Aiutiamo il progetto “Tra canti e montagne”, diario di campo giapponese di Marianna Zanetta

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Una delle illustrazioni del volume

Oggi voglio proporvi un post e un contenuto piuttosto diversi dal solito: si tratta infatti di una raccolta fondi organizzata via Kickstarter da Marianna Zanetta, che tutti quanti conoscerete come l’infaticabile proprietaria della libreria giapponese Inari, a Torino, e promotrice di mille iniziative.

Studiosa di antropologia giapponese, ispirata dai suoi numerosi viaggi e dalle sue ricerche, Marianna Zanetta ha deciso di condividere con noi il suo bellissimo diario di campo illustrato da lei stessa e intitolato Tra canti e montagne, “un piccolo racconto di un’esperienza luminosa, alla scoperta di silenziose donne sciamane che vivono nei boschi delle prefetture del Tohoku”.

Per ulteriori dettagli e per effettuare una donazione, vi rimando alla pagina ufficiale dell’iniziativa. Per il momento, c’è tempo sino al 9 novembre 2019 per dare il vostro contributo. Partecipate!


Laura Imai Messina, “Wa. La via giapponese all’armonia”

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E’ un calendario, questo, per esplorare l’anno seguendo le stagioni, i riti, le festività, i sapori, i gesti che caratterizzano la vita in Giappone? Un dizionario, che ci aiuta a esplorare i termini salienti di questa attraverso una selezione di parole chiave? O, forse, una mappa dettagliata che ci fa percorrere a passo sicuro strade e sentieri della sensibilità nipponica?

Wa. La via giapponese all’armonia di Laura Imai Messina (Vallardi, 2018, pp. 360, € 16,90) è tutto questo, e ancor di più. Nel suo blog Giappone Mon Amour l’autrice ci ha abituati a esplorare in sua compagnia con estremo tatto il paese in cui vive ormai da molti anni; anche questa volta, nel volume, non delude e ci conduce per mano fra le pieghe più intime della cultura giapponese, schiude con delicatezza concetti e idee, fa germogliare kanji sulla pagina.

Il senso stesso del wa (generalmente reso come “armonia”) attorno al quale ruota tutta l’opera si concretizza nella sua struttura, nel suo respiro misurato ed elegante, nella cura dei dettagli, nello scivolare dalla filosofia alla letteratura, dall’osservazione della quotidianeità alla linguistica. D’altronde, wa

[è] un concetto in cammino, un sistema di assorbimento, armonizzazione, scelta e adattamente. […] wa non coincide con nessuna delle cose materiali del Giappone: wa è proprio la capacità di accogliere e integrare il diverso, di armonizzarlo. Qualcosa che supera lo specifico, e si fa principio applicabile ovunque, in ogni tempo e in qualunque contesto.


“Shintoismo” di Rossella Marangoni

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In principio erat Oryza, alle origini era il riso. Riso, sole, dèi, mito, antenati, storia, Stato: i giapponesi, con un processo intuitivo e geniale, hanno trasformato una coltura in una cultura, un’attività in una civiltà, dando vita ad un organismo rituale allo stesso tempo semplice ed estremamente sofisticato.*

Così scrisse Fosco Maraini a proposito della civiltà nipponica, senza però volerne velare o negare la ricchezza dietro una definizione fulminante. Dello stesso rispetto e dello stesso amore per il paese è informato anche Shintoismo (Editrice Bibliografica, 2018, pp. 160, € 9,90) della nota studiosa di cultura giapponese Rossella Marangoni, vòlto a indagare lo stretto e complesso nesso fra “riso, sole, dèi, mito, antenati, storia, Stato”. Il volumetto – tale solo per la compattezza, dal momento che è densissimo – include nove capitoli che prendono in considerazione elementi primari e secondari dello shintō, offrendone un quadro coinciso ma preciso, che si basa su una letteratura scientifica ampia e aggiornata.

L’opera aiuta innanzitutto a sgomberare il campo da facili etichette attribuite a questo insieme di credenze e miti (definito, di volta in volta, “panteismo”, “politeismo”, “animismo”… ), per restituircelo, invece, nella sua vastità e nelle sue tante articolazioni. Marangoni, perciò, prende in considerazione numerosi ambiti – dalle pratiche alle cerimonie sino ad arrivare allo sciamanesimo, passando per un’esplorazione del mondo dei kami.

Il saggio non si concentra solo su una dimensione diacronica, ma anche sincronica: oltre a ricostruire brevemente la storia dello shintoismo, ne evidenzia i contatti con altri culti e tradizioni, compresi quelli relativa alla sfera del buddhismo. Anche in virtù di ciò, il libro costituisce uno strumento che può esser apprezzato tanto da chi ha una limitata conoscenza dell’argomento (ulteriormente facilitato dalla presenza del glossario e di una cronologia generale), quanto da chi vi è più addentro, dal momento che fornisce molteplici spunti, sempre presentati con chiarezza e competenza.

In conclusione, Shintoismo è senza dubbio un lavoro generosamente stimolante, che va ad affiancarsi ai (pochi) testi in materia pubblicati in Italia.

*Fosco Maraini, L’agape celeste, Milano, Luni, 2003, p. 106, cit. in Rossella Marangoni, “L’esperienza del sacro e credenze antiche. Prima parte”, Pagine Zen, n. 68, febbraio/marzo 2008.

[recensione aggiornata al 5 aprile 2019]


Letteratura giapponese e saggistica dedicata al Giappone: novità primavera-estate 2014

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Ecco per voi una rapida rassegna delle novità in libreria di questi mesi. Se c’è qualche libro che ho dimenticato, vi prego di segnalarmelo nei commenti.

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[Recensione] “Japanese Shamanism. Trance and possession” di Daniele Ricci: asceti, sciamani e spiriti in Giappone

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miko shinto

Una miko shintoista, anche conosciuta come “vergine dell’altare”

Il folklore è senz’altro uno degli aspetti più affascinanti della cultura nipponica, ma in Italia è possibile reperire solo pochi testi a riguardo. La pubblicazione dell’e-book Japanese Shamanism. Trance and possession di Daniele Ricci (Volume edizioni, 2012, pp. 21, € 3,58; in inglese) costituisce sicuramente un’occasione per approfondire un argomento avvincente e poco noto, quale la configurazione dell’universo sciamanico estremo-orientale. Continua a leggere »



[Recensione] Le giapponesi allo specchio: “Tokyo sisters”

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Donne che lavorano, che viaggiano, che abbandonano tutto per amore di un uomo o di un figlio; donne che passano ore a farsi belle, che cantano scatenate al karaoke, che fanno shopping; donne che vestono in kimono, che seguono l’ultima moda, che hanno un cancro ma non smettono di sorridere…  Sono decine e decine le figure che, con le loro parole e i loro gesti hanno plasmato – talvolta inconsapevolmente – Tokyo sistersReportage dall’universo femminile giapponese (traduzione di Giusi Valent; O barra O edizioni, pp. 196, € 15; ora in offerta su Amazon.it a € 12,75 cliccando qui), delle giornaliste francesi Julie Rovéro-Carrez e Raphaëlle Choël.

Miki, Miyoko, Chika, Megume e le altre intrecciano le loro voci, ponendo tra le nostre mani un frammento delle loro vite, frivolo o drammatico che sia, ma comunque sincero. Senza mai vergognarsi delle debolezze e degli errori compiuti, raccontano un momento cruciale della loro esistenza (una separazione dolorosa, una partenza, un’opportunità sfumata) oppure, più semplicemente, una passione segreta o un’abitudine inconsueta.

Mettendo da parte qualunque intento pedagogico o qualsivoglia tono didascalico, le due autrici ritraggono con schiettezza e, non di rado, una buona dose di ironia il presente e il passato di donne diversissime per età, professione, carattere e ambizioni, conosciute nel corso dei loro soggiorni in terra nipponica. In questo modo, pagina dopo pagina, emerge un panorama ad ampio raggio, capace di includere aspetti e comportamenti poco noti o addrittura disdegnati dagli studiosi. Quotidianeità, sesso, progetti, piccoli e grandi problemi, hobby, sogni… : non è infatti tralasciato alcun argomento che possa aiutare il lettore a comprendere meglio la complessità dell’orizzonte femminile, stimolando al tempo stesso la sua curiosità con centinaia di aneddoti e note di costume.

Libere dalla necessità di fornire riscontri a complesse quanto claustrofobiche teorie socio-antropologiche, le due scrittrici possono abbandonarsi al fluire della frenetica Tokyo: non importa che ci si trovi al tavolo di un raffinato ristorante oppure sotto il casco del parrucchiere, se tutte le occasioni sono utili per conoscere meglio non la donna, ma le tante e dissimili donne che animano la capitale. Infrangendo ogni stereotipo che dipinge la tipica giapponese remissiva e misurata o, al contrario, dotata di una sensualità conturbante da geisha, si apre così, finalmente, il vaso di Pandora, e ne fuoriescono contraddizioni, ferite, lacrime, delusioni, ma anche risate a crepapelle, pettegolezzi e manie.

Può trattarsi di Akane – studentessa innamorata della propria immagine allo specchio -, di Yuki, surfista provetta, o di un’anonima ragazza emersa dalle ben trecentomila donne nipponiche che ogni anno ricorrono alla procreazione assistita: l’impressione è sempre la stessa.  Che la posta in gioco sia un buon marito, una borsetta firmata, un bambino da amare o un corpo perfetto, le donne del Sol Levante sono sempre alla ricerca di qualcosa o qualcuno. Infaticabilmente, testardamente perché, come recita il proverbio, anche un viaggio di mille miglia inizia con un passo, e la strada verso la felicità non è mai breve.

Per l’immagine: copyright di Biblioteca giapponese.


Il rumore dolce del tempo: “Musica e danza del principe Genji”

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[…] La maestosa Amenouzume appese fresche fronde del profumato monte del cielo alla corda che le rimboccava le maniche, si acconciò la capigliatura con una bella ghirlanda, e adornò le braccia con erbe e foglioline dei bambusa del profumato monte. Sistemò poi presso la porta della rocciosa stanza del cielo [ossia la caverna in cui si era rinchiusa la dea Amaterasu, irata contro il fratello Susanowo] un recipiente capovolto, vi batté sopra i piedi con un baccano così assordante da restarne spiritata, fece penzolare fuori le mammelle e abbassò la cintola del vestito fino a mostrare il sesso. Le pianure del sommo cielo sobbalzarono e uno scoppio di risa di levò da tutte le otto centinaia di miriardi di esseri.
Amaterasu grande sovrana e sacra, incuriosita, aprì uno spiraglio nella porta della rocciosa stanza. […]
(tratto da Kojiki. Un racconto di antichi eventi, a cura di Paolo Villani)

E’ questo senz’altro uno dei passi più celebri del Kojiki, capolavoro della letteratura e della mitologia giapponese, che immortala con pochi e intensi tratti una curiosa ma efficace forma di danza. Su questa e su molte altre manifestazioni estetiche si sofferma il bel saggio Musica e danza del principe Genji. Le arti dello spettacolo nell’antico Giappone dell’etnomusicologo Daniele Sestili (ed. LIM – Libreria Musicale Italiana, pp. 190, € 19), che offre una ricca panoramica sulla raffinatissima epoca Heian (794-1185), con un’ampia pluralità di prospettive, proponendosi al contempo come un testo godibile da un largo pubblico per chiarezza e fluidità. Lo studioso non soltanto analizza i repertori (musicali, coreutici, corali…) tipici del tempo – insieme alle circostanze, ai ruoli e ai significati in cui essi si dispiegavano -, ma riesce soprattutto a ridestare il fascino imperituro di tutta un’epoca. L’autore ha inoltre corredato l’opera di cinque utili appendici, che aiutano il lettore a destreggiarsi meglio con gli argomenti trattati; all’interno di esse trova posto il saggio Il Genji monogatari visto attraverso la musica di Yamada Yoshio, che evidenzia in quali maniere, adoperando lo studio degli strumenti e delle tecniche musicali, sia possibile datare con maggior precisione il periodo storico in cui il romanzo è ambientato.

Grazie alla stabilità politica e alla maturità raggiunta dalla cultura nipponica (fecondata anche da apporti cinesi, coreani, indiani), la ristrettissima aristocrazia del periodo Heian poté dare vita a un insieme di pratiche improntate alla <<legge del gusto>>, volte da un verso a intessere e consolidare relazioni interpersonali (con ovvi risvolti politici), dall’altro a esaltare il carattere sublime ed élitario della classe nobiliare.

All’interno di questo scenario si collocava naturalmente anche la musica, che non svolse la funzione di mero sottofondo armonico, ma costituì una delle massime espressioni artistiche dell’epoca, nonché un’attività molto ricorrente nella quotidianeità dei blasonati, che individuarono in essa un fondamentale tramite per portare alla luce il mono no aware, il “sentimento delle cose” che svela la caducità di tutto ciò che ci circonda con delicato pathos.

Melodie e danze heian – coppia spesso inscindibile – si incarnavano principalmente in due tipologie, non esenti da contaminazioni reciproche o di provenienza popolare: la gagaku, legata ai riti e alle solennità della corte, e la miasobi, l'”augusto svago” amato e coltivato con assiduità da uomini e donne titolati.

Daniele Sestili, nel trattare ciò, non si limita a prendere in considerazione soltanto elementi di teoria o storia della musica, ma realizza un vero e proprio affresco del periodo storico, comprendente forme artistiche anche molto diverse tra loro (calligrafia, poesia, danza, canto, architettura, moda…), accomunate però dall’ideale heian – influenzato dal pensiero taoista (di origine cinese) e dal sostrato autoctono shintō –  che voleva tutte le attività umane “[…] specchio fedele dell’armonia presente nel cosmo”. Ciò non implicava un’imitazione pedissequa della natura, anzi. L’optimum era infatti rappresentato proprio da quel che era in grado di inserirsi con spontaneità e grazia nel paesaggio circostante:

[Genji a Tamakatsura]: Sai quello che mi piace? Suonare uno strumento come il tuo in una fresca sera d’autunno, quando la luna è alta, stando seduto proprio accanto alla finestra. Allora si suona in concerto con le cicale, inserendo il frinire nell’accompagnamento. Ne risulta una musica che è intima, ma al tempo stesso tutta moderna.
(tratto dal Genji monogatari di Murasaki Shikibu)

‘Moderno’ (imamekashi) fu una delle parole d’ordine dei secoli heian ma, paradossalmente, non entrò mai in conflitto con il carattere rituale e sacrale che molta musica nipponica custodisce tuttora in sé, retaggio di una fase – ormai persa nella notte dei tempi – in cui si adoperava  la cetra per consultare gli dèi, o si eseguivano danze per propiziare il raccolto: per questa ragione, numerose manifestazioni connesse all’ambito melodico presentavano strutture, forme e linguaggi (figurativi, espressivi, cinetici…) altamente codificati. La foggia e i colori di un abito, la scelta dei materiali (legni pregiati, carta, seta…) e degli accessori (spade, maschere, rami e fiori…), il timbro d’uno strumento o un’inclinazione particolare della voce: nulla era lasciato al caso, perché – ben prima di essere un mero intrattentimento, come già accennato sopra – la musica rivestiva molteplici altre funzioni.

In primis, dal momento che ciascuna classe era dotata di generi, strumenti e tecniche peculiari, essa fungeva da mezzo di identificazione comunitario e, nel caso dei nobili, di celebrazione del proprio elevato status, poiché rispecchiava la sopraffine estetica degli yokihito (le “persone di qualità”); come se non bastasse, le manifestazioni musicali venivano utilizzate per intessere e rafforzare relazioni (è questo il caso, per esempio, del corteggiamento), adempiere obblighi religiosi e sociali, rinconciliarsi con la natura, entrare in contatto con i numi e tentare di riprodurre sulla misera terra le bellezze del paradiso, al punto tale che persino gli animi più duri erano costretti a piegarsi all’incanto:

Seguì un gran concerto, nel quale fu eseguito con mirabile effetto il brano <<Ci fu mai giorno come questo?>>. Perfino i mozzi e i facchini […] stavolta tesero l’orecchio e di lì a poco ascoltavano a bocca aperta, stupefatti e rapiti. Perché era impossibile che gli strani acuti tremoli del Modo di primavera [=sōjō], che l’insolita bellezza della notte rendeva ancor più intensi, non commovessero persino le più insensibili creature umane.
(tratto dal Genji monogatari di Murasaki Shikibu)

 


Racconti folkloristici degli ainu (trad. di Chamberlain)

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Mi scuso se per circa un mese ho trascurato il blog; le vacanze di Natale e il mio primo viaggio in Giappone hanno fatto sì che dessi ad altro la priorità, ma ora sono pronta a ricominciare. Ringrazio tutti coloro che nella mia assenza hanno lasciato commenti (a cui spero di rispondere presto), mi hanno spedito email o premiato (grazie Francesca 🙂 ).
Una delle cose che più mi ha impressionato del Sol Levante durante la mia breve permanenza è stata la capacità dei giapponesi di nascondere o alterare con nonchalance alcuni dati scomodi (tendenza, purtroppo,  diffusa in tutto il mondo). Soltanto per fare due esempi potrei menzionarvi la grande statua di una balena che campeggia davanti un istituto scientifico  e la sezione del Museo nazionale di Tokyo riservata agli ainu (vedi foto a lato), un popolo stanziato nell’isola di Hokkaido, con caratteristiche somatiche, costumi e lingua abbastanza differenti da quelli presenti nel resto dell’arcipelago. In entrambi i casi, si taceva del tutto il fatto che il Giappone sia uno dei principali cacciatori di balene su scala planetaria e che gli ainu sono stati a lungo perseguitati e discriminati dai nipponici.
In onore di questa popolazione, oggi vi propongo la traduzione in inglese dei loro racconti folkloristici, realizzata oramai diversi decenni fa dal celebre yamatologo Basil Hall Chamberlain (1850 – 1935).


“Filosofia nei manga”di Massimo Ghilardi

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Nell’immaginario comune, il mondo dei manga e degli anime è generalmente ritenuto soltanto uno svago per bambini e adolescenti, privo di contenuti con spessore.
La realtà è però ben diversa, come dimostra efficacemente Marcello Ghilardi, ricercatore e autore di Filosofia nei manga. Estetica e immaginario nel Giappone contemporaneo (Mimesis, pp. 162, € 14; ora in offerta su Amazon.it a € 11,90 cliccando qui).

Dopo aver tracciato un profilo storico-culturale dei manga, comprendente le tappe più importanti (dagli schizzi di Hokusai alle influenze sull’arte di Van Gogh) con riferimenti alla tradizione artistica ed estetica della Cina e del Sol Levante, lo studioso si sofferma su alcuni aspetti significativi dei fumetti del Sol Levante, spesso sfuggenti a un lettore digiuno di rudimenti filosofici e di un’approfondita conoscenza del contesto nipponico. Si pensi, per esempio, ai numerosi accenni  all’etica e alle vicende dei samurai, o ai valori del buddhismo e dello shintoismo, trasparenti solo a una minoranza di occidentali.
Uno dei temi portanti dell’opera è rappresentato da un’approfondita e documentata riflessione sul complesso rapporto intercorrente tra uomini, robot e cyborg, e ai legami intercorrenti fra le tre categorie; da essi Ghilardi tenta di estrinsecare una sorta di ontologia dell’automazione, riflettendo sulle cause che l’hanno generata e sulle ragioni che hanno decretato il suo successo. Nel fare ciò, illustra le teorie di Gomarasca in merito (le storie di robot racchiudono una metafora sociologica, una psicologica e una storica); in parallelo alla trattazione teorica, l’autore presenta  testimonianze concrete, sviscerando alcuni aspetti tanto interessanti quanto poco noti di manga e anime più o celebri (Neon Genesis Evangelion, Gunslinger girl, Ghost in the shell, etc.).
Nel denso contributo di Marco Pellitteri, Giappornologie, vengono evidenziati altri elementi caratterizzanti la produzione nipponica contemporanea, vale a dire quelli legati al mondo del sesso e del porno, con un’attenzione particolare verso le loro radici socio-antropologiche e le dinamiche sottese; anche in questo caso, la figura dell’automa (in particolare della donna cyborg) e quella della bambola gonfiabile assumono un significato ben preciso, in quanto esseri passivi, non minacciosi e facilmente controllabili.
Conclude il volume La verità dell’illusione, dedicato al regista Satoshi Kon che, con le sue commistioni di onirico e reale, umano e cibernetico, ha dato vita a nuovi orizzonti cinematografici e semantici, in cui l’apparenza – non di rado dall’impronta postmoderna – si confonde e si sposa con ciò che siamo abituati a chiamare  (riduttivamente?) realtà.