[Recensione] Il seme della parola e la dis/funzione dell’assenza: “L’origine della distanza” di Francesca Scotti

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L'origine della distanza di Francesca ScottiVittoria è una come tante, ha un’esistenza come tante: abita con la madre, frequenta l’università, esce con gli amici. Sino a che non conosce Lorenzo: un amore da consumare col cuore in gola, di fretta, con ingordigia, prima che un volo possa strapparlo dalle braccia e portare di nuovo l’uomo in Giappone. E poi, improvvisa, la decisione: anche Vittoria partirà. Da sola, con poche cose, accompagnata da una felice incoscienza, ma cosa importa.

A Kyoto, di Lorenzo nessuna traccia. Le chiavi del suo appartamento, qualche brandello di email, un paio di numeri di telefono utili. Nient’altro.

E’ da un grumo di caos e dall’incertezza che nasce il primo romanzo di Francesca Scotti, L’origine della distanza (Terre di Mezzo, 2013, pp. 112, € 12), giunto circa due anni dopo la raccolta di racconti Qualcosa di simile. Ancora una volta, tra le pagine della scrittrice, il Sol Levante: quel paese in cui ha vissuto lei stessa, distillandone lontananze e gesti. Ma il Giappone è anche l’impero dei segni e dei sensi: di quei suoni che s’addormentano nella conca dell’orecchio, di quei sapori che s’insinuano cauti o caustici sotto la lingua, trafiggendola con l’acre wasabi o carezzandola con un wagashi dalle forme perfette.

Francesca Scotti

L’autrice, Francesca Scotti

Francesca Scotti, con naturalezza e con studiata scrittura, ci fa partecipi di tutto ciò. Quasi sovrappensiero, scivolando fra le pagine, prendiamo a prestito gli occhi curiosi e talvolta sgomenti di Vittoria per scoprire una terra che palpita per il timore di una contaminazione nucleare e sa allo stesso tempo commuoversi dinanzi a uno spettacolo di fuochi e di fiori di ciliegio; una nazione capace di custodire con discrezione le sue ombre – basti pensare agli johatsu, gli ‘evaporati’ che meticolosamente svaniscono nel nulla -, di lenire e straziare con la sua dolcezza e la sua solitudine.

E proprio qui, nell’ebbrezza dello smarrimento, germina imprevisto e imprevedibile il seme della distanza: ecco la parola che non compensa, che non colma i vuoti, bensì racconta l’assenza pungente, la vertigine costante della perdita e della scoperta. 

Credits foto: Hounlibrointesta.Glamour.it


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