“Gothic Lolita” di Valentina Testa

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Dubbi. Curiosità. A tratti addirittura fastidio. Ecco quello che provai qualche anno fa quando vidi per la prima volta Kamikaze girl (2004) (in realtà, il film in originale si chiama Shimotsuma monogatari, 下妻物語, ossia Storia di Shimotsuma,dal nome dell’omonima città; qui sopra ne potete vedere uno stralcio). Le mie perplessità dipendevano solo in parte dalla trama bizzarra e dalla regia un po’ fuori dalle righe: c’era piuttosto qualcosa che non mi convinceva nella protagonista Momoko, nei suoi atteggiamenti teatrali e, soprattutto, nella sua passione sfrenata per merletti e crinoline, da perfetta amante della moda lolita. La verità è che non capivo: mi sfuggiva quasi tutto di quel curioso universo, di quelle ragazze così diverse da me.

Il tempo è trascorso, il mio interesse per il Giappone si è approfondito e le cose sono, naturalmente, cambiate. Così, quando qualche giorno fa ho avuto tra le mani l’accattivante Gothic Lolita di Valentina Testa (giù autrice di Kawaii Art, di cui vi ho parlato qui; Tunué, pp. 112, € 9,70; in offerta su Amazon.it cliccando qui a € 8,25), ne sono stata felice. Oltre a essere, probabilmente, una delle pochissime opere italiane dedicate in toto all’argomento (e, probabilmente, la prima nel nostro paese ad averlo affrontato), il volumetto permette al lettore (compreso quello che poco o nulla sa del Sol Levante) di comprendere meglio le proporzioni del fenomeno Lolita e, soprattutto, di evidenziarne le radici culturali e sociologiche, al di là dei pregiudizi che sorgono a partire dal nome stesso con cui si definisce questa moda giovanile. Esso, infatti, prende sì ispirazione dall’omonimo e celebre romanzo di Nabokov – che ha per protagonista una maliziosa dodicenne capace di attirare l’interesse morboso di un quarantenne -, ma svuotandolo di qualsiasi connotazione prettamente erotica (sebbene in Giappone sia diffuso il cosiddetto rorikon, il complesso di Lolita, che implica interesse sessuale verso bambine e adolescenti).

Trine a profusione, colletti inamidati, parrucche voluminose, corsetti ricamati, cuffie trapuntate di fiocchetti: ecco alcuni dei segni distintivi di questa tendenza soprattutto (ma non esclusivamente) femminile, nata come molte altre tra gli anni Ottanta e i Novanta, che trae linfa da un’estetica di ispirazione vittoriana o rococò. Al suo interno ospita una vasta gamma di orientamenti, ciascuno caratterizzato da un proprio dress code che prevede abiti e accessori ben precisi, in linea con la filosofia di fondo: ecco allora il filone Gothic Lolita, che predilige i colori scuri (nero in primis), lo Sweet Lolita dal sapore infantile, il principesco Hime o il sempreverde Punk, solo per fare qualche esempio. Com’è naturale, non mancano contaminazioni e influenze reciproche tra i diversi stili.

Mana, musicista, modello e stilista, tra i fondatori dello stile gothic lolita

Dal momento che ogni particolare può rivelare qualcosa della propria personalità, nulla viene mai lasciato al caso: ogni lolita ben informata conosce a menadito i negozi da frequentare, i marchi da indossare (Baby, The stars shine bright, per citare solo il più celebre), i modelli da seguire (uno fra tutti Mana, musicista e modello dalle fattezze volutamente androgine) e le immancabili riviste da cui trarre idee.

Tama, “Lunatic Pink”

Per comprendere la moda lolita – che a noi può facilmente apparire alquanto eccentrica e autoreferenziale – è senz’altro
necessario conoscere il contesto in cui si è sviluppata, pullulante di trend: una costellazione ibrida in costante mutamento, che accoglie i look appariscenti delle ganguro e delle yamanba, gli spunti provenienti dagli ambiti otaku, i vezzi kawaii (quel che ha una tenera aria bambinesca) e altro ancora.

Oltre a affondare le sue radici nelle culture pop-metropolitane (di cui sono espressione il visual k, i manga, gli anime…),lo stile lolita ha a sua volta lasciato tracce profonde, talvolta persino al di fuori del Giappone, anche in fatto di musica, arte, design, come dimostrano le esperienze di Yoh, Kira Imai, Gib Jaba Tank e Tama, illustratrice, quest’ultima, che ama sperimentare corde inquietanti.

Il viaggio nel mondo lolita – non più soltanto una moda, ma un vero e proprio way of life – riserva insomma molte sorprese, come ci mostra Valentina Testa: perché, allora, non cedere almeno per una volta alla tentazione di seguire il Bianconiglio e perdersi in un Paese delle meraviglie sempre pronto a stupirci?

 

Pink sweet lolita

Kuro lolita

 

 

 

 

 

 

 

Kodona, di stampo maschile

Punk lolita

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Foto tratte da qui, qui, qui, qui e qui.


4 commenti su ““Gothic Lolita” di Valentina Testa

  1. Carino volutamente eccessivo come il rococò 😀
    Poi avevo voglia di vedere un po’ di Giappone, i cavi bassi della luce, le macchinette automatiche, i binari, i furgoncini…

  2. Pingback: “Gothic Lolita” di Valentina Testa | L'occhio del daruma

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