L’anima sintetica dell’arte contemporanea giapponese: “Kawaii art” di V. Testa

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Marzo 2008, interno giapponese tradizionale. Il ministro degli Esteri Masahiko Komura è qui in veste ufficiale per nominare un nuovo ambasciatore, che avrà l’impegnativo compito di far conoscere la cultura nipponica all’estero. Eccolo: è alto press’a poco come il politico, ma ben più rotondo. Ha un colorito bluastro e non indossa il completo scuro di rito, ma nessuno pare farci caso.
E’ Doraemon, il gatto robot protagonista di una fortunata serie di cartoni animati nota in tutto il mondo. E tutti paiono essere soddisfatti della scelta del ministero.

In Giappone, il kawaii – vale a dire tutto ciò che è giocoso, tenero e “finisce in -ino” (cit. da Gomarasca – Valtorta) – non desta la sorpresa e le perplessità che lo accompagnano qui in Italia, dov’è spesso e frettolosamente giudicato stucchevole e infantile. Difatti, nel Sol Levante,  gode di tutt’altra credibilità, incarnandosi in un‘estetica pervasiva che ha contagiato persino l’arte contemporanea, come ben spiega Valentina Testa, laureata all’Accademia di Belle Arti di Brera, nel suo volumetto Kawaii Art. Fiori, colori, palloncini (e manga) nel Neo Pop giapponese (Tunué, pp.  96, € 9,70; in offerta a € 8,25  su Amazon.it cliccando qui), una delle prime opere realizzate a riguardo nel nostro paese, capace di affrontare l’argomento in modo compiuto e accessibile a tutti. Insomma: chi si aspetta un catalogo di oggetti teneri e dai colori pastello, è destinato a rimanere deluso.

Dopo una rapida introduzione al mondo del kawaii – inquadrato nelle coordinate storiche e culturali (d’obbligo le menzioni alle mode di Harajuku, agli otaku, al mondo degli anime e dei manga)-, l’autrice entra subito nel vivo della questione, concentrandosi su Murakami Takashi, il celeberrimo guru del Neo Pop nipponico, padre del Superflat (il ‘superpiatto’), stile che prosegue ipermodernizzandola la tradizione pittorica giapponese delle immagini piatte, già propria di Hokusai e di alcuni artisti del periodo Edo. Essa, infatti, viene costantemente fecondata dall’artista attingendo alle culture metropolitane, come quella degli otaku, coloro che nutrono una passione intensissima solitamente indirizzata verso manga, anime, videogiochi e cantanti giovanissime (chiamate in patria idol), a lungo condannati dalla società a causa degli assassini sanguinosi perpetrati da alcuni ossessivi collezionisti. I lavori di Murakami – intere pareti ricoperte di margherite sorridenti (vedi sopra), sculture smussate simili a enormi giocattoli e addirittura costosissime borse firmate Vuitton, solo per fare qualche esempio -, seppure in apparenza così innocui, si collocano su quel sottile discrimine tra kawaii e kowai, lo spaventoso: dopo la sorpresa iniziale, lo spettatore, proiettato in un mondo abitato da forme rotondeggianti e fluo, non può fare a meno di percepire il contrasto tra se stesso – incapace di comprimersi in due dimensioni, di conformarsi a un mondo plastico – e una realtà sintetica.

Sensazioni simili si possono provare dinanzi alle opere prodotte dai giovani artisti della factory di Murakami, la Kaikai Kiki Company, che raccoglie alcuni dei più promettenti talenti della scena nipponica (Takano Aya, Aoshima Chiho, Mr, Kunikata Mahomi, Sato Rei, Koide Akane), di cui Valentina Testa fornisce un rapido profilo volto a evidenziarne le peculiarità. Ciascuno di loro ha sviluppato una propria personale poetica: si va dalle maliziose quanto inconsuete figure femminili di Takano Aya (vedi qui a lato), sino alle atmosfere inquietanti della giovanissima Koide Akane, passando per le esili adolescenti di Mr., ispirate ai manga, inconsapevoli lolite. Dietro tutto ciò non vi è (soltanto) il desiderio di portare una ventata di novità nel panorama artistico, ma soprattutto la volontà di dare una forma concreta alle ansie, ai turbamenti e alle contraddizioni di una generazione.

La polemica (estetica, sociale, esistenziale) si fa ancora più palese con due artiste, Sawada Tomoko e Mori Mariko, che utilizzano anche il proprio corpo come mezzo di espressione: la prima ricorre spesso all’autoritratto fotografico (come si può osservare nella foto a destra), costruendosi attraverso l’obiettivo centinaia e centinaia di identità, ispirate anche alle mode nipponiche più popolari, come quelle legate alle lolita (a cui Valentina Testa ha dedicato un volume che recensirò a breve) e alle ganguro; la seconda, invece, è in grado di muoversi tra rappresentazioni del consumismo ed esperimenti volti a dare fisicità alla dimensione mistico-spirituale.

Utilizzando un linguaggio sempre accessibile, Valentina Testa ci descrive un cosmo artistico tanto interessante quanto poco o mal conosciuto, appoggiandosi a un ricchissimo apparato iconografico, che popola pressoché ogni pagina del volume: il risultato è un’opera snella, rapida, ma sostanziosa.


4 commenti su “L’anima sintetica dell’arte contemporanea giapponese: “Kawaii art” di V. Testa

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