Un dorama dedicato agli amanti della letteratura giapponese: “Biblia Koshodō no Jiken Techō”

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Lettori, chiudete il libro e sintonizzatevi su Fuji TV: è finalmente in onda Biblia Koshodō no Jiken Techō, un dorama (una sorta di fiction) dedicato ai libri e alla letteratura giapponese!

L’opera è tratta da un romanzo di Mikami En ed ha come protagonista la deliziosa e timida Shinokawa Shioriko (Gōriki Ayame), proprietaria di una libreria antiquaria. La ragazza fa quasi per caso la conoscenza di Gōra Daisuke (Akira), Continua a leggere »


Un regalo per ringraziarvi: nasce il canale Youtube di Biblioteca giapponese

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2013, anno del serpente

2013, anno del serpente

Per prima cosa: tanti auguri per un ottimo 2013! In secondo luogo: grazie, grazie davvero.

Perché, senza i vostri stimoli, difficilmente sarei riuscita a realizzare 104 post in dodici mesi, com’è accaduto. E, con buone probabilità, avrei faticato ancora di più a superare le difficoltà di un 2012 che, a livello personale, è stato durissimo.

 

Abbiamo atteso la pubblicazione del terzo volume di 1Q84 di Murakami Haruki, per poi commentarlo insieme;
abbiamo parlato di Banana Yoshimoto e Mishima Yukio, ma anche di arte, cultura, cucina, manga e anime e molto altro;
ci siamo incontrati a Bari per L’odore intimo del Giappone (compagnia teatrale Notterrante), al Doozo di Roma per Racconti di Giappone in una tazza di tè, al Festival giapponese di Firenze per Ciak, si legge: quando la letteratura giapponese diventa cinema;
abbiamo chiacchierato a lungo nella pagina Facebook del blog…

Mi sembra giusto quindi farvi un piccolo regalo: ecco a voi il canale Youtube di Biblioteca giapponese! Qui troverete alcuni miei video girati in Giappone e, ben presto, compariranno anche clip dedicate a eventi legati al blog, iniziative interessanti (presentazioni, spettacoli…) e letture. Spero possa farvi piacere. 🙂

Io sono prontissima per 2013 insieme: e voi? 🙂

Foto tratta da Happy Lilac.

 


“Né di Eva né di Adamo” di Amélie Nothomb: un amore in Giappone

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adamo e eva tokyo

Statua di Adamo ed Eva a Tokyo

Se abbia visto prima la luce l’uovo o la gallina, è questione che i filosofi, dai tempi di Aristotele, non sono ancora riusciti a sciogliere. Per quanto riguarda la nascita dell’amore tra la cosmopolita Amélie e Rinri, la soluzione si annida senz’altro fra le uova, anzi, per esser più precisi tra le “‘œufs” che lei, in veste di improvvisata insegnante di francese, tenta in ogni modo di far pronunciare correttamente al giovane studente giapponese.

E così, a colpi di simil-fonduta svizzera, okonomiyaki ed espressioni improbabili, tra i due si stabilisce una relazione tenera eppure contraddittoria, raccontata con ironia e sincerità nel breve romanzo Né di Eva né di Adamo di Amélie Nothomb (traduzione di M. Capuani; Voland, pp. 169, € 8, in offerta a 6,80), ambientato in una Tokyo opulenta e a tratti conformista, sul finire degli anni Ottanta. Continua a leggere »


Arte, manga e letteratura negli atti del convegno “Tra arte e letteratura, tra Italia e Giappone”

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Vi riporto un’interessantissima notizia tratta dal blog dello studioso e traduttore Massimo Soumaré:

Sul numero 73 di Maggio 2011 della rivista di Arti, Scienze e Cultura Porti di Magnin edita dall’associazione omonima, sono stati pubblicati nello speciale letterario Magnin Litteraire n. 8 (pagg. 67-132) gli atti del convegno Tra arte e letteratura, tra Italia e Giappone tenutosi all’Accademia Albertina di Torino il 2-5 febbraio 2010 in concomitanza con la mostra Dall’ukiyo-e all’illustrazione contemporanea: la grande grafica giapponese (14 gennaio-14 febbraio 2010).
Segue l’indice dei quindici saggi editi:

Tra arte e letteratura-Tra Italia e Giappone, Prefazione pag. 81

Manga: fumetto e societa’ contemporanea di Massimo Melotti pag. 82

Calligrafia tra Cina e Giappone: evoluzione grafica della scrittura di Kazuko Hiraoka pag. 85

“Kitsukiba”: <dietro le quinte> del progetto di una graphic novel italo-giapponese di Fulvio Gatti, Vittorio Pavesio, Massimo Soumaré pag. 87

Japan in five ancient chinese chronicles-Alle origini del Sol Levante: le piu’ antiche cronache sul Giappone di Massimo Soumaré pag. 89

Angeli o Tenshi? Ovvero l’immagine dell’angelo nella cultura pop giapponese di Luca Della Casa pag. 92

Volpi magiche e spiriti inquieti nell’eta’ di internet: influenza della narrativa fantastica classica e del folklore tradizionale giapponesi sui mezzi di comunicazione di massa contemporanei di Massimo Soumaré pag. 94

“Foglie multicolori dal Sol Levante” e “ALIA6″, narrativa contemporanea giapponese e mondiale di Massimo Citi, Davide Mana, Massimo Soumaré, Silvia Treves pag. 98

Parole immaginate: piccolo viaggio intorno a segni e narrazioni di Fabio Lastrucci pag. 101

L’opera di Akemi Takada: dimostrazione di disegno di Akemi Takada pag. 104

Amici immaginari-l’occidente nel fantasy giapponese e il Giappone nel fantasy occidentale: streghe e miko, cavalieri e samurai di Reiko Hikawa, Davide Mana pag. 105

Ukiyo-e: l’arte del dissenso di Giorgio Arduini pag. 112

Attori kabuki e loro ritratti di Akane Fujisawa pag. 116

L’opera di Minae Takada: dimostrazione di incisione su rame di Minae Takada pag. 120

L’ukiyo-e e la moda di Edo: l’ukiyo-e come mass media di Murasaki Fujisawa pag. 122

Spire d’oriente, immaginario d’occidente di Franco Pezzini pag. 125


Fra tradizione e pop: “Culture del Giappone contemporaneo”

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Come si interseca il passato del Giappone, ricco di tradizioni, con il suo presente pop? A questa domanda hanno tentato di rispondere gli studiosi che sono stati impegnati in due edizioni del convegno “Wabi Sabi Cyber” (promosso dall’università “L’Orientale” di Napoli), i cui atti sono stati riuniti in Culture del Giappone contemporaneo. Manga, anime, videogiochi, arti visive, cinema, letteratura, teatro, architettura (Tunué, pp. 288, € 16,50).
Ancora non ho avuto modo di sfogliare il libro, ma avendo partecipato a uno dei congressi, sono certa sia un’opera di ottima qualità, che riunisce prospettive e interessi eterogenei.


Novità: "Ricordi di mia madre" di Inoue Yasushi

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Aggirandomi in libreria, quest’oggi ho scoperto un’interessante novità: a marzo è infatti uscito in libreria, presso i raffinati tipi dell’Adelphi, Ricordi di mia madre di Inoue Yasushi (pp. 150, € 17). Purtroppo non ho avuto modo neppure di leggerne una riga; vi allego, però, la presentazione dell’autore.

«Mia madre dava l’impressione di essere un meccanismo rotto. Non era malata, ma una parte di lei aveva ceduto… Le parti integre e quelle compromesse si mischiavano di continuo ed era arduo distinguerle. Nonostante fosse afflitta da una notevole mancanza di memoria, vi erano particolari che ricordava perfettamente». Così leggiamo in questi Ricordi di mia madre, in cui Inoue cela, con pudore, il suo lato più intimo e dolente. E non possiamo non ascoltare partecipi quella voce che ci spiega come la donna «avesse incominciato a cancellare a ritroso, con una gomma, la lunga linea della sua vita», del tutto inconsapevolmente, «perché a tenere in mano la gomma era quell’evento ineluttabile che è la vecchiaia». Vecchiaia su cui Inoue ci offre, con quest’opera in tre tempi, pagine fra le più intense che abbia mai scritto, dove riesce a trovare la misura perfetta, con una delicatezza di tratto che nulla concede all’effusione sentimentale, per raccontare un lento congedo, raffigurare angosce primordiali ed evocare immagini che si incidono nella memoria. Come quella dell’anziana donna che – con una lampadina tascabile in mano – vaga di notte nella casa del figlio, senza che sia possibile sapere se ora, nella sua mente, lei è la madre alla disperata ricerca del bambino perduto o la bambina smarrita in cerca della mamma.


Alla scoperta di Yu Miri e Iijima Ai

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Oggi un ritratto delle controverse scrittrici Yu Miri, nota in Italia per Oro rapace, e Iijima Ai, autrice di Platonic Sex, deceduta in circostanze poco chiare nel 2008.  L’articolo è di Claudia Bonadonna ed è tratto da RaiLibro.

Giovane, famosa e pericolosa. In poco più di trent’anni di vita la  scrittrice nippo-coreana Yu Miri ha conosciuto più successi e rancori di una rockstar. Cresciuta in una famiglia altamente disfunzionale, tra un padre giocatore, una madre entraîneuse e una sorella pornodiva, ha collezionato una ragguardevole serie di tentati suicidi e di spettacolari espulsioni scolastiche prima di trovare consolazione nella scrittura. Kazoku shinema è il romanzo altamente autobiografico che l’ha portata alla ribalta all’incirca quattro anni fa, facendole guadagnare il più alto riconoscimento letterario giapponese, il prestigioso premio Akutagawa, e una ridda di critiche intorno al violento sarcasmo con cui fustiga le rigidità e i razzismi della cultura nipponica (tutti patiti e pesantemente ribaditi sulle sue spalle di immigrata coreana e di donna). La vis polemica di, Oro rapace (Feltrinelli 2001), non l’aiuterà certo a rinunciare alla scorta che, in seguito alle numerose minacce di morte giunte al suo indirizzo, da circa un anno l’accompagna nei tour promozionali.

Il paradosso è che la prosa di Yu Miri ha una placidezza quasi zen, matematica addirittura, mentre elenca con rigore scolastico nefandezze e straniamenti. Così il piccolo Kazuki – quattordici anni portati con impazienza e livore – ucciderà suo padre, un dispotico e facoltoso proprietario di pachinko, con pochi colpi di spada e assisterà glaciale allo spargimento di sangue e umori. Non una sorpresa, certo, avendo il ragazzino vissuto fin da subito una vita deprivata di affetti e calore familiare. La madre è una figura sfumata che si è da tempo allontanata dalla ricchezza maledetta del consorte, la sorella vive in un universo parallelo fatto di frivolezze firmate e prostituzione, il fratello maggiore, l’amato Koki, è condannato alla minorazione mentale e alla morte da una rara malattia genetica. Kazuki ha brama di crescere e del potere che il denaro può comprare. L’omicidio gli appare l’unica scorciatoia praticabile. Per un po’ il gioco riesce, grazie anche alle cure materne della dolce fidanzatina Kyoko. Poi la realtà ha la meglio sull’artificio domestico e Kazuki, pressato dai sospetti della polizia e dai saggi consigli del nuovo padre che si è scelto, il vecchio yakuza Kanamoto, si appresta a confessare. E mentre il cerchio si chiude non possiamo fare a meno di spendere qualche lacrima per questo piccolo eroe antipatico, rotellina impazzita nell’ingranaggio titanico e rapace della società giapponese. Più che un monito, una speranza alienata.

Non è da meno di Yu Miri – se non per talento narrativo quantomeno per fama mediatica – Iijima Ai, classe 1973, bollente protagonista di centinaia pellicole hard, poi pornodiva pentita (ha abbandonato la carriera ad appena ventitré anni) e oggi casta e acclamatisima diva della tv nipponica. Platonic Sex (Rizzoli 2004) è la sua autobiografia-scandalo, best seller in pochi mesi in tutte le classifiche di vendita dei paese asiatici, oggetto di culto per migliaia di adolescenti e presto anche un film firmato dalla celebre cineasta giapponese Masako Matsuura.

Ai ha quindici anni appena e il più completo disinteresse nei confronti delle “istituzioni” che reggono il sistema dei valori tradizionali: famiglia e scuola. Ha già consumato notti d’amore col suo ragazzo in uno dei tanti “love hotels” che lambiscono i quartieri bene della capitale giapponese, salta le lezioni, fa shopping sfrenato per le vie trendy di Shibuya, aspetta l’alba tra karaoke e discoteche. In lei non c’è alcuna dichiarazione d’alterità, immersa com’è nella consuetudine del divertimento, la sua è un’inconsapevole resistenza passiva. Colpita dal padre in un eccesso di collera, Ai fugge di casa e intraprende la sua ascesa all’empireo del sesso a pagamento: hostess in un night club, prostituta d’alto bordo, infine attrice di film a luci rosse.

Benvenuti nel sorprendente “Impero dei sensi” delle adolescenti nipponiche, dove l’innocente logo del gattino di Hello Kitty può finire ad ornare accessori di piacere solitario, perché sensi e segni, usi (del proprio corpo) e consumi voluttuari si rincorrono lungo il circuito di una macchina produttiva ingolfata, sempre sull’orlo di una crisi fatale della domanda. Iijima Ai fa finta di nulla circa i risvolti sociologici della sua prosa e si racconta come in una confessione: i contrasti con la famiglia, il risveglio del corpo, la scoperta del sesso come strumento commerciale, l’ossessione per il denaro, la rincorsa insaziabile al divertimento. Fino all’estenuazione, alla consumazione (totale e in un certo senso malinconica) dell’ultimo briciolo di coscienza… che forse reclama dolorosa limpidezza e ordine in mezzo ad una travagliata instabilità emotiva. Eppure, malgrado la crudezza delle situazioni e l’estremismo di certe scelte, Platonic Sex scorre leggero e accattivante (col suo sapiente mix di tecniche di marketing all’incrocio tra scrittura, televisione e nuovi media) nella naturalezza del suo linguaggio esplicito e nella nudità sentimentale della sua prosa. Circa la succitata rappresentatività verso le esigenze di una generazione poco paziente, l’autrice declina ogni merito. Il suo è solo un diario scritto con la maturità del poi che nasce oggi dalle ceneri del suo stesso passato a reclamare un nuovo futuro.

Frattanto altre si scaldano a bordo campo. Yamada Eimi, Shungiku Uchida, Rieko Matsura vellicano il segmento di marketing più coccolato dall’industria della moda, il cosiddetto “branchetto rosa”: quella fascia generazionale di giovani donne che rimanda indefinitamente il suo ingresso nell’età adulta ed estende l’adolescenza fino alla soglia della mezza età nel tentativo di scampare al destino annichilente delle generazioni precedenti. A loro, queste scrittrici della nuova onda che mischiano spregiudicatamente marketing letterario e nuovi media, restituiscono l’autoritratto di una donna scaltra e spregiudicata fino alla soglia della crudeltà, che alle sofisticate arti della geisha ha sostituito la dimestichezza con la tecnologia.


Dopo Hiroshima. Esperienza e rappresentazione letteraria, a cura di Gustav-Adolf Pogatschnigg

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Cosa è accaduto nella letteratura nipponica in seguito alla tragica esperienza della bomba atomica? In che modo poeti e scrittori sono riusciti a trovare dentro e fuori di sé una risposta all’orrore e alla paura?
A questi interrogativi vuol rispondere Dopo Hiroshima. Esperienza e rappresentazione letteraria, a cura di Gustav-Adolf Pogatschnigg (ed. Ombrecorte, pp. 159, 15 €). L’editore ci presenta così il libro:

Questo volume nasce dal convegno “Quando la guerra finisce”, tenutosi a Bergamo nel 2005, in coincidenza con il 60esimo anniversario delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. L’agosto 1945 segna l’inizio di una minaccia reale che da allora incombe, e oggi forse di nuovo e più che mai, sull’umanità. Contro la censura politico-culturale e tramite un vivace scontro con la critica letteraria giapponese dominante, paragonabile alla discussione sul “verdetto della poesia dopo Auschwitz” pronunciato da Adorno, si afferma la genbaku bungaku, la “letteratura della bomba atomica”. Tra centinaia di testimonianze scritte in forma di diari, racconti brevi e poesie haiku e non, romanzi e piece teatrali spiccano i nomi di Kurihara Sadako, Ibuse Masuji, Hara Tamiki, Ôta Yôko e il premio nobel Ôe Kenzaburo. Anche in Europa e negli Usa, l’arte, la filosofia e la letteratura cercano una risposta a questo evento che dalla storiografia viene spesso abbinato alla Shoa. Gli autori di questo volume offrono sia una panoramica, sia esempi di analisi approfondita di vari aspetti della rappresentazione letteraria della violenza inaudita che ha preso il nome di Hiroshima. Un monito che non dovremmo mai smettere di ricordare.


"Sotto la foresta di ciliegi in fiore e altri racconti" di Sakaguchi Ango

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Dal momento che la stagione si sta avvicinando la stagione dell’hanami (ossia “ammirare i fiori”), dedicata ai ciliegi, il libro di oggi è in tema con essa: sto infatti parlando di Sotto la foresta di ciliegi in fiore e altri racconti, di Sakaguchi Ango (Marsilio, pp. 154, 7,75 €).
Questa la presentazione della casa editrice:

Sakaguchi Ango (1906 – 1955), scrittore fra i più rappresentativi del Giappone moderno mai ancora tradotto in italiano, è autore di opere diverse che vanno dalla saggistica al romanzo poliziesco a storie di sapore leggendario. A quest’ultimo genere appartengono i racconti qui presentati, nei quali, al di là della presenza di esseri soprannaturali e a dispetto dell’ambientazione in un remoto passato, il motivo dominante resta la concezione pessimistica della vita e della solitudine assoluta dell’uomo. Di tale solitudine si fanno simbolo visibile gli alberi di ciliegio in fiore, bellissimi e misteriosi, capaci di offuscare la mente umana con l’ angoscioso silenzio che regna sotto i loro rami. In questi quattro racconti una straordinaria forza immaginativa si mescola con il gusto per il grottesco e per il macabro, l’innocenza diviene perversione, l’annientamento unica possibilità di sollievo alla disperazione.

E sulla cresta dell’ottimismo dilagante, vi dedico questo bellissimo waka:

Utsusemi no
yo ni mo nitaru ka
hanazakura
saku to mishi ma ni
katsu chirinikeri

A questo mondo umano
effimero somiglia
il fiore di ciliegio:
lo vedo sbocciare e intanto
ecco, già sta sfiorendo.

Anonimo, Kokin waka shuu II-73


Dieci cose da sapere su Murakami (secondo il Times) [in inglese]

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Navigando qua e là, oggi mi sono imbattuta in un curioso articolo di pubblicato nel giugno 2008 dal Times, Ten things you need to know about Haruki Murakami […], definito nientepopodimeno che  “the coolest writer in the world today“, ossia lo scrittore più figo del mondo al giorno d’oggi. Le notizie che vengono date non sono sempre così fondamentali, ma sicuramente apprezzabili dai numerosi fan dello scrittore appassionato di jazz e di baseball.

Haruki Murakami is quite possibly the most successful and influential cult author in the world today. The 59-year-old sells millions of books in Japan. His fifth novel, Norwegian Wood, sold more than 3.5m copies in its first year and his work has been translated into 40 languages, in which he sells almost as well. Last year’s novella, After Dark, shifted more than 100,000 copies in English in its first three months. His books are like Japanese food — a mix of the delicate, the deliberately bland and the curiously exotic. Dreams, memory and reality swap places, all leavened with dry humour. His translator, Professor Jay Rubin, says reading Murakami changes your brain. His world-view has inspired Sofia Coppola, the author David Mitchell and American bands such as the Flaming Lips. He is a recipient of the Franz Kafka prize, has honorary degrees from Princeton and Liège, and is tipped for the Nobel prize for literature.hmurakami1

MURAKAMI DIVIDES PEOPLE

In June 2000, the panel members of German television’s literary review show Das Literarische Quartett disagreed so violently about his writing that one of them quit after 12 years on the programme. Opinion is equally divided in Japan. While younger readers adore him and even choose to study at his alma mater, Waseda University, in the hope of living in the dorm he describes in Norwegian Wood, he is viewed as pop, trashy and overly westernised by Japan’s literary establishment, who prefer the formal writing of Mishima, Tanizaki or Kawabata. Born in Kyoto in 1949, he studied theatre arts at Waseda — although the course didn’t interest him hugely and he spent much of his time reading film scripts in the library. He was hugely influenced by the student rebellions in 1968, which find their way into many of his novels. As a result, he’s a typical baby boomer — openly critical of Japan’s obsession with capitalism. He finds Japanese traditions boring. This doesn’t go down very well.

MURAKAMI IS HUGELY INFLUENTIAL

As well as countless Japanese novelists, the plot and style of Sofia Coppola’s Lost in Translation were partly inspired by Murakami’s novels. David Mitchell — twice nominated for the Booker prize — owes a huge debt to him after reading him while teaching in Japan. Indeed, the title of his second novel, Number 9 Dream, is a veiled tribute to Norwegian Wood — both were named after Beatles songs. Among others, the Complicite theatre company adapted The Elephant Vanishes in 2003; Robert Wyatt reads from Murakami’s books on Max Richter’s 2006 album Songs from Before; and the Grateful Dead-style jam band Sound Tribe Sector 9 soundtracked a 2007 film version of the story All God’s Children Can Dance.

HIS BOOKS WOULD NOT MAKE A HIGH-CONCEPT MOVIE PITCH

Imagine that JD Salinger and Gabriel Garcia Marquez had collaborated on a manga version of The Maltese Falcon. Norwegian Wood is the Japanese equivalent of The Catcher in the Rye — required reading for every troubled adolescent. Curiously, Murakami translated The Catcher in the Rye into Japanese and found it good but incomplete. “The story becomes darker and darker, and Holden Caulfield doesn’t find his way out of the dark world,” he argues. “I think Salinger himself didn’t find it either.” Murakami balances the mundane — intimate descriptions of preparing and eating simple meals feature regularly — with the fantastic. His protagonists are usually ordinary people trying to get by in life, until some type of ethereal male guide steers them into a new direction, sometimes quite literally. In All God’s Children Can Dance, Yoshiya, a young man working at a publishing company, wakes up with a crushing hangover and heads to his office hours later than usual. On the train coming home that night, he sees an older man who has the distinguishing features of his absent father. Yoshiya follows this man on the train, then through darkened, empty streets, to find himself in a deserted baseball diamond at night. The man vanishes, and Yoshiya stands on the pitcher’s mound in the cold wind and simply dances.

MURAKAMI IS CONFLICTED ABOUT HIS HOMELAND

Both his parents taught Japanese literature, but he preferred reading second-hand pulp-fiction novels picked up in the port city of Kobe. He is a devoted fan of western music and hates the formalism of Mishima. In 1987, the huge success of Norwegian Wood made him an overnight celebrity, which terrified and annoyed him. In December 1988, he left the country, becoming a writing fellow at Princeton. A Japanese weekly magazine reported his departure under the headline “Haruki Murakami has escaped from Japan”. Published in 1994, The Wind-up Bird Chronicle picked apart the cultural groupthink that led Japan into the second world war, a theme he revisited in his first nonfiction book, Underground (published in 1997), about the Tokyo subway attacks by the Aum Shinrikyo cult. He worries about Japan’s tendency to forget wartime atrocities. Even so, he says: “Before, I wanted to be an expatriate writer. But I am a Japanese writer. This is my soil and these are my roots. You cannot get away from your country.”

MURAKAMI USED TO RUN A JAZZ CLUB

He owned it from the end of his university years until 1981, when he was able to support himself with his writing. The experience may have contributed to the negative role of drinking in his books. He uses alcohol as a signifier of the petty, the negative and the evil. That is not to say he is teetotal. He loves beer, rewarding himself with a cold one for feats of writing or sporting endurance. Perhaps it was the crushed, social blend of booze and crowds that made Murakami uneasy. He once said: “When I had the club, I stood behind the bar, and it was my job to engage in conversation. I did that for seven years, but I’m not a talkative person. I swore to myself, once I’ve finished here, I will only ever talk to those people I really want to talk to.” As a result, he refuses to appear on radio or television.

MURAKAMI OWES EVERYTHING TO BASEBALL

On April 1, 1978, he was watching a baseball game at the Jingu Stadium, in Tokyo, on a warm, sunny day — the Yakult Swallows against the Hiroshima Carp. An American player for the Swallows, Dave Hilton, stepped up to bat and hit a home run. In that instant, Murakami knew he was going to write a novel. “It was a warm sensation. I can still feel it in my heart,” he told Der Spiegel earlier this year. He started work that night on his debut novel, Hear the Wind Sing. It has many Murakami themes: there are animals; the hero is a young man, rather isolated, laconic, operating on cruise control and jobless; his eventual girlfriend has a twin (Murakami likes doppelgängers); cooking, eating, drinking and listening to western music are described often and in detail; and the plot is both incredibly simple and bafflingly complex. Writing while running a jazz bar proved difficult, however, and it is a fragmented, jumpy read. The unpublished manuscript won first prize in a competition run by the influential Japanese literary magazine Gunzo, but Murakami himself doesn’t like it very much and didn’t want it translated into English. libri_murakami

MURAKAMI LIKES CATS

His jazz bar was called Peter Cat, and cats appear in many of his stories — usually indicating that something very strange is about to happen. It’s a missing cat that starts off the whole surreal chain of events in The Wind-up Bird Chronicle, while Kafka on the Shore features a confused and possibly brain-damaged pensioner called Nakata, who, after a mysterious incident involving a strange silver light at the end of the second world war, fell into a coma and woke to find that he had telepathic communication with cats. This, it turns out, is fortunate, as a conversation with an unusually bright member of the species, who is on the run from a strange cat-catcher called Johnnie Walker, ultimately leads to Nakata preventing the living embodiment of pure evil from destroying the planet. As I said, something very strange.

MURAKAMI REALLY LIKES MUSIC

Many of his book titles are musical references: Norwegian Wood after the Beatles song, South of the Border, West of the Sun after a Nat King Cole track and Dance, Dance, Dance after the Beach Boys tune. The three books in The Wind-up Bird Chronicle are named after a Rossini overture, a piano piece by Schumann and a character in Mozart’s Magic Flute respectively. In Kafka on the Shore, the hero’s contact with the spirit of a dead woman who has obsessed him throughout the novel finally comes about when he discovers a cache of vinyl records in a desolate library on the outskirts of a regional city and plays Beethoven’s Archduke Trio. In Pinball, 1973, revolutionary students occupying a university building find a classical-music library and spend every evening listening to records. One beautifully clear November afternoon, riot police force their way into the building while Vivaldi’s L’Estro armonico blares at full volume. One interviewer visited Murakami’s flat and found a room lined with more than 7,000 vinyl records.

MURAKAMI REALLY, REALLY LIKES RUNNING

His latest book, What I Talk About When I Talk About Running, is the closest thing he’s written to an autobiography (although some fans suspect Norwegian Wood has more than a little of his own life at its core). In this extended monologue, Murakami reminisces about his life as seen through the prism of the sport.

He began running at the age of 33 to lose weight after giving up smoking. Within a year, he had run his first marathon. He’s also run the original marathon, between Marathon and Athens — albeit in reverse, because he didn’t want to arrive in Athens during the rush hour. His personal best time for a marathon is 3hr 27min, in New York in 1991. In 1995, he ran in a 100km ultramarathon. It took him more than 11 hours and he nearly collapsed halfway through. He describes his second wind as a religious experience, but decided that he wouldn’t run another one. He believes that “a fortunate author can write maybe 12 novels in his lifetime. I don’t know how many good books I still have in me. I hope there are another four or five. When I am running, I don’t feel that limit. I publish a thick novel every four years, but I run a 10km race, a half-marathon and a marathon every year”. He gets up at 4am, writes for four hours, then runs 10km. On his tombstone, he would like the phrase “at least he never walked”.

MURAKAMI IS A ROMANTIC

His protagonists are usually transformed by exquisitely tender physical unions with unusual, beautiful and often confused or mysterious women. He describes love with delicate wonder, and his hero is driven by passionate need once the woman of his life is revealed. “I have to talk to you,” Norwegian Wood’s Toru Watanabe tells the emotionally troubled Naoko. “I have a million things to talk to you about. All I want in this world is you. I want to see you and talk. I want the two of us to begin everything from the beginning.”

Yet it usually doesn’t work out. Murakami’s women are often spirits or extremely fragile. They write the hero long, rambling letters from afar and either attempt suicide or manage to kill themselves during the course of the novel. In one case, the love interest turns out to be the ghost of the hero’s mother, captured when she was a teenage girl. Murakami himself has been married since 1971 to Yoko, although he has speculated in interviews about whether this was the right thing to do. “Unlike my wife, I don’t like company. I have been married for 37 years and often it is a battle,” he told Der Spiegel. ”I am used to being alone. And I enjoy being alone.”

[Foto tratte da qui e qui]