Bianco e rosa, rosa e bianco sino a saziare gli occhi di primavera: questa mi pare la migliore definizione per Tokyo Ohanami di Alexandre Bonnefoy (ed. Issekinicho, pp. 248, formato 20 x 28 cm, € 29; testi in francese; qui è possibile sfogliarne un’ampia anteprima), illustratore professionista e fotografo residente da anni in Giappone (e già autore di Nekoland, volume tutto dedicato ai gatti nipponici, di cui ho parlato qui).
Libro più unico che raro nel suo genere, descrive attraverso oltre cento tra foto suggestive e disegni originali uno dei momenti più affascinanti dell’anno, la fioritura dei ciliegi (sakura), e l’antica tradizione dello hanami(letteralmente: la contemplazione dei fiori). (altro…)
Continuavo a occuparmi solo di cose futili e anche quelle rare volte che mi recavo a fare un pellegrinaggio, non mi impegnavo a pregare come facevano gli altri. A quei tempi le ragazze di diciassette o diciotto anni leggevano le sacre scritture e si dedicavano alle pratiche religiose. A me, invece, non sfiorava neanche l’idea di farlo. Tutto ciò che desideravo era che almeno una volta all’anno venisse a farmi visita un uomo di alto rango, bello e distinto come Genjilo splendente, (altro…)
Il 4 aprile l’editore nipponico mi ha organizzato un’intervista. La giornalista mi aspetta all’istituto francese, come l’ammirevole Corinne Quentin, l’interprete franco-giapponese più conosciuta di Tokyo. Non so più per quale giornale lavori questa giornalista, ma straborda entusiasmo: ha molto apprezzato “Metafisica dei tubi”, apparso in Giappone nel novembre 2011, e mi interroga alacremente. Spesso capisco le sue domande senza l’aiuto di Corinne Quentin, e rispondo nel mio giapponese un po’ raffazzonato: parlo quasi soltanto di Nishio-san [la tata che Amèlie ha avuto da bambina in Giappone, ora anziana; ndt], uno dei principali personaggi di questo romanzo. Quando si arriva al di là della mia comprensione, Corinne viene in mio aiuto. Tendo l’orecchio per imparare e ho delle sorprese. Per tradurre quanto io sia nostalgica dei miei anni giovanili nel Kansai, sento l’interprete dire “nostalgic” al posto dell’aggettivo “natsukashii”, che penso sia una delle parole emblematiche del giapponese. (altro…)
Un adolescente impegnato in un videogioco al limite tra il macabro e lo scabroso; un artista ukiyo-e che rappresenta donne incalzate da polpi maliziosi (come non ricordare il Sogno della moglie del pescatoredi Hokusai?); una pornostar abbandonata con lascivia alle spire di una piovra: un fil rouge fra tutti questi elementi parrebbe impossibile.
E invece c’è: sinuoso, pervasivo, come ci spiega Marco Benoît Carbone nel suo Tentacle Erotica. Orrore, seduzione, immaginari pornografici (Mimesis, 2013, pp. 122, € 12, ora in offerta a € 10,20), scandagliando in profondità la costruzione e la ricezione del complesso di suggestioni e rappresentazioni legate all’erotismo tentacolare, tanto in Giappone quanto in occidente. (altro…)
Wabi, sabi,* cyber: in queste tre parole sembra concentrarsi passato, presente e futuro del Giappone. E non è dunque un caso se proprio “Wabi, sabi, cyber” si è chiamato un fortunato ciclo di conferenze tenutosi a Napoli negli anni passati, i cui contributi sono stati raccolti in un bel volume intitolato Culture del Giappone contemporaneo, curato da Matteo Casari (Tunué, pp. 288, 2011, € 16,50, ora in offerta a € 14,03; qui trovate una corposa anteprima). (altro…)
Ascoltare con estrema attenzione alla radio i proclami dell’imperatore, conciliare lo studio con il lavoro in fabbrica per sostenere lo sforzo bellico del Giappone, cercare tutte le attenuanti che permettano di rimandare l’arruolamento: stralci di vita quotidiana per chi, come Nagatsuka Ryuji, era solo uno studente liceale al tempo della seconda guerra mondiale.
Di questo e di ciò che poi condusse il ragazzo a un destino ben preciso ci racconta lui stesso, con dovizia di particolari ed estrema chiarezza, in Ero un kamikaze (altro…)
Città dei neon e degli alberi di ciliegio, centro propulsore della finanze, cuore pulsante della cultura pop in tutte le sue declinazioni, simbolo planetario della tecnologia, sede dei nekocafè e della residenza imperiale… : romanzi e saggi ci hanno abituati a immaginare la capitale del Giappone sotto mille differenti punti di vista, ai quali però mancava – per lo meno in Italia – quello urbanistico e architettonico.
Pone rimedio a ciò Tokyo. Ritratto di una cittàdi Manuel Tardits (prefazione e traduzione di Federico Simonti, con illustrazioni di Nobumasa Takahashi e Stéphane Lagré, Odoya, 2013, pp. 320, € 20, ora in offerta a 17), volume illustrato curatissimo sin nei minimi dettagli, apparso pochi mesi fa nel nostro paese. (altro…)
Le navi statunitensi che gettavano l’ancora nelle baie giapponesi, i missionari europei che giungevano in Asia per diffondere il Verbo, pallidi commercianti che sbarcavano nel Sol Levante con la speranza di fare fortuna: tutto parrebbe testimoniare un lungo flusso monodirezionale, come se la scoperta dell’Altro si fosse compiuta solamente in un senso, da ovest verso est.
Benché se ne parli poco, esistono in realtà dei casi opposti: 1615, un giapponese in viaggio verso Roma di Hidemichi Tanaka (trad. di Lorella Ciofani, introduzione di Teresa Ciapparoni La Rocca, Aracne, 2013, pp. 168, € 10) ci racconta proprio di uno di questi viaggi nell'”estremo occidente”, compiuto nel diciassettesimo secolo.
Protagonista ne fu il samurai Hasekura Rokuemon Tsunenaga (1571—1621), convertito al cristianesimo (col battesimo prese infatti il nome di Francisco Felipe Faxicura), inviato in missione diplomatica a Roma insieme al francescano Luis Sotelo(poiproclamato beato) dal daimyo di Sendai Date Masamune per incontrare Paolo V, in un’epoca in cui i rapporti tra cattolicesimo e governo nipponico non erano sempre dei più pacifici. Alla sua figura lo scrittore Shūsaku Endō ha dedicato anche un romanzo, Il samurai.
Hasekura Rokuemon con Sotelo e altri membri della missione romana in un dipinto conservato al Quirinale.
L’autore, studioso dell’arte giapponese e docente universitario, tenta di chiarire ragioni e modalità dell’ambasciata nipponica (1613-1620), cercando di sgombrare il campo da false congetture (talvolta persino maldicenze, come quelle sul conto del padre di Hasekura) e riportare alla luce la verità.
L’opera, prima ancora di essere un originale e complesso saggio che ricostruisce con dovizia di dettagli il contesto dell’epoca (comprese le dinamiche culturali-finanziarie tra paesi orientali e occidentali), costituisce un interessante testimonianza che, avvalendosi peraltro di immagini e documenti sinora sconosciuti o trascurati, ci fa partecipi di una delle pagine della storia meno conosciute, in cui s’intrecciano interessi economici, zelo religioso, fascinazione per il nuovo e una certa dose di avventura.
Due mendicanti fra le colonne di un sottopassaggio, tra le viscere di un’enorme stazione, mentre i passanti continuano il loro andirivieni con noncuranza: questa è stata una delle prime scene in cui mi è capitato di imbattermi con stupore appena giunta a Tokyo, qualche anno fa.
Un occhio spalancato colmo di terrore: è questo, forse, uno dei fotogrammi horror più noti degli ultimi anni, tratto dal film Ringu. Con la sua angoscia penetrante sembra esso stesso incarnare la condizione del contemporaneo cinema dell’orrore in Giappone: testimone inquieto e inquietante delle lacerazioni e dei mali di una realtà complessa, abitata da profondi disagi e insanabili contraddizioni.
Tutto ciò è evidenziato con grande chiarezza in Japan horror di Giorgia Caterini(altro…)