Cronaca di una fiera annunciata

Sono ormai dieci anni che si tiene Più liberi più libri, fiera romana della piccola e media editoria, e sono ormai altrettanti che – con eroico spregio di qualsiasi appetibile ponte dell’Immacolata – dedico almeno un pomeriggio o una mattinata a ispezionarla sino a quando il mal di testa non ha la meglio (due lustri non sono bastati a convincere gli organizzatori a migliorare il sistema di aerazione).
E così quest’oggi, sfidando la pigrizia sabatina, vado. Dopo aver ritirato il tesserino per gli accreditati stampa, mi sento una piccola dea: non è per i pochi euro del biglietto risparmiati, ma per la soddisfazione di veder riconosciuto il mio (modesto) lavoro nel blog. Mi appunto sul petto il pass, nascondendolo con un briciolo di pudore sotto il cappotto; gli addetti del primo stand – forse ingannati dalla mia aria intellettuale ed estatica (dovuta in realtà al sonno) – mi riempiono di regali e inviti. Ma la pacchia finisce presto.
Ho una missione, io: adocchiare libri che, in un modo o nell’altro, hanno a che fare con il Giappone. La maggior parte delle volte non è difficile riconoscerli: basta perlustrare tutte le copertine, sino a che lo sguardo non si imbatte in una geisha dalla posizione lasciva, in un samurai con la katana sguainata, in una porzione di sushi e così via. In realtà, il metodo è passibile d’errore, ma il più delle volte funziona, dal momento che, dopo tutto, l’immaginario nipponico cui attingono gran parte dei grafici e degli editori è piuttosto uniforme e uniformato.
Dopo aver schivato frotte di ragazzini in gita scolastica e lettori sull’orlo di una crisi di nervi (giuro di averne incrociato uno quasi con le lacrime agli occhi perché non trovava le scale per salire al primo piano), finisco nello stand di una nota casa editrice: adocchio un’opera sul Giappone, ma niente, le due libraie mi snobbano alla grande. E’ arrivata lei: la giornalista del bel mondo. Tailleur grigetto, parlantina affabile, snocciola una lista di riviste patinate per cui lavora e io rimango sorpresa: chi l’avrebbe mai detto che questi periodici, tra un servizio sugli zatteroni viola cangiante e un altro dedicato all’ultimo yacht di Briatore, potessero vantare una pagina culturale? Eppure, gli occhi sono tutti per lei. Disserta amabilmente su un manualone d’arte, citando in modo del tutto involontario il suo soggiorno oltreoceano.
Dopo aver appuntato il titolo del volume che m’interessa nel mio tristissimo quadernino arancione, passo avanti. Spilucco informazioni qua e là, faccio incetta di cataloghi, cerco anche di scambiare due parole con una signora estimatrice di haiku, che però si trincera dietro un cellulare. Con i librai/editori a volte non va meglio: una percentuale non esigua  è beatamente immersa nelle proprie faccende, al punto da non alzare neppure lo sguardo o degnandosi al più di lanciare un’occhiata torva. Va bene, siamo al quarto giorno di fiera e comprendo la stanchezza: ma un sorriso, un buon giorno…?
Intanto la mia ricerca di testi legati al Sol Levante continua, ma pare che quest’anno sia ben più di moda la Cina; cerco di convincermi che è soltanto per questa ragione che hanno tentato di rifilarmi un saggio ‘giapponese’ di Lao Tse.
Il peso della cultura, nel frattempo, si è fatto insostenibile: ho le braccia spezzate per le buste gremite di cataloghi e il quantitativo di ossigeno presente nell’aria mi pare insufficiente. Mi dirigo verso l’esterno, ma prima di guadagnare l’agognata porta ho un’ultima visione. L’inviata frou frou cinguetta allo stand dove ho appena rinunciato a malincuore (per mere ragioni economiche) a un bel saggio, e tiene fra le mani come se nulla fosse un sacchetto ben ricolmo delle copie omaggio gentilmente donatele da una delle mie case editrici preferite: nel giro di poche settimane – posso scommetterci quel che volete – i tomi andranno a prendere polvere in un magazzino o finiranno per riempire gli scaffali di una delle librerie di seconda mano da cui mi rifornisco.
Ho deciso: l’anno prossimo niente più jeans e maglioncino, ma completo nero, cellulare di ultima generazione e tacco dodici. Tanto, anche con le scarpe da ginnastica riesco comunque a perdere l’autobus.

Ps: borbottii a parte, più tardi pubblicherò un post dedicato ai libri scoperti oggi.

Immagini tratte da qui e

“La grazia sufficiente” e le strade dell’uomo

Vi fu un tempo, nel medio evo, in cui i dotti e i pensatori disputarono alacremente circa il numero di angeli capaci di danzare sulla punta di uno spillo. Non si trovò una soluzione univoca.

Alcuni secoli più tardi, in un’Europa che vede il Rinascimento cedere al Barocco, lo sguardo dei dotti s’alza al cielo e va a frugare nell’imperscrutabile volontà divina, per cercare risposte alle nuove inquietudini suscitate dalla diffusione del protestantesimo. Chi può un giorno aspirare alla gloria post mortem? Valranno qualcosa le opere di bene, i lunghi digiuni, le interminabili litanie, o è sufficiente la grazia concessa dal Signore? Dio nel segreto ha già stabilito i prescelti per il Suo regno, e dunque nessun gesto umano è in grado di mutare la sorte assegnata?

Le contese teologiche ben presto si legano a quelle politico-economiche e, dal cuore del Vecchio continente, raggiungono persino le sponde del Giappone, arcipelago noto tra il Cinquecento e il Seicento per le merci rare e preziose che offre ai mercanti intrepidi pronti a sfidare oceani e tempeste pur di accapparle. Baruch Dekker – ci racconta Giancarlo Micheli nel suo denso romanzo La grazia sufficiente (Campanotto, pp. 117, € 13; disponibile su Amazon.it cliccando qui a € 11,05) – è uno di questi. Ebreo olandese che ha abbandonato famiglia e patria sin da bambino pur di confondere il suo destino con quello dei flutti, giunto all’apice della sua carriera come capitano, finisce per naufragare rovinosamente nella baia di Nagasaki.

Da quella che pare esser la sua fine si origina invece una nuova vita, segnata dall’avventurosa ricerca del conterraneo Deyman – ora al servizio dello shogunato dei Tokugawa – e, soprattutto, di un complesso equilibrio con una cultura ermetica a partire già dai suoi caratteri di scrittura, capace però di dispiegare con generosità le sue meraviglie a tutti coloro che le si accostano con riverenza. Simile a un Ulisse che ben conosciamo, il navigatore intraprende il viaggio per le lande orientali negli anni in cui, nelle sue terre, sta nascendo un più celebre Baruch, destinato a divenire uno dei fondatori della filosofia moderna. Il cammino – che copre larga parte della prima metà del XVII secolo, una delle ere più travagliate della storia nipponica – è costellato di lotte fra clan rivali, persecuzioni contro i missionari cristiani, astuti espedienti e colpi di scena, ma rivela anche imprevedibili bellezze, impreziosite da una grazia tutta umana: le raffinatezze del teatro Nō, la squisita fattura dei versi del Kokin waka shū, la profondità incommensurabile dei testi degli illuminati.

A questa storia, con somma naturalezza, si intreccia quella novecentesca di Taisho, giovane di umili origini, ma fiero del suo modesto lavoro per la buona causa del  Monbushou, il ministero imperiale promotore di un’educazione rispettosa dei principi tradizionali nipponici, nel contempo attenta ai moderni valori occidentali. La sua esistenza è scandita da piccole cose: la livrea da usciere ben stirata, il passo marziale e un poco ridicolo, la ciotola di riso consumata in compagnia l’amata madre, devota al culto del marito ucciso in guerra per la grandezza del Giappone. Il ricordo paterno perseguita Taisho che, schiacciato dai sensi di colpa, si arruola volontario, pronto a sacrificare la sua vita combattendo contro i cinesi per il controllo della Manciuria (avvenuto nel 1931), in nome di un imperatore e di un paese che ripagano la sua devozione con un regolare salario da soldato e una baionetta per compiere onorevolmente seppuku (il suicido rituale) in caso di prigionia. Ma qualunque nobile gesto nelle sue mani sembra però destinato a tradursi in una malinconica e goffa pantomima, dal momento che Taisho, a dispetto del suo appellativo – intrepretabile fra l’altro come “grande vittoria” e “sonora risata” – non sa esser soddisfatto di sé: lo stato richiede obbedienza, l’ordine sociale rigore, la famiglia virtù, ed egli non è in grado di onorare tutto ciò.

La grazia sufficiente, sotto la veste di romanzo, nasconde in realtà un consistente midollo filosofico e spirituale. E’ un’opera colta, elaborata, a tratti impervia, dalle pagine levigate con acuta perizia. E il linguaggio – tanto cesellato e preciso da mostrare talvolta resistenze al lettore impaziente – custodisce tra i suoi termini ricercati, le sue volùte ampie, le sue inclinazioni inattese un tesoro che va al di là dello stile. Questa lingua senza tempo è fatta per raccontare una storia senza tempo: quella dell’anima.

Tra cantieri navali chiassosi e monumentali a ridosso dei mari del Nord, in piccole stanze chiuse da tatami e shōji, nelle baie meste dove riposano i naufraghi sognando il mare con una preghiera salata tra le labbra disseccate, in qualunque luogo e epoca, l’uomo ha sempre interrogato la propria coscienza: cosa ha valore e, soprattutto, cosa esiste davvero? La libertà di scelta, o l’esser prescelti da un destino casuale, celeste, beffardo, quale che sia?

Per la salvezza è necessaria la grazia sufficiente racchiusa in un benevolo sguardo divino, o quella ancor più rara dell’animo che – come giunco o stilla d’acqua – accetta serenamente la sua sorte, finita e inquieta. Perché, sebbene “[…] la via suprema non [abbia] nome e il discorso supremo non  [abbia] parole”, la sola Via reale è quella che percorriamo.

“1q84”: il gruppo di lettura sui primi dieci capitoli del libro

Eccoci qui alla seconda puntata del gruppo di lettura dedicato a 1q84 (la prima, introduttiva, si può leggere qui). Dal momento che il romanzo consta di quarantotto capitoli, ho pensato di suddividere la discussione in diverse sezioni, per evitare che chi dia un’occhiata i commenti scopra anticipazioni e colpi di scena prima del previsto, guastandosi così la lettura. Direi quindi di cominciare a confrontarci _SOLTANTO_ sui primi dieci capitoli, che dovrebbero essere:

Libro primo
Aprile-giugno
1. Aomame. Non si lasci ingannare dalle apparenze
2. Tengo. Un’altra piccola idea
3. Aomame. Alcune cose che hanno subito modifiche
4. Tengo. Se è quello che lei desidera
5. Aomame. Un lavoro che richiede abilità da specialisti e allenamento
6. Tengo. Andremo molto lontano?
7. Aomame. Molto piano, in modo da non svegliare la farfalla
8. Tengo. Andare in un luogo sconosciuto a incontrare una persona sconosciuta
9. Aomame. Cambiato il paesaggio, cambiate le regole
10. Tengo. Una rivoluzione reale in cui scorre sangue vero

Qualche minima regola da seguire prima di lasciare un commento:

  • niente spoiler (cioè niente anticipazioni sullo svolgimento della storia)!
  • Non inviate dieci volte lo stesso commento: prima di comparire in fondo alla pagina dev’esser approvato da me.
  • Infine, potrei dirvi: niente insulti, atteggiamenti aggressivi o verbalmente violenti, ma so che siete delle personcine a modo e quindi non serve. 😉 Coloro che, comunque, sentissero il bisogno di dar sfogo ai più bassi istinti, verrano bannati in quattr’e quattr’otto.

Bene, detto questo, ecco qualche idea per discutere insieme (naturalmente, ne potete aggiungere quante volete): finora come vi è parso il libro? Avete già qualche idea su come potrà svilupparsi la trama o quali rapporti potrebbero svilupparsi? Il romanzo vi ha subito coinvolto o invece ci mette un po’ a ingranare?

Le immagini qui a sopra, intitolate “Reality is changing” e ispirate al primo capitolo di 1q84, sono opera di Marina Federova (tutti i diritti riservati) e sono tratte da qui.

L’invenzione del corpo – “Casa di bambola” di Azusa Itagaki, di Mariella Soldo

Il tema delle bambole o della donna fatta bambola non è infrequente nella letteratura nipponica contemporanea: basti pensare al racconto La dimora delle bambole di Mishima Yukio o al celebre romanzo La casa delle belle addormentate di Kawabata Yasunari.
Per questa ragione, oggi Biblioteca giapponese ha il piacere di ospitare un affascinte saggio (correlato di fotografie) di Mariella Soldo che, partendo dall’esposizione Casa di bambola di Azusa Itagaki (visitabile a Bari sino al 5 dicembre), non soltanto traccia un percorso di interpretazione della mostra, ma evidenzia inoltre i diversi significati che la bambola può assumere nella cultura del Sol Levante: feticcio, amorosa proiezione, icona, e molto altro ancora. Buona lettura.

A volte ci rechiamo alle mostre con l’assoluta certezza di ciò che vedremo, altre con la consapevolezza di conoscere qualcosa a riguardo, scoprendo, successivamente, molto di più. Ed è ciò che accade attualmente all’art gallery Fabrica Fluxus di Bari, che ha allestito un’esposizione fotografica dell’artista giapponese Azusa Itagaki, dedicata alle bambole.
Quelle raffigurate non sono semplici prodotti di fabbrica. Non sono neanche donne. Non sono carne, non sono silicone. Sono qualcosa di più, esseri che parlano in silenzio, che raccontano attraverso il corpo. Oltre i loro occhi, modellati da un’apparente staticità, si nasconde la storia di chi le circonda. Le Love dolls, da non confondere con le Sex dolls, non vengono usate semplicemente come manichini o soggetti fotografici, ma anche come compagne di vita.
Potremmo regalare loro un anello, dei vestiti, un viaggio, potremmo amarle, non come un oggetto sacro, ma come un essere vivente a tutti gli effetti.
Con il suo arrivo presso le nostre dimore, la donna in silicone si presenta senza una storia, un vissuto. Tra le nostre mani, intatta, si forma una nuova vita e si delineano, pian piano, le possibili sfumature. Tra la pelle e la plastica si crea un contatto, un’alchimia. Cominciano così gli odori, la vita, le emozioni. Se riteniamo complicato addentrarci in un passato e un futuro ignoti, completamente da reinventare, abbiamo sempre la possibilità di acquistarla usata. Forse la sua storia non la conosceremo mai o riconoscerla soltanto attraverso la patina del tempo che si forma sulla sua pelle. La bambola s’in-scrive così nelle nostre vite, detta parole, suoni, frasi. Inventa movimenti, profumi, gesti.
In alcune foto di Azusa Itagaki, il corpo viene frantumato e possiamo osservare pezzi di labbra, di busti o di gambe. Al di là dell’associazione al Frankestein di Mary Shelley, potremmo immaginare che questa rottura dell’unità sia una sorta di cannibalismo sentimentale. Il silicone, come la carne, viene brutalmente lacerato dalla violenza della passione. Quei dettagli, anche se scomposti, ci comunicano un senso di solitudine polifonica.
Se pensiamo ad alcune produzioni letterarie o cinematografiche giapponesi, ma anche ad alcuni fumetti fantasy (come il celebre Brendon della Bonelli), si è sempre cercato di restringere il confine tra la bambola e la donna in carne ed ossa.
Dolls di Takeshi Kitano si apre con uno spettacolo di bambole Bunraku, che non resta soltanto un originale effetto di scena. Il regista vuole dirci molto di più, passando immediatamente alla storia dei due amanti impossibili, Matsumoto e Sawako, i quali, costretti a vagare nel nulla, legati da una corda rossa, finiscono in un precipizio. Al termine del film, ricompaiono nuovamente le Bunraku, che sembrano guardarci con viso spento, scomparendo nel buio. È come se la costretta ed inevitabile condizione inanimata delle bambole si riversasse sui personaggi. Come loro, i due amanti, sono destinati a diventare simili a burattini mossi da spesse corde indistruttibili. È forse l’amore che riduce a ciò o la vita?
Al di là del lato oscuro e misterioso che caratterizza le bambole, in Giappone esiste una vera e propria festa dedicata ad esse, Hina matsuri, celebrata il 3 marzo di ogni anno. Riporto le parole di Verbena Fusaro: “Nel loro significato originario le bambole erano dei fantocci sui quali si trasferivano magicamente le impurità e le influenze malefiche che si erano accumulate negli uomini, e poi per liberarsene, come capri espiatori, questi venivano eliminati gettandoli nei corsi d’acqua per essere portati via dalla corrente.”
Al giorno d’oggi, dopo un’evoluzione del valore simbolico della festa, Hina matsuri permette alle bambole di essere onorate: “vengono offerti (loro) dolci di riso, a forma di losanga, rosa, bianchi e verdi. Si canta, si offre qualche regalino e si festeggiano le bambine e le donne di casa. Le bambole possono solo essere ammirate e non devono essere toccate.”
Mi chiedo se un giorno qualcuno si spingerà oltre questi corpi inumani, riuscendo ad inoltrarsi in quella zona sconosciuta del petto sinistro, dove risiede il cuore. Mi chiedo ancora cosa troverà.

Un autunno e un inverno ricchi di nuove uscite

Pioverà? Farà freddo? Lo spread continuerà a salire? Non ci è dato sapere nulla di tutto ciò, ma possiamo consolarci almeno un po’ pensando alle molte uscite che ci attendono nei prossimi mesi. A questo proposito, è d0obbligo ricordare che, pochissime settimane fa, è uscito uno dei volumi certo più attesi dell’anno, vale a dire 1q84 di Murakami Haruki (pubblicato a inizio novembre per i tipi dell’Einaudi; pp. 722, € 20; ora in offerta su Amazon.it cliccando qui a € 15), cui è dedicato anche un gruppo di lettura qui nel blog.
A questo nuovo classico presto (più precisamente a gennaio) farà compagnia un altro pezzo forte: la prima vera edizione italiana del capolavoro giapponese per eccellenza, il Genji monogatari di Murasaki Shikibu. Il volume è curato da Maria Teresa Orsi e sarà diffuso con il nome di Storia di Genji. Il principe splendente (Einaudi, pp. 1100, €90).
Qui sotto potete trovare quello che, spero, sia solo un assaggio delle succose novità che i prossimi mesi ci porteranno; se avete qualche informazione in più sui titoli di prossima pubblicazione, non esitate a lasciare un commento. E ora, che si aprano le danze!

 

Romanzi

  • Una storia crudele di Kirino Natsuo (Giano, pp. 235, € 16,50; ora in offerta a 14,03 su Amazon.it cliccando qui), noir fresco di stampa. “Ubukata Keiko, trentacinquenne scrittrice di successo nota con lo pseudonimo di Koumi Narumi, e da qualche tempo in crisi di creatività, scompare lasciando un’unica traccia di sé: un manoscritto intitolato “Una storia crudele”. Atsuro, il marito avvezzo alle stranezze e alla volubilità della donna, lo trova in bella vista sulla sua scrivania con il seguente post-it appiccicato sopra: “Da spedire al Dott. Yahagi della Bunchosha”. Editor della casa editrice di Koumi Narumi, Yahagi si getta subito a capofitto nella lettura dell’opera, nella speranza di avere finalmente tra le mani il nuovo best seller dell’acclamata autrice. Più si addentra nella lettura, tuttavia, più rimane sconvolto e, leggendo l’annotazione finale dell’opera: “Ciò che è scritto in queste pagine corrisponde alla pura verità. Gli eventi di cui si parla sono accaduti realmente”, non può fare a meno di avvertire un brivido corrergli lungo la schiena. Koumi Narumi narra, infatti, dell’infanzia di Keiko, vale a dire della propria fanciullezza. Descritta come una bambina di dieci anni triste e solitaria. Una sera, sperando forse di trovarvi il padre, si spinge fino a K, un quartiere ad alta concentrazione di bar e locali a luci rosse. Là si sente a un tratto picchiettare con delicatezza sulla spalla. Sorpresa, si volta di scatto e scorge un giovane uomo con in braccio un grosso gatto bianco. Frastornata, incuriosita, Keiko lo segue in un vicoletto buio, dove lo sconosciuto le infila un sacco nero sul capo e la rapisce.
  • E venivano tutte per mare di Julie Otsuka (Bollati Boringhieri; trad. di S. Pareschi; pp. 133, € 12). “Una voce forte, corale e ipnotica racconta la vita straordinaria di migliaia di donne, partite dal Giappone per andare in sposa agli immigrati giapponesi in America. È lì, su quella nave affollata, che le giovani, ignare e piene di speranza, si scambiano le fotografi e dei mariti sconosciuti, che immaginano insieme il futuro incerto in una terra straniera. A quei giorni pieni di trepidazione, seguirà l’arrivo a San Francisco; la prima notte di nozze; il lavoro sfi brante, chine a raccogliere fragole nei campi e a strofi nare i pavimenti delle donne bianche; la lotta per imparare una nuova lingua e capire una nuova cultura; l’esperienza del parto e della maternità, con l’impegno a crescere fi gli che alla fi ne rifi uteranno le proprie origini e la propria storia; il devastante arrivo della guerra, l’attacco di Pearl Harbour e la decisione di Franklin D. Roosevelt di considerare i cittadini americani di origine giapponese come potenziali nemici e internarli nei campi di lavoro. Fin dalle prime righe, la voce collettiva inventata dall’autrice attira il lettore dentro un vortice di storie fatte di speranza, rimpianto, nostalgia, paura, dolore, fatica, orrore, incertezza, senza mai dargli tregua, dando vita a un libro essenziale e prezioso.”
  • La decomposizione dell’angelo di Mishima Yukio (Feltrinelli, pp. 240, € 10).
  • Detective Hanshichi. Indagini nei vicoli di Edo oppure Il detective Hanshichi. I misteri della città di Edo (titolo in via di conferma) di Kido Okamoto (O Barra O Edizioni, pp. 164, € 12).
  • Storia proibita di una geisha di Iwasaki Mineko e Brown Rande (Newton & Compton, pp. 336, € 9,90): “Un’infanzia felice e solitaria trascorsa in un piccolo paese lontano dal Giappone delle grandi città. Mineko è una bambina schiva e appartata. A sei anni, strappata alla famiglia e con il cuore spezzato, si trasferisce in un’okiya nel distretto di Kyoto e lì intraprende il duro cammino per diventare geisha, imparando l’antica arte del ballo, del canto, del saper parlare e vestire. È l’estenuante studio del cerimoniale rigido e severo di una corte millenaria che rende le donne maestre di etichetta, eleganza e cultura. Mineko studia con tenacia, senza mai distrarsi, coltivando un solo grande sogno: ballare. Diventa la geisha più brava, ricercata e corteggiata. Tutti la vogliono, politici, artisti, star dello spettacolo. Audace e orgogliosa, testarda e fiera, si muove in un mondo che non vuole ribelli, ma lei ha l’ardire di osare e di infrangere regole austere. Con il suo coraggio rompe il velo che da sempre avvolge un universo frainteso: si racconta con eleganza e audacia, ironia e leggerezza, e ci accompagna attraverso le trame e i segreti di una cultura millenaria e ritrosa. Mineko si confessa e denuncia un mondo che vuole rimanere nascosto, ci racconta della fatica e della tenacia per diventare la geisha più amata per poi, al culmine della sua carriera, voltare le spalle al successo e scegliere altro, una famiglia, un figlio, la normale eccezione dell’essere donna.”

Saggistica

  • Introduzione alla storia della poesia giapponese di Pierantonio Zanotti (Marsilio, pp. 240). “Il volume offre una panoramica storica dell’evoluzione della poesia giapponese dalle origini al 2000. La narrazione abbraccia circa 1300 anni di storia e cerca di fornire al lettore, non solo specialista, un quadro completo e dettagliato, ma al tempo stesso agile, sintetico, e di gradevole lettura. Al flusso centrale della narrazione storica, arricchita di riferimenti extraletterari e attenta al ruolo sociale della poesia e alle pratiche della sua composizione ed esecuzione, saranno affiancate schede e approfondimenti su singole opere, autori, o specifiche tipologie testuali.”
  • Introduzione allo studio della lingua giapponese di A. Maurizi (Carocci, pp. 252, € 21).
  • Lo Zen di A. Tollini (Einaudi, € 24). “Dopo una prima parte introduttiva sullo Zen nel panorama del buddhismo giapponese e sullo Zen in Occidente, il volume affronta il passaggio geografico e culturale di questa tradizione dalla Cina al Giappone del XIII secolo e il suo primo, difficile radicamento nell’arcipelago giapponese. Saranno due le grandi scuole che condizioneranno tutta la successiva storia dello Zen: Rinzai e Soto, di cui Tollini traccia la storia, lo sviluppo dottrinale e ricorda i principali maestri. A seguire, la descrizione del grande sviluppo culturale che fece dello Zen il principale punto di riferimento estetico, letterario e delle arti performative in Giappone, lasciando un segno indelebile sulla sensibilità estetica orientale: un segno che dura fino ai giorni nostri. Il libro è corredato dalle traduzioni dei testi originali dell’epoca, sia dei maestri che di altro tipo, allo scopo di favorire una più diretta e profonda comprensione delle tematiche trattate.”
  • Tokyo sisters. Reportage di Julie Rovéro-Carrez e Raphaëlle Choël (O Barra O edizioni; trad. di Giusi Valent, pp. 200, € 15). “La specificità e lo charme della società contemporanea giapponese, e della città di Tokyo in particolare, decodificati attraverso il mondo femminile di adolescenti, casalinghe, business women, donne single e sposate. Scritto in uno stile frizzante e ironico, Tokyo sisters descrive la vita familiare, le abitudini, le aspirazioni, i rituali e i vissuti quotidiani delle donne giapponesi tramite le numerose testimonianze dirette raccolte dalle autrici. Vengono toccati i temi della moda, della sessualità (onnipresente nei manga e nei video giochi, ma tabù all’interno della coppia), del tempo libero e del consumismo: “Per me essere una vera donna è possedere una borsa di Vuitton”, può affermare una giovane disposta a mesi di risparmio pur di acquistare l’oggetto dei suoi desideri. Ne risulta una moderna e curiosa guida antropologica al femminile per orientarsi in una cultura di grande fascino, paradossalmente sospesa tra tradizione ed estremo cambiamento.”

Un tè nel cuore della notte

L’inverno, poco alla volta, si sta insinuando nelle nostre giornate: un alito di vento gelido che penetra dalla finestra socchiusa, la coperta di lana ai piedi del letto e un tè fumante sempre accanto a noi, mentre le ombre della sera ci sorprendono – e ci avvolgono – sempre prima.
Ritorniamo così in punta di piedi nella Stanza del tè, in compagnia di Francesca di Una stanza tutta per (il) tè (che ha dedicato questo bel post all’argomento di oggi), con un delicatissimo brano di Nagai Kafū tratto da La luce della luna (di cui potete leggere una recensione qui), che sottolinea l’incessante scorrere del tempo spiando i minimi mutamenti naturali, in consonanza allo spirito giapponese:

Alla fine dell’estate, se notava il modo in cui le perlacee gocce dei piovaschi serali scrosciavano sulle foglie di loto, un attimo dopo sembrava potesse sentire il vento che soffiava tra i canneti aridi o vedere l’amaranto che cedeva il passo ai crisantemi, segnando l’avvento dell’autunno.
Quando cadeva l’ultima foglia d’acero insieme ai tardivi acquazzoni autunnali, l’anno era improvvisamente volto al termine ed era tornato il tempo di contare le gemme del prugno fiorito con il solstizio d’inverno. Nelle giornate più fredde, avrebbe rimosso il contenuto del pozzo nero e, attento a otturarsi il naso, lo avrebbe sparso alla base dei vecchi alberi. Era in quella stagione che si potevano apprezzare i piaceri dell’isolamento invernale: una tazza di tè infuso nel cuore della notte o le bacche di nandina o di yabukoji, più belle di qualsiasi fiore su uno sfondo innevato. Sulla libreria, comparivano improvvisamente i narcisi e le adonide e prima che appassissero, arrivava l’equinozio di primavera.
Tempo di sfoltire i crisantemi e seminare l’erba del prato. I giorni non sono mai lunghi abbastanza per chi ama il proprio giardino e Nanso¯ era perennemente occupato a dare il benvenuto e l’addio a centinaia di diverse varietà floreali. Non faceva in tempo a posare lo sguardo e indugiare sul fresco verde delle cime degli alberi, che il giardino diventava scuro per le piogge di stagione e se i prugni ormai maturi cominciavano a cadere di mattina, entro sera le foglie della mimosa si erano arrotolate nel sonno. Sotto il raggiante sole di mezzogiorno, l’albero di melograno sembrava risplendere di germogli e la terra era cosparsa dei petali di brugmansia. A tarda sera, dalle sagome scure delle piante acquatiche intrise di rugiada, provenivano i flebili versi degli insetti che preannunciavano l’arrivo dell’autunno.
Primavera, estate, autunno e inverno… non era poi così diverso dal leggere le poesie stagionali di un libro di haiku.

Bookscan, o dell’avere una libreria sempre con sé

Colpita da un articolo pubblicato all’interno di Finzioni sullo stesso argomento, ho deciso di approfondire il tema. La questione, infatti, è a tratti curiosa, ma ha risvolti innegabilmente utili e intelligenti. Ma procediamo con ordine.

Qualche tempo fa, il giovane Yusuke Ohki si rese conto che nel suo piccolo appartamento di Tokyo lo spazio per i libri scarseggiava; e così, con un occhio ai suoi duemila volumi e l’altro agli ultimi ritrovati tecnologici, pensò bene di scannerizzare i testi per poterli conservare nel suo iPad.

Da quel giorno, il ragazzo ne ha fatta di strada: sfruttando la sua idea, nell’aprile 2010 ha fondato con un amico di infanzia l’azienda Bookscan, specializzata nella scansione elettronica di tomi, che ora conta la bellezza di centoventi dipendenti. Le chiavi del successo risiedono, senza dubbio, nell’esiguità dello spazio disponibile in molte abitazioni nipponiche e nei prezzi concorrenziali proposti: ridurre un’opera in formato elettronico costa circa 100 yen, ossia – alla quotazione attuale – poco meno di euro.

Vi sono poi una serie di indubbi vantaggi aggiuntivi: è possibile portare sempre e dovunque con sé le proprie opere favorite, evitare che si rovinino, prestarle senza il timore che non tornino più indietro, e così via.

“Neve sottile” e il bookcrossing

Nei confronti del bookcrossing promosso proprio da me qui all’interno di Biblioteca giapponese, ammetto di esser stata sempre un po’ scettica. A nessuno pareva interessasse granché, e i libri che avrei voluto percorressero l’Italia se ne stavano invece mogi mogi sullo scaffale. Poi è arrivata l’estate.
Morbose fantasie di Tanizaki è finalmente volato in Puglia, da Federica, che lo ha adottato per un mese; nel frattempo, due lettrici del blog, Eleonora e Alessia si sono incontrate in quel di Pisa, e si sono prestate a vicenda Norwegian Wood di Murakami e Neve sottile, sempre di Tanizaki. Quella che segue è una recensione di quest’ultima opera, realizzata da Alessia e pubblicata anche in Sol-Levante. Che dire? Non posso che essere contenta e sperare che i volumi in viaggio siano sempre di più. 🙂

Un post notato per caso sul web, una e-mail, un appuntamento. Nasce così questa esperienza di bookcrossing, dal profumo di Giappone. E così, il libro di Tanizaki, “Neve Sottile”, dalle pagine un po’ ingiallite dal tempo, finisce nelle mie mani di lettrice appassionata di cultura nipponica. Di Tanizaki sensei, conoscevo solo il nome, ma la trama del libro mi è piaciuta fin da subito. Quelle vicende familiari che sono comuni a qualsiasi cultura, mi ricordavano i Bennet della Austen, o le sfortunate sorelle di Piccole Donne.
Ci troviamo ad Osaka dove la famiglia Makioka è rispettata e conosciuta, nonostante non possa più mantenere lo stile di vita agiato di un tempo. D’altronde, la guerra è alle porte e lo Stato in sè sta vivendo un periodo di crisi. Le vicende si svolgono a partire dal 1938 e, per tre anni, il lettore seguirà il susseguirsi di eventi che vedono come protagoniste le quattro sorelle. Tsuruko è la primogenita, fortemente legata al rispetto delle tradizioni e impegnata nel mantenimento del buon nome della famiglia, insieme a suo marito, divenuto il capofamiglia. Il suo carattere scostante e tendenzialmente freddo la differenzia dalle sorelle, dalle quali spesso si troverà isolata (e questo non solo perchè si vedrà costretta a trasferirsi a Tokyo). Sachiko, invece, con la sua premura e la sua emotività, cerca di occuparsi delle due sorelle minori, Yukiko e Taeko (la piccola Koi-san), entrambe il “motore” delle varie vicende che vedono come protagonista la famiglia. Yukiko e Taeko incarnano perfettamente il contrasto tra tradizione e modernità, occidente ed oriente, che traspare per tutta la durata del libro. Yukiko, ormai trentenne, con la sua riservatezza e compostezza, nel suo kimono affronta, uno dopo l’altro, i diversi miai, alla ricerca di un marito. Taeko, costretta ad attendere il matrimonio della sorella prima di sposarsi, come da tradizione, ha un carattere ribelle, veste abiti occidentali, si trova un lavoro e vorrebbe raggiungere l’indipendenza economica. Con le sue “avventure” amorose contribuisce ad aggiungere al romanzo dei colpi di scena, ponendo le sorelle di fronte a scelte e situazioni impensabili per una famiglia tradizionale.
La storia è a tratti forse troppo stagnante nella routine della vita quotidiana, la traduzione un po’ datata del testo non aiuta a rendere scorrevole la lettura, ma nel complesso, un bel libro. Un racconto corale di una famiglia che, come il Giappone, si trova a dover accettare dei cambiamenti, a scendere a compromessi. Ma sullo sfondo, i ciliegi continuano a fiorire dopo che la neve, leggera e sottile dell’inverno, si è disciolta.

Immagine di un giardino giapponese coperto, appunto, da una neve sottile tratta da qui.

“Mangascienza”: il futuro è qui

Centocinquant’anni fa circa, se qualcuno avesse menzionato i manga in un salotto buono di Parigi, molti avrebbero forse sorriso al pensiero degli omonimi schizzi di Hokusai che allora circolavano tra artisti e intellettuali, destando interesse e di certo qualche perplessità. Pochi avrebbero scommesso che quei disegni rapidi potessero un giorno – dopo profonde evoluzioni – finire per incantare i loro discendenti e, probabilmente, nessuno avrebbe neppure immaginato che, in questa nuova forma, sarebbero riusciti a condensare speranze e inquietudini  dei posteri.

Quest’ultimo punto è ampiamente trattato in Mangascienza. Messaggi filosofici ed ecologici nell’animazione fantascientifica giapponese per ragazzi (Tunué, pp. 259, € 16,50; ora in offerta su Amazon.it cliccando qui a € 14,03), in cui Fabio Bartoli presenta lo sviluppo degli anime collegandolo ai paralleli cambiamenti che hanno mutato (e a volte sconvolto) il volto del Sol Levante. La storia di questo paese, soprattutto a partire dal 1868 – anno inaugurale dell’epoca Meiji e della modernizzazione – è stata caratterizzata da un rapporto ambiguo con la tecnologia: dapprima appresa in modo spasmodico guardando ai modelli europei e americani, poi subìta (soprattutto nel corso della seconda guerra mondiale; si veda la tragica esperienza delle bombe atomiche), infine integrata nel quotidiano.

Una relazione equivoca tra individui e tecnica, in fondo, ha da sempre coinvolto anche l’occidente, come dimostra l’antichissimo mito di Prometeo, nume tutelare del volume. Toccato dalla mancanza di qualità nell’uomo (conseguenza della disattenzione di Epimeteo), il titano decise di aiutare la “scimmia nuda” (per dirla come Morris) rubando i tesori di Atena (in primis, l’intelligenza e la memoria) e il fuoco di Efesto, attraverso i quali foggiare un nuovo mondo in cui la cultura e la lungimiranza si sarebbero dovute coniugare a un saggio uso delle arti meccaniche. A causa del suo duplice furto, Prometeo venne duraramente punito da Zeus: legato a un’alta roccia, fu preda della furia di un’aquila che ogni giorno gli divorava le viscere. Il padre degli dèi aveva già intuito quale terribile dono era stato concesso agli uomini: attraverso la tecnica, essi sarebbero riusciti a trasformare la loro sorte, mettendo però a repentaglio se stessi e la terra che li ospita. E così è stato.

Partendo proprio da questa leggenda, Fabio Bartoli delinea sinteticamente più di duemila anni di storia, scienza e pensiero occidentale, evidenziandone le connessioni e i punti chiave. Questa – che potrebbe di primo acchitto apparire superflua – è in realtà un’operazione sagace, che mira a illuminare non soltanto il nostro complesso rapporto con la tecnologia, ma anche le numerose stratificazioni in cui, dagli ultimi decenni del secondo millennio, si è situato il duplice fenomeno manga/anime,  con tutte le implicazioni ideologiche di cui è foriero; inoltre, è bene sempre tenere a mente che questo scenario ha fortemente influito sul contesto giapponese che, in alcuni casi, ha tentato di conformarsi ad esso persino a scapito della propria identità. L’autore di Mangascienza, dando prova di intelligenza, ricostruisce anche i milieu (politici, culturali, economici…) giapponesi a partire dal XVII secolo, fornendo così le coordinate essenziali per comprendere meglio le manifestazioni del pensiero e delle arti autoctone, tra le quali si annoverano senza dubbio anche i disegni animati, non riducibili a semplici mezzi di intrattenimento per bambini e adolescenti, ma strumenti per trasmettere alle nuove generazioni propositi e valori in vista della costruzione di un’umanità migliore.

Poggiando su solide basi teoriche – che attingono all’opera di scienziati, filosofi, storici, intellettuali – Fabio Bartoli articola un discorso vivace e multidisciplinare, dedicando ampia attenzione agli effetti dell’iperestensione culturale, ossia di un progresso che procede in modo talmente rapido da originare un dislivello profondo con la stessa capacità umana di domarlo e indirizzarlo a scopi benefici. Esso ha subito un incremento nelle nazioni occidentali soprattutto a partire dalla rivoluzione industriale, per poi propagarsi anche all’estremo oriente. Testimonianza di ciò sono proprio gli anime, in special modo quelli di fantascienza: attraverso la rappresentazione di un mondo futuristico fictionale, essi hanno voluto delineare i dilemmi e le difficoltà con le quali saremo destinati a confrontarci se finiremo per esser vittime – e non più signori – dei nostri ritrovati tecnologici e scientifici, quali l’ingegneria genetica, le armi nucleari, le forme di sfruttamento intensivo dell’ambiente. In particolare, i pericoli per l’uomo paiono provenire da tre tipi di conflitti, sintetizzabili da altrettante figure mitologiche: vittime e protagoniste dello scontro sarebbero la madre terra (Gea), la tradizione (Mnemosine) e l’evoluzione naturale (Epimeteo).

Mediante il ricorso a robot dall’etica samuraica o a imponenti mecha, inscenando il dramma degli orfani dell’atomica o di mondi lontani sull’orlo del baratro, i creatori di anime hanno tentato e tentano tuttora di sensibilizzare le coscienze dei lettori (giovani e non). L’autore conduce in proposito un’analisi serrata e approfondita, ricca d’esempi, godibile tanto da specialisti quanto da semplici appassionati, che si estende anche alla corposa appendice comprendente cinquanta schede, ciascuna dedicata a una diversa serie animata, di cui vengono sottolineati temi e strategie ideologiche e narrative. E così, partendo da Astroboy (1963) per arrivare sino a Last Exile (2003), passando per Neon genesis Evangelion, Mazinga Z e molti altri, fra le pagine riecheggia una speranza per il futuro prossimo: che l’uomo possa finalmente far germogliare il seme racchiuso nel nome stesso di Prometeo, “colui che pensa prima”. Prima che sia troppo tardi.

“Kokin waka shū”, o dell’eternità

Chiamiamo «classico un libro che si configura come equivalente dell’universo, al pari degli antichi talismani», scriveva Calvino oramai qualche decennio fa.

La definizione mi è tornata alla mente in una sera pungente di novembre, tenendo tra le mani il Kokin Waka shū (edizione italiana curata dalla grande studiosa Ikuko Sagiyama per Ariele, pp. 686, € 34), prima tra le ventuno antologie imperiali di lirica classica giapponese. Quello che, apparentemente, sembrerebbe un volume di liriche, è in realtà uno scrigno che dall’inizio del X secolo d. C. custodisce un inestimabile tesoro letterario, composto da ben millecento composizioni (più undici in origine cancellate), prevalentemente waka, il genere nipponico per eccellenza, che si struttura in brevissime poesie scandite da cinque versi di 5-7-5-7-7 sillabe, dedicate soprattutto allo scorrere delle quattro stagioni e alla tematica amorosa.

Non si tratta di un’opera da leggersi in modo compiuto, dal principio alla fine; andrebbe piuttosto aperta e scrutata come un libro sibillino, a caso, cogliendo suggestioni e arcani qua e là, tenendo così fede alle radici della parola ‘vaticinio’, che in origine indicava il ‘canto del poeta’, di colui che decifra le segrete voci degli spiriti che abitano il mondo, ma sa anche (e meglio) comprendere i singhiozzi o le maledizioni degli uomini. Scrive infatti il poeta Ki no Tsurayuki (872 – 945) nella sua Prefazione:

La poesia giapponese, avendo come seme il cuore umano, si realizza in migliaia di foglie di parole. La gente di questo mondo, poiché vive fra molti avvenimenti e azioni, esprime ciò che sta nel cuore affidandolo alle cose che vede o sente. Si ascolti la voce dell’usignolo che canta tra i fiori o della rana che dimora  nell’acqua; chi, tra tutti gli esseri viventi, non compone poesie? La poesia, senza ricorrere alla forza, muove il cielo e la terra, commuove perfino gli invisibili spiriti e divinità, armonizza anche il rapporto tra l’uomo e la donna, pacifica pure l’anima del guerriero feroce.

L’animo, il cuore (kokoro), seme della poesia, deve svilupparsi armoniosamente e fiorire nella kotoba, la parola, dal momento che «il linguaggio deve esaurire pienamente il contenuto del messaggio poetico senza margini di oscurità» (p. 20). Il risultato è un idioma complesso, ricco di finissimi espedienti retorici e lessicali, che genera e al tempo stesso è generato da immagini che preservano ancora oggi nitore e bellezza: il fiore del ciliegio dalla grazia effimera, le maniche del kimono zuppe di lacrime, il fiume Asukagawa che diventa simbolo dell’instabilità e dei destini mutevoli.

E così, procedendo con la lettura, si ha l’impressione che la carta si faccia via via più impalpabile sotto le dita e tutt’attorno sorga un’atmosfera nuova; dai testi riaffiora piano un cosmo dimenticato, che il ricco apparato  di note e rimandi del volume aiuta a ricostruire, senza mai scadere nel pedante.

Talvolta, lo scarto tra un componimento e l’altro appare minimo; ecco due uomini forse antitetici, stretti dalla medesima malinconia: l’uno si strugge al canto del grillo, l’altro reclina il capo avvolto dal lamento delle oche selvatiche. Eppure, proprio in quel sottile discrimine  vive – e non semplicemente: sta – tutto un carattere, una storia, un’esistenza.

L’autunno è qui:
le foglie cadute hanno steso
una spessa coltre intorno alla mia dimore,
e nessuno si fa strada
per venire a trovarmi.

Aki wa kinu
momiji wa yado ni
furishikunu
michi fukiwakete
tou hito wa nashi

Lirica dopo lirica, constatiamo con felice sorpresa che davvero non c’è nulla di nuovo sotto il sole: ci sembra di conoscere bene quei sospiri, le lunghi notti di tristezza e i duri giorni d’affanno cantati oramai più di mille anni fa; e persino le rughe profonde dei poeti sono le stesse che incidono i nostri volti.