza mai ristagnare”*.

* La citazione è di Kyorai, un allievo di Bashō, è riportata nella postfazione a p. 68.

 

“Princess Maison” di Aoi Ikebe

Aoi Ikebe - Princess Maison 1

Quattro mura, un tetto, un pavimento: una casa è solo questo? Deve essere innanzitutto efficiente o, piuttosto, riuscire a trasmetterci sensazioni particolari? E cosa rende un’abitazione come tante il posto che più ci fa sentire accolti?

A queste e a tante altre domande tenta di rispondere il manga Princess Maison di Aoi Ikebe, pubblicato in sei volumi per Bao Publishing  (trad. C. Minutoli, 2020), che vede al suo centro una serie di personaggi impegnati a vario titolo nella ricerca o nella vendita di immobili. C’è chi cerca il luogo dei suoi sogni; chi ha l’impressione di vivere perennemente in attesa della sua grande occasione; chi torna ogni sera in una stanza vuota e chi fa i conti ogni giorno con le aspirazioni degli altri. 

Oltre a svelarci curiosità sulla vita a Tokyo (sapevate che esistono appositi indicatori per segnalare se in ascensore sono presenti animali domestici, così da avvertire le persone che ne hanno paura o ne sono allergiche?) e dispensare consigli per scegliere la casa giusta, Princess Maison ci consente di conoscere ancora meglio la cultura giapponese e, in particolare, la vita in una megalopoli come Tokyo.

Ma, soprattutto, ci mette in contatto con i sentimenti più vividi di un’intera generazione, sospesa fra giovinezza ed età adulta, divisa fra aspettative familiari e sociali, alle prese con appuntamenti per matrimoni combinati, progetti, solitudine, ansie, precarietà esistenziale, speranze.

E ci mostra anche, così, come la ricerca stessa di una casa sia in grado di trasformarsi in un percorso di crescita e scoperta di sé, che può portare con sé una nuova amicizia o un inatteso senso di complicità con qualcuno.

 

“Una lenta nave per la Cina. Murakami RMX” di Furukawa Hideo

Furukawa Hideo Una lenta nave per la Cina Ci sono l’inquietudine, il sesso, il Millenium Bug, una famiglia che non capisce, la Pepsi, la musica, le estati che precipitano, lo scoppio della baburu keiki, gli anni Ottanta i Novanta i Duemila, il pop, gli errori, le speranze, una scrittura impetuosa, vulcanica, che non conosce requie.

E poi: le ragazze amate e perdute, il jazz (in particolare, le note di On a slow boat to China) e, soprattutto, lei, Tokyo, con la sua storia, le sue storie, le cicatrici degli attentanti nella metropolitana, i giardini fioriti, i konbini, i condomini squallidi, la sua gente. Furukawa Hideo ha consacrato a lei il suo romanzo Una lenta nave per la Cina. Murakami RMX (trad. G. Coci, Sellerio, 2020, pp. 196, € 15,00), ispirato a un omonimo racconto di Murakami Haruki.

Per il protagonista, la città sembra essere l’unico punto di riferimento stabile e la sola presenza costante, con la quale non si consuma uno strappo: questa, anzi, sembra, tenerlo prigioniero suo malgrado.

Non sono mai riuscito a fuggire da Tokyo.
Me lo sono chiesto un’infinità di volte: il confine è reale? Ma sì che lo è. E se pensate che stia mentendo, venite a dare un’occhiata voi stessi.
Mi accingo a effettuare il tentativo finale. L’ultimo.
Quel confine non è una frontiera. Tuttavia è impossibile andarsene quando si vuole, solo perché non serve un passaporto. Qui è dove sono nato, e dove forse sono destinato a rimanere per sempre.
Questa è la cronaca del mio disastroso “esodo da Tokyo” e dei miei fallimenti.

L’uomo ripercorre con il pensiero la sua esistenza punteggiata di delusioni, imprevisti, ostilità; tuttavia, ciò non lo scoraggia dal cercare tenacemente di fuggire dal perimetro invisibile e soffocante che lo ha visto bambino e adolescente problematico, universitario con il cuore spezzato, adulto affamato di riscatto.

Come nei migliori testi di Murakami, il mondo onirico si fa dimensione essenziale e si infiltra in quello reale: è nel sogno, infatti, che, finalmente, la vita sembra farsi più vera.

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