Categoria: storia

“Trent’anni di Barazoku” di Loris Usai

Buon gusto, audacia, fiuto commerciale, desiderio di dar spazio a voci e personaggi sino ad allora spesso relegati nell’ombra: all’origine di Barazoku (letteralmente, “la tribù delle rose”), pioneristica rivista giapponese per omosessuali fondata nel 1971 e attiva sino al 2004, c’è questo e molto di più.

Ci sono, innanzitutto, la volontà di sfidare le convenzioni e abbattere delle barriere nutrita da Itō Bungaku, il suo ideatore, che se ne prese cura sino al 2008, come da lui programmaticamente dichiarato poco prima della comparsa del primo numero:

Per un futuro un po’ più luminoso, e quindi per delle prospettive di vita anche per gli omosessuali, desidero che, almeno un po’, i pregiudizi della gente diminuiscano. (p. 58)

Loris Usai, traduttore e interprete dal giapponese, ben conosciuto per il suo profilo Instagram in cui condivide notizie e scatti dalla sua vita a Tōkyō, ha descritto in modo puntuale e appassionato la storia della pubblicazione nel suo Trent’anni di Barazoku. Il ruolo della rivista nella formazione di una comunità omosessuale in Giappone (2020).

copertina della rivista barazoku

Oltre a fornire elementi utili per ricostruire la storia dell’omosessualità maschile in Giappone dall’era Tokugawa sino al secondo dopoguerra (periodo, questo, in cui l’amore fra uomini non era legalmente perseguito, ma i preconcetti a livello generale persistevano), l’autore ci accompagna fra le pagine di Barazoku mostrandoci tutta la complessità di una rivista che non si proponeva solo di stuzzicare i sensi, ma anche di informare i suoi lettori (con contributi di medicina, fotografia, attualità, storie autobiografiche…) e permettere loro di incontrarsi per stabilire rapporti di amicizia, amore, sesso.

Il saggio è arricchito da una corposa sezione finale che raccoglie numerosi testi tratti da Barazoku (in lingua originale) e presenta un’intervista fatta da Usai a Bungaku nel 2012 (in giapponese e italiano), in cui l’editore ribadisce (con orgoglio) le ragioni per le quali lui e la sua squadra hanno segnato in senso positivo il panorama culturale e sociale nipponico:

[…] in quel periodo [anni ’70] non esisteva una vera e propria comunità e per questa ragione quasi tutti pensavano di essere anormali. Io continuavo a ribadire che l’omosessualità non era né anormale né perversa, e che era necessario uscire sempre più allo scoperto a testa alta. Perciò penso sicuramente che la rivista abbia svolto una funzione di sostegno. (p. 207)

La necessità di ricordare: “Nagasaki. Racconti dell’atomica” di Hayashi Kyōko

orologio nagasaki bomba atomica
Tomatsu Shomei, “Atomic Bomb Damage: Wristwatch Stopped at 11:02, August 9, 1945, Nagasaki”

  Le vittime della bomba atomica, prima ancora di essere vittime della guerra o dello scontro generato tra nemici e alleati, sono vittime del genere umano.

E’ questa, con buone probabilità, una delle frasi che meglio riassume il senso di una consistente parte dell’opera di Hayashi Kyōko, sopravvissuta – come narra in Nagasaki. Racconti dell’atomica (trad. di M. Suriano, Gallucci editore, 2015, pp. 231, € 18, in offerta a € 15,30) – all’esplosione dell’ordigno nucleare rilasciato sull’omonima città.

Tra il rombo del motore del Bockscar che risaliva e la distruzione della fabbrica ci fu solo il tempo per quelle brevi parole: ‘Un raid!’ E in quel lasso di tempo 73889 persone morirono all’istante. Quasi lo stesso numero, 70499, furono scaraventate fuori nel sole cocente di piena estate, con la pelle scorticata come il coniglio bianco di Inaba.

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Un kamikaze a Nagoya: un ricordo di Fosco Maraini

aereo kamikaze seconda guerra mon
Primo piano di un aereo kamikaze (credits: Earl Colgrove, Lt. Commander, USNR.)

Un’ultima incursione seria ebbe luogo ai primissimi d’aprile, in pieno giorno.*

Nagoya, come città, era ormai distrutta, ma qualcosa doveva pur rimanere in piedi, se valeva la pena di venire fin là. Questa volta gli apparecchi volavano bassi e tranquilli, come si fosse trattato d’una gita turistica oppure d’un lavoro di rifinitura pedante e minuzioso. Era ovvio che gli apparecchi prendevano con gran cura la loro mira.

Fu allora che i detenuti, tra i quali Clé [alter ego di Fosco Maraini], videro apparire in cielo certi puntolini neri che, accanto alla mole dei B29 americani, sembravano dei moscerini intorno a dei falchi. Fu subito chiaro che si trattava di kamikaze, di piloti suicidi sui loro apparecchi di morte, adatti a partire dal suolo ma senza mezzi per atterrare. Proprio sopra al Tempaku, forse a un migliaio di metri d’altezza, uno dei moscerini puntò diritto verso il suo B29: le distanze s’accorciarono, s’annullarono, ecco il terribile scontro!

Una gran fiamma rossa scoppiò allora in cielo e il gigante, dal quale si era subito staccata un’ala, cominciò a precipitare a foglia morta, bruciando ed esplodendo verso terra. Mentre bombe, corpi, frammenti d’apparecchi calavano con quella che sembrava una solenne e tragica lentezza, da tutta la città si levò un grido di straordinaria potenza, lanciato da migliaia di petti: “Banzai!” urlavano tutti. “Banzai!”.

A quel fatale punto degli eventi, un vano, inutile: “Evviva!” per un tragico giovane eroe.

Fosco Maraini, Case, amori, universi, Mondadori, 1999, pp. 602-603

* I fatti descritti si riferiscono all’aprile 1945 (nota mia)

Immagine tratta da Wisconsin Central.

Orgoglio e sacrificio: Ero un kamikaze di Nagatsuka Ryuji

ero un kamikaze Nagatsuka Ryuji recensione giapponeAscoltare con estrema attenzione alla radio i proclami dell’imperatore, conciliare lo studio con il lavoro in fabbrica per sostenere lo sforzo bellico del Giappone, cercare tutte le attenuanti che permettano di rimandare l’arruolamento: stralci di vita quotidiana per chi, come Nagatsuka Ryuji, era solo uno studente liceale al tempo della seconda guerra mondiale.

Di questo e di ciò che poi condusse il ragazzo a un destino ben preciso ci racconta lui stesso, con dovizia di particolari ed estrema chiarezza, in Ero un kamikaze (altro…)

1615, un giapponese in viaggio verso Roma di H. Tanaka

1615, un giapponese in viaggio verso Roma Hasekura Rokuemon samuraiLe navi statunitensi che gettavano l’ancora nelle baie giapponesi, i missionari europei che giungevano in Asia per diffondere il Verbo, pallidi commercianti che sbarcavano nel Sol Levante con la speranza di fare fortuna: tutto parrebbe testimoniare un lungo flusso monodirezionale, come se la scoperta dell’Altro si fosse compiuta solamente in un senso, da ovest verso est.

Benché se ne parli poco, esistono in realtà dei casi opposti: 1615, un giapponese in viaggio verso Roma di Hidemichi Tanaka (trad. di Lorella Ciofani, introduzione di Teresa Ciapparoni La Rocca, Aracne, 2013, pp. 168, € 10) ci racconta proprio di uno di questi viaggi nell'”estremo occidente”, compiuto nel diciassettesimo secolo.

Protagonista ne fu il samurai Hasekura Rokuemon Tsunenaga (1571—1621), convertito al cristianesimo (col battesimo prese infatti il nome di Francisco Felipe Faxicura), inviato in missione diplomatica a Roma insieme al francescano Luis Sotelo (poi proclamato beato) dal daimyo di Sendai Date Masamune per incontrare Paolo V, in un’epoca in cui i rapporti tra cattolicesimo e governo nipponico non erano sempre dei più pacifici. Alla sua figura lo scrittore Shūsaku Endō ha dedicato anche un romanzo, Il samurai.

missione giapponese a roma palazzo quirinale
Hasekura Rokuemon con Sotelo e altri membri della missione romana in un dipinto conservato al Quirinale.

L’autore, studioso dell’arte giapponese e docente universitario, tenta di chiarire ragioni e modalità dell’ambasciata nipponica (1613-1620), cercando di sgombrare il campo da false congetture (talvolta persino maldicenze, come quelle sul conto del padre di Hasekura) e riportare alla luce la verità.

L’opera, prima ancora di essere un originale e complesso saggio che ricostruisce con dovizia di dettagli il contesto dell’epoca (comprese le dinamiche culturali-finanziarie tra paesi orientali e occidentali), costituisce un interessante testimonianza che, avvalendosi peraltro di immagini e documenti sinora sconosciuti o trascurati, ci fa partecipi di una delle pagine della storia meno conosciute, in cui s’intrecciano interessi economici, zelo religioso, fascinazione per il nuovo e una certa dose di avventura.  

 

[Recensione] “Alle mie amate sorelle” di Nakajima Shōen: pensieri femministi nel Giappone dell’800

kikuchi keigetsu
La geisha che asseconda i desideri maschili. La donna che procede dietro all’uomo, ricalcando i suoi passi. La fanciulla che, silenziosa, sottostà all’autorità del padre, dei fratelli, del marito. Queste alcune delle immagini – e dei luoghi comuni – che affiorano alla mente pensando al Giappone di non molti decenni fa.

A rivoluzionare le nostre idee interviene Alle mie amate sorelle di Nakajima Shōen (1863-1901), interessante raccolta di interventi presentati per la prima volta in italiano daAlle mie amate sorelle Chiara Candeloro (con prefazione di Giuliana Carli; Aracne, 2012, pp. 136, € 9), accompagnati da note e approfondimenti utili al lettore.

Pubblicata nel giornale del Partito Liberale Jiyū no tomoshibi (Il Faro delle libertà) nel 1884, nel cuore dell’epoca Meiji – tutta tesa a trasformare il Giappone in una nazione moderna, industriale e occidentalizzata -, l’opera si configura come un insieme di riflessioni articolato (ma di scorrevole lettura) riguardante le condizioni di vita e di sviluppo delle donne nipponiche, tradizionalmente svantaggiate rispetto agli uomini (sotto il punto di vista familiare, economico, sociale, intellettuale…), «disprezzate e trattate come se fossero serve».

Ispirato alle considerazioni condotte da studiosi e pensatori stranieri (quali il filosofo Herbert Spencer e la suffraggetta Millicent Garrett Fawcett), il testo affonda le sue radici nel contesto e nella storia estremo-orientale, demolendo le argomentazioni utilizzate dai misogini per rivendicare invece eguali diritti e possibilità tra i due sessi in ogni campo

Lo sguardo di Nakajima Shōen spazia così dalle scrittrici Murasaki Shikibu e Sei Shōnagon sino a personaggi quali la zarina Caterina e Maria Teresa d’Austria, per mostrare come le donne posseggano doti e capacità assolutamente pari a quelle virili, spesso purtroppo soffocate da pregiudizi e limitazioni di ogni sorta.

Acuta e caustica, l’autrice non risparmia giudizi taglienti sulla realtà contemporanea e sulle stesse debolezze delle donne, talvolta accusate di esser troppo remissive e preda di facili timori. Eppure, esse dispongono dell’arma più potente, l’unica forse davvero in grado di vincere ogni battaglia. E è a questa che l’autrice si appella quando, all’apice dello sdegno, invoca: «noi donne, tutte insieme, occupiamoci di scacciare questo demone [del potere maschile] utilizzando la forza dell’intelligenza».

 

Immagine: Kikuchi Keigetsu, Fare una passeggiata (1934)

Le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki nelle canzoni di De Gregori e dei Nomadi

Intervista a Silvia Pareschi, traduttrice di “Venivamo tutte per mare”

Bambini che giurano fedeltà alla bandiera americana. © Dorothea Lange

Dopo aver recensito Venivamo tutte per mare (qui il mio intervento), oggi sono felice di poter intervistare Silvia Pareschi, la traduttrice che ci ha dato la possibilità di leggere il romanzo di Julie Otsuka in una bellissima versione italiana.

Silvia ha tradotto mostri sacri del livello di Jonathan Franzen, Don DeLillo, Cormac McCarthy e E. L. Doctorow, solo per fare qualche nome, collaborando con Mondadori ed Einaudi.

Cura inoltre un blog, Nine hours of separation (http://ninehoursofseparation.blogspot.com), in cui annota da San Francisco – città in cui vive – riflessioni acute e spesso ironiche su letteratura, cultura, attualità e, naturalmente, sulla traduzione in tutte le sue sfaccettature.

 

Biblioteca giapponese (da ora abbreviata BG): Silvia, innanzitutto grazie per avermi concesso questa intervista.
Molte delle opere di cui ti sei occupata appartengono alla letteratura statunitense. Nel leggere e, successivamente, nel tradurre Venivamo tutte per mare – nato in seno all’idioma inglese – hai captato delle qualità (letterarie, stilistiche, linguistiche…) o degli scarti peculiari? Si percepisce insomma, a tuo parere, quella che, genericamente, potrebbe esser chiamata impronta giapponese? (altro…)

Una sola moltitudine: “Venivamo tutte per mare” di J. Otsuka

Poteva essere un mattino denso di nebbia o un tramonto piovigginoso. Alcune, trascinando le valigie, avevano già gli occhi umidi di tristezza; altre sorridevano e salutavano a gran voce.

Erano migliaia e migliaia. Tutte donne, tutte giapponesi, tutte in procinto di partire per sposare un anonimo conterraneo che viveva in America, dall’altra parte di un oceano che certe ragazze dell’entroterra non sapevano neppure immaginarsi. A ciascuna lui – e non importa se si chiamasse Kato, Jin o Tetsuya – aveva promesso una villetta, una Ford, un piccolo giardino ben curato con la staccionata appena dipinta.

Sbarcate a terra, trovarono mariti che le assaltavano nel sonno con furia, o che le guardavano appena; trovarono catapecchie in cui dormire e ville in cui servire in silenzio, e filari e filari da coltivare su cui spaccarsi la schiena sotto il sole della California per un padrone pallido mai visto. Trovarono figli indesiderati nel ventre e malattie sconosciute che prosciugavano il loro corpo, ricordo di qualche puttana amata una notte dall’uomo che aveva giurato loro fedeltà.

Le innumerevoli storie  di queste donne – sconosciute ai più e, forse, volutamente taciute da molte – sono state raccolte assieme in un’unica, grande voce corale da Julie Otsuka, artista statunitense  d’origine nipponica, nel suo Venivamo tutte per mare, tradotto dalla bravissima Silvia Pareschi (qui potete trovare l’intervista che mi ha rilasciato), edito da poche settimane per i tipi Bollati Boringhieri (pp. 142, € 14; ora in offerta su Amazon.it cliccando qui a € 11,05). (altro…)

Il co-pilota e la bomba: “Nagasaki per scelta o per forza” di F. J. Olivi

Molto tempo fa viveva una fanciulla di rara bellezza: Otoyo. La ragazza era a servizio da Lord Bizen ed era anche la sua favorita. Un giorno, in compagnia di Otoyo, Lord Bizen camminò a lungo nel suo giardino ed estasiato dalle piacevoli fragranze emanate dai fiori decise di fermarsi in quel luogo fino al tramonto.
Sulla via del ritorno al castello i due non si accorsero di essere seguiti da un enorme gatto nero. Otoyo si ritirò nella sua stanza e andò a letto. Nel bel mezzo della notte, però, si svegliò e vide l’enorme gatto nero dietro di sé: spaventata da tale visione, urlò terrorizzata. Il gatto fece un balzo in direzione della fanciulla e affondò le sue zanne nella gola della sventurata, uccidendola. Dopo averla seppellita, l’animale assunse le sembianze di Otoyo e cominciò a tormentare il signore. Giorno dopo giorno Lord Bizen diventava sempre più pallido e debole senza che nessuna medicina avesse effetto alcuno sulla sua salute. Alla fine, Itoh Suneta, un servitore impavido e leale, scoprì il mistero di quel travestimento e il gatto fu costretto a fuggire in montagna. Inseguito dalla folla, venne ucciso.

Questa, che parrebbe una favola macabra come tante, è in realtà il testo di uno dei volantini americani sganciati sul Giappone dopo il bombardamento di Hiroshima. Tutto il contenuto va letto in chiave metaforica, come spiegano gli stessi compilatori: il messaggio, infatti, vuol rimandare in realtà a significati diversi da quelli manifesti, dal momento che “il gatto mostruoso rappresenta i capi militari che vi succhiano il sangue e costringono a un inutile sacrificio migliaia di giovani vite. Inoltre indeboliscono il vostro Paese perché ostacolano la distribuzione del cibo e delle forniture mediche necessarie. La fanciulla uccisa può essere paragonata al  governo costituzionale la cui formazione è stata impedita dalla cricca dei capi”.

Per amore dell’imperatore e della loro stessa nazione, i giapponesi – nell’opinione degli statunitensi – avrebbero dovuto ribellarsi e spodestare i militari; peccato solo che le ragioni del conflitto mondiale e dell’intervento degli USA fossero più complesse e certamente più interessate. Molti americani, però, parvero accettare senza scomporsi troppo le spiegazioni fornite di volta in volta dal governo per arruolarsi, affrontare un nemico oltreoceano e persino morire in nome della gloriosa patria.

Per comprendere meglio questa ideologia e, soprattutto, i retroscena  delle missioni atomiche, vi consiglio di leggere le testimonianze sulla seconda guerra mondiale, sotto forma di diario, raccontate da uno dei suoi protagonisti in Nagasaki per scelta o per forza (fbe edizioni, pp. 239, € 14), opera di Fred J. Olivi, copilota italo-americano a bordo del bombardiere B-29 ‘Bockscar’, noto per aver sganciato la tristemente famosa bomba atomica ‘Fat Man’ sulla città giapponese di Nagasaki, il 9 agosto 1945, tre giorni dopo quella di Hiroshima, per fiaccare una volta per tutte il Paese del Sol Levante e mettere così fine alla guerra.

Partendo dall’infanzia e dall’adolescenza vissute nel pieno della grande crisi del ’29 nei quartieri poveri di Chicago, Fred (qui nella foto a lato) ci mostra le ragioni che lo spinsero ad arruolarsi come volontario: il bisogno di racimolare un po’ di denaro, il richiamo dell’avventura, il grande desiderio di volare e, senz’altro, un sincero attaccamento alla nazione che lo aveva accolto e cresciuto. Il ragazzo, riconoscente,  abbracciò in tutto e per tutto il modello del perfetto soldato americano: adorava il severo allenatore delle scuole superiori, svolgeva senza battere ciglio tutte le esercitazioni possibili, tornava appena poteva dalla famiglia per riabbracciare l’amata madre e si compiaceva per “la soddisfazione di sganciare le ‘zucche’ [bombe] sugli obiettivi”, di qualsiasi tipo essi fossero. A proposito del 15 agosto 1945 – giorno della resa incondizionata dei giapponesi e della fine del conflitto – l’uomo scrisse infatti: “Una gioia indicibile accolse quell’annuncio! Era proprio finita! Avevamo messo in ginocchio l’Impero del Sol Levante. C’erano voluti quattro anni ma alla fine, come aveva promesso il presidente Roosvelt dopo l’attacco a Pearl Harbour, la vittoria – immancabile – avrebbe premiato gli americani. […] Ero orgoglioso, veramente orgoglioso di essere americano“.

In fondo, già nella scelta del titolo si rivela molto dell’ideologia della voce narrante: se l’edizione italiana recita Nagasaki per scelta o per forza, lasciando uno spiraglio all’inelettuabilità del destino e al possibile pentimento per quanto fatto, quella originale reca Decision at Nagasaki. The Mission That Almost Failed (ossia: Decisione a Nagasaki. La missione che quasi fallì), volta invece a sottolineare in modo sottile – almeno nella mia personale opinione – la bravura dello staff che riuscì, malgrado le avversità, a sganciare le quattromila tonnellate e mezzo di Fat Man sulla città nipponica (“[…] Poveri giapponesi… Se la sono cercata, però!”, scrisse in quell’occasione Olivi). I membri dell’équipe, ritenuti al termine del conflitto degli eroi della patria, erano ben lontani da qualsivoglia etica dei kamikaze: mentre i piloti giapponesi cercavano volontariamente la morte con la speranza di giovare alla propria nazione, i colleghi americani – come leggiamo nel libro – tremavano all’idea di poter saltare in aria a causa di un ordigno esploso al momento sbagliato.

A vedere le foto in bianco e nero di questi ragazzoni in calzoncini o con la brillantina che sono stati strumenti di una volontà superiore (non divina, piuttosto economica e politica) viene da riflettere. Sarà bastato dirsi di aver fatto il proprio dovere per mettere a tacere la coscienza? E cosa avrà pensato il sergente che volava sempre con una bambola portafortuna regalatagli da una nipotina osservando le immagini dei bambini orfani, deturpati dalle radiazioni, uccisi senza ragione?

Leggendo le memorie di Olivi, non ho potuto fare a meno di pensare a un’altra pagina nera della storia degli USA, la guerra in Vietnam. Migliaia e migliaia di uomini partirono, chi per necessità, chi per servire con fedeltà il proprio paese, forse convinti che far strage di ‘charlie’ (viet-cong) fosse in fondo facile come sterminare i ‘musi gialli’. Eppure, neanche questa lezione sembra esser servita agli ancora numerosi sostenitori  delle guerre (sacro)sante e allo stesso Fred J. Olivi, che inviò questo telegramma al presidente George Bush Senior nel 1991:

Signor Presidente,
in qualità di co-pilota del B29 “Bockscar” che sganciò la seconda bomba atomica su Nagasaki, mi complimento con Lei per la decisione presa di non chiedere le scuse ufficiali al Giappone per la missione atomica delle Seconda Guerra Mondiale.
Sono molto lusingato per il fatto che gli sforzi dei due equipaggi, coinvolti negli attacchi che posero fine alla guerra, non furono vani.

Olivi non ricevette mai una risposta, e rimase amareggiato di ciò. Chissà se, almeno allora, ebbe il sospetto di aver sbagliato qualcosa nella sua vita.

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