Dubbi. Curiosità. A tratti addirittura fastidio. Ecco quello che provai qualche anno fa quando vidi per la prima volta Kamikaze girl (2004) (in realtà, il film in originale si chiama Shimotsuma monogatari, 下妻物語, ossia Storia di Shimotsuma,dal nome dell’omonima città; qui sopra ne potete vedere uno stralcio). Le mie perplessità dipendevano solo in parte dalla trama bizzarra e dalla regia un po’ fuori dalle righe: c’era piuttosto qualcosa che non mi convinceva nella protagonista Momoko, nei suoi atteggiamenti teatrali e, soprattutto, nella sua passione sfrenata per merletti e crinoline, da perfetta amante della moda lolita. La verità è che non capivo: mi sfuggiva quasi tutto di quel curioso universo, di quelle ragazze così diverse da me.
Il tempo è trascorso, il mio interesse per il Giappone si è approfondito e le cose sono, naturalmente, cambiate. Così, quando qualche giorno fa ho avuto tra le mani l’accattivante Gothic Lolita di Valentina Testa (giù autrice di Kawaii Art, di cui vi ho parlato qui; Tunué, pp. 112, € 9,70; in offerta su Amazon.it cliccando qui a € 8,25), ne sono stata felice. (altro…)
Io credo profondamente nei colpi di fulmine. Soprattutto in fatto di libri.
Con il Menù di Yocci– alias Noda Yoshiko – (ed. Corraini, 2011, pp. 44, € 9,69) è stato amore a prima vista: per via della sua genuina semplicità, del testo in italiano e in giapponese, dell’atmosfera giocosa che si respira in ogni pagina. (altro…)
Era il lontano 1934 quando, tra le pagine di un volume di Sakamoto Gajo, apparve Tanku Tankuro, il primo robot della storia dei fumetti giapponesi. Malgrado l’aspetto piuttosto curioso, sorprendentemente già racchiudeva in sé alcune particolarità che avrebbero contraddistinto i suoi successori: armi di ogni tipo, potenti strumenti per dominare cielo e terra, fattezze da samurai.
Di questa e d’altre storie che hanno contraddistinto l’evoluzione della fantascienza giapponese nell’ambito degli anime e dei manga ci racconta Francesco Rossi, (altro…)
Marzo 2008, interno giapponese tradizionale. Il ministro degli Esteri Masahiko Komura è qui in veste ufficiale per nominare un nuovo ambasciatore, che avrà l’impegnativo compito di far conoscere la cultura nipponica all’estero. Eccolo: è alto press’a poco come il politico, ma ben più rotondo. Ha un colorito bluastro e non indossa il completo scuro di rito, ma nessuno pare farci caso. E’ Doraemon, il gatto robot protagonista di una fortunata serie di cartoni animati nota in tutto il mondo. E tutti paiono essere soddisfatti della scelta del ministero.
In Giappone, il kawaii – vale a dire tutto ciò che è giocoso, tenero e “finisce in -ino” (cit. da Gomarasca – Valtorta) – non desta la sorpresa e le perplessità che lo accompagnano qui in Italia, dov’è spesso e frettolosamente giudicato stucchevole e infantile. Difatti, nel Sol Levante, gode di tutt’altra credibilità, incarnandosi in un‘estetica pervasiva che ha contagiato persino l’arte contemporanea, come ben spiega Valentina Testa, laureata all’Accademia di Belle Arti di Brera, nel suo volumetto Kawaii Art. Fiori, colori, palloncini (e manga) nel Neo Pop giapponese (Tunué, pp. 96, € 9,70; in offerta a € 8,25 su Amazon.it cliccando qui), (altro…)
Poteva essere un mattino denso di nebbia o un tramonto piovigginoso. Alcune, trascinando le valigie, avevano già gli occhi umidi di tristezza; altre sorridevano e salutavano a gran voce.
Erano migliaia e migliaia. Tutte donne, tutte giapponesi, tutte in procinto di partire per sposare un anonimo conterraneo che viveva in America, dall’altra parte di un oceano che certe ragazze dell’entroterra non sapevano neppure immaginarsi. A ciascuna lui – e non importa se si chiamasse Kato, Jin o Tetsuya – aveva promesso una villetta, una Ford, un piccolo giardino ben curato con la staccionata appena dipinta.
Sbarcate a terra, trovarono mariti che le assaltavano nel sonno con furia, o che le guardavano appena; trovarono catapecchie in cui dormire e ville in cui servire in silenzio, e filari e filari da coltivare su cui spaccarsi la schiena sotto il sole della California per un padrone pallido mai visto. Trovarono figli indesiderati nel ventre e malattie sconosciute che prosciugavano il loro corpo, ricordo di qualche puttana amata una notte dall’uomo che aveva giurato loro fedeltà.
Le innumerevoli storie di queste donne – sconosciute ai più e, forse, volutamente taciute da molte – sono state raccolte assieme in un’unica, grande voce corale da Julie Otsuka, artista statunitense d’origine nipponica, nel suo Venivamo tutte per mare, tradotto dalla bravissima Silvia Pareschi (qui potete trovare l’intervista che mi ha rilasciato), edito da poche settimane per i tipi Bollati Boringhieri (pp. 142, € 14; ora in offerta su Amazon.it cliccando qui a € 11,05). (altro…)
Notturno in bianco e nero. Un ragazzo con le lenti spesse canta sul tetto di un edificio, fissa l’orizzonte, o forse il vuoto. E’ ben pettinato, e la camicia bianca è stirata a perfezione. E’ un assassino, e prima ancora una vittima. Il suo destino è già scritto.
Questo l’incipit di Su su per la seconda volta vergine (Yuke yuke nidome no shojo, 1969) di Wakamatsu Kōji, capolavoro del cinema sperimentale giapponese del secondo dopoguerra:un cinema duro, crudo, violento, profondamente legato al clima di opposizione sociale e rinnovamento che si respirava in quegli anni in Giappone, in cui le proteste caratteristiche dell’epoca sessantottina erano in realtà sorte già da tempo quando l’Europa conobbe il maggio francese, diventato poi simbolo delle rivolte giovanili.
Per orientarci in questo universo torbido e poliforme – poco noto in Italia anche a causa del rifiuto operato da parte dei circuiti cinematografici e televisivi (con la lodevole eccezione del solito Ghezzi) – possiamo affidarci a Giappone underground. Il cinema sperimentale degli anni ’60 e ’70 di Beniamino Biondi (edizioni Il Foglio, 2001, pp. 133, 12 €; in offerta su Amazon.it cliccando qui a 10,20 €), che fornisce una panoramica sintetica ma ad ampio raggio sull’argomento, scansionata per registi, dei quali estrinseca la poetica e i significati delle scelte formali (talvolta azzardate ed estreme) proprio a partire dalla loro stessa produzione, con abbondanza di esempi.
In quegli anni, non pochi registi – rompendo bruscamente con le industrie cinematografiche e con l’establishment intellettuale – si dedicarono in modo intensissimo alla sperimentazionee alla ricerca di nuovi linguaggi che potessero rivelare il malessere e le contraddizioni di una società fagocitata dal capitalismo dilagante, in cui l’individuo (specie se appartenente agli strati sociali più bassi) non poteva che annichilirsi o straniarsi, sino a diventare altro da sé.
Mentre Sartre fumava al Café de Flore, a Parigi, disputando di politica e filosofia, alcuni cinfefili giapponesi battevano cantine, quartieri malfamati, bar d’infimo ordine per scovare idee e atmosfere, finendo per dare la parola persino ai luoghi stessi: lo dimostra Wakamatsu Kōji nel suo A.K.A. Serial Killer (Ryakushō renzoku shasatsuma, 1969), documentario dedicato a un serial killer, privo di attori, che racconta la vita dell’assassino facendo parlare gli stessi scenari degradati in cui si è svolta, costituendo così una perfetta applicazione della teoria del paesaggio, volta a dimostrare “come l’ambiente muti l’identità sociale e politica” (cit. di Adachi Masao), che ricorda la celebre formula “race, moment, milieu” (fattori ereditari, contesto sociale e momento storico sono determinanti per la costituzione di un individuo), coniata da Taine, teorico del naturalismo francese ottocentesco.
Moltissima parte delle pellicole nate a cavallo tra gli anni Sessanta e i Settanta si presenta oggi ai nostri occhi dissacrante, oscura, incoerente, visivamente e contenutisticamente aggressiva. Il ricorso alla violenza è esplicitato in tutte le sue forme, non ultima quella sessuale: l’eros diviene una cassa di risonanza e, prima ancora, un linguaggio di opposizione e denuncia, talvolta non privo di letture allegoriche, come nel caso di Iimura Takahiko e Hara Kazuo. Per questa ragione, è possibile individuare nella produzione di questi anni numerose tracce del pinku eiga (letteralmente ‘cinema rosa’, da intendersi però come produzione erotica, spesso realizzata a basso costo e in tempi ristretti): per portare in scena il malessere delle fasce più deboli, escluse dalla buona società, si credeva fosse opportuno ricorrere a generi e stili artistici altrettanto outsider.
Ma la rivolta (politica, ideologica, esistenziale), come ben spiega Biondi, non passò soltanto attraverso i contenuti, bensì anche per gli stessi strumenti stilistici ed espressivi, come dimostrano le esperienze di Obayashi Nobuhiko (celebre la sequenza della pianta che fa l’amore con una ragazza, tratta dal suo Huasu, ripresa da Sam Raini).
La realtà stravolta e violenta in cui si dibattevano uomini e donne in conflitto con se stessi e con il mondo poteva esser rappresentata soltanto da scelte formali coraggiose sino all’azzardo, spinte talvolta – di proposito o meno, a seconda della bravura del regista – ai limiti del trash, con incursioni nell’horror e nel grottesco: cromatismi deliranti, alterazioni improvvise nelle sequenze dei fotogrammi, collage, inquadrature stravolte e stravolgenti… I generi cinematografici si confondono tra loro, recependo al contempo stimoli e suggestioni dall’arte e del cinema occidentale; basti pensare all’influenza del mito di Edipo sul Funerale delle rose (Bara no Sōretsu; qui a sinistra un fotogramma), diretto da Matsumoto Toshio nel 1969.
Un caso a parte è rappresentato dalle pellicole di Mishima Yukio, in cui apparve nelle veste di semplice attore, oppure come ideatore e protagonista. A quest’ultima classe appartiene un’unica opera, entrata però nella leggenda: Patriotism (Yūkoku, 1966), ritenuta da molti premonitrice, dal momento che il personaggio principale, incarnato dallo scrittore, si dà la morte per seppuku (suicidio rituale). Lo stesso Mishima fu uno dei bersagli preferiti di Terayama Shūji, autore dell’Imperatore Tomato Ketchup (Tomato kecchappu kōtei, 1970; qui a lato un fotogramma), in cui si scagliò sia contro il militarismo tanto apprezzato dall’autore del Padiglione d’oro, sia contro le alternative politiche, sociali e rivoluzionarie dell’epoca, dando vita a un film di non facile interpretazione e dai tratti visionari.
Quello underground fu insomma un cinema sfaccettato e ricco per temi, stili, polemiche, il cui spirito è forse in parte riassumibile nei versi struggenti e allucinati della canzone che apre Su su per la seconda volta vergine:
Mamma, io me ne vado! Entro nella notte della città. Un pranzo nudo, un pranzo di sangue.
Non si tratta della solita recensione, ma di un breve saggio volto soprattutto a mettere in risalto gli aspetti metanarrativi del romanzo (ossia quelli relativi al discorso dell’opera su se stessa e sui meccanismi della scrittura e della letteratura). Questo tema è forse sfuggito a molti lettori, assorbiti dalla trama, ma non al celebre book designer Chip Kidd che, di proposito, per la versione statunitensedi 1Q84 (qui a destra) ha scelto una copertina formata da due immagini compenetranti, indissolubilmente legate l’una all’altra.
Detto ciò, vi lascio alla lettura del lavoro di Mariella Soldo:
Ci sono libri inclassificabili, che sfuggono ai personaggi, alle trame, persino allo scrittore stesso, per non parlare del lettore. Ci sono libri, come 1Q84, che non si svelano e che fanno del mistero della narrazione, del suo impossibile e fallimentare controllo, un punto di forza. 1Q84 non è un romanzo, ma più romanzi che s’incrociano su piani diversi della realtà, per confondersi, senza mai tradirsi. I protagonisti sono Aomame e Tengo, un’assassina e un aspirante scrittore, che sembrano vivere in un mondo parallelo al 1984, in cui avvengono fenomeni inspiegabili, come la presenza di due lune. Apparentemente, Aomame e Tengo non si conoscono, ma le loro vite si attraggono. Quest’ultimo lavoro di Murakami riassume quasi la sua opera intera, dal momento che alcune tematiche ricorrono spesso. Lo scrittore si dimostra, ancora una volta, un abile narratore, che sa alternare momenti di forza e di debolezza all’interno di un romanzo. La grande protagonista è, dunque, la narrazione, sconfinata, quasi labirintica, a scapito però dello stile, che, all’occhio di un lettore più esigente, può risultare nel complesso banale. Per poter dare un giudizio definitivo, occorre aspettare il terzo libro che completerà la trilogia, sperando che quest’ultimo non risolva i misteri, come un semplice giallo, ma li lasci in sospeso, per poter permettere anche a noi di creare mondi, a partire da un romanzo così complesso.
«Anno 1Q84. Ecco d’ora in poi lo chiamerò così», decise Aomame. Q è la Q del question mark, il punto interrogativo. Camminando, Aomame annuiva da sola. «Che mi piaccia o no, adesso mi trovo in questo anno 1Q84. Il 1984 che conoscevo non esiste più da nessuna parte. Ora è l’anno 1Q84. L’aria è cambiata, il paesaggio è cambiato. Devo adattarmi il più in fretta possibile a questo mondo con un punto interrogativo. Come un animale che è stato trasportato in una nuova foresta, che per proteggersi e sopravvivere deve capire il più presto possibile le regole del luogo, e adattarvisi». (p. 141-142)
Apparentemente, credi solo di essere immerso nella lettura di un libro. Poi, inizi un racconto a caso e tutto scompare, per lasciare posto a una città dimenticata. Si dissolvono poco a poco le pareti della stanza, e le finestre, le porte, gli oggetti; al loro posto spuntano vivaci botteghe di legno, piccoli banchi che vendono pesce per la strada, fili su cui ondeggiano kimono messi ad asciugare al sole. Il silenzio si sfilaccia e sorge un allegro frastuono: i bambini ridono a voce alta, le vicine chiacchierano tra loro, mentre i venditori di patate arrosto incoraggiano i clienti con grida insistenti.
Ecco, questo è Detective Hanshichi. I misteri della cittàdi Edo di Okamoto Kidō (1872 – 1939) (trad. a cura di P. Ferrari; O Barra O Edizioni, 2011, pp. 240, € 14; ora in offerta su Amazon.it a € 11,90 cliccando qui), uno dei padri del genere poliziesco in Giappone. Il volume (che a brevissimo sarà seguito da un secondo) racchiude una piccola ma significativa parte del corpus giallo dello scrittore (sviluppatosi tra il 1917 e il ’37), ospitando undici suoi racconti mai editi prima in Italia, preceduti da un’ottima introduzione del curatore americano, lo studioso Ian MacDonald. Distaccandosi dalla produzione precedente, costituita tra l’altro da materiali di origine cinese (come Tōin hiji monogatari, Casi uditi sotto il cespuglio di ciliegie cinesi, tradotti nel 1649) e autoctona (si pensi per esempio a Honchō ōin hiji, Casi uditi sotto l’albero di ciliegio giapponese, pubblicati nel 1689 da Ihara Saikaku), e dai resoconti di cronaca nera apparsi sui giornali alla fine del diciannovesimo secolo, Kidō inaugurò il poliziesco ‘alla giapponese’, non esente però da numerose influenze, compresa la saga di Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle.
A leggerle oggi – abituati come siamo a qualsiasi tipo di orrore spettacolarizzato dai mezzi d’informazione – le vicende narrate ci paiono quasi ingenue, anche se è inevitabile provare ammirazione per il fiuto di Hanshichi e, ancor di più, simpatia per il suo carattere. Burbero, pragmatico, a volte ironico sino al sarcasmo e capace di sorridere dei suoi errori (come ne La stanza sopra i bagni), l’uomo sa però mostrarsi all’occorrenza sensibile e generoso, dal momento che, pur credendo fermamente nella giustizia, non ne è mai soggiogato. La “lunga faccia magra decisamente singolare, con un naso prominente e occhi espressivi […] gli [dà] l’aria di un attore di kabuki”: e Hanshichi, in fondo, attore lo è davvero per la capacità di adattarsi a qualunque situazione con naturalezza. L’ispettore, infatti, sa stare a suo agio tra samurai, religiosi e comuni cittadini, sfruttando a suo favore vizi e virtù di ogni classe sociale, facendo leva se necessario sull’onore di una dama o sul timore delle percosse da parte di un giovane furfante.
Tutti i racconti di Hanshichi sono ambientati nella Edo (la vecchia Tokyo) del pieno Ottocento, tra gli anni Quaranta e Ottanta, quando ancora non era stata pienamente travolta dal turbine della modernizzazione. Ed è lei, in fondo, la vera protagonista delle storie: una città senz’altro pittoresca, con le sue strade affollate e gli improvvisi, stupefacenti scorci, ma anche rumorosa, ambigua, contraddittoria, pronta a dare riparo nei suoi bassifondi a malviventi di ogni risma o inquietanti spettri assetati di vendetta. Una città di vicoli morti e di angoli lividi, che certo avrebbe conquistato il Tanizaki del Libro dell’ombra, e della quale Kidō appare nostalgicamente innamorato. E’ probabilmente per questa ragione che le sue pagine appaiono vivide, stilizzate, eppure così piene di poesia, anche quando la sua penna si sofferma a descrivere quartieri malfamati e attività umilissime. Persino il rintocco di una campana che scuote le stelle nella notte, il passo leggero di un ladro sul muschio o i calli dei mignoli attragono l’attenzione dell’autore, impaziente di ricreare pennellata dopo pennellata un mondo tanto vagheggiato quanto perduto.
Le giornate avevano cominciato ad accorciarsi, e quando la campana della sera suonò le sei, l’interno della piccola casa era ormai quasi buio. Okame venne sulla veranda con una fiaschetta di sakè, alcuni involtini e qualche fascio di susuki, le cui fronde frusciavano nella fredda brezza serale che si faceva sentire fin dentro al kimono senza fodera di Hanshichi. Era ora di cena, sicché il detective si fece comprare da Okame, in un negozio del posto, alcune anguille cotte alla griglia di cui offrì una parte alla sua ospite e alla figlia, sentosi a disagio a mangiare da solo. Terminata la cena, il detective tornò nella veranda con uno stuzzicadenti dondolante dalle labbra e alzò gli occhi al vasto oceano del cielo blu scuro che si stendeva sopra di lui, irregolarmente diviso dalle gronde sovrapposte delle case nella stradina. La luna piena non si era ancora alzata, ma a oriente il pallido brillio giallino al limite di alcune nubi annunciava il suo arrivo. La rugiada che aveva cominciato a cadere mentre cenava all’interno, scintillava ora sulle foglie avvizzite di due campanule in vaso esiliate nel giardino, apparentemente non più bene accolte in casa.
(brano tratto da La dama di compagnia, p. 220)
Immagine tratta dall’Edo Meisho Zue (I siti famosi di Edo illustrati), pubblicato tra il 1829 e il 1836.
Donne che lavorano, che viaggiano, che abbandonano tutto per amore di un uomo o di un figlio; donne che passano ore a farsi belle, che cantano scatenate al karaoke, che fanno shopping; donne che vestono in kimono, che seguono l’ultima moda, che hanno un cancro ma non smettono di sorridere… Sono decine e decine le figure che, con le loro parole e i loro gesti hanno plasmato – talvolta inconsapevolmente – Tokyo sisters. Reportage dall’universo femminile giapponese (traduzione di Giusi Valent; O barra O edizioni, pp. 196, € 15; ora in offerta su Amazon.it a € 12,75 cliccando qui), delle giornaliste francesi Julie Rovéro-Carrez e Raphaëlle Choël.
Miki, Miyoko, Chika, Megume e le altre intrecciano le loro voci, ponendo tra le nostre mani un frammento delle loro vite, frivolo o drammatico che sia, ma comunque sincero. Senza mai vergognarsi delle debolezze e degli errori compiuti, raccontano un momento cruciale della loro esistenza (una separazione dolorosa, una partenza, un’opportunità sfumata) oppure, più semplicemente, una passione segreta o un’abitudine inconsueta.
Mettendo da parte qualunque intento pedagogico o qualsivoglia tono didascalico, le due autrici ritraggono con schiettezza e, non di rado, una buona dose di ironia il presente e il passato di donne diversissime per età, professione, carattere e ambizioni, conosciute nel corso dei loro soggiorni in terra nipponica. In questo modo, pagina dopo pagina, emerge un panorama ad ampio raggio, capace di includere aspetti e comportamenti poco noti o addrittura disdegnati dagli studiosi. Quotidianeità, sesso, progetti, piccoli e grandi problemi, hobby, sogni… : non è infatti tralasciato alcun argomento che possa aiutare il lettore a comprendere meglio la complessità dell’orizzonte femminile, stimolando al tempo stesso la sua curiosità con centinaia di aneddoti e note di costume.
Libere dalla necessità di fornire riscontri a complesse quanto claustrofobiche teorie socio-antropologiche, le due scrittrici possono abbandonarsi al fluire della frenetica Tokyo: non importa che ci si trovi al tavolo di un raffinato ristorante oppure sotto il casco del parrucchiere, se tutte le occasioni sono utili per conoscere meglio non la donna, ma le tante e dissimili donne che animano la capitale. Infrangendo ogni stereotipo che dipinge la tipica giapponese remissiva e misurata o, al contrario, dotata di una sensualità conturbante da geisha, si apre così, finalmente, il vaso di Pandora, e ne fuoriescono contraddizioni, ferite, lacrime, delusioni, ma anche risate a crepapelle, pettegolezzi e manie.
Può trattarsi di Akane – studentessa innamorata della propria immagine allo specchio -, di Yuki, surfista provetta, o di un’anonima ragazza emersa dalle ben trecentomila donne nipponiche che ogni anno ricorrono alla procreazione assistita: l’impressione è sempre la stessa. Che la posta in gioco sia un buon marito, una borsetta firmata, un bambino da amare o un corpo perfetto, le donne del Sol Levante sono sempre alla ricerca di qualcosa o qualcuno. Infaticabilmente, testardamente perché, come recita il proverbio, anche un viaggio di mille miglia inizia con un passo, e la strada verso la felicità non è mai breve.
Per l’immagine: copyright di Biblioteca giapponese.
Molto tempo fa viveva una fanciulla di rara bellezza: Otoyo. La ragazza era a servizio da Lord Bizen ed era anche la sua favorita. Un giorno, in compagnia di Otoyo, Lord Bizen camminò a lungo nel suo giardino ed estasiato dalle piacevoli fragranze emanate dai fiori decise di fermarsi in quel luogo fino al tramonto.
Sulla via del ritorno al castello i due non si accorsero di essere seguiti da un enorme gatto nero. Otoyo si ritirò nella sua stanza e andò a letto. Nel bel mezzo della notte, però, si svegliò e vide l’enorme gatto nero dietro di sé: spaventata da tale visione, urlò terrorizzata. Il gatto fece un balzo in direzione della fanciulla e affondò le sue zanne nella gola della sventurata, uccidendola. Dopo averla seppellita, l’animale assunse le sembianze di Otoyo e cominciò a tormentare il signore. Giorno dopo giorno Lord Bizen diventava sempre più pallido e debole senza che nessuna medicina avesse effetto alcuno sulla sua salute. Alla fine, Itoh Suneta, un servitore impavido e leale, scoprì il mistero di quel travestimento e il gatto fu costretto a fuggire in montagna. Inseguito dalla folla, venne ucciso.
Questa, che parrebbe una favola macabra come tante, è in realtà il testo di uno dei volantini americani sganciati sul Giappone dopo il bombardamento di Hiroshima.Tutto il contenuto va letto in chiave metaforica, come spiegano gli stessi compilatori: il messaggio, infatti, vuol rimandare in realtà a significati diversi da quelli manifesti, dal momento che “il gatto mostruoso rappresenta i capi militari che vi succhiano il sangue e costringono a un inutile sacrificio migliaia di giovani vite. Inoltre indeboliscono il vostro Paese perché ostacolano la distribuzione del cibo e delle forniture mediche necessarie. La fanciulla uccisa può essere paragonata al governo costituzionale la cui formazione è stata impedita dalla cricca dei capi”.
Per amore dell’imperatore e della loro stessa nazione, i giapponesi – nell’opinione degli statunitensi – avrebbero dovuto ribellarsi e spodestare i militari; peccato solo che le ragioni del conflitto mondiale e dell’intervento degli USA fossero più complesse e certamente più interessate. Molti americani, però, parvero accettare senza scomporsi troppo le spiegazioni fornite di volta in volta dal governo per arruolarsi, affrontare un nemico oltreoceano e persino morire in nome della gloriosa patria.
Per comprendere meglio questa ideologia e, soprattutto, i retroscena delle missioni atomiche, vi consiglio di leggere le testimonianze sulla seconda guerra mondiale, sotto forma di diario, raccontate da uno dei suoi protagonisti in Nagasaki per scelta o per forza (fbe edizioni, pp. 239, € 14), opera di Fred J. Olivi, copilota italo-americano a bordo del bombardiere B-29 ‘Bockscar’, noto per aver sganciato la tristemente famosa bomba atomica ‘Fat Man’ sulla città giapponese di Nagasaki, il 9 agosto 1945, tre giorni dopo quella di Hiroshima, per fiaccare una volta per tutte il Paese del Sol Levante e mettere così fine alla guerra.
Partendo dall’infanzia e dall’adolescenza vissute nel pieno della grande crisi del ’29 nei quartieri poveri di Chicago, Fred (qui nella foto a lato) ci mostra le ragioni che lo spinsero ad arruolarsi come volontario: il bisogno di racimolare un po’ di denaro, il richiamo dell’avventura, il grande desiderio di volare e, senz’altro, un sincero attaccamento alla nazione che lo aveva accolto e cresciuto. Il ragazzo, riconoscente, abbracciò in tutto e per tutto il modello del perfetto soldato americano: adorava il severo allenatore delle scuole superiori, svolgeva senza battere ciglio tutte le esercitazioni possibili, tornava appena poteva dalla famiglia per riabbracciare l’amata madre e si compiaceva per “la soddisfazione di sganciare le ‘zucche’ [bombe] sugli obiettivi”, di qualsiasi tipo essi fossero. A proposito del 15 agosto 1945 – giorno della resa incondizionata dei giapponesi e della fine del conflitto – l’uomo scrisse infatti: “Una gioia indicibile accolse quell’annuncio! Era proprio finita! Avevamo messo in ginocchio l’Impero del Sol Levante. C’erano voluti quattro anni ma alla fine, come aveva promesso il presidente Roosvelt dopo l’attacco a Pearl Harbour, la vittoria – immancabile – avrebbe premiato gli americani. […] Ero orgoglioso, veramente orgoglioso di essere americano“.
In fondo, già nella scelta del titolo si rivela molto dell’ideologia della voce narrante: se l’edizione italiana recita Nagasaki per scelta o per forza, lasciando uno spiraglio all’inelettuabilità del destino e al possibile pentimento per quanto fatto, quella originale reca Decision at Nagasaki. The Mission That Almost Failed (ossia: Decisione a Nagasaki. La missione che quasi fallì), volta invece a sottolineare in modo sottile – almeno nella mia personale opinione – la bravura dello staff che riuscì, malgrado le avversità, a sganciare le quattromila tonnellate e mezzo di Fat Man sulla città nipponica (“[…] Poveri giapponesi… Se la sono cercata, però!”, scrisse in quell’occasione Olivi). I membri dell’équipe, ritenuti al termine del conflitto degli eroi della patria, erano ben lontani da qualsivoglia etica dei kamikaze: mentre i piloti giapponesi cercavano volontariamente la morte con la speranza di giovare alla propria nazione, i colleghi americani – come leggiamo nel libro – tremavano all’idea di poter saltare in aria a causa di un ordigno esploso al momento sbagliato.
A vedere le foto in bianco e nero di questi ragazzoni in calzoncini o con la brillantina che sono stati strumenti di una volontà superiore (non divina, piuttosto economica e politica) viene da riflettere. Sarà bastato dirsi di aver fatto il proprio dovere per mettere a tacere la coscienza? E cosa avrà pensato il sergente che volava sempre con una bambola portafortuna regalatagli da una nipotina osservando le immagini dei bambini orfani, deturpati dalle radiazioni, uccisi senza ragione?
Leggendo le memorie di Olivi, non ho potuto fare a meno di pensare a un’altra pagina nera della storia degli USA, la guerra in Vietnam. Migliaia e migliaia di uomini partirono, chi per necessità, chi per servire con fedeltà il proprio paese, forse convinti che far strage di ‘charlie’ (viet-cong) fosse in fondo facile come sterminare i ‘musi gialli’. Eppure, neanche questa lezione sembra esser servita agli ancora numerosi sostenitori delle guerre (sacro)sante e allo stesso Fred J. Olivi, che inviò questo telegramma al presidente George Bush Senior nel 1991:
Signor Presidente,
in qualità di co-pilota del B29 “Bockscar” che sganciò la seconda bomba atomica su Nagasaki, mi complimento con Lei per la decisione presa di non chiedere le scuse ufficiali al Giappone per la missione atomica delle Seconda Guerra Mondiale. Sono molto lusingato per il fatto che gli sforzi dei due equipaggi, coinvolti negli attacchi che posero fine alla guerra, non furono vani.
Olivi non ricevette mai una risposta, e rimase amareggiato di ciò. Chissà se, almeno allora, ebbe il sospetto di aver sbagliato qualcosa nella sua vita.