Un angolo di Giappone a Bari e Trani: presentazione de “L’origine della distanza” e reading teatrale “L’odore intimo del Giappone”

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reading odore intimo del giappone Per gli amanti del Giappone in Puglia, Mariella Soldo e Barbara De Palma hanno riservato ben due incontri nei prossimi giorni:

  • giovedì 9 maggio, alle ore 19, presso la libreria Zaum/Interno 4 di Bari (Via Cardassi 85/87, Bari), avrà luogo la presentazione del romanzo L’origine della distanza di Francesca Scotti, curata da Mariella Soldo, con letture dell’attrice Barbara De Palma. Sarà presente l’autrice.
  • Sabato 11 maggio, alle ore 20,30, presso il teatro Mimesis di Trani (Via Pietro Palagano 53), sarà la volta del reading teatrale L’odore intimo del Giappone, con la regia di Mariella Soldo, corpo e voce narrante di Barbara De Palma. Lo spettacolo ha un costo di 8 euro. Per info e prenotazioni, potete chiamare il numero 346/8259618 o scrivere a teatromimesis@teletu.it. NB: la prenotazione è obbligatoria.

A Roma, presentazione de “L’origine della distanza” con Francesca Scotti e Biblioteca giapponese

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L'origine della distanza di Francesca ScottiHo il piacere di invitarvi sabato 4 maggio alla presentazione del romanzo L’origine della distanza di Francesca Scotti (qui trovate la mia recensione), che si terrà presso Doozo. Art sushi & books (via Palermo 51-53, Roma) alle ore 17,30.

L’autrice e io saremo felici di conversare con voi sul libro, scambiando impressioni e pensieri. Vi aspettiamo!


[Recensione] Il seme della parola e la dis/funzione dell’assenza: “L’origine della distanza” di Francesca Scotti

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L'origine della distanza di Francesca ScottiVittoria è una come tante, ha un’esistenza come tante: abita con la madre, frequenta l’università, esce con gli amici. Sino a che non conosce Lorenzo: un amore da consumare col cuore in gola, di fretta, con ingordigia, prima che un volo possa strapparlo dalle braccia e portare di nuovo l’uomo in Giappone. E poi, improvvisa, la decisione: anche Vittoria partirà. Da sola, con poche cose, accompagnata da una felice incoscienza, ma cosa importa.

A Kyoto, di Lorenzo nessuna traccia. Continua a leggere »


Presentazione a Roma di “Qualcosa di simile” in compagnia mia e dell’autrice

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Cari lettori vicini e lontani, sono felice di invitarvi tutti a “Giappone tra le righe. Presentazione del libro Qualcosa di simile e dei racconti d’arte Mizumono, Tsukemono e Konomono; avrò il piacere di parlare di queste opere con l’autrice, ossia la bravissima Francesca Scotti, sabato 22 ottobre, alle 18, presso il Doozo. Art book & sushi (Via Palermo 51/53, Roma; www.doozo.it).

Della raccolta di racconti Qualcosa di simile – che sta riscuotendo ottimi riscontri dal pubblico e dalla critica – potete trovare qui nel blog una recensione, firmata da Mariella Soldo; se siete incuriositi anche dal trittico Mizumono, Tsukemono e Konomono, non vi resta allora che consultarlo liberamente nel sito internet dell’autrice (www.qualcosadisimile.it) e dare un’occhiata alle mie note di lettura.

Mi raccomando: vi aspetto!


Quel non dire fluttuante: recensione di M. Soldo a “Qualcosa di simile”

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Avete presente quelle storie che, una volta terminate, continuano a vivere in voi, meglio se in una zona ombrosa e un poco torbida della coscienza? Ecco, a me questo capita soprattutto con Ogawa Yoko e, non a caso, con i racconti riuniti in  Qualcosa di simile di Francesca Scotti (ed.  Italic Pequod, pp. 144 , €  14; sito ufficiale: www.qualcosadisimile.it) che alla scrittrice nipponica (e non solo a lei) si ispirano, serbando però una decisa impronta personale. Ma lasciamo parlare Mariella Soldo, che del libro ci offre una bella recensione:

Quel non dire fluttuante

 

Ci sono scritture e trame che emergono con forza dal vaso confuso della letteratura contemporanea, scritture che hanno un compito difficilissimo: raccontare con maestria il mondo e permettere al lettore, paradossalmente, di allontanarsi da esso.

Quando ho aperto la raccolta di racconti di Francesca Scotti, Qualcosa di simile, senza leggere una frase o una singola parola, avevo già la sensazione di essere altrove. Forse è l’effetto di un titolo, indicatore di quell’imprecisione che serve alla letteratura per poter andare oltre, come qualcosa di simile che sfugge per diventare parte del tutto.

I dieci racconti della Scotti non hanno titolo, ma sono contrassegnati da un numero. L’assenza di un’indicazione apre finestre che si sovrappongono l’un l’altra. Alcuni riferimenti ritornano, nei racconti, riferimenti indicibili, misteri irrisolti, enigmi senza nome, quindi, perché nominarli?

Non farò riferimento alle trame, preferisco piuttosto dare rilievo all’essenza della scrittura dell’autrice, in cui si avverte l’influenza di quel mondo fluttuante, che rappresenta una caratteristica della letteratura giapponese.

L’economia della parola non tradisce la profondità del senso e l’inafferrabilità dello svolgimento dell’azione. Frasi nitide, che hanno bisogno di quella semplicità perfetta per poter non dire, sospendono la scrittura, proiettandola in quella fessura invisibile del mondo, in cui l’indicibile è la chiave della narrazione.

Follia, violenza celata, chiaroscuri dell’anima, sentimenti velati, masochismo e sadismo sono alcuni dei temi che l’autrice tocca, con abile maestria.

Dopo aver terminato l’ultimo racconto, il lettore conserverà per giorni le melodie dei racconti di Francesca Scotti, perché è proprio la musica, con le note di un violoncello o di un piano, a rendere quelle atmosfere dalla sensualità silenziosa e velata.

Mariella Soldo


Voci da occidente: “Mizumono” di Francesca Scotti

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Tutti coloro che si cimentano nello scrivere del Giappone (così come di qualunque paese lontano) rischiano spesso di infrangere la sottile soglia che distingue la fascinazione per l’Altro da un esotismo autoreferenziale; per questa ragione, leggendo alcuni testi – seppur piacevoli o fondati su ottime intenzioni – si ha purtroppo l’impressione che il punto di registrazione della realtà nipponica (sociale, storica, percettiva, etc.) sia inevitabilmente esterno a essa e permeabile a infiltrazioni estetizzanti o esterofile, nonché a stereotipi e pregiudizi.
Al contrario, tutta la raccolta Mizumono di Francesca Scotti (ed. Il Robot adorabile, arricchita da una bellissima tempera di Adalberto Borioli) mi è parsa bisbigliata da un angolo in penombra dello stesso Giappone, un cantuccio intimo e silenzioso, in comunicazione però con un universo sottile e poetico, a tratti surreale, mai sconfinante nell’onirismo solipsistico.
Ciascuno dei tre brevissimi racconti che compongono l’opera (consultabili qui, nel sito del nuovo libro dell’autrice, Qualcosa di simile) getta uno sguardo su un (non) luogo diverso in cui scorre l’esistenza lieve di un microcosmo senza tempo, scandita da un linguaggio minimo ed esatto, capace di far affiorare con naturalezza le parole dalla superficie della pagina.
La continuità fra brano e titolo fa sì che la narrazione scorra via in un respiro, fondendo insieme la dimensione testuale con quella extratestuale in cui si muove il lettore, letteralmente imprigionato nelle maglie della storia. E così ci smarriamo anche noi nella folla festante di un matsuri, tra incensi e fuochi d’artificio, spettatori impotenti di una piccola tragedia; i nostri piedi si bagnano nelle acque grigie e calde d’un villaggio di pescatori di granchi, mentre i nostri passi già si perdono in un quartiere dimenticato d’una città qualunque, per attraversare l’eternità con un Daruma.

Tutti coloro che si cimentano nello scrivere del Giappone (così come di qualunque paese lontano) rischiano spesso di infrangere la sottile soglia che distingue la fascinazione per l’Altro da un esotismo autoreferenziale; per questa ragione, leggendo alcuni testi – seppur piacevoli o fondati su ottime intenzioni – si ha purtroppo l’impressione che il punto di registrazione della realtà nipponica (sociale, storica, percettiva, etc.) sia inevitabilmente esterno a essa e permeabile a infiltrazioni estetizzanti o esterofile, nonché a stereotipi e pregiudizi.
Al contrario, tutta la raccolta
Mizumono di Francesca Scotti (ed. Il Robot adorabile, arricchita da una bellissima tempera di Adalberto Borioli) mi è parsa bisbigliata da un angolo in penombra dello stesso Giappone, un cantuccio intimo e silenzioso, in comunicazione però con un universo sottile e poetico, a tratti surreale, mai sconfinante nell’onirismo solipsistico.
Ciascuno dei tre brevissimi racconti che compongono l’opera (consultabili qui, nel sito del nuovo libro dell’autrice,
Qualcosa di simile) getta uno sguardo su un (non) luogo diverso in cui scorre l’esistenza lieve di un microcosmo senza tempo, scandita da un linguaggio minimo ed esatto, capace di far affiorare con naturalezza le parole dalla superficie della pagina.
La continuità fra brano e titolo fa sì che la narrazione scorra via in un respiro, fondendo insieme la dimensione testuale con quella extratestuale in cui si muove il lettore, letteralmente imprigionato nelle maglie della storia. E così ci smarriamo anche noi nella folla festante di un matsuri, tra incensi e fuochi d’artificio, spettatori impotenti di una piccola tragedia; i nostri piedi si bagnano nel
le acque grigie e calde d’un villaggio di pescatori di granchi, mentre i nostri passi già si perdono in un quartiere dimenticato d’una città qualunque, per attraversare l’eternità con un Daruma.