Categoria: recensioni

“Il corteo dell’acqua” di Yoshimura Akira

Nella valle avevano preso forma due mondi distinti. Senza influenzarsi a vicenda, dentro confini astratti sembrava che conducessero vite autonome. In uno dei due, il nostro, si portava avanti un rude lavoro di distruzione. La montagna veniva scavata per aprire una strada, e per costruire le baracche avevamo iniziato ad abbattere una parte del bosco. […]

Invece nel villaggio, colorato dal verde del muschio e della vegetazione, non c’era nessun cambiamento. Ignaro delle nostre brutali devastazioni sembrava mantenere una vita serena. Nei campi si vedevano sagome che zappavano e da lontano si percepivano persone anziane che chiacchieravano lungo il sentiero per il bosco. Quella gente, impassibile, continuava a vivere come sempre. (p. 69)

È questo uno stralcio dal primo dei tre bellissimi racconti, nonché quello che dà il nome, contenuti ne ll corteo dell’acqua (trad. Maria Cristina Gasperini, Atmosphere libri, 2020, pp. 146, € 16,50), una raccolta di Yoshimura Akira (1927-2006), scrittore prolifico e pluripremiato in Giappone ma, purtroppo, non molto conosciuto nel nostro paese.

Nel Corteo dell’acqua un gruppo di sconosciuti procede, a fatica, verso un villaggio isolato dal resto del mondo, che sembra possedere proprie leggi; sono operai, funzionari, ingegneri che hanno il compito di realizzare una diga; sono uomini, animati dal desiderio di accumulare un po’ di denaro, cambiar vita, rimanere un po’ in compagnia dei propri fantasmi, ma finiranno per confrontare con un Altro inaspettato.

Ne La ferrovia sulla schiena un uomo decide, invece, di intraprendere un viaggio per osservare dal vivo la singola specialità di uno chef: dei pesci danzanti e scarnificati – quasi delle lische che fluttuano nell’acqua, con le ultime energie. Infine, ne La fila, uno zio dovrà confrontarsi con un piccolo nipote che sta scoprendo il senso della vita e, ancor più, l’apparente insensatezza della morte.

Nonostante i complessi temi trattati, un senso di sottile inquietudine che li permea e la tentazione del morboso che li lambisce, i racconti mostrano, in realtà, tenerezza, rimpianto, pietà — tutta la sostanza umana e fragile che rende memorabili queste storie. 

“Trentatré haiku” di Ernesto Morales

basho morales trentatré haiku

Trentratré lampi di poesia di Matsuo Bashō, una delle voci più importanti della lirica giapponese di tutti i tempi, offerti alle lettrici e ai lettori nell’elegante e attenta traduzione di Fujimoto Yūko.

Trentratré finestre che si spalancano nel nostro immaginario, grazie alla visionarieità di Ernesto Morales, artista italo-argentino che si è accostato alla cultura giapponese per caso grazie alla tecnica del sumi-e, la pittura a inchiostro.

basho haiku stormi

Le illustrazioni da lui realizzate per questa bella edizione – che ha un formato inconsueto per una racconta poetica, ampio, più adatto, infatti, a un volume d’arte – non intendono semplicemente descrivere i testi. Piuttosto, come lo stesso Morales ha spiegato,

A partire dalla selezione delle poesie fino alla realizzazione delle immagini, ho tentato di fare spazio nei miei sensi affinché si potesse manifestare una mia personale visione nata dal mio approccio alla pittura. Ed è stato un percordo graduale, un fiorire lento ma costante, tra un’erba d’estate e una luna d’inverno, tra un bosco autunnale e una montagna primaverile. E’ stata un’ininterrotta e intensa contemplazione dell’alba e del tramonto, dall’alba al tramonto.

I tratti della mano del disegnatore, la tenuità dei colori, le forme essenziali ma pregnanti: tutto aggiunge poesia alla poesia, bellezza alla bellezza.


Matsuo Bashō, Ernesto Morales, Trentatré haiku (trad.Fujimoto Yūko, Lindau, 2020, pp. 96, € 24).

“Ciao mamma, vado in Giappone” di Pierpaoli e Raffaelli

ciao_mamma_vado_in_giapponeCome può un gruppo di amici liberarsi del bullo ossessionato da un mangaka? Semplice: andando in Giappone e mettendosi sulle tracce di quest’ultimo. 
 
Nella graphic novel per ragazzi/e Ciao mamma, vado in Giappone (Tunué, 2020, pp. 140, € 14,50) , i due autori Enrico Pierpaoli e Luca Raffaelli raccontano le avventure bizzarre e frenetiche di Enrico, Beatrice e Polletti alla (goffa) scope​​rta dell’arcipelago. 
 
I tre compagni di scuola partono improvvisamente, senza adulti e senza conoscere quasi nulla della loro mèta, con molta incoscienza e altrettanta allegria. Già dal principio del loro soggiorno non mancano di imbattersi in  personaggi curiosi (come Spilungo e Giappina) e situazioni incredibili che finiranno per trasformarsi in un vortice di episodi paradossali e comici.
 
Ironia, giochi di parole e una buona dose di scanzonatezza rendono ulteriormente incalzante e coivolgente il ritmo narrativo: riuscirai a tenere il passo?
 

“L’adolesente” di Kawabata Yasunari

kawabata l'adolescente

Cosa si lascia dietro mezzo secolo di vita? Affetti, ricordi e, soprattutto, parole. Molte, molte parole.

Questo è quanto emerge ne L’adolescente (1948-1949) (traduzione e postfazione di Daniele Durante, Atmosphere libri, 2020, pp. 132, € 15),  racconto lungo – finora inedito in italiano – del premio Nobel Kawabata Yasunari.

Protagonista e voce narrante di queste pagine dal sapore intimo e lirico è Miyamoto Yasunari, un autore che sta curando la pubblicazione di una scelta dei suoi scritti in occasione del suo cinquantesimo compleanno. Ciò gli offre la preziosa occasione per guardarsi indietro e ripercorrere tanto i numerosi e talvolta profondi cambiamenti che ha conosciuto il Giappone in poche decadi, quanto le principali tappe della sua esistenza: la perdita dei genitori, la prima guerra mondiale, la scoperta della letteratura e dell’amore negli anni della scuola.

L’attenzione si sposta così, naturalmente, su Kiyono, compagno di stanza durante l’adolescenza: grazie a lui Yasunari scopre la tenerezza, l’intensità dei sentimenti, le pulsioni del corpo e, assieme, la sublimazione di queste. Per mezzo di Kiyono, inoltre, Miyamoto ha l’opportunità di esplorare il rapporto della sua vita destinato a esser più duraturo – quello con la scrittura – giocando, al tempo stesso, a confondersi con Kawabata, con il quale condivide molti tratti, senza però esserne l’alter ego.

Quaderni scolastici, brandelli di diari, lettere, cronache, riflessioni meta-letterarie, accenni a opere pubblicate, mai ultimate o in corso di stesura, incluso, appunto, L’adolescente: attraverso il confronto con ogni genere di testo, Miyamoto, ormai maturo, sembra riscoprire anche se stesso, le sorgenti della sua ispirazione e le radici della sua personalità, consapevole che, nella sua voce, risuonano echi di quelle ormai lontane, di scrittori e scrittrici, ma mai spente. 

Uscito in perlustrazione a causa della sirena, nelle notti in cui mi rifugiavo in una piccola vallata, notti colmate da nessun’altra luce se non dal gelido fulgore della luna d’autunno o d’inverno, la Storia di Genji permeava il mio cuore, mi emozionava la consapevolezza che in passato gli antichi avessero letto la stessa opera in circostanze ugualmente avverse; in quelle occasioni riflettevo sul fatto che, vivendo sulla scia della tradizione che scorre senza posa, essa risiedeva anche in me. (pp. 9-10)

 

“Princess Maison” di Aoi Ikebe

Aoi Ikebe - Princess Maison 1

Quattro mura, un tetto, un pavimento: una casa è solo questo? Deve essere innanzitutto efficiente o, piuttosto, riuscire a trasmetterci sensazioni particolari? E cosa rende un’abitazione come tante il posto che più ci fa sentire accolti?

A queste e a tante altre domande tenta di rispondere il manga Princess Maison di Aoi Ikebe, pubblicato in sei volumi per Bao Publishing  (trad. C. Minutoli, 2020), che vede al suo centro una serie di personaggi impegnati a vario titolo nella ricerca o nella vendita di immobili. C’è chi cerca il luogo dei suoi sogni; chi ha l’impressione di vivere perennemente in attesa della sua grande occasione; chi torna ogni sera in una stanza vuota e chi fa i conti ogni giorno con le aspirazioni degli altri. 

Oltre a svelarci curiosità sulla vita a Tokyo (sapevate che esistono appositi indicatori per segnalare se in ascensore sono presenti animali domestici, così da avvertire le persone che ne hanno paura o ne sono allergiche?) e dispensare consigli per scegliere la casa giusta, Princess Maison ci consente di conoscere ancora meglio la cultura giapponese e, in particolare, la vita in una megalopoli come Tokyo.

Ma, soprattutto, ci mette in contatto con i sentimenti più vividi di un’intera generazione, sospesa fra giovinezza ed età adulta, divisa fra aspettative familiari e sociali, alle prese con appuntamenti per matrimoni combinati, progetti, solitudine, ansie, precarietà esistenziale, speranze.

E ci mostra anche, così, come la ricerca stessa di una casa sia in grado di trasformarsi in un percorso di crescita e scoperta di sé, che può portare con sé una nuova amicizia o un inatteso senso di complicità con qualcuno.

 

“Una lenta nave per la Cina. Murakami RMX” di Furukawa Hideo

Furukawa Hideo Una lenta nave per la Cina Ci sono l’inquietudine, il sesso, il Millenium Bug, una famiglia che non capisce, la Pepsi, la musica, le estati che precipitano, lo scoppio della baburu keiki, gli anni Ottanta i Novanta i Duemila, il pop, gli errori, le speranze, una scrittura impetuosa, vulcanica, che non conosce requie.

E poi: le ragazze amate e perdute, il jazz (in particolare, le note di On a slow boat to China) e, soprattutto, lei, Tokyo, con la sua storia, le sue storie, le cicatrici degli attentanti nella metropolitana, i giardini fioriti, i konbini, i condomini squallidi, la sua gente. Furukawa Hideo ha consacrato a lei il suo romanzo Una lenta nave per la Cina. Murakami RMX (trad. G. Coci, Sellerio, 2020, pp. 196, € 15,00), ispirato a un omonimo racconto di Murakami Haruki.

Per il protagonista, la città sembra essere l’unico punto di riferimento stabile e la sola presenza costante, con la quale non si consuma uno strappo: questa, anzi, sembra, tenerlo prigioniero suo malgrado.

Non sono mai riuscito a fuggire da Tokyo.
Me lo sono chiesto un’infinità di volte: il confine è reale? Ma sì che lo è. E se pensate che stia mentendo, venite a dare un’occhiata voi stessi.
Mi accingo a effettuare il tentativo finale. L’ultimo.
Quel confine non è una frontiera. Tuttavia è impossibile andarsene quando si vuole, solo perché non serve un passaporto. Qui è dove sono nato, e dove forse sono destinato a rimanere per sempre.
Questa è la cronaca del mio disastroso “esodo da Tokyo” e dei miei fallimenti.

L’uomo ripercorre con il pensiero la sua esistenza punteggiata di delusioni, imprevisti, ostilità; tuttavia, ciò non lo scoraggia dal cercare tenacemente di fuggire dal perimetro invisibile e soffocante che lo ha visto bambino e adolescente problematico, universitario con il cuore spezzato, adulto affamato di riscatto.

Come nei migliori testi di Murakami, il mondo onirico si fa dimensione essenziale e si infiltra in quello reale: è nel sogno, infatti, che, finalmente, la vita sembra farsi più vera.

“Doll” di Yamashita Hiroka

copertina del romanzo Doll di Yamashita Hiroka
Spregiudicato, graffiante, caustico: Doll è un romanzo che mette totalmente in discussione l’immagine edulcorata e soffusa che abbiamo del passaggio dall’infanzia alla pubertà. 
 
In quest’opera di Yamashita Hiroka che le è valso, giovanissima, il premio Bungei (ora tradotta e curata da Valentina Franchi per Atmosphere, 2020, pp. 180, € 16), l’adolescente Yoshizawa è in rotta con tutto il suo mondo: i rapporti con la famiglia sono superficiali e privi di sentimento, quelli con i suoi coetanei caratterizzati per lo più da tensioni, aggressività e confuse pulsioni di ogni genere.
 
Bullizzato, senza amici, ignorato dalle ragazze a cui pure si interessa, Yoshizawa filtra la realtà attraverso il suo​​ corpo e, in particolare modo, la sua sessualità, il cui oggetto privilegiato sono da sempre le bambole. 
 
Yuriko, una love doll che custodisce con grande cura, è la sua preferita: con lei tenta di instaurare una goffa relazione affettiva, che comprenda tanto la condivisione della quotidianità quanto la scoperta della propria fisicità. 
 
Volevo prendermi cura di lei, dare tempo al tempo. Forse non sarebbe servito a molto, ma avrei aspettato. Era la cosa più adorabile che avessi mai visto. Bellissima, oltre ogni misura. Ancora non sapeva nulla. Di me, o del mondo. Forse era proprio la sua purezza a renderla così incantevole. La realtà avrebbe compromesso questo suo nonsoché. Ciò nonostante volevo che facesse le sue esperienze. Che venisse a conoscenza di me e del mondo. Volevo rimuovere attentamente, strato dopo strato, ogni membrana sottile e invisibile che ricopriva i suoi occhi. (p. 18)
 
È lo stesso Yoshizawa a raccontarci tutto questo, con parole semplici, acerbe ma disarmanti per il loro carattere esplicito: l’età dell’innocenza è definitivamente tramontata. 

Il gusto delle storie: “La taverna di mezzanotte” di Abe Yarō

Ognuno di noi conosce un posto così – un locale dimenticato dalle guide stellate, alla buona, che non dà nell’occhio. Eppure, sono proprio i luoghi di tal genere quelli in cui succede qualcosa degno di esser raccontato: La taverna di mezzanotte. Tokyo stories di Abe Yarō ce lo dimostra.

Il manga è probabilmente già noto a molti per esser stato trasposto in una serie di successo prodotta da Netflix e disponibile anche per il pubblico italiano (Midnight Diner – Tokyo Stories). Bao Publishing ha di recente pubblicato il primo volume (ed è in arrivo il secondo) nella traduzione di Prisco Oliva, che raccoglie ben trenta brevi storie autoconclusive dal tratto deciso e sottilmente ironico, ciascuna delle quali ispirate a un diverso piatto della tradizione giapponese preparato, appunto, nella Taverna di mezzanotte, un piccolo ristorante di poche pretese aperto solo nelle ore notturne.

Protagonisti sono un oste alla mano e commensali di ogni tipo (escort, membri della yakuza, cantanti di nicchia, spogliarelliste romantiche, ladri, poliziotte…), fra i quali scoccano colpi di fulmini, nascono improbabili amicizie, si accendono discussioni, sgorgano confessioni intime: qualunque cosa può venir fuori con naturalezza attorno al tavolo, se un paio di orecchie stanno a ascoltare con attenzione.

“Ribon messaggero d’amore” di Ogawa Ito

Che sia destinato a essere una creatura eccezionale pare già scritto nella sua nascita: quanti uccellini possono vantarsi di esser nati nello chignon di una cantante ritirata dalle scene tanto stravagante quanto di buon cuore e poi accuditi da una bambina premurosa? Il suo stesso nome, Ribon – “nastro” – simboleggia il legame indissolubile fra le due, nonna e nipote.

Ribon è un pappagallo calopsitta: non solo possiede una bellezza peculiare, ma anche la rara dote di portare serenità, gioia e speranza a chi lo accoglie. Ogawa Ito ci racconta le sue avventure in Ribon (trad. Gianluca Coci, Neri Pozza, 2020, pp. 288, € 18), un romanzo intriso di dolcezza, in cui si alternano le voci di coloro che, per loro fortuna, hanno incrociato la bestiola sulla loro strada.

Non importa che si tratti di una donna ormai vicina alla morte, di una mamma che ha perso il figlio o di un ragazzo che ancora soffre per la perdita del suo animale preferito avvenuta molti anni prima: Ribon sa seminare in tutti e tutte, in modo naturale, un sorriso e regalare attimi di pura tenerezza.

Come accade anche in altre opere di Ogawa Ito (in primis, nel Ristorante dell’amore ritrovato), il cibo ha un ruolo fondamentale in ciò: prima ancora di prendere la forma di succulenta pietanza o rapido spuntino, è comfort food, alimento per l’anima, occasione di scambio profondo fra coloro che siedono assieme a tavola.

Il dono di Ribon, in fondo, sta proprio in questo: aiutare a scoprire il fascino della semplicità e di chi ci sta vicino, così come “i marshmallow arrostiti, […] la magnolia in fiorr e mille altre cose belle della vita” (p. 192).

“Trent’anni di Barazoku” di Loris Usai

Buon gusto, audacia, fiuto commerciale, desiderio di dar spazio a voci e personaggi sino ad allora spesso relegati nell’ombra: all’origine di Barazoku (letteralmente, “la tribù delle rose”), pioneristica rivista giapponese per omosessuali fondata nel 1971 e attiva sino al 2004, c’è questo e molto di più.

Ci sono, innanzitutto, la volontà di sfidare le convenzioni e abbattere delle barriere nutrita da Itō Bungaku, il suo ideatore, che se ne prese cura sino al 2008, come da lui programmaticamente dichiarato poco prima della comparsa del primo numero:

Per un futuro un po’ più luminoso, e quindi per delle prospettive di vita anche per gli omosessuali, desidero che, almeno un po’, i pregiudizi della gente diminuiscano. (p. 58)

Loris Usai, traduttore e interprete dal giapponese, ben conosciuto per il suo profilo Instagram in cui condivide notizie e scatti dalla sua vita a Tōkyō, ha descritto in modo puntuale e appassionato la storia della pubblicazione nel suo Trent’anni di Barazoku. Il ruolo della rivista nella formazione di una comunità omosessuale in Giappone (2020).

copertina della rivista barazoku

Oltre a fornire elementi utili per ricostruire la storia dell’omosessualità maschile in Giappone dall’era Tokugawa sino al secondo dopoguerra (periodo, questo, in cui l’amore fra uomini non era legalmente perseguito, ma i preconcetti a livello generale persistevano), l’autore ci accompagna fra le pagine di Barazoku mostrandoci tutta la complessità di una rivista che non si proponeva solo di stuzzicare i sensi, ma anche di informare i suoi lettori (con contributi di medicina, fotografia, attualità, storie autobiografiche…) e permettere loro di incontrarsi per stabilire rapporti di amicizia, amore, sesso.

Il saggio è arricchito da una corposa sezione finale che raccoglie numerosi testi tratti da Barazoku (in lingua originale) e presenta un’intervista fatta da Usai a Bungaku nel 2012 (in giapponese e italiano), in cui l’editore ribadisce (con orgoglio) le ragioni per le quali lui e la sua squadra hanno segnato in senso positivo il panorama culturale e sociale nipponico:

[…] in quel periodo [anni ’70] non esisteva una vera e propria comunità e per questa ragione quasi tutti pensavano di essere anormali. Io continuavo a ribadire che l’omosessualità non era né anormale né perversa, e che era necessario uscire sempre più allo scoperto a testa alta. Perciò penso sicuramente che la rivista abbia svolto una funzione di sostegno. (p. 207)

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