Rassegna stampa [ottobre 2018]

Postato il
Hiroji Kubota

L’artigiano della lacca Shoichiro Tasaki. Wajima, Ishikawa, Giappone. 2003. © Kubota Hiroji – Magnum Photos

Navigando qua e là, ecco gli spunti sul Giappone che ho scovato questo mese e che ho più apprezzato:


“Lettere d’autunno” di Yumoto Kazumi

Postato il

yumoto kazumi lettere d'autunnoUna giornata scialba come tante altre, interrotta dal trillo del telefono: è così che, in pochi minuti, Chiaki scopre che la signora Yanagi, sua vecchia padrona di casa nei brevi anni trascorsi da bambina alla Residenza del Pioppo, è morta.

Sola e solitaria, da poco licenziatasi dall’ospedale in cui lavorava come infermiera, Chiaki d’istinto parte per andare a porgere il suo ultimo saluto alla conoscente, ma il viaggio, in realtà, è ben più lungo e complesso: ripercorre, infatti, nella memoria il lutto per il padre scomparso improvvisamente quando lei era ancora piccina, le angosce e le ossessioni che la attanagliavano, lo spigoloso silenzio della madre. E rivive, con tutto ciò, anche l’incontro/scontro con la signora Yanagi e i suoi mille difetti, le ore trascorse assieme e la promessa dell’anziana di portare con sé nell’aldilà le lettere che Chiaki scriveva al padre. D’altronde, nel quartiere, la bimba non era l’unica a riporre fiducia nelle capacità di messaggera della donna, al punto che molti le avevano affidato gli ultimi messaggi per i propri defunti.

Nel romanzo per ragazze e ragazzi Lettere d’autunno [Popura no Aki](trad. di Maria Elena Tisi, Atmosphere libri, 2018, pp. 150, € 15), Yumoto Kazumi (già autrice del pluripremiato Amici [Natsu no niwa]) affronta in più occasioni e da più prospettive il tema della morte e della sua accettazione, con garbo e senza mai falsi pudori. Esse fanno parte della vita e dello scandire delle sue stagioni, tanto che, come evidenziato nella curata postfazione della traduttrice, trovano sempre più spesso spazio nei libri per giovani lettori.

D’altronde, in una nota che accompagna l’opera, nel tratteggiare le figure della sua bisnonna e della sua nonna materne, la stessa autrice sottolinea con tenerezza il naturale fluire della vita, malgrado tutto e malgrado tutti: più che lasciarci sovrastare dalla sofferenza per la dipartita di chi amiamo, dovremmo custodirne la memoria dei gesti, delle parole, delle speranze.


Rassegna stampa [settembre 2018]

Postato il
Murakami Haruki fotografato da Kevin Trageser / Redux.

Murakami Haruki fotografato da Kevin Trageser / Redux.

La voce giapponese di Calvino, una storia inedita di Murakami, un saggio per scoprire Miyamoto Teru e altro ancora: buona lettura!

“Tadahiko Wada, intervista al traduttore giapponese di Calvino” di Anna Fusari (su Grado Zero). Il nome dell’uomo, probabilmente, suona sconosciuto ai più: oltre a una lunga carriera nelle vesti di studioso di letteratura italiana e docente universitario, può vantare anche di aver accompagnato Italo Calvino a Kyōto nel 1976.

“Bagliori fatui. I racconti di Miyamoto Teru” di Matteo Maculotti (su Doppiozero). Un densissimo e affascinante saggio breve dedicato a un autore (purtroppo) ancora poco noto in Italia, ma degno di grande attenzione.

– [in spagnolo] “‘Los placeres de la literatura japonesa’, de Donald Keene” di Ana Matellanes García (su koratai.), recensione del volume The Pleasures of Japanese Literature, originariamente pubblicato nel 1988, del grande studioso Donald Keene.

– [in ingles] Per finire, una storia inedita di Murakami, The Wind Cave (tradotta dal giapponese da Philip Gabriel), e una sua intervista curata da Deborah Treisman, entrambi pubblicati nel New Yorker, in attesa che esca il suo nuove romanzo dello scrittore, Killing Commendatore.


“Nipponia Nippon” di Abe Kazushige

Postato il

nippon nipponia Kazushige AbeLo ricordo di poche parole, serio, coi capelli di un bianco abbagliante; non senza ragione, per molti anni era stato uno dei più rispettabili e rispettati conoscenti della mia famiglia. Così, quando mi fu raccontato che, dopo la morte improvvisa dell’unico figlio, dopo aver meticolosamente tappezzato ogni centimetro di carta, aveva trasformato assieme alla moglie il loro appartamento in un’enorme voliera per uccelli, quasi non volli crederci. Un uomo come lui, tutto d’un pezzo – mi chiedevo – poteva davvero esser diventato schiavo di una simile passione? O, al contrario, l’aveva realizzata al massimo grado?

Questa storia mi è tornata alla mente leggendo Nipponia Nippon di Kazushige Abe (trad. di Gianluca Coci, Edizioni E/O, 2018, pp. 160, € 15); anche il protagonista del romanzo, Haruo, condivide, infatti, una simile idea fissa. Eppure, è solo un ragazzo, un liceale come tanti – non va d’accordo coi genitori, è innamorato di una compagna che non lo ricambia, trascorre ore e ore a navigare su internet. Una serie di incomprensioni lo spingono, però, a chiudersi in se stesso e nel suo mondo: l’unica affinità che percepisce davvero è quella con una rarissima varietà di uccelli, i Nipponia Nippon, di cui sono rimasti pochissimi esemplari custoditi in una riserva naturale.

Era felice come non lo era mai stato, perché sapeva che non c’era niente di più terrificante che dover ammettere di vivere una vita senza senso. (p. 30)

L’interesse dell’adolescente sfocia, in breve tempo, in ossessione e paranoia: sente, infatti, di non poter rimanere impotente di fronte ai soprusi a cui sono sottoposti gli amati animali e decide, perciò, di reagire alla sua maniera.

Alternando diverse modalità di scrittura (pagine web, definizioni del dizionario, report, ecc.) e ricorrendo a uno stile asciutto ma efficace, Kazushige Abe – ritenuto uno dei più rappresentativi scrittori giapponesi contemporanei – ci conduce nella mente di Haruo e rivela, pezzo dopo pezzo, il suo passato, i suoi desideri, i suoi impulsi più reconditi. Sebbene alcuni elementi del romanzo possano apparire in parte deboli o forzati, tanto a livello contenutistico quanto di trama (si vedano, per esempio, i genitori del ragazzo, che hanno un profilo e un comportamento abbastanza stereotipato), la narrazione procede fra accelerazioni e rallentamenti studiati ad arte.

Quel che emerge, riga dopo riga, è una verità amara per lo stesso lettore: nella disperata ricerca di una ragione per cui andare avanti ogni giorno, nel bisogno di amare ed esser amato, Haruo gli assomiglia forse più di quanto pensi e desideri.

 

 


“Io sono un gatto”, il manga di Cobato Tirol

Postato il

Cobato Tirol, Io sono un gattoVive nel quartiere, conosce i pettegolezzi del vicinato e ne respira le tensioni, eppure sembra superiore a tutto ciò; non a caso, il protagonista del volume è stato più volte definito un filosofo, molto più saggio dei bipedi che lo circondano.

Sto parlando, chiaramente, del grande romanzo di Natsume Sōseki, Io sono un gatto, di cui di recente è apparso il manga firmato Cobato Tirol per l’editore Lindau (2018, pp. 208, € 18), con la traduzione di Federica Lippi (che, peraltro, Daniela di Tradurre il Giappone ha intervistato per il nostro bookclub).

Pur essendo impegnato nelle consuete occupazioni da felino (con l’eccezione, però, che catturare topi non è il suo forte), la bestiola sembra molto più assennata ed equilibrata rispetto agli uomini, i quali, invece, paiono spesso assorbiti in piccole beghe, rivalità e preoccupazioni. In particolare, è stridente il contrasto fra il gatto e il suo padrone, il professor Kushami: tanto uno è saggio, dalla mentalità aperta e alla mano, quanto l’altro inconcludente, testardo e a tratti scontroso. Malgrado ciò, l’animale non può far a meno di affezionarsi a lui e alla sua famiglia, tentando, a suo modo, di proteggerli.

io sono un gatto - tirolTirol è abile nel rendere bene le atmosfere evocate da Sōseki, dedicando speciale attenzione alle espressioni e alle inquadrature; inoltre, sebbene il personaggio principale del libro presenti molte caratteristiche tipiche degli umani, l’illustratrice non ne stravolge mai la natura con smorfie o pose esasperate.

Anche in questa versione, insomma, l’opera non perde nulla della freschezza, dell’ironia e della profondità originarie: sta in ciò, in fondo, la grande forza dei classici.


“In” di Kirino Natsuo

Postato il

natsuo kirino inL’amore (non) è una cosa semplice, è risaputo. Cosa accade, allora, se più passioni si intrecciano assieme, se l’esigenza di scrivere si contende il campo con quella di vivere? E può succedere che coloro che amiamo rischiano talvolta di trasformarsi in attori della storia che tessiamo dentro e fuori di noi?

Questi sono alcuni degli interrogativi che Kirino Natsuo ci pone fra le pagine di In (trad. di Gianluca Coci, Neri Pozza editore, 2018, pp. 384, € 18; qui un corposo estratto del libro), a mio parere uno dei suoi lavori più intimisti e imbevuti di malinconia. Ne è protagonista una scrittrice affermata, Suzuki Tamaki, alle prese con la difficile redazione del suo nuovo romanzo, L’indecenza. Questo vorrebbe essere una sorta di controcanto rispetto all’opera che lo ha ispirato, L’innocenza, (presunto) testo autobiografico composto negli anni Cinquanta da Midorikawa Mikio, che in esso racconta le sofferenze e i tradimenti inflitti alla moglie Chiyoko, spinto dall’ossessione per la letteratura e dall’attrazione per un’enigmatica donna, occultata dietro lo pseudonimo X.

[Tamaki] Si apprestava a scrivere un romanzo intitolato L’indecenza. Il tema era la soppressione del rapporto d’amore. La soppressione, e non la fine. Sopprimere, ovvero: recidere ogni legame con l’altro per volontà personale e annientare il suo cuore, attraverso l’indifferenza, l’abbandono, la fuga e quant’altro.

Tamaki si mette sulle tracce di X e, nel tentare di comprendere cosa davvero sia accaduto a lei e alla famiglia di Midorikawa, ripercorre interiormente la lunga e tormentata relazione clandestina vissuta qualche anno prima con il suo editor, Seiji Abe, che percepisce – più che comprendere con la ragione – essere a un necessario e drammatico punto di svolta.

Ancora una volta, Kirino ricorre alla tagliente lucidità che così tanto ed efficacemente caratterizza i suoi famosi noir, ma, in questo caso, non solo per svelare i misteri che traversano la trama, quanto e soprattutto per indagare la stessa idea d’amore, senza alcuna concessione a facili definizioni o sentimentalismi. Per far ciò, riserva ampio spazio alle voci dei personaggi, nelle modalità che a essi sono più congeniali – lettere, interviste, stralci narrativi… –, portando alla luce un flusso travolgente di emozioni, rimpianti, ricordi.

Sesso, gelosia, vendetta, violenza, ambizione, rabbia, abbandono, desiderio di affermare la propria indipendenza, bisogno di vivere della e nella propria scrittura sono tutti elementi centrali di In. E fondamentale è pure la riflessione sullo statuto della letteratura, che si trasforma, nelle sapienti mani d Kirino, in una lunga dichiarazione di amore alla Parola, capace di sospendere il tempo, far germogliare coincidenze, ricreare – anche solo idealmente – rapporti interrotti, sconfiggendo anche la morte.


Bookclub (21-27 maggio): il manga di “Io sono un gatto” di Cobato Tirol

Postato il
​Cosa c’è di meglio che un grande classico in versione manga? E’ per questo che il Japan Bookclub, il gruppo di lettura dedicato al Giappone, ha prescelto come volume di maggio Io sono un gatto di Natsume Sōseki nella versione manga di Cobato Tirol, Io sono un gatto (trad. di Federica Lippi, Lindau edizioni, 2018, pp. 209, € 18).
Ne parleremo assieme qui nel blog e sui social dal 21 al 27 maggio. È possibile partecipare lasciando un commento, oppure postando foto e contenuti nei propri personali canali Facebook, Twitter e Instagram, preferibilmente usando gli hashtag #iosonoungatto #librogiappone (così possiamo seguire meglio le discussioni).
Ecco, infine, i blog e i canali social in cui seguire l’evento:

Michela : Twitter – Facebook – Instagram
Frida/Nicoletta: TwitterFacebookInstagram
Daniela : Twitter FacebookInstagram
Stefania : Twitter FacebookInstagram
Anna Lisa (ossia io, bibliotecagiapponese.it): TwitterFacebookInstagram

Vi aspettiamo. Buona lettura!


Murakami Haruki, “Ranocchio salva Tokyo”

Postato il

Murakami Haruki Ranocchio salva TokyoE’ difficile far caso a Katagiri in strada, in ufficio o mentre fa la spesa; d’altronde, è solo un salaryman come tanti – anzi, se possibile, ancora più insignificante. O, almeno, è tale sino al giorno in cui torna a casa e, ad aspettarlo, trova un ranocchio parlante e una missione – letteralmente sovrumana – da portare a termine.

” […] È una vita da schifo. Tutto quello che faccio è dormire, alzarmi, mangiare, andare al gabinetto. Che vivo a fare, non lo so neanch’io. Perché un uomo come me dovrebbe salvare Tōkyō?
“Signor Katagiri,” disse Ranocchio con voce dolce. “A salvare Tōkyō può essere solo una persona come lei. Ed è per le persone come lei che sto cercando di salvare questa città.”
Katagiri trasse di nuovo un sospiro profondo.
“Allora, mi dica cosa devo fare.”

Breve, fulminante, reso ancora più d’impatto grazie alle illustrazioni di Lorenzo Ceccotti, Ranocchio salva Tokyo  di Murakami Haruki (trad. di Giorgio Amitrano, Einaudi, 2017, pp. 72, € 12,75) è uno di quei racconti che si amano o si odiano perché non vanno incontro in alcun modo al lettore: sta a quest’ultimo, infatti, la scelta della prospettiva o dei valori da applicare alla storia, sulla base di quel che gli suggerisce la coscienza o l’istinto.

Che significato ha, allora, questa narrazione? Si tratta di una semplice storia di fantascienza? E’, invece, un’allegoria dell’ineluttabile scontro fra Bene e Male a cui tutti – perfino i più apparentemente anonimi e inutili – siamo chiamati a partecipare? Oppure è, come già avvenuto ne La strana biblioteca, una sorta di piccolo labirinto in cui i confini fra realtà e mondo onirico si sfocano, mentre la fantasia diviene l’unica bussola? Per (s)fortuna, non lo sapremo mai.

Il vero terrore è quello che gli uomini provano per la loro immaginazione, aveva detto Ranocchio. Senza esitare, Katagiri spense l’interruttore della sua immaginazione, e scivolò in una pace priva di gravità.

Murakami Haruki Ranocchio salva Tokyo


“Tokyo express” di Matsumoto Seichō

Postato il
Werner Bischof - Tokyo, 1951

Werner Bischof, Tōkyō (1951)

Una ragazza di modeste condizioni, un funzionario di un ministero implicato forse in un grosso caso di corruzione; i loro cadaveri intatti ritrovati su una spiaggia desolata, apparentemente suicidi, dopo una fuga in treno accuratamente programmata: un caso chiuso già in partenza, si direbbe. D’altronde,

[i] suicidi di coppia ci sono sempre stati, fin dall’antichità. Migliaia, decine di migliaia di amanti si sono tolti la vita così. Nessuno ne ha mai dubitato.

Eppure, per i due ispettori Torigai Jūtarō e Mihara Kiichi, il primo impiegato presso il commissariato di Fukuoka e l’altro nella capitale, qualcosa non torna: i loro sono soltanto sospetti o, effettivamente, la morte dei due presenta qualcosa di anomalo?

Dapprima pubblicato in un quotidiano, Ten to sen (Punti e linee) di Matsumoto Seichō (1909-1992) uscì ufficialmente nel 1958 e vendette oltre un milione di copie, ma apparve in Italia apparve due decenni più tardi, nel 1971 (La morte è in orario). Il romanzo è ora ripresentato nella nuova traduzione di Gala Maria Follaco, corredata di un breve glossario, col titolo Tokyo express (Adelphi, 2018, pp. 175, € 18), e ha tutte le carte in regola per esser considerato un noir avvincente, ben costruito e dal sapore classico; del resto, Matsumoto è considerato uno dei grandi padri del genere nella letteratura nipponica, assieme a Edogawa Ranpo (che, però, tende a virare su tinte decisamente più macabre e morbose).

Ed Van Der Elsken, Girl in the Underground, Tokyo, 1981

Ed Van Der Elsken, Girl in the Underground (Tokyo, 1981)

Lo scrittore si destreggia attraverso una molteplicità di località e ambientazioni, che spaziano dai vivaci kissaten di Yūrakuchō ai sonnolenti ryokan del Kyūshū. Come nota il geografo Gary J. Hausladen in Places for Dead Bodies (2000, p. 130), alcuni elementi di Tokyo express – quali il ruolo del sistema ferroviario, i dialetti regionali, il ricorso alle mappe per individuare degli schemi – appaiono particolarmente significativi per la collocazione degli eventi in un contesto ben preciso. Non solo: essi si rivelano particolarmente utili all’economia della trama e alla risoluzione dei misteri.

Matsumoto sa, infatti, orchestrare benissimo le coincidenze e i contrasti: dosa con maestria tempi dilatati e ritmi serrati; alterna con efficacia l’effervescenza e l’opulenza di una Tōkyō frenetica con nostalgiche atmosfere che paiono – almeno in parte – richiamare il racconto Amore di Inoue Yasushi. La sua bravura emerge, però, soprattutto nella gestione delle fratture di quello che potremmo chiamare paesaggio narrativo: dalle crepe nella storia dei due presunti amanti che i due investigatori tentano di ricostruire il corso degli eventi, le loro motivazioni, il profilo dei soggetti coinvolti. E sono proprio dettagli e scarti minimi che, come nella miglior tradizione della letteratura noir, fanno intuire l’esistenza di una realtà altra.

«Le persone tendono ad agire sulla base di idee preconcette, a passare oltre dando troppe cose per scontate. E questo è pericoloso. Quando il senso comune diventa un dato di fatto spesso ci induce in errore.»


“Arrivederci, arancione” di Iwaki Kei

Postato il

iwaki kei, arrivederci, arancioneLa vita all’estero è, spesso, come un arazzo: chi la osserva da lontano vede i colori cangianti, i fili che si intrecciano armoniosamente, i disegni che catturano l’attenzione. Solo, però, chi lo ha cucito conosce la segreta trama di punti, le battute d’arresto, i nodi.

Arrivederci, arancione di Iwaki Kei (trad. di Anna Specchio, Edizioni e/o, 2018, pp. 160, € 14,50), romanzo vincitore del prestigioso premio Ōe Kenzaburō, riesce a restituire bene questo quadro complesso attraverso la semplice e toccante storia di Salima e Sayuri, conosciutesi per caso in Australia.

La prima è un’operaia, intelligente ma analfabeta, scappata dall’Africa, mentre la seconda, giapponese, fatica a conciliare le sue aspirazioni di scrittrice e accademica col ménage domestico. Le due, insomma, non potrebbero sembrare più diverse: eppure, per quanto distanti per estrazione sociale, cultura, personalità, le donne sono accomunate dall’esser madri in condizioni difficili, dal desiderio di riscatto, dal senso di estraniamento geografico e linguistico, dal bisogno di costruire relazioni genuine, non importa se con una tenace insegnante di inglese o con un camionista dalla lacrima facile.

Il linguaggio, in tutto ciò, riveste un ruolo fondamentale: può gettare ponti, raccontare un’assenza lancinante, ricostruire e rigenerare se stesse dopo che la propria esistenza è stata stravolta dagli eventi. Crede, giustamente, Sayuri:

[l]eggere e scrivere, ovvero coltivare le parole che supportano il nostro pensiero, sono due azioni personali che si riproducono nella mente di ogni individuo sotto forme molteplici e diverse. E’ quasi come se ognuno di noi spargesse i semi delle parole nel profondo di sé. […] Ora che non sono più giovane […] voglio invece affidarmi all’atto di produrre attraverso la mia maldestra scrittura, affinché sul suolo del mio spirito possa un domani crescere una rigogliosa foresta di parole. (p. 38)

Arrivederci, arancione è, in conclusione, anche – e, forse, soprattutto – una dichiarazione di amore verso le parole: quando nessun passaporto è in grado di identificare la propria casa e i rapporti umani sembrano vacillare, esse sanno farsi nido, famiglia, patria.