Categoria: saggistica

Imparare il giapponese con le canzoni: Lyrics Training

lyrics training giapponese
Un esempio da “Masayume Chasing” di BoA. Nello spazio contrassegnato dai puntini bisogna inserire la parola corretta.

Imparare le lingue attraverso la musica è un modo piacevole per affinare le proprie capacità di comprensione, ampliare il vocabolario e migliorare la memorizzazione di strutture grammaticali (anche se, non di rado, il linguaggio usato può tendere verso lo slang), senza troppa fatica.

Di recente mi sono perciò innamorata di Lyrics Training, un sito che mette gratuitamente a disposizione molte celebri canzoni in numerose lingue (giapponese, inglese, francese, italiano, turco…) per esercitarsi divertendosi.

Per ogni brano è possibile scegliere fra quattro diversi livelli di difficoltà: beginner, intermediate, advanced ed expert. All’utente viene chiesto di completare il testo della canzone durante l’ascolto, scrivendo la parola mancante o selezionando quest’ultima da un gruppo di termini (nel caso del giapponese, è purtroppo possibile soltanto usare il rōmaji), mentre un sistema di punteggi e penalità fa sì che lo svolgimento dell’attività ricordi quello di un videogioco. Infine, nel caso di alcune canzoni, è anche possibile scegliere la modalità karaoke per rilassarsi o divertirsi con gli amici.

Allora, pronti per mettervi alla prova?

“Yukyo Mishima e la donna gravitazionale – Esordi di letteratura femminile nel Giappone del ventesimo secolo” di Elena Faccenda

paul binnie Hyakunen no Hana
Paul Binnie, dalla serie “Hyakunen no Hana”

Avete mai sentito parlare delle suffragette giapponesi?

Sfogliando una raccolta di saggi sulla letteratura femminile giapponese, mi imbatto in un scritto firmato da Yukyo Mishima che aveva come tema principale il narcisismo. Il celebre scrittore Mishima quasi non merita introduzioni; è sicuramente ricordato per i suoi libri gettonati ed i suoi gesti estremi. Io, personalmente, non sono mai stata un’appassionata delle sue opere. E’ forse perché i suoi contenuti rimettono quest’immagine del Giappone un po’ idealizzata, quasi epica e romantica, che lo fa apparire come uno stato d’eccezione senza paragoni. Detto questo, non vorrei suonare critica o saccente, ma penso che anche l’atto di amare necessiti qualche regola; amare il Giappone significa considerare in egual misura i suoi pregi ed i suoi difetti. Quindi, se dal lato positivo abbiamo fiori di ciliegio, folklore irriducibile, tecnologia avanzata e via discorrendo, dal lato negativo avremo quasi certamente un distinto grado di ineguaglianze sociali, che siano esse relative ad origini etniche, status economico, classe o sesso.

A proposito di quest’ultimo fattore, sarebbe interessante dare un’occhiata al saggio che ho citato innanzi. Vorrei chiarificare che il termine “narcisismo” in questo caso non ha l’accezione negativa che la parola italiana induce a pensare, ma si riferirebbe piuttosto ad una capacità intellettiva che permette al saggio di distinguere il corpo dalla mente. Il corpo, ci insegnano i grandi filosofi dell’antichità, non è altro che il contenitore putrido dell’anima; in esso la sporcizia immonda della materialità viene accumulata. L’anima è l’intelletto, quel nobile fulgore che fa luce sulla verità e combatte l’ignoranza. Gli uomini, dice Mishima, possono isolare la mente dal corpo, e questa, volando fuori dal corpo stesso, è in grado di osservarlo e osservarsi, generando così consapevolezza. Questo fenomeno è definito “narcisismo”, ossia l’amore per la consapevolezza di se stessi. Purtroppo, Mishima non dispensa la stessa benevolenza verso le donne, e anzi si prodiga in una spiegazione quasi scientifica dei motivi per cui una donna non può beneficiare degli stessi privilegi.

La mente di una donna, infatti, non può librarsi e quindi divenire atto di consapevolezza in quanto inibita dalla pressione gravitazionale dell’utero. Ebbene sì. Per Mishima, l’utero è come una zavorra di elevato tonnellaggio che mantiene le donne incollate alla più spregevole mondanità. Lo scatenato Mishima persevera poi nella sua dissertazione fornendo ulteriori chiarificazioni allo scopo di documentare la sua teoria, ossia comparando le donne ai “rettili dei tempi antichi”, i quali possedevano cervelli sia nella parte superiore che inferiore del corpo. Così, la donna sventurata sembrerebbe possidente di non uno, ma bensì due cervelli (o aeree di controllo, per essere più specifici): uno in testa (il cervello “anatomico”) e uno nell’utero. La mente anatomica della donna, impossibilitata dal poter volar liberamente via dal corpo, è perciò inconsapevole.
Una donna inconsapevole, è una donna intellettualmente inferiore.

La traduzione inglese del saggio “Sul narcisismo” è contenuto in una collezione di scritti che documentano la presa di coscienza delle donne scrittrici in Giappone a partire dai primi decenni del ventesimo secolo, e le reazioni ad essa relative. “Woman Critiqued” – (“La donna analizzata”, questo è il titolo della raccolta) rappresenta il percorso doloroso che le scrittrici hanno dovuto, e ancora oggi devono affrontare per vincere gli stereotipi. Nel 1908, un gruppo di intellettuali aveva decretato ad un raduno che una donna potesse scrivere solo ciò che fosse inerente al proprio sesso; era cioè auspicabile che ella concentrasse i suoi ozi letterari (quando questi non ostacolavano i suoi doveri di moglie e madre) sul sentimentalismo e o su temi che riguardassero la maternità. Accusata di imitare gli uomini nella scrittura, di peccare di moderazione, di non aderire a predeterminati canoni di eleganza e contegno, la donna scrittrice avrebbe dovuto esprimersi attraverso principi di femminilità sanciti dagli uomini e cristallizzati nel tempo. Una donna che non agisce da tale, dicevano questo nutrito gruppo di eruditi, non può essere minimamente presa in considerazione, e di conseguenza “non ci disturberemo a leggere i suoi scritti”.

Hiratsuka Raichō
Hiratsuka Raichō

Per Rebecca Copeland, traduttrice e commentatrice del convivio, tale affermazione stava a significare che la scrittrice donna non veniva considerata per la natura delle sue opere e dalla qualità che da esse ne derivava, ma veniva bensì valutata per l’immagine che dava di sé. Non è un caso che, in quello stesso periodo, venissero ingaggiati giornalisti scandalistici al fine di inventare o riportare fatti di minore importanza circa la vita delle scrittrici. Yukiko Tanaka riporta ad esempio il caso della scrittrice Otake Benikichi, citata nei giornali per essere stata vista bere un cocktail popolare tra i modaioli dell’epoca. Beh, sicuramente tali azioni dovevano suscitare scalpore durante il primo decennio del ventesimo secolo, mentre al giorno d’oggi lo stesso gesto non ci solletica neanche. Ma allora, come spiegare le posizioni di Mishima nel 1966, quando scrisse quel saggio sul narcisismo? Possibile che nell’arco di cinquanta anni la causa femminile non fosse andata avanti in Giappone?
In realtà, la missione di liberazione della donna aveva fatto notevoli passi avanti in quel pugno di decenni, almeno sul fronte intellettuale. Nel 1912 Hiratsuka Raichō fondò il giornale Seitō (Bluestocking, scarpe blu), rivista ispirata ai movimenti di liberazione femminista in Occidente scritta da donne per donne (sebbene gli uomini che sostenevano la causa femminile fossero ben accetti). Seitō non solo dava la possibilità a giovani scrittrici di mettere in pratica le loro doti senza correre il rischio di essere ostacolate nel percorso, ma forniva anche il mezzo per il tramite del quale l’informazione sulla condizione femminile potesse circolare liberamente. L’obiettivo della redazione era denunciare gli abusi del sistema patriarcale e propagandare l’unione delle donne per il riconoscimento di diritti inderogabili. Seitō iniziò presto a dar voce a coloro che si schieravano a favore dell’istruzione femminile, del matrimonio per amore, dell’indipendenza economica della donna e della libera scelta tra carriera e famiglia. Benché apparentemente non venisse dato credito a quelle opinioni – che erano comunque limitate a quella minoranza di donne istruite – le istituzioni cominciarono a temere questo nuovo movimento che andava via via acquisendo forza maggiore, al punto che il giornale fu accusato di corrompere l’animo di donne virtuose. Ciononostante, lo scoppio dei conflitti mondiali portò automaticamente ad un maggiore impiego della forza lavoro femminile in Giappone, essendosi presentata la necessità di sopperire alla mancanza di braccia maschili. Inoltre, grazie alle riforme costituzionali ed al riconoscimento di alcuni diritti quali il libero accesso all’istruzione, alla fine degli anni ‘50 la partecipazione delle donne nell’arene letterarie cominciò ad assumere una consistenza considerevole.

Il critico Hasegawa Izumi risponde alle critiche di Mishima asserendo che tale categoria di scrittori si scagliano contro le donne a causa dell’invidia che essi nutrono per non poter descrivere ciò che per la donna è innato e naturale. L’attacco contro le intellettuali donne allora fungerebbe da maschera per nascondere uno scomodo, inconscio senso di inferiorità. Sebbene questa teoria sia interessante, credo che le cause di questi atteggiamenti non debbano essere trovate dei manuali di letteratura; ma piuttosto in cause storiche ed antropologiche. Si dice che la Restaurazione Meiji abbia decretato la declassazione della donna da persona ad oggetto utile all’uomo lavoratore. Il termine ryōsai kembo (ottima moglie, saggia madre) cominciò ad entrare in uso, e valse a rimuovere le donne da ogni tipo di responsabilità e gradualmente confinarle dentro casa. Il motivo dietro tale presa di posizione è riconducibile al senso di inferiorità e al timore di essere giudicati effemminati dalle forze occidentali che avevano minacciato di attaccarli. L’istituzione di un più rigido patriarcato venne vista come la soluzione più logica e pratica. Questo senso di inadeguatezza ha portato il Giappone a fare del patriarcato un leitmotiv senza apparente via di fuga, o comunque, di lentissima risoluzione.

Certamente, al giorno d’oggi le donne hanno poteri e possibilità di gran lunga superiori a quelli delle povere malcapitate del primo ventesimo secolo. Negli anni ottanta, due scrittrici sono anche riuscite ad accaparrarsi il premio Akutagawa. Eppure, ancora non c’è donna che prenda un salario pari a quello di un uomo, e nessuna donna ancora può aspirare ad alte posizioni manageriali; la violenza domestica è stata solo da poco riconosciuta come reato punibile dallo stato. Allora mi dico, perché ci lasciamo affascinare da gesti come quello di Mishima (un harakiri da standing ovation), che in se stesso incarna l’esteta attaccato al passato e nemico di un progresso sano, invece di sostenere la causa delle donne scrittrici di ieri e di oggi, che si schierano per la giusta causa dell’uguaglianza sociale e lavorano per generare consapevolezza? Perché spesso, purtroppo, i paesi occidentali preferiscono perpetuare l’idea di un Giappone esotico e bizzarro, regno dell’imperscrutabile, per sempre lontano da ogni metro di giudizio universale. Questo fenomeno, chiamato orientalismo, innalza l’uomo occidentale a livello di giudice supremo sui popoli asiatici. Questo fenomeno non viene studiato in Italia.

Elena Faccenda

Bibliografia

Copeland, R.L. (2006) Woman critiqued – translated essays on Japanese women’s writing: University of Hawai’I Press

Hasegawa, I. (1976) quoted in Copeland, R.L. (2006) Woman critiqued – translated essays on Japanese women’s writing: University of Hawai’I Press

Mishima, Y. (1966) On narcissism, quoted in Copeland, R.L. (2006) Woman critiqued – translated essays on Japanese women’s writing: University of Hawai’I Press

Tanaka, Y. (2000) Women Writers of Meiji and Taishō Japan: Their Lives, Works and Critical Reception, 1868-1926, North Carolina: Mc Farlan & Company, Inc., Publishers

Vernon, V.V. (1988) Daughters of the moon, Berkeley: University of California Press

* * *

Immagini tratte da qui e qui.

5 libri gratis sull’arte giapponese (in inglese) scaricabili legalmente

utamaro stampa
Da “Utamaro: Songs of the garden”

Utamaro e Hokusai sono solo due degli artisti giapponesi di cui è possibile conoscere di più grazie ai bei volumi che il Metropolitan Museum of Art di New York (MET) ha messo gratuitamente a disposizione online; oltre a questi ve sono centinaia dedicati a ogni tipo di arte (in lingua inglese) – dalla saggistica sino ai catologhi di mostre -, scaricabili gratuitamente dal sito www.metmuseum.org.

Ecco quelli dedicati all’arte giapponese che ho selezionato per voi:

Buone letture!

“Storia del go” di Marco Milone

Kubo Shunman go ukiyo-e
Kubo Shunman, Equipaggiamento per il gioco del go, XIX sec.

“Nel go o nello shōgi, non ci si deve sforzare di comprendere la personalità dell’avversario. Scrutare l’animo di chi ti sta di fronte, secondo lo spirito del go, è la via sbagliata” disse una volta il maestro a proposito di certe tesi dilettantistiche. Doveva essere piuttosto seccato da simili superficiali teorie.
“Gente come me, invece, si perde completamente nel gioco, in un’immersione totale”.

Così scrive Kawabata nel suo Il maestro di go (trad. di Cristiana Ceci, ed. SE), evidenziando involontariamente una delle figure orientali per noi più tipiche, quella del giocatore di go saggio, paziente e imperturbabile.

Questa attività, d’altronde, è ben più di un semplice passatempo nato secoli e secoli orsono, come ben ci spiega Marco Milone – scrittore, attore, studioso, nonché curatore di diversi siti dedicati al Giappone (Ukiyo-e, Shintoismo e Emakimono) -, che fornisce una dettagliata ricostruzione della nascita e dello sviluppo del gioco nella sua Storia del go (acquistabile in formato ebook da questa piattaforma e in versione cartacea su Amazon). (altro…)

Un kamikaze a Nagoya: un ricordo di Fosco Maraini

aereo kamikaze seconda guerra mon
Primo piano di un aereo kamikaze (credits: Earl Colgrove, Lt. Commander, USNR.)

Un’ultima incursione seria ebbe luogo ai primissimi d’aprile, in pieno giorno.*

Nagoya, come città, era ormai distrutta, ma qualcosa doveva pur rimanere in piedi, se valeva la pena di venire fin là. Questa volta gli apparecchi volavano bassi e tranquilli, come si fosse trattato d’una gita turistica oppure d’un lavoro di rifinitura pedante e minuzioso. Era ovvio che gli apparecchi prendevano con gran cura la loro mira.

Fu allora che i detenuti, tra i quali Clé [alter ego di Fosco Maraini], videro apparire in cielo certi puntolini neri che, accanto alla mole dei B29 americani, sembravano dei moscerini intorno a dei falchi. Fu subito chiaro che si trattava di kamikaze, di piloti suicidi sui loro apparecchi di morte, adatti a partire dal suolo ma senza mezzi per atterrare. Proprio sopra al Tempaku, forse a un migliaio di metri d’altezza, uno dei moscerini puntò diritto verso il suo B29: le distanze s’accorciarono, s’annullarono, ecco il terribile scontro!

Una gran fiamma rossa scoppiò allora in cielo e il gigante, dal quale si era subito staccata un’ala, cominciò a precipitare a foglia morta, bruciando ed esplodendo verso terra. Mentre bombe, corpi, frammenti d’apparecchi calavano con quella che sembrava una solenne e tragica lentezza, da tutta la città si levò un grido di straordinaria potenza, lanciato da migliaia di petti: “Banzai!” urlavano tutti. “Banzai!”.

A quel fatale punto degli eventi, un vano, inutile: “Evviva!” per un tragico giovane eroe.

Fosco Maraini, Case, amori, universi, Mondadori, 1999, pp. 602-603

* I fatti descritti si riferiscono all’aprile 1945 (nota mia)

Immagine tratta da Wisconsin Central.

Frasario inglese-giapponese della seconda guerra mondiale

soldato americano occupazione giapponese tokyo 1946
Un soldato americano abbraccia una donna giapponese, mentre contemplano il parco Hibiya, a Tokyo (21 gennaio 1946. Copyright: AP Photo/Charles Gorry)

Eccolo, finalmente, sotto spessi strati di immacolata carta velina. Ha pieghe, macchie, orecchie. La quarta di copertina è andata persa chissà come. Le pagine – tenute saldamente assieme da due grosse graffette arrugginite – sono ingiallite, impregnate di un sottile ma persistente odore di muffa. Eppure, al momento di sfogliarlo, mi tremano le mani. Della grandezza di un palmo per poter abitare tasche e sacche, ha probabilmente già toccato tre continenti – America, Asia e Australia, da dove mi è stato spedito – prima di arrivare sulla mia scrivania, consunto e quasi spossato dagli anni, dalle memorie, dal viaggio.

frasario inglese-giapponese seconda guerra mondiale 1È, infatti, una delle copie del frasario giapponese in dotazione alle truppe americane nella seconda guerra mondiale, come ricordano la data (February 28, 1944) e i perentori avvertimenti (“for military personnel only”; “[it] is not to be republished in whole or in part without the consent of the War Department”, ecc.). (altro…)

Intervista a Daniela, blogger di Tradurre il Giappone

Malgrado il mio interesse per la cultura giapponese, sono relativamente pochi i blog e i siti a riguardo che seguo con costanza; Tradurre il Giappone è fra questi oramai da molto tempo.

Di questo spazio online, più di ogni cosa, apprezzo l’originalità e il taglio piacevole ma mai semplicistico che Daniela – traduttrice dal giapponese e dall’inglese, nonché impiegata presso l’Istituto giapponese di cultura a Roma –  sa conferire ai suoi articoli.

Proprio alla traduzione e alla lingua giapponese è dedicata la sua intervista di oggi, che sono felice di poter condividere con voi. (altro…)

“Il linguaggio muto della natura. Percorsi d’arte nella cultura giapponese”

libro il linguaggio muto della natura - percorsi d'arte nella cultura giapponeseAffrontare lo studio di una cultura differente dalla propria non è mai impresa facile; figurarsi cercare di svelarne fondamenta, significati, sfumature. Il linguaggio muto della natura. Percorsi d’arte nella cultura giapponese (a cura di Lorenzo Casadei, CasadeiLibri, 2014, pp. 78, € 16, in offerta a 13,60) – frutto dell’omonima rassegna tenutasi presso l’Orto botanico di Roma nell’aprile 2014 – riesce, invece, perfettamente nell’intento espresso dal sottotitolo, tracciando sentieri sicuri. I densi testi, intervallati da numerosissime fotografie, sono infatti in grado di farci percepire tutto il silenzioso – seppur eloquentissimo – fascino dei rapporti creatisi fra Giappone e natura nel corso dei secoli. (altro…)

10 libri per 5 buoni propositi per l’anno nuovo

murakami corsa arte di correre
Sì, Murakami prende decisamente sul serio la corsa.

Anno nuovo, vita nuova e, di conseguenza, tanti buoni nuovi propositi. Essere ben motivati a perseguire i propri obiettivi è fondamentale: perché allora non farsi aiutare da dieci libri a tema Giappone? Tutti pronti? Via!

1. “Parola d’ordine: sport!”: il tuo preparatore atletico d’eccezione sarà addirittura Murakami Haruki che, nel suo L’arte di correre (trad di A. Pastore, Einaudi, 2013, pp. 146, € 9,35), condivide coi lettori una delle sue maggiori passioni – quella per la corsa, appunto -, trasformata in filosofia di vita. (altro…)

“Il magico potere del riordino” di Marie Kondo

marie kondo magico potere del riordinoNome: Marie Kondo. Caratteristiche: pazienza e tenacità. Professione: organizzatrice di spazi. Missione: aiutare le persone a vivere un’esistenza meno disordinata e più serena.

Ha un profilo senz’altro curioso, questa giovane che ha saputo trasformare in lavoro una sua passione nata già nell’infanzia: quella per il riordino.  Nel suo best seller Il magico potere del riordino (che in Giappone ha venduto più di un milione di copie), recentemente tradotto anche in italiano (trad. di F. Di Berardino, Vallardi, pp. 247, € 13,90, ora in offerta a 10,43), la donna illustra le principali tecniche insegnate ai suoi clienti per gestire gli ambienti in maniera razionale, utilizzando una metodologia di sua invenzione sviluppata per decenni e testata su larga scala. (altro…)

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