Se siete amanti di Banana Yoshimoto e delle nuove tecnologie, non potrete non fare un penserino sul racconto La luce che c’è dentro le persone (tratto da Ricordi di un vicolo cieco), disponibile online a soli 0.99 centesimi in formato EPub (qui, sul sito de La Feltrinelli) oppure in quello per il lettore Kindle di Amazon (lo trovate a questo link).
Naturalmente, oltre che negli e-book reader, il file è leggibile anche sul normale schermo dei computer; in questo caso, vi suggerisco di acquistare l’EPub, perché questo forma crea generalmente meno problemi di compatibilità.
Dove dormono il piccolo lottatore di sumo e l’apprendista geisha
Kaya, Ryuta, Kana, Risa: i loro nomi sono uguali a quelli di altre migliaia di bambini giapponesi, ma le loro camere da letto no.
Ognuna racconta qualcosa di loro: la passione per i manga, l’amore per un cantante o persino una scelta radicale.
I luoghi in cui sognano i poveri, invece, si assomigliano tutti: un angolo spoglio con qualche coperta ammassata, sperduto in un tugurio delle bidonville o in una capanna di lamiere. Copertoni vecchi, un materasso sfondato da convidere con un nugolo di parenti, una stuoia di paglia: ogni oggetto può rivelarsi un giaciglio, come ci mostra James Mollison nel suo volume fotografico Dove dormono i bambini (ed. contrasto DUE, pp. 120, € 35; ora in offerta su Amazon.it a 29,75 cliccando qui; per un’anticipazione, si può dare un’occhiata a questo link), nato strettamente in relazione a un progetto per i diritti dell’infanzia.
Nel corso dei suoi viaggi intorno al mondo, l’autore ha ritratto numerosissimi bambini e adolescenti, immortalando anche gli spazi dove trascorrono la notte o le poche ore di riposo tra un lavoro e l’altro; di ciascuno di loro è riportata una breve scheda, con i dati anagrafici, gli interessi, le ambizioni e le difficoltà del vivere quotidiano: se il rampollino Jaime passa i rari momenti liberi a controllare lo stato delle sue finanze, a quattordici anni la brasiliana Erien deve fare i conti con la terza gravidanza e una vita di stenti.
Il destino è stato più generoso con i quattro ragazzi del Sol Levante presentati nel volume, che conducono esistenze diversissime tra loro, come raccontano anche le loro camerette. La sedicenne Kana vive a Tokyo circondata dai peluche dell’infanzia e segue le ultime tendenze in fatto di moda, anche a costo di lavorare nel weekend per acquistare parrucche e abiti; sotto il suo stesso cielo troviamo Ryuta, mini (si fa per dire) campione di sumo, che tra fumetti e videogiochi sogna di diventare un giorno conduttore televisivo e mettere su famiglia. E se la piccola Kaya gioca a fare la bambola nel suo paradiso privato fatto di balocchi, nastri e vestitini (qui a lato), a quindici anni Risa ha deciso di diventare una geisha e risiede perciò in una casa da tè a Kyoto, in una stanza tanto elegante quanto spartana.
Dopo le immagini di Syra – che probabilmente sarà scacciata dal villaggio perché creduta vittima di un maleficio – o di un bambino senza nome dai grandi occhi azzurri che al calar del buio si nasconde tra le erbe della periferia romana, una volta letta anche l’ultima pagina del libro, non si ha il coraggio di alzare la testa e guardarsi attorno. Un nodo stringe la gola e le guance bruciano.
Per le immagini: copyright di J. Mollison.
Per scoprire e creare giardini giapponesi
Armonico, silenzioso, il giardino giapponese è considerato senz’altro uno dei simboli indiscussi della cultura giapponese. Molti ne apprezzano l’affascinante
semplicità, ma pochi tentano di emularlo, probabilmente scoraggiati dalla difficoltà dell’impresa. Per accostarsi a quest’arte raffinata e complessa vi consiglio un volume, Come creare raffinati giardini giapponesi (editore Il castello, pp. 80, € 9,90; ora in offerta su Amazon.it a 8,42 € cliccando qui) di Gian Luigi Enny. Questa la presentazione dell’editore:
Il giardino giapponese non è solo un luogo di riposo e di svago, ma è un ambiente quasi magico che consente all’essere umano di raggiungere con la meditazione il contatto con le divinità e di pervenire alla purificazione e alla pace interiore.
Questi giardini presentano caratteri del tutto eccezionali rispetto alla tipologia del giardino occidentale. Esso nasce agli inizi del V secolo d.C., importato dalla Cina e codificato in Giappone, si caratterizza per avere un’impronta di tipo paesaggistico, composto principalmente da piante, pietre e acqua, l’autore v’invita a scoprire come realizzare un giardino in stile nipponico, come svilupparlo al meglio e come mantenerlo con inclusi gli aspetti storico-filosofici. In questo manuale potrete trovare nozioni e consigli indispensabili in forma chiara ed essenziale sulle procedure per realizzare e mantenere senza difficoltà il vostro giardino in stile giapponese.
Un antico proverbio orientale dice:“Se vuoi essere felice un giorno, bevi del vino! Se vuoi essere felice un anno, sposati! Se vuoi essere felice tutta la vita, allora cura il tuo giardino con amore e con passione”.
Un altro piccolo regalo: il calendario del blog
Il 2011, senza dubbio, è stato l’anno più ricco nella vita di Biblioteca giapponese: gruppi di lettura, incontri, interviste e, soprattutto, circa centodiciannove post (in media, uno ogni tre giorni). Per ringraziarvi tutti, ho realizzato un calendario che unisce insieme citazioni tratte dalla letteratura giapponese di tutti i tempi con immagini realizzate da disegnatori giapponesi contemporanei, spesso poco noti in Italia (la mia fonte di ispirazione è stata Cuaderno de retazos): è possibile scaricarlo da qui in formato pdf, e poi stamparlo con tutto comodo anche a casa.
Tanti auguri e grazie ancora per la fiducia con cui mi seguite. 🙂
Qui a sinistra: il mese di novembre, con una citazione dal Man’yōshū.
Un piccolo regalo: “Clueless in Tokyo” di Betty Reynolds
A tutti coloro che ogni giorno sognano con me di essere dall’altra parte del mondo, o che lì vivono e condividono con me una briciola del loro mondo, dono questo piccolo libro, Clueless in Tokyo di Betty Reynolds, taccuino di disegni e note per addentrarsi nella cultura giapponese con ironia e leggerezza.
Potete scaricare il libro (in inglese) da qui, in diversi formati, adatti anche si dispositivi e-book reader (come, per esempio, il .mobi per il Kindle dell’Amazon).
Il co-pilota e la bomba: “Nagasaki per scelta o per forza” di F. J. Olivi
Molto tempo fa viveva una fanciulla di rara bellezza: Otoyo. La ragazza era a servizio da Lord Bizen ed era anche la sua favorita. Un giorno, in compagnia di Otoyo, Lord Bizen camminò a lungo nel suo giardino ed estasiato dalle piacevoli fragranze emanate dai fiori decise di fermarsi in quel luogo fino al tramonto.
Sulla via del ritorno al castello i due non si accorsero di essere seguiti da un enorme gatto nero. Otoyo si ritirò nella sua stanza e andò a letto. Nel bel mezzo della notte, però, si svegliò e vide l’enorme gatto nero dietro di sé: spaventata da tale visione, urlò terrorizzata. Il gatto fece un balzo in direzione della fanciulla e affondò le sue zanne nella gola della sventurata, uccidendola. Dopo averla seppellita, l’animale assunse le sembianze di Otoyo e cominciò a tormentare il signore. Giorno dopo giorno Lord Bizen diventava sempre più pallido e debole senza che nessuna medicina avesse effetto alcuno sulla sua salute. Alla fine, Itoh Suneta, un servitore impavido e leale, scoprì il mistero di quel travestimento e il gatto fu costretto a fuggire in montagna. Inseguito dalla folla, venne ucciso.
Questa, che parrebbe una favola macabra come tante, è in realtà il testo di uno dei volantini americani sganciati sul Giappone dopo il bombardamento di Hiroshima. Tutto il contenuto va letto in chiave metaforica, come spiegano gli stessi compilatori: il messaggio, infatti, vuol rimandare in realtà a significati diversi da quelli manifesti, dal momento che “il gatto mostruoso rappresenta i capi militari che vi succhiano il sangue e costringono a un inutile sacrificio migliaia di giovani vite. Inoltre indeboliscono il vostro Paese perché ostacolano la distribuzione del cibo e delle forniture mediche necessarie. La fanciulla uccisa può essere paragonata al governo costituzionale la cui formazione è stata impedita dalla cricca dei capi”.
Per amore dell’imperatore e della loro stessa nazione, i giapponesi – nell’opinione degli statunitensi – avrebbero dovuto ribellarsi e spodestare i militari; peccato solo che le ragioni del conflitto mondiale e dell’intervento degli USA fossero più complesse e certamente più interessate. Molti americani, però, parvero accettare senza scomporsi troppo le spiegazioni fornite di volta in volta dal governo per arruolarsi, affrontare un nemico oltreoceano e persino morire in nome della gloriosa patria.
Per comprendere meglio questa ideologia e, soprattutto, i retroscena delle missioni atomiche, vi consiglio di leggere le testimonianze sulla seconda guerra mondiale, sotto forma di diario, raccontate da uno dei suoi protagonisti in Nagasaki per scelta o per forza (fbe edizioni, pp. 239, € 14), opera di Fred J. Olivi, copilota italo-americano a bordo del bombardiere B-29 ‘Bockscar’, noto per aver sganciato la tristemente famosa bomba atomica ‘Fat Man’ sulla città giapponese di Nagasaki, il 9 agosto 1945, tre giorni dopo quella di Hiroshima, per fiaccare una volta per tutte il Paese del Sol Levante e mettere così fine alla guerra.
Partendo dall’infanzia e dall’adolescenza vissute nel pieno della grande crisi del ’29 nei quartieri poveri di Chicago, Fred (qui nella foto a lato) ci mostra le ragioni che lo spinsero ad arruolarsi come volontario: il bisogno di racimolare un po’ di denaro, il richiamo dell’avventura, il grande desiderio di volare e, senz’altro, un sincero attaccamento alla nazione che lo aveva accolto e cresciuto. Il ragazzo, riconoscente, abbracciò in tutto e per tutto il modello del perfetto soldato americano: adorava il severo allenatore delle scuole superiori, svolgeva senza battere ciglio tutte le esercitazioni possibili, tornava appena poteva dalla famiglia per riabbracciare l’amata madre e si compiaceva per “la soddisfazione di sganciare le ‘zucche’ [bombe] sugli obiettivi”, di qualsiasi tipo essi fossero. A proposito del 15 agosto 1945 – giorno della resa incondizionata dei giapponesi e della fine del
conflitto – l’uomo scrisse infatti: “Una gioia indicibile accolse quell’annuncio! Era proprio finita! Avevamo messo in ginocchio l’Impero del Sol Levante. C’erano voluti quattro anni ma alla fine, come aveva promesso il presidente Roosvelt dopo l’attacco a Pearl Harbour, la vittoria – immancabile – avrebbe premiato gli americani. […] Ero orgoglioso, veramente orgoglioso di essere americano“.
In fondo, già nella scelta del titolo si rivela molto dell’ideologia della voce narrante: se l’edizione italiana recita Nagasaki per scelta o per forza, lasciando uno spiraglio all’inelettuabilità del destino e al possibile pentimento per quanto fatto, quella originale reca Decision at Nagasaki. The Mission That Almost Failed (ossia: Decisione a Nagasaki. La missione che quasi fallì), volta invece a sottolineare in modo sottile – almeno nella mia personale opinione – la bravura dello staff che riuscì, malgrado le avversità, a sganciare le quattromila tonnellate e mezzo di Fat Man sulla città nipponica (“[…] Poveri giapponesi… Se la sono cercata, però!”, scrisse in quell’occasione Olivi). I membri dell’équipe, ritenuti al termine del conflitto degli eroi della patria, erano ben lontani da qualsivoglia etica dei kamikaze: mentre i piloti giapponesi cercavano volontariamente la morte con la speranza di giovare alla propria nazione, i colleghi americani – come leggiamo nel libro – tremavano all’idea di poter saltare in aria a causa di un ordigno esploso al momento sbagliato.
A vedere le foto in bianco e nero di questi ragazzoni in calzoncini o con la brillantina che sono stati strumenti di una volontà superiore (non divina, piuttosto economica e politica) viene da riflettere. Sarà bastato dirsi di aver fatto il proprio dovere per mettere a tacere la coscienza? E cosa avrà pensato il sergente che volava sempre con una bambola portafortuna regalatagli da una nipotina osservando le immagini dei bambini orfani, deturpati dalle radiazioni, uccisi senza ragione?
Leggendo le memorie di Olivi, non ho potuto fare a meno di pensare a un’altra pagina nera della storia degli USA, la guerra in Vietnam. Migliaia e migliaia di uomini partirono, chi per necessità, chi per servire con fedeltà il proprio paese, forse convinti che far strage di ‘charlie’ (viet-cong) fosse in fondo facile come sterminare i ‘musi gialli’. Eppure, neanche questa lezione sembra esser servita agli ancora numerosi sostenitori delle guerre (sacro)sante e allo stesso Fred J. Olivi, che inviò questo telegramma al presidente George Bush Senior nel 1991:
Signor Presidente,
in qualità di co-pilota del B29 “Bockscar” che sganciò la seconda bomba atomica su Nagasaki, mi complimento con Lei per la decisione presa di non chiedere le scuse ufficiali al Giappone per la missione atomica delle Seconda Guerra Mondiale. Sono molto lusingato per il fatto che gli sforzi dei due equipaggi, coinvolti negli attacchi che posero fine alla guerra, non furono vani.
Olivi non ricevette mai una risposta, e rimase amareggiato di ciò. Chissà se, almeno allora, ebbe il sospetto di aver sbagliato qualcosa nella sua vita.
Un’anticipazione di “Venivamo tutte per mare”
Sulla nave eravamo quasi tutte vergini. Avevamo i capelli lunghi e neri e i piedi piatti e larghi, e non eravamo molto alte. Alcune di noi erano cresciute solo a pappa di riso e avevano le gambe un po’ storte, e alcune di noi avevano appena quattordici anni ed erano ancora bambine. Alcune di noi venivano dalla città e portavano abiti cittadini all’ultima moda, ma molte di più venivano dalla campagna, e sulla nave portavano gli stessi vecchi kimono che avevano portato per anni – indumenti sbiaditi smessi dalle nostre sorelle, rammendati e tinti più volte. Alcune di noi venivano dalle montagne e non avevano mai visto il mare, tranne che in fotografia, e alcune di noi erano figlie di pescatori che conoscevano il mare da sempre. Forse il mare ci aveva portato via un fratello, un padre o un fidanzato, o forse un triste mattino una persona cara si era buttata in acqua e si era allontanata a nuoto, e adesso anche per noi era arrivato il momento di voltare pagina.
Sono queste le prime parole di una storia dimenticata e a tratti crudele; una storia che non ha per protagoniste eroine o ammaliatrici, ma migliaia di donne giapponesi che – non di rado contro la loro volontà – furono costrette a lasciare tutto ciò che avevano di più caro per raggiungere gli Stati Uniti e qui sposare un connazionale, che altri non era se non un perfetto sconosciuto. Le vite struggenti di questa moltitudine silenziosa sono raccontate nel romanzo Venivamo tutte per mare di Julie Otsuka, in uscita il 12 gennaio 2012 per Bollati Boringhieri, con traduzione di Silvia Pareschi (che ringrazio per la disponibilità e gli aggiornamenti costanti). Per leggere le prime pagine, basta cliccare qui; e questo, invece, è il booktrailer del volume:
Il rumore dolce del tempo: “Musica e danza del principe Genji”
[…] La maestosa Amenouzume appese fresche fronde del profumato monte del cielo alla corda che le rimboccava le maniche, si acconciò la capigliatura con una bella ghirlanda, e adornò le braccia con erbe e foglioline dei bambusa del profumato monte. Sistemò poi presso la porta della rocciosa stanza del cielo [ossia la caverna in cui si era rinchiusa la dea Amaterasu, irata contro il fratello Susanowo] un recipiente capovolto, vi batté sopra i piedi con un baccano così assordante da restarne spiritata, fece penzolare fuori le mammelle e abbassò la cintola del vestito fino a mostrare il sesso. Le pianure del sommo cielo sobbalzarono e uno scoppio di risa di levò da tutte le otto centinaia di miriardi di esseri.
Amaterasu grande sovrana e sacra, incuriosita, aprì uno spiraglio nella porta della rocciosa stanza. […]
(tratto da Kojiki. Un racconto di antichi eventi, a cura di Paolo Villani)
E’ questo senz’altro uno dei passi più celebri del Kojiki, capolavoro della letteratura e della mitologia giapponese, che immortala con pochi e intensi tratti una curiosa ma efficace forma di danza. Su questa e su molte altre manifestazioni estetiche si sofferma il bel saggio Musica e danza del principe Genji. Le arti dello spettacolo nell’antico Giappone dell’etnomusicologo Daniele Sestili (ed. LIM – Libreria Musicale Italiana, pp. 190, € 19), che offre una ricca panoramica sulla raffinatissima epoca Heian (794-1185), con un’ampia pluralità di prospettive, proponendosi al contempo come un testo godibile da un largo pubblico per chiarezza e fluidità. Lo studioso non soltanto analizza i repertori (musicali, coreutici, corali…) tipici del tempo – insieme alle circostanze, ai ruoli e ai significati in cui essi si dispiegavano -, ma riesce soprattutto a ridestare il fascino imperituro di tutta un’epoca. L’autore ha inoltre corredato l’opera di cinque utili appendici, che aiutano il lettore a destreggiarsi meglio con gli argomenti trattati; all’interno di esse trova posto il saggio Il Genji monogatari visto attraverso la musica di Yamada Yoshio, che evidenzia in quali maniere, adoperando lo studio degli strumenti e delle tecniche musicali, sia possibile datare con maggior precisione il periodo storico in cui il romanzo è ambientato.
Grazie alla stabilità politica e alla maturità raggiunta dalla cultura nipponica (fecondata anche da apporti cinesi, coreani, indiani), la ristrettissima aristocrazia del periodo Heian poté dare vita a un insieme di pratiche improntate alla <<legge del gusto>>, volte da un verso a intessere e consolidare relazioni interpersonali (con ovvi risvolti politici), dall’altro a esaltare il carattere sublime ed élitario della classe nobiliare.
All’interno di questo scenario si collocava naturalmente anche la musica, che non svolse la funzione di mero sottofondo armonico, ma costituì una delle massime espressioni
artistiche dell’epoca, nonché un’attività molto ricorrente nella quotidianeità dei blasonati, che individuarono in essa un fondamentale tramite per portare alla luce il mono no aware, il “sentimento delle cose” che svela la caducità di tutto ciò che ci circonda con delicato pathos.
Melodie e danze heian – coppia spesso inscindibile – si incarnavano principalmente in due tipologie, non esenti da contaminazioni reciproche o di provenienza popolare: la gagaku, legata ai riti e alle solennità della corte, e la miasobi, l'”augusto svago” amato e coltivato con assiduità da uomini e donne titolati.
Daniele Sestili, nel trattare ciò, non si limita a prendere in considerazione soltanto elementi di teoria o storia della musica, ma realizza un vero e proprio affresco del periodo storico, comprendente forme artistiche anche molto diverse tra loro (calligrafia, poesia, danza, canto, architettura, moda…), accomunate però dall’ideale heian – influenzato dal pensiero taoista (di origine cinese) e dal sostrato autoctono shintō – che voleva tutte le attività umane “[…] specchio fedele dell’armonia presente nel cosmo”. Ciò non implicava un’imitazione pedissequa della natura, anzi. L’optimum era infatti rappresentato proprio da quel che era in grado di inserirsi con spontaneità e grazia nel paesaggio circostante:
[Genji a Tamakatsura]: Sai quello che mi piace? Suonare uno strumento come il tuo in una fresca sera d’autunno, quando la luna è alta, stando seduto proprio accanto alla finestra. Allora si suona in concerto con le cicale, inserendo il frinire nell’accompagnamento. Ne risulta una musica che è intima, ma al tempo stesso tutta moderna.
(tratto dal Genji monogatari di Murasaki Shikibu)
‘Moderno’ (imamekashi) fu una delle parole d’ordine dei secoli heian ma, paradossalmente, non entrò mai in conflitto con il carattere rituale e sacrale che molta musica nipponica custodisce tuttora in sé, retaggio di una fase – ormai persa nella notte dei tempi – in cui si adoperava la cetra per consultare gli dèi, o si eseguivano danze per propiziare il raccolto: per questa ragione, numerose manifestazioni connesse all’ambito melodico presentavano strutture, forme e linguaggi (figurativi, espressivi, cinetici…) altamente codificati. La foggia e i colori di un abito, la scelta dei materiali (legni pregiati, carta, seta…) e degli accessori (spade, maschere, rami e fiori…), il timbro d’uno strumento o un’inclinazione particolare della voce: nulla era lasciato al caso, perché – ben prima di essere un mero intrattentimento, come già accennato sopra – la musica rivestiva molteplici altre funzioni.
In primis, dal momento che ciascuna classe era dotata di generi, strumenti e tecniche peculiari, essa fungeva da mezzo di identificazione comunitario e, nel caso dei nobili, di celebrazione del proprio elevato status, poiché rispecchiava la sopraffine estetica degli yokihito (le “persone di qualità”); come se non bastasse, le manifestazioni musicali venivano utilizzate per intessere e rafforzare relazioni (è questo il caso, per esempio, del corteggiamento), adempiere obblighi religiosi e sociali, rinconciliarsi con la natura, entrare in contatto con i numi e tentare di riprodurre sulla misera terra le bellezze del paradiso, al punto tale che persino gli animi più duri erano costretti a piegarsi all’incanto:
Seguì un gran concerto, nel quale fu eseguito con mirabile effetto il brano <<Ci fu mai giorno come questo?>>. Perfino i mozzi e i facchini […] stavolta tesero l’orecchio e di lì a poco ascoltavano a bocca aperta, stupefatti e rapiti. Perché era impossibile che gli strani acuti tremoli del Modo di primavera [=sōjō], che l’insolita bellezza della notte rendeva ancor più intensi, non commovessero persino le più insensibili creature umane.
(tratto dal Genji monogatari di Murasaki Shikibu)
“Né di Eva né di Adamo” di Amélie Nothomb: un amore in Giappone

Se abbia visto prima la luce l’uovo o la gallina, è questione che i filosofi, dai tempi di Aristotele, non sono ancora riusciti a sciogliere. Per quanto riguarda la nascita dell’amore tra la cosmopolita Amélie e Rinri, la soluzione si annida senz’altro fra le uova, anzi, per esser più precisi tra le “‘œufs” che lei, in veste di improvvisata insegnante di francese, tenta in ogni modo di far pronunciare correttamente al giovane studente giapponese.
E così, a colpi di simil-fonduta svizzera, okonomiyaki ed espressioni improbabili, tra i due si stabilisce una relazione tenera eppure contraddittoria, raccontata con ironia e sincerità nel breve romanzo Né di Eva né di Adamo di Amélie Nothomb (traduzione di M. Capuani; Voland, pp. 169, € 8, in offerta a 6,80), ambientato in una Tokyo opulenta e a tratti conformista, sul finire degli anni Ottanta. (altro…)
Proposte da “Più libri, più liberi” (ed. 2011)
Ed ecco, come promesso, una brevissima carrellata delle opere che oggi alla fiera Più libri più liberi hanno colpito la mia attenzione, non necessariamente nel bene o nel male. Non ho purtroppo avuto il tempo di esaminare molte di loro con attenzione, dunque mi limiterò nella maggior parte dei casi a presentarle con le parole dell’editore. Nei prossimi giorni aggiungerò nuovi titoli.
*Narrativa*
- Madam Butterfly [sic] di John Luther Long, a cura di Riccardo Reim (Avagliano, 2009, pp. 96, € 10; ora in offerta su Amazon.it cliccando qui a € 8,50). “Madam Butterfly di John Luther Long è il racconto al quale Giacomo Puccini si ispirò (dopo aver assistito a Londra, nel luglio 1900, alla tragedia che David Belasco ne aveva tratto a sua volta) per il soggetto della sua sesta opera – Madama Butterfly, per l’appunto – che ancora oggi viene trionfalmente replicata ogni anno in tutti i teatri del mondo. Praticamente sconosciuta in Italia, questa “novella giapponese” rappresenta una vera e propria ghiottoneria non soltanto per gli appassionati del genere, ma per tutti coloro (e sono milioni) che abbiano ascoltato almeno una volta Un bel dì vedremo o il celebre coro a bocca chiusa. Il racconto di Long, inoltre, riserva una grossa, imprevedibile sorpresa: un finale del tutto diverso (meno ad effetto, ma assai più moderno) da quello del melodramma pucciniano, uno “scioglimento” che non mancherà di sconcertare e divertire il lettore.”
*Poesia*
- Il mangiatore di cachi che ama gli haiku di Masaoka Shiki (La Vita Felice, pp. 176, € 12; traduttore P. O. Norton; libro ora in offerta su A
mazon.it a € 10,20 cliccando qui). “Shiki ha spesso affermato che un grande maestro di haiku non scriveva durante la sua vita di poeta che duecento o trecento haiku autentici. Di quelli che sono portatori di un’intuizione profonda della realtà immediata ed evidente. Di quelli che ci permettono di sentire, di sondare l’indicibile profondità, di gustare il sottile sapore dell’esistenza umana, colta nell’eternità dell’istante presente. Di quelli che traducono, senza specificare, ma solamente suggerendo l’esperienza di distacco filosofico, poetico se si preferisce, dal mondo, quando tutto diventa semplice, luminoso, meravigliosamente evidente. Quando si percepisce, molto più che il senso, l’armonia delle cose, la loro impeccabile coincidenza. Sono proprio questi haiku che Shiki compose a essere raccolti in quest’opera.” - Novantanove haiku di Daigu Ryokan (La Vita Felice, pp. 108, € 10; traduttore P. O. Norton; libro ora in offerta su Amazon.it a € 8,50 cliccando qui). “Ryōkan è uno dei massimi poeti della letteratura giapponese e ci ha lasciato una vasta collezione di poesie, nella forma molto diverse dai modelli tradizionali, ma profonde e semplici nel contenuto. Egli viene giustamente chiamato “il poeta dello Zen” perché chi legge le sue poesie può farsi un’idea della dottrina, della pratica e dei risultati dello Zen, i cui insegnamenti fondamentali si possono riassumere con le seguenti parole: meditazione, libertà interiore e compassione. La presente edizione comprende 99 haiku di Ryōkan con testo giapponese a fronte.”
*Bambini*
- L’81 principe di Maria Teresa Ruta, con illustrazioni di Raffaella Brusaglino (ed. Adnav, pp. 40, €12,50; per bambini da otto anni in su). Ispirato alla storia tradizionale di Okuninushi, il racconto “compare nel 712 d.C. nella prima opera letteraria giapponese compilata su ordine imperiale. Maria Teresa Ruta riprende la storia di un mondo antico e la ripropone in una versione per bambini. La favola narra il riscatto di un principe generoso vessato dai suoi fratelli; insieme affrontano il lungo viaggio che li conduce al palazzo della Principessa Iacami, ma solo uno di loro potrà chiederla in sposa. “
*Fotografia*
- Araki di Nobuyoshi Araki (ed. Contrasto, pp. 144, 89 fotografie in bianco e nero, 2008, € 12,50; ora in offerta su Amazon.it a € 10,63 cliccando qui; per sfogliare il volume, guarda questo link). “Cineasta di formazione, Nobuyoshi Araki ha fatto dell’atto fotografico la sostanza della sua esistenza. Prolifico fino all’esasperazione, in una trentina d’anni ha costituito una sorta di autobiofotografia che rivela, senza riluttanza o pudore, il tratto essenziale del suo quotidiano. Affascinato dalle donne, dalla città, in particolare da Tokyo, di cui stila una frenetica ricognizione, è il capofila di una nuova scuola, anzi il modello venerato da una generazione di giovani che insieme a lui cerca, superando l’estetica, una verità legata all’attimo.”
- Hiroscima e Nagasaki [sic; non è un mio errore] a cura di Gian Luigi Nespoli e Giuseppe Zambon (ed. Zambon, pp. 112, € 35, illustrato e bilingue italiano-tedesco): Le esplosioni atomiche sulle due città giapponesi hanno provocato, oltre alla quasi completa distruzione delle stesse, una serie incommensurabile di lutti. Mentre le fotografie del fungo atomico sono state capillarmente diffuse a livello mondiale, a dimostrare la potenza dell’imperialismo, le foto che testimoniano la sofferenza delle vittime sono state censurate e gelosamente archiviate. Soltanto a prezzo di lunghe ed accurate ricerche, siamo in grado di presentare in questo volume, forse in anteprima mondiale, la documentazione fotografica delle atrocità connesse all’impiego dell’arma atomica. Testimonianze, testi letterari e documenti storici completano l’opera.
Sulla nave eravamo quasi tutte vergini. Avevamo i capelli lunghi e neri e i piedi piatti e larghi, e non eravamo molto alte. Alcune di noi erano cresciute solo a pappa di riso e avevano le gambe un po’ storte, e alcune di noi avevano appena quattordici anni ed erano ancora bambine. Alcune di noi venivano dalla città e portavano abiti cittadini all’ultima moda, ma molte di più venivano dalla campagna, e sulla nave portavano gli stessi vecchi kimono che avevano portato per anni – indumenti sbiaditi smessi dalle nostre sorelle, rammendati e tinti più volte. Alcune di noi venivano dalle montagne e non avevano mai visto il mare, tranne che in fotografia, e alcune di noi erano figlie di pescatori che conoscevano il mare da sempre. Forse il mare ci aveva portato via un fratello, un padre o un fidanzato, o forse un triste mattino una persona cara si era buttata in acqua e si era allontanata a nuoto, e adesso anche per noi era arrivato il momento di voltare pagina.