Categoria: romanzi

“Una lenta nave per la Cina. Murakami RMX” di Furukawa Hideo

Furukawa Hideo Una lenta nave per la Cina Ci sono l’inquietudine, il sesso, il Millenium Bug, una famiglia che non capisce, la Pepsi, la musica, le estati che precipitano, lo scoppio della baburu keiki, gli anni Ottanta i Novanta i Duemila, il pop, gli errori, le speranze, una scrittura impetuosa, vulcanica, che non conosce requie.

E poi: le ragazze amate e perdute, il jazz (in particolare, le note di On a slow boat to China) e, soprattutto, lei, Tokyo, con la sua storia, le sue storie, le cicatrici degli attentanti nella metropolitana, i giardini fioriti, i konbini, i condomini squallidi, la sua gente. Furukawa Hideo ha consacrato a lei il suo romanzo Una lenta nave per la Cina. Murakami RMX (trad. G. Coci, Sellerio, 2020, pp. 196, € 15,00), ispirato a un omonimo racconto di Murakami Haruki.

Per il protagonista, la città sembra essere l’unico punto di riferimento stabile e la sola presenza costante, con la quale non si consuma uno strappo: questa, anzi, sembra, tenerlo prigioniero suo malgrado.

Non sono mai riuscito a fuggire da Tokyo.
Me lo sono chiesto un’infinità di volte: il confine è reale? Ma sì che lo è. E se pensate che stia mentendo, venite a dare un’occhiata voi stessi.
Mi accingo a effettuare il tentativo finale. L’ultimo.
Quel confine non è una frontiera. Tuttavia è impossibile andarsene quando si vuole, solo perché non serve un passaporto. Qui è dove sono nato, e dove forse sono destinato a rimanere per sempre.
Questa è la cronaca del mio disastroso “esodo da Tokyo” e dei miei fallimenti.

L’uomo ripercorre con il pensiero la sua esistenza punteggiata di delusioni, imprevisti, ostilità; tuttavia, ciò non lo scoraggia dal cercare tenacemente di fuggire dal perimetro invisibile e soffocante che lo ha visto bambino e adolescente problematico, universitario con il cuore spezzato, adulto affamato di riscatto.

Come nei migliori testi di Murakami, il mondo onirico si fa dimensione essenziale e si infiltra in quello reale: è nel sogno, infatti, che, finalmente, la vita sembra farsi più vera.

“Doll” di Yamashita Hiroka

copertina del romanzo Doll di Yamashita Hiroka
Spregiudicato, graffiante, caustico: Doll è un romanzo che mette totalmente in discussione l’immagine edulcorata e soffusa che abbiamo del passaggio dall’infanzia alla pubertà. 
 
In quest’opera di Yamashita Hiroka che le è valso, giovanissima, il premio Bungei (ora tradotta e curata da Valentina Franchi per Atmosphere, 2020, pp. 180, € 16), l’adolescente Yoshizawa è in rotta con tutto il suo mondo: i rapporti con la famiglia sono superficiali e privi di sentimento, quelli con i suoi coetanei caratterizzati per lo più da tensioni, aggressività e confuse pulsioni di ogni genere.
 
Bullizzato, senza amici, ignorato dalle ragazze a cui pure si interessa, Yoshizawa filtra la realtà attraverso il suo​​ corpo e, in particolare modo, la sua sessualità, il cui oggetto privilegiato sono da sempre le bambole. 
 
Yuriko, una love doll che custodisce con grande cura, è la sua preferita: con lei tenta di instaurare una goffa relazione affettiva, che comprenda tanto la condivisione della quotidianità quanto la scoperta della propria fisicità. 
 
Volevo prendermi cura di lei, dare tempo al tempo. Forse non sarebbe servito a molto, ma avrei aspettato. Era la cosa più adorabile che avessi mai visto. Bellissima, oltre ogni misura. Ancora non sapeva nulla. Di me, o del mondo. Forse era proprio la sua purezza a renderla così incantevole. La realtà avrebbe compromesso questo suo nonsoché. Ciò nonostante volevo che facesse le sue esperienze. Che venisse a conoscenza di me e del mondo. Volevo rimuovere attentamente, strato dopo strato, ogni membrana sottile e invisibile che ricopriva i suoi occhi. (p. 18)
 
È lo stesso Yoshizawa a raccontarci tutto questo, con parole semplici, acerbe ma disarmanti per il loro carattere esplicito: l’età dell’innocenza è definitivamente tramontata. 

“Ribon messaggero d’amore” di Ogawa Ito

Che sia destinato a essere una creatura eccezionale pare già scritto nella sua nascita: quanti uccellini possono vantarsi di esser nati nello chignon di una cantante ritirata dalle scene tanto stravagante quanto di buon cuore e poi accuditi da una bambina premurosa? Il suo stesso nome, Ribon – “nastro” – simboleggia il legame indissolubile fra le due, nonna e nipote.

Ribon è un pappagallo calopsitta: non solo possiede una bellezza peculiare, ma anche la rara dote di portare serenità, gioia e speranza a chi lo accoglie. Ogawa Ito ci racconta le sue avventure in Ribon (trad. Gianluca Coci, Neri Pozza, 2020, pp. 288, € 18), un romanzo intriso di dolcezza, in cui si alternano le voci di coloro che, per loro fortuna, hanno incrociato la bestiola sulla loro strada.

Non importa che si tratti di una donna ormai vicina alla morte, di una mamma che ha perso il figlio o di un ragazzo che ancora soffre per la perdita del suo animale preferito avvenuta molti anni prima: Ribon sa seminare in tutti e tutte, in modo naturale, un sorriso e regalare attimi di pura tenerezza.

Come accade anche in altre opere di Ogawa Ito (in primis, nel Ristorante dell’amore ritrovato), il cibo ha un ruolo fondamentale in ciò: prima ancora di prendere la forma di succulenta pietanza o rapido spuntino, è comfort food, alimento per l’anima, occasione di scambio profondo fra coloro che siedono assieme a tavola.

Il dono di Ribon, in fondo, sta proprio in questo: aiutare a scoprire il fascino della semplicità e di chi ci sta vicino, così come “i marshmallow arrostiti, […] la magnolia in fiorr e mille altre cose belle della vita” (p. 192).

#20peril2020: “Il paese dei suicidi” di Yū Miri

Yu Miri - Paese dei suicidi

“La vita [è] piena di buchi e crepe”: è questo che Mone pensa. Adolescente, sola seppur circondata da amiche e parenti, percepisce in modo confuso ma intenso il carattere disfunzionale di ciò che la circonda. Le relazioni con le coetanee sono superficiali, quelle con la famiglia basate su bugie e omissioni reciproche; il sistema scolastico, con lo spettro del fallimento sempre in agguato, schiaccia la ragazza; la situazione post-Fukushima, con la società e la politica lacerate, la disorienta.

Mone è in dubbio se continuare a vivere – o, perlomeno, se vivere un’esistenza scandita dai litigi dei genitori e dalle uscite con compagne che, in fondo, non l’apprezzano -, ma non sa come, né perché. E così si avvicina al forum virtuale Ricette per principianti, in cui un gruppo di sconosciuti progetta assieme la morte. Quel che sogna la teenager è, infatti, esser

Senza preoccupazioni.
Poter parlare senza preoccupazioni.
Poter andare senza preoccupazioni.
Poter morire senza preoccupazioni.

Ne Il paese dei suicidi (a cura di Laura Solimando, Atmosphere libri, 2020), uscito nel 2011, all’indomani del terremoto del Tōhoku e dell’incidente di Fukushima, attraverso la quotidianeità di Mone, Yū Miri ci offre il ritratto di un Giappone attraversato da tensioni e contraddizioni, paure e incomprensioni, tanto a livello dei singoli che di collettività.

Tutti pensavano che fosse stato commesso un errore, ma chi era il colpevole?
Il Giappone?
Il ministero dell’Economia?
L’Agenzia della sicurezza industriale e nucleare?
Il ministero dell’Educazione?
La TEPCO?
Il primo ministro?
Il segretario del gabinetto?
Il governatore della prefettura?
Il sindaco?
I cittadini della prefettura, i cittadini della città?
Gli scienziati?
I medici?
I fisici?
I mass media?
Avevano sbagliato tutti?
Tutti?
Ma tutti chi?
Chi aveva sbagliato?
Chi, cosa, dove e in che modo aveva sbagliato?
Era giusto dire che tutti avevano sbagliato, ma allo stesso tempo non lo era. Gli errori non si potevano correggere se le persone accusate non ammettevano di aver sbagliato. Gli errori rimanevano tali, venivano solo ripiegati e rimessi al loro posto.

La stessa Tōkyō in cui si svolgono le vicende si mostra nella sua ambiguità: da un lato è la città dal passato pregno di tradizioni e leggende, dall’altro una giostra vorticosa che ogni giorno risucchia milioni di individui. Yū Miri non ci offre àncore di salvezza: come Mone, lettrici e lettori sono trascinati in una realtà che non offre appigli né certezze.

“L’isola dei senza memoria” di Ogawa Yōko

Questa è una pagina fitta di caratteri. Quello che avete davanti agli occhi uno schermo. Sul vostro capo, protetto o meno da un tetto, il cielo. Semplici, consueti elementi della quotidianeità che abitiamo ogni giorno.

Ecco: ora immaginate che, improvvisamente, qualcosa a cui tenete – un bracciale, un libro, un fiore – svanisca, e con esso tutti gli oggetti della stessa categoria. Eppure, a parte una fitta di nostalgia o di rimpianti all’inizio, nulla o quasi vi resterebbe della perdita.

«Peccato, però, che la gente dell’isola non sappia custodire per sempre nel proprio cuore le cose belle: finché vivono qui, sono destinati a perderle tutte, una dopo l’altra. È probabile che arrivi presto anche per te il momento di perdere qualcosa per la prima volta.»

«E… fa paura?» le chiesi preoccupata una volta.

«No, stai tranquilla: non è né doloroso né penoso. Ti sveglierai nel letto un giorno e sarà tutto finito, prima che te ne accorga. Prova a restare in ascolto con gli occhi chiusi e a sentire il flusso dell’aria mattutina: avvertirai qualcosa di diverso dal giorno precedente. Così anche tu capirai che cosa hai perso, che cosa è scomparso dall’isola.»

Questo è quanto, settimana dopo settimana, provano i personaggi de L’isola dei senza memoria di Ogawa Yōko (trad. Laura Testaverde, Il Saggiatore, 2018, pp. 250, € 24). Ben prima dello sviluppo della letteratura fantascientifica e distopica femminile a cui stiamo assistendo negli ultimi anni grazie al Racconto dell’ancella di Margaret Atwood (l’opera di Ogawa, infatti, risale al 1994), la scrittrice giapponese ha dato infatti vita a una storia senza tempo e senza luogo (sebbene molti elementi sembrino rimandare al Giappone) pervasa di iquietudine e tensioni.

In ‘un’isola senza nome,  inspiegabilmente, frammenti di realtà scompaiono da un istante all’altro dall’orizzonte dei residenti per ragioni sconosciute, ma sempre sotto l’occhio attento di un corpo di polizia che nulla si lascia sfuggire e nulla perdona. I principali ricercati sono, dunque, coloro che non hanno perso l’uso della memoria o che si oppongono a questo: tenere traccia del passato e di ciò che segna le nostre vite, fossero anche delle cose di poco valore, significa – ci lascia intendere Ogawa – custodire i confini del nostro agire, alimentare un rapporto empatico con quel che ci circonda, stabilire rapporti profondi e complessi con le persone che abbiamo vicino.

Non a caso, la protagonista del libro è una romanziera solitaria e anonima che fa della scrittura la sua àncora di salvezza e la sua arma. Ancora una volta (basti pensare a La formula del professore), Ogawa riflette così sulla relazione fra ricordo, cancellazione, parola, libertà, mostrandoci come il rovescio della realtà abituale sia pericolosamente attraversato da inquietudini, minacce, ombre.

* * *

Per approfondire: The Guardian e The New York Times hanno dedicato due belle recensioni al libro, che ne evidenziano alcuni possibili legami con la storia internazionale.

“Blu quasi trasparente” di Murakami Ryū

Daikichi Amano doll

Daikichi Amano doll

È facile – quasi scontato – dire cosa non sia Blu quasi trasparente di Murakami Ryū, finalmente ripubblicato in Italia nella traduzione di Bruno Forzan (Atmospherelibri, 2020, pp. 168m € 17): un’opera tradizionale per forma e contenuti, una storia d’amore convenzionale, una parabola edificante con il lieto fine. Più difficile, allora, definire la sua sostanza; due soltanto sono gli esempi – forse calzanti, forse no – che mi vengono in mente.

Il primo: Un mondo innocente di Sakurai Ami (trad. di S. Di Natale, Newton & Compton, 2012, pp. 154), un romanzo gonfio di eros, trasgressione, forze centrifughe che disorientano il lettore. Il secondo: la fotografia di Daikichi Amano [non aprite il link se siete facilmente impressionabili], un mondo senza coordinate temporali e spaziali popolato di donne le cui epidermidi e orifizi sono lambiti, attraversati, stretti, penetrati da insetti, pesci, serpenti, rane, polpi e altri animali.

Come Sakurai e Daikichi, in Blu quasi trmurakami ryu blu quasi trasparenteasparente (1976) Murakami racconta la dissipazione, la sensualità brutale, il disinteresse per ogni tipo di morale. E, come loro, lo scrittore, per presentarci i giorni dissoluti e dissacranti di un gruppo di giovani giapponesi, utilizza soprattutto (ma non solo) i corpi femminili, che trasforma in un campo di esplorazione – quasi un laboratorio vivo, di carne – in cui sperimentare forme mortificanti e violente di sesso, feticismo, droghe e rapporti umani disturbanti.

A casa di Oscar, in un braciere da incenso al centro della stanza sta bruciando dell’hashish, almeno quanto un pugno, e il fumo che se ne diffonde ti entra nel petto a ogni respiro, che tu lo voglia o no. Non passano nemmeno trenta secondi che sei completamente fuso. Sprofondo in un’allucinazione: è come se dai pori della pelle di tutto il corpo mi sgusciassero fuori le viscere, e mi penetrassero dentro il sudore e i respiri degli altri.

Soprattutto la parte inferiore del corpo è irritata come se fosse immersa in un denso pantano, fremo dal desiderio di prendere in bocca organi umani e suggere liquidi corporali. Mentre mangiavamo la frutta disposta sui piatti e bevevamo vini, il calore ha preso ad avvolgere l’intera stanza. Vorrei che qualcuno mi strappasse la pelle di dosso. Sento di voler far entrare dentro di me i corpi lucidi e oleosi dei neri e scuoterli freneticamente. (p. 43)

Tatto, gusto, olfatto, udito, vista: tutti i sensi del gruppo di amici e amiche protagonisti del romanzo sono costantemente bersaglio di desideri, richieste, gesti osceni, appetiti. Quegli stessi sensi rispondono nella maniera più naturale: le pagine sono imbrattate di secrezioni corporee, sangue, urla lancinanti, lacrime. È questo il modo in cui Murakami ha deciso di raccontare la sua storia e mostrare quanto l’abbattimento di ogni limite sia così sorprendentemente facile: attraverso un romanzo – anziché di formazione – di compiaciuta, gratuita, potentissima distruzione.* * *
Fotografia: Daikichi Amano.
Per approfondire: Blu quasi trasparente presentato da Paola Scrolavezza per NipPop.

“Finché il caffè è caldo” di Toshikazu Kawaguchi

​Tutti quanti – specie in alcuni momenti della vita – avremmo desiderato più coraggio, più forza, più tempo per fare una certa scelta, non perdere una persona cara, realizzare un progetto.

Fra le pagine di Finché il caffè è caldo di Toshikazu Kawaguchi (trad. di C. Marseguerra, Garzanti, 2020) si materializza un luogo in cui è possibile cercare di aggiustare il corso degli eventi. Ma, come certe opportunità che l’esistenza ci riserba, questo posto non dà nell’occhio – è un semplice locale – e richiede che siano seguite delle regol fondamentali:

1. Sei in una caffetteria speciale. C’è un unico tavolino e aspetta solo te.
2. Siediti e attendi che il caffè ti venga servito.
3. Tieniti pronto a rivivere un momento importante della tua vita.
4. Mentre lo fai ricordati di gustare il caffè a piccoli sorsi.
5. Non dimenticarti la regola fondamentale: non lasciare per alcuna ragione che il caffè si raffreddi.

Attraverso le storie di Fumiko, Hirai, Kotake, Kei e i loro diversi caratteri il lettore è spinto a riflettere sul valore del momento presente e degli affetti. Finché il caffè è caldo è, insomma, un romanzo leggero e piacevole, ma che offre tanti spunti di riflessione per affontare la quotidianità e, specie questi giorni,  con un pizzico in più di speranza e voglia di fare.

“La gatta, Shōzō e le due donne” di Tanizaki Jun’ichirō

la gatta shozo e le due donne

la gatta shozo e le due donneAssieme all’anonimo protagonista di Io sono un gatto di Natsume Sōseki, la felina di “La gatta, Shōzō e le due donne” di Tanizaki Jun’ichirō (trad. di Gianluca Coci, Neri Pozza, 2020, pp. 126, € 17) ha un posto tutto suo nel mio personale bestiario giapponese.

Nel breve romanzo, l’ingenuo e infantile Shōzo ripudia  la moglie Shinako per sposare la  ricca e volubile cugina Fukuko. Shinako, non rassegnata, scrive alla rivale per chiederle l’affidamento di Lily, la gatta tanto amata dal marito al punto da suscitare gelosie e rancori in famiglia.  La donna riuscirà nell’impresa? E come reagirà Shōzō all’idea di privarsi dell’unico essere che sembra rispettarlo e comprenderlo?

L’opera è stata, per me, una piacevole sorpresa, soprattutto per quanto riguarda  le fedelissime descrizioni del comportamento della gatta e l’organizzazione della materia narrativa, dal momento che pressoché in ogni capitolo Tanizaki si immerge con abilità in un diverso personaggio, rivelandone i pensieri e le segrete intenzioni. Come per paradosso, i difetti di solito attribuiti ai felini vengono proiettati sugli umani, che agiscono così sulla spinta dell’egoismo, dell’interesse e della scaltrezza, ingannandosi l’un l’altro; soltanto Lily sembra conoscere davvero il significato della riconoscenza e dell’affetto.

#20peril2020: “Namamiko. L’inganno delle sciamane” di Enchi Fumiko

Enchi Namamiko

Enchi NamamikoTitolo: Namamiko. L’inganno delle sciamane (trad. di Paola Scrolavezza, Safarà Editore, 2019, pp. 236, € 18,50; prefazione di Giorgio Amitrano; postfazione di Daniela Moro)

Autrice: Enchi Fumiko

Cos’è? In questo romanzo originariamente pubblicato nel 1965 – oltre ad amore, soprannaturale, richiami alla storia giapponese -, c’è molto di più di quel che sembri. Innanzitutto, è una personale, ma documentata, rielaborazione dell’opera epica Eiga monogatari, di epoca Heian (794–1185), rivisitato con un punto di vista che dà particolare rilievo alle donne; non bisogna infatti dimenticare che Enchi fu un’appassionata e attenta lettrice dei testi classici della tradizione giapponese. Questo amore si salda strettamente alle due storie presentate nel Prologo, vale a dire il ricordo del padre della scrittrice stessa (anche lui studioso) e il racconto dei legami – visibili e invisibili – con Basil Hall Chamberlain, celebre yamatologo. Parte della sua corposa biblioteca, per una serie di casi, finì per un certo lasso di tempo proprio a casa della futura autrice, stimolandola così alla lettura dei classici, compreso il Namamiko monogatari, il racconto della vita di una dama di corte, che segnò a tal punto Enchi da spingerla, molti anni dopo, a dedicarle un volume – quello, appunto, di cui qui si parla.

Una frase d’impatto: “Per me bambina quei caratteri erano praticamente illeggibili, li fissavo con la tipica curiosità infantile, uno strano miscuglio di repulsione e reverenza, la stessa che avrei provato guardando un baule
di vecchi indumenti. Ma dall’estate fino all’autunno, quando venivano esposti all’aria, gironzolavo fra i volumi sparpagliati a coprire interamente i tatami, con le pagine aperte.”

Consigliato a chi…: è affascinato dalle storie dal sapore antico, dai racconti di famiglia, dalle sterminate biblioteche.

“Come un sushi fuor d’acqua” di Fabiola Palmeri

Palmeri-Come-un-sushi-fuor-dacquaÈ un Giappone che ammalia da lontano, spaventa, stupisce; abbraccia con calore, spalanca lo sguardo, addomestica le abitudini; penetra sotto pelle, sconquassa le esistenze e si fa, infine, destino.

Questo è l’orizzonte di Come un sushi fuor d’acqua (Editore La Corte, 2019, pp. 268, € 17,90), romanzo appena pubblicato da Fabiola Palmeri (già nota agli amanti della cultura nipponica per i suoi articoli apparsi su Repubblica e in NippONews) in cui la scrittrice intreccia due storie di donne indissolubilmente legate al paese asiatico. Da un lato, abbiamo Bianca, giovane ed entusiasta giornalista in trasferta a Tōkyō fra gli anni Ottanta e Novanta, desiderosa di “[educarsi] alla giapponesità” (p. 67)”; dall’altro,  Celeste, nata nella capitale nipponica, ma adolescente cittadina del mondo del terzo millennio per vocazione e vicende familiari.

Ciascuna delle due ha un rapporto personale e articolato col Giappone, marcato da luci e ombre: se per la ragazza è uno dei pezzi che compongono la sua identità, col passare degli anni per la professionista questo diventa terreno per coltivare le proprie ambizioni, fucina di occasioni e incontri inaspettati (e insperati), e, soprattutto, casa.

Per queste ragioni, Tōkyō, in particolare, è molto più di una città: per Celeste è culla, rifugio in cui ritrovare un padre, amici affettuosi, luoghi d’infanzia, mentre per Bianca diviene presto “a tutti gli effetti la sua migliore amica” (p. 175) – amica che chiede, in cambio della sua generosità, volontà di lasciarsi conquistare dai suoi ritmi, abnegazione e resistenza alla solitudine (“Tokyo [pullula] di cuori emarginati, come isole nell’isola”, p. 176).

L’opera è, infatti, (anche) una lunga dichiarazione d’amore per la capitale, per la sua personalità contraddittoria, gli ostacoli e le sorprese che riserva a chi sa esplorarla con generosa tenacia:

[….] Tokyo, quel suo essere intrinsecamente divisa fra l’infantile e il triste, fra il ludico e l’eccessivo. La Tokyo che mi affascina, che sento mia, che mi appartiene come io appartengo a lei.” (p. 64)

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