Call for papers per il convegno AISTUGIA 2018

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piatto principessa

Piatto in forma di principessa (1690–1700)

Il prossimo convegno dell’Associazione Italiana per gli Studi Giapponesi (AISTUGIA) si terrà presso l’Università degli Studi di Milano, tra il 20 e il 22 settembre 2018. A questo proposito, gli organizzatori aspettano proposte per le relazioni, da inviare entro il 20 marzo 2018.

Per tutte le informazioni, consultate questo link.

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Immagine tratta dal sito del MET.

 

 


Tre pubblicazioni gratuite a tema Giappone da AISTUGIA

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Riflessioni sul Giappone antico e moderno  Volume IIHo già in precedenza segnalato due pubblicazioni dell’Associazione Italiana per gli Studi Giapponesi (AISTUGIA), gratuitamente scaricabili e frutto dei convegni annuali organizzati dall’associazione stessa.

Oggi sono felice di indicarne altri tre (sempre disponibili gratis), vale a dire:

Buona lettura!


Sakumoto Yōsuke, “Il giovane robot”

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Sakumoto Yosuke, il giovane robotTezaki Rei sembra un ragazzo come tanti, o forse no: eccelle praticamente in tutto, gode di una certa popolarità a scuola ed è uno studente modello. Soltanto, la sera, tornato a casa, disattiva i suoi processi per riavviarli il mattino dopo. Rei, infatti, è un robot concepito in un centro di ricerca: inviato fra gli uomini per confondersi fra loro, è stato appositamente programmato per portare felicità.

Dal punto di vista fisico-meccanico, rasenta le perfezione; di contro, sembra non essere in grado di provare sentimenti, ha difficoltà a cogliere le sfumature del linguaggio e comprendere le implicazioni emotive delle sue azioni. Ma le cose stanno davvero così?

Complice una narrazione in gran parte in prima persona che rispecchia tanto l’estrema razionalità di una mente in apparenza lucidissima quanto la sorpresa di un adolescente alle prese con una realtà che fatica a dominare, Sakumoto Yōsuke nel suo romanzo Il giovane robot (trad. Costantino Pes, E/O, 2017, pp. 224, € 16) rende bene i dubbi e i dilemmi di un liceale.

Curiosamente, per certi versi, gli esseri umani sembrano i veri automi: radicati nelle loro convinzioni e ancorati saldamente ai loro principi, decisi a non metterli e a non mettersi in questione per nulla al mondo, reagiscono talvolta in maniera meccanica, istintiva, anche animale. Così questo romanzo – dal ritmo e dalle atmosfere manga – spinge il lettore a fermarsi un minuto e a interrogarsi sui limiti dell’umano illuminati dal (presunto) post-umano: proprio in quello spazio fra tecnologia e materia organica, raziocinio e sensibilità risiedono dubbi, contraddizioni, ma anche speranze.


Novità in libreria (2017)

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il giovane robotLa lista che qui presento è in continuo aggiornamento e non mira a essere esaustiva. Ogni suggerimento è ben accetto.

Narrativa

Poesia

Saggistica

Graphic novel

Prossime uscite

  • Iwaki Kei, Sayōnara Orenji, traduzione di Anna Specchio (Edizioni E/O) [data prevista: gennaio 2018]
  • Murakami Ryu, 69 (Sixty-nine), traduzione di Gianluca Coci (Atmosphere libri) [data prevista: 2017]
  • Sukegawa Durian, Le ricette della signora Toku, traduzione di Antonietta Pastore (Einaudi) [data prevista: gennaio 2018]

Grazie ad Alessandro, Jessica e Liana per i suggerimenti.


La tavola periodica degli elementi in forma di haiku

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La prestigiosa rivista “Science” ha pubblica una tavola periodica degli elementi molto particolare: a ciascuno di essi è stato dedicato uno haiku.

Le composizioni sono state realizzate da Mary Soon Lee, poetessa, nonché autrice di testi fantasy e di fantascienza, e sono leggibili gratuitamente a questo indirizzo.

 

tavola elementi haiku


La mia recensione di “Womansword” di C. Kittredge in “Pagine Zen”

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WomanswordE’ uscito il numero 112 (maggio/agosto 2017) di “Pagine Zen”, come sempre gratuitamente scaricabile a questo indirizzo.

All’interno, troverete la mia recensione di Womansword: What Japanese Words Say about Women di Cherry Kittredge, un saggio dedicato al rapporto fra donne e lingua giapponese.

Buona lettura!


Un incubo giapponese: “Oche” di ZZ Packer

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zz packer drinking coffee elsewhereE’ stato per colpa della bellezza.

Ecco: se Dina dovesse utilizzare una sola parola per spiegare la causa del suo traferimento in Giappone, forse userebbe quella. Non perché, in fondo, non ci sarebbero ragioni più valide per lasciare Baltimora – la morte della madre, la vita dagli orizzonti stretti, lo squallore del suo quartiere -, ma non può ammetterlo, così, a cuor leggero, di fronte agli altri, a quelli che stagione dopo stagione aspettano che il comune risistemi delle squallide casette in legno e considerano il massimo dell’esotismo mangiare il pollo del take-away cinese.

Dina, comunque, parte. Lavora, viene licenziata, gira per Tokyo, finisce a vivere in un appartamento con altri stranieri come lei. Ha il visto scaduto e la pelle nera: due elementi che certo non le rendono l’esistenza più semplice. Conosce la miseria, la paura, gli espedienti per tirar su qualche yen.

Era un segreto che condividevano; c’erano due tipi di fame: quella in cui puoi fare qualsiasi cosa per il cibo e quella in cui non riesci a fare più niente per procurartelo.

E conosce, soprattutto, alcuni dei lati meno allettanti del paese: l’interesse sessuale che desta negli uomini per via del suo colore, il senso di estraneità crescente e disarmante, la netta divisione fra nipponici e stranieri.

Gli occhi di tutti i giapponesi erano su di loro e per la prima volta Dina si sentì davvero imbarazzata nel senso giapponese del termine. Tutti li stavano guardando e lei non si era mai sentita più straniera di così, così gaijin. Qualcuno rise.

La ricerca della bellezza vale la perdita dell’innocenza? E’ su questa domanda che sembra, appunto, chiudersi Oche, racconto amaro e tagliente tratto dalla strepitosa raccolta Bere caffè da un’altra parte (trad. Enrico Monti, ISBN edizioni, 2006) di ZZ Packer, ambientata nei bassifondi degli Stati Uniti e del sogno americano, dell’ideologia del self-made man. Frivola e disperata, Dina, dall’altra parte dell’Oceano pacifico, non riesce che a sperimentarne l’esatto contrario: l’incubo della self-destroyed woman.

* * *

Per leggere un assaggio del racconto, si veda qui.

Per approfondire: Skin Color and Beauty in Japan



Le parole ultime: “Jisei. Poesie dell’addio”

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yamamoto takato“En ma fin git mon commencement” (nella fine è il mio principio): in queste poche, apparentemente paradossali parole, la regina Maria Stuart di Scozia concentrò il significato della sua esistenza terrena, proiettandola in quella celeste.

Un’operazione per certi versi simili è riscontrabile anche in alcune jisei, le liriche giapponesi spesso vergate poco prima della propria morte, raccolte da Ornella Civardi in un’opera unica nel panorama editoriale italiano, Jisei. Poesie dell’addio (SE, 2017, pp. 128, € 14). Le prime testimonianze risalgono a un’epoca antecedente il IX secolo; col passare dei secoli, il genere si è poi evoluto in forme e direzioni diverse, senza mai estinguersi del tutto (per esempio, anche Mishima, nel 1970, fece precedere il suicidio da versi di commiato). E così, illustra Civardi con una prosa colta e suggestiva nel saggio a suggello del volume, in questa raccolta, assieme ai tanka del periodo Heian (794-1185) imbevuti di mono no aware, troviamo i densi versi estremi (yuige) dei monaci buddhisti e le jisei umoristiche, ancora in voga nell’Ottocento, in cui la morte viene affrontata con un sorriso di complicità o scherno. L’antologia accoglie circa un centinaio di testi, ciascuno dei quali commentato in maniera sintetica ma esauriente dalla curatrice, che spesso mette in luce i nessi tra la composizione in oggetto, la storia personale del poeta, il contesto storico-religioso, la tradizione letteraria e la cultura nipponica.

A mani vuote son venuto,
me ne vado a piedi nudi,
la partenza e l’arrivo confusi
in un unico segno.

Kozan Ikkyô (1360)

 

Quando muoio,
seppellitemi sotto una botte
dell’osteria:
chissà mai che il fondo
non abbia a creparsi.

Moriya Sen’an (1838)

Malgrado l’indubbia alta qualità del volume, purtroppo non può però passare inosservata una mancanza piuttosto rilevante: sono, infatti, del tutto assenti i testi in giapponese. Se, in generale, nell’ambito della poesia, c’è la consuetudine di presentare al lettore traduzioni e originali assieme, nel caso della lirica nipponica questa buona pratica si rende quasi necessaria per poter meglio assaporare e comprendere i diversi livelli di senso, a partire, naturalmente, dalla scelta dei kanji e del lessico.

Nonostante ciò, le poesie offerte ai lettori conservano intatta la loro bellezza; intuiamo, dietro un velo di parole, la stanchezza della vecchiaia, l’energia di una personalità mai arrendevole, la nostalgia per il “mondo di rugiada” (come lo chiava Issa) che ci si appresta a lasciare, la paura dell’ignoto. Immaginando una mano che forse per l’ultima volta impugna un pennello o una voce tremula alla ricerca di un orecchio amico a cui affidare gli ultimi pensieri, è così impossibile non percepire intimamente, con un brivido, che quelle manciate di versi, in fondo, sono anche per noi.

S’accende
e subito si spegne
la lucciola.

Mukai Chine (1688)

 

Immagine di Yamamoto Takato.


“Our little sister: diario di Kamakura” (vol. 1) di Akimi Yoshida

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Our little sister Diario di Kamakura - Umimachi

Tre giovani sorelle che più differenti non si può – Yoshino, con un debole per i ragazzi e l’alcool; Chika, sportiva e acerba; infine Sachi, la maggiore, con la testa ben piantata sulle spalle -, e una routine scandita dal lavoro, dagli appuntamenti, dalla vita domestica in comune. Poi, una mattina, una notizia inattesa: il padre – quel padre che le ha lasciate molti anni prima, di cui ricordano bene solo le mancanze – è morto all’improvviso, dopo aver loro nascosto una breve malattia.

Questa potrebbe esser la conclusione di una storia fatta di tensioni e rimpianti, ed è, invece, a sorpresa, il principio del racconto dolceamaro che si snoda attraverso le pagine del manga Our little sister: diario di Kamakuravol. 1 di Akimi Yoshida (titolo originarle: Umimachi Diary; trad. di Asuka Ozumi, Star Comics, 2017, pp. 208, € 4,90), volume prescelto per il bookclub di maggio e fonte di ispirazione per l’omonimo film.

Al funerale del signor Kôda, infatti, le tre ragazze incontrano la sua quarta figlia, la tredicenne Suzu, ormai rimasta orfana di entrambi i genitori. Colpite dalla sua straordinaria maturità e dalla tenerezza che ispira, Sachi, Yoshino e Chika non possono fare a meno di invitarla a trasferirsi a casa loro. Yoshida segue così le avventure delle quattro, in un alternarsi di vicende drammatiche o lievi, ognuna delle quali costituisce un tassello di un mosaico dedicato al passaggio all’età adulta e alla maturazione della propria interiorità.

umimachi diary Vincitore di numerosi premii, Our little sister è alla sua maniera, un romanzo grafico di formazione in chiave josei (un genere manga indirizzato in primo luogo alle donne), ma che mette in scena con delicatezza e ironia sentimenti e valori universali (il dolore per la perdita di una persona che amiamo, che sia dopo un lutto o una separazione; la lealtà in amicizia; la consapevolezza della responsabilità personale…), mostrando come non esista un’unica strada che conduce a se stessi. Non a caso, le protagoniste del fumetto sono dotate ciascuna di una propria fisionomia, talvolta in netto contrasto con gli stereotipi di genere e le pressioni sociali che vogliono le giapponesi malleabili e arrendevoli – Yoshino, per esempio, tende a ubriacarsi (anche) per nascondere la sofferenza causata da rapporti sentimentali naufragati, mentre Suzu è una calciatrice provetta nella squadra mista della scuola.

Assieme le quattro sorelle imparano ad armonizzare i loro contrastanti caratteri e ad affrontare diversamente le difficoltà: ogni giorno, ogni istante passato assieme diventano così un’occasione per conoscersi, crescere e godere appieno dei piccoli doni che la quotidianità sa regalare.