Categoria: novità in libreria

L’enciclopedia dell’immaginario: i “Manga” di Hokusai

Una fanciulla seminuda impegnata a sistemarsi l’acconciatura, un uomo che legge accanto alla teiera, una donna china che rivela la nuca candida: sono solo alcuni volti del complesso di personaggi che affollano in un istante la mente di chiunque si accosti a Hokusai.

E un’opera, forse più di altre, rende merito della sua grandezza e della sua straordinaria capacità inventiva: (altro…)

Un anno dopo il terremoto: le reazioni dei giapponesi in “Fukushima e lo tsunami delle anime” di Paolo Salom

Il lago Inawashiro, prima dell'11 marzo 2011; era detto 'lo specchio del paradiso'.

Buongiorno a tutti. Sono arrivata oggi da Fukushima. Sono venuta insieme a molti compagni che hanno riempito diversi pullman, sia dalla prefettura di Fukushima stessa sia dai posti dove siamo stati sfollati. […]
Ci sono alcune cose che desidero dirvi tanto per cominciare. (altro…)

“Bonsai” di Kazuhiko Tajima e Kunio Kobayashi

Un albero solo cresce in quella ciotola,
Verde puro di mille anni,
Getta un’ombra scura e pesante.
Chi conosce
La vastità di cielo e terra fatti di terriccio?
Il picco di Shukuyuho dentro il minuscolo spazio.
(lirica di Ryushu Shutaku)

Tutti coloro che amano gli alberi in miniatura non potranno lasciarsi sfuggire un bellissimo volume ad essi dedicato, Bonsai, di Kazuhiko Tajima e del maestro Kunio Kobayashi, che uscirà intorno al 20 aprile per le edizioni L’Ippocampo in edizione bilingue italiano/giapponese. (altro…)

Le vere memorie di una geiko: “Storia proibita di una geisha” di M. Iwasaki

Mineko, a sei anni

Kyoto, anni Cinquanta. Sotto un bellissimo parasole di carta, un’elegantissima donna abbozza un sorriso al fotografo; a lei cerca di stringersi una bambina dall’aria tenera e curiosa. Sotto il suo kimono a fiori, spuntano appena i piedini intrecciati in segno di timidezza. Da pochi mesi, Masako – così si chiama la piccola – ha lasciato di sua volontà, sebbene a malincuore, la propria casa per trascorrere gli anni a venire in un’okiya, la tradizionale residenza delle geiko (come si autodefiniscono le geisha) e delle maiko (le apprendiste): ignora del tutto che diventerà una delle donne più ammirate dell’intero Giappone, a costo però di enormi sacrifici. Non soltanto la bimba è costretta ad adattarsi a uno stile di vita alquanto duro, ma è tenuta a rinunciare alla propria famiglia, mutando persino il proprio nome in Mineko e il cognome in Iwasaki (tratto dalla madre adottiva).

La sua storia è raccontata per la prima volta in un volume da poco uscito in Italia, Storia segreta di una geisha, curato da lei stessa, Mineko Iwasaki, ora rispettabile signora di mezza età, (altro…)

Samurai: istruzioni per l’uso

Il nome di Stephen Turnbull a molti, probabilmente, non dirà nulla; eppure, se amate il Giappone, ci sono buone possibilità che vi siate imbattuti in lui senza saperlo. Laureato a Cambridge e specializzatosi in storia militare asiatica (in particolare, per tutto ciò che concerne i samurai), ha lavorato come consulente per il videogioco Shogun: Total War e per il film 47 Ronin (ispirato alla celebre omonima leggenda) con Keanu Reeves, che uscirà a novembre in Italia.  
A breve, per i tipi L’Ippocampo, verrà pubblicato l’ironico volume dello studioso, Samurai. Il manuale “non autorizzato” del guerriero giapponese (pp. 208, 116 illustrazioni, € 15; solo ora in offerta a 12,75); (altro…)

Intervista a Silvia Pareschi, traduttrice di “Venivamo tutte per mare”

Bambini che giurano fedeltà alla bandiera americana. © Dorothea Lange

Dopo aver recensito Venivamo tutte per mare (qui il mio intervento), oggi sono felice di poter intervistare Silvia Pareschi, la traduttrice che ci ha dato la possibilità di leggere il romanzo di Julie Otsuka in una bellissima versione italiana.

Silvia ha tradotto mostri sacri del livello di Jonathan Franzen, Don DeLillo, Cormac McCarthy e E. L. Doctorow, solo per fare qualche nome, collaborando con Mondadori ed Einaudi.

Cura inoltre un blog, Nine hours of separation (http://ninehoursofseparation.blogspot.com), in cui annota da San Francisco – città in cui vive – riflessioni acute e spesso ironiche su letteratura, cultura, attualità e, naturalmente, sulla traduzione in tutte le sue sfaccettature.

 

Biblioteca giapponese (da ora abbreviata BG): Silvia, innanzitutto grazie per avermi concesso questa intervista.
Molte delle opere di cui ti sei occupata appartengono alla letteratura statunitense. Nel leggere e, successivamente, nel tradurre Venivamo tutte per mare – nato in seno all’idioma inglese – hai captato delle qualità (letterarie, stilistiche, linguistiche…) o degli scarti peculiari? Si percepisce insomma, a tuo parere, quella che, genericamente, potrebbe esser chiamata impronta giapponese? (altro…)

Una sola moltitudine: “Venivamo tutte per mare” di J. Otsuka

Poteva essere un mattino denso di nebbia o un tramonto piovigginoso. Alcune, trascinando le valigie, avevano già gli occhi umidi di tristezza; altre sorridevano e salutavano a gran voce.

Erano migliaia e migliaia. Tutte donne, tutte giapponesi, tutte in procinto di partire per sposare un anonimo conterraneo che viveva in America, dall’altra parte di un oceano che certe ragazze dell’entroterra non sapevano neppure immaginarsi. A ciascuna lui – e non importa se si chiamasse Kato, Jin o Tetsuya – aveva promesso una villetta, una Ford, un piccolo giardino ben curato con la staccionata appena dipinta.

Sbarcate a terra, trovarono mariti che le assaltavano nel sonno con furia, o che le guardavano appena; trovarono catapecchie in cui dormire e ville in cui servire in silenzio, e filari e filari da coltivare su cui spaccarsi la schiena sotto il sole della California per un padrone pallido mai visto. Trovarono figli indesiderati nel ventre e malattie sconosciute che prosciugavano il loro corpo, ricordo di qualche puttana amata una notte dall’uomo che aveva giurato loro fedeltà.

Le innumerevoli storie  di queste donne – sconosciute ai più e, forse, volutamente taciute da molte – sono state raccolte assieme in un’unica, grande voce corale da Julie Otsuka, artista statunitense  d’origine nipponica, nel suo Venivamo tutte per mare, tradotto dalla bravissima Silvia Pareschi (qui potete trovare l’intervista che mi ha rilasciato), edito da poche settimane per i tipi Bollati Boringhieri (pp. 142, € 14; ora in offerta su Amazon.it cliccando qui a € 11,05). (altro…)

Hanshichi e la città delle ombre

detective hanshichi delitti città di edoApparentemente, credi solo di essere immerso nella lettura di un libro. Poi, inizi un racconto a caso e tutto scompare, per lasciare posto a una città dimenticata. Si dissolvono poco a poco le pareti della stanza, e le finestre, le porte, gli oggetti; al loro posto spuntano vivaci botteghe di legno, piccoli banchi che vendono pesce per la strada, fili su cui ondeggiano kimono messi ad asciugare al sole. Il silenzio si sfilaccia e sorge un allegro frastuono: i bambini ridono a voce alta, le vicine chiacchierano tra loro, mentre i venditori di patate arrosto incoraggiano i clienti con grida insistenti.

Ecco, questo è Detective Hanshichi. I misteri della città di Edo di Okamoto Kidō (1872 – 1939) (trad. a cura di P. Ferrari; O Barra O Edizioni, 2011, pp.  240, € 14; ora in offerta su Amazon.it a € 11,90 cliccando qui), uno dei padri del genere poliziesco in Giappone. Il volume (che a brevissimo sarà seguito da un secondo) racchiude una piccola ma significativa parte del corpus giallo dello scrittore (sviluppatosi  tra il 1917 e il ’37), ospitando undici suoi racconti mai editi prima in Italia, preceduti da un’ottima introduzione del curatore americano, lo studioso Ian MacDonald. Distaccandosi dalla produzione precedente, costituita tra l’altro da materiali di origine cinese (come Tōin hiji monogatari, Casi uditi sotto il cespuglio di ciliegie cinesi, tradotti nel 1649) e autoctona (si pensi per esempio a Honchō ōin hiji, Casi uditi sotto l’albero di ciliegio giapponese, pubblicati nel 1689 da Ihara Saikaku), e dai resoconti di cronaca nera apparsi sui giornali alla fine del diciannovesimo secolo, Kidō inaugurò il poliziesco ‘alla giapponese’, non esente però da numerose influenze, compresa la saga di Sherlock Holmes di  Arthur Conan Doyle.

 A leggerle oggi – abituati come siamo a qualsiasi tipo di orrore spettacolarizzato dai mezzi d’informazione – le vicende narrate ci paiono quasi ingenue, anche se è inevitabile provare ammirazione per il fiuto di Hanshichi e, ancor di più, simpatia per il suo carattere. Burbero, pragmatico, a volte ironico sino al sarcasmo e capace di sorridere dei suoi errori (come ne La stanza sopra i bagni), l’uomo sa però mostrarsi all’occorrenza sensibile e generoso, dal momento che, pur credendo fermamente nella giustizia, non ne è mai soggiogato. La “lunga faccia magra decisamente singolare, con un naso prominente e occhi espressivi […] gli [dà] l’aria di un attore di kabuki”: e Hanshichi, in fondo, attore lo è davvero per la capacità di adattarsi a qualunque situazione con naturalezza. L’ispettore, infatti, sa stare a suo agio tra samurai, religiosi e comuni cittadini, sfruttando a suo favore vizi e virtù di ogni classe sociale, facendo leva se necessario sull’onore di una dama o sul timore delle percosse da parte di un giovane furfante.

Tutti i racconti di Hanshichi sono ambientati nella Edo (la vecchia Tokyo) del pieno Ottocento, tra gli anni Quaranta e Ottanta, quando ancora non era stata pienamente travolta dal turbine della modernizzazione. Ed è lei, in fondo, la vera protagonista delle storie: una città senz’altro pittoresca, con le sue strade affollate e gli improvvisi, stupefacenti scorci, ma anche rumorosa, ambigua, contraddittoria, pronta a dare riparo nei suoi bassifondi a malviventi di ogni risma o inquietanti spettri assetati di vendetta. Una città di vicoli morti e di angoli lividi, che certo avrebbe conquistato il Tanizaki del Libro dell’ombra, e della quale Kidō appare nostalgicamente innamorato. E’ probabilmente per questa ragione che le sue pagine appaiono vivide, stilizzate, eppure così piene di poesia, anche quando la sua penna si sofferma a descrivere quartieri malfamati e attività umilissime. Persino il rintocco di una campana che scuote le stelle nella notte, il passo leggero di un ladro sul muschio o i calli dei mignoli attragono l’attenzione dell’autore, impaziente di ricreare pennellata dopo pennellata un mondo tanto vagheggiato quanto perduto.

Le giornate avevano cominciato ad accorciarsi, e quando la campana della sera suonò le sei, l’interno della piccola casa era ormai quasi buio. Okame venne sulla veranda con una fiaschetta di sakè, alcuni involtini e qualche fascio di susuki, le cui fronde frusciavano nella fredda brezza serale che si faceva sentire fin dentro al kimono senza fodera di Hanshichi. Era ora di cena, sicché il detective si fece comprare da Okame, in un negozio del posto, alcune anguille cotte alla griglia di cui offrì una parte alla sua ospite e alla figlia, sentosi a disagio a mangiare da solo.
Terminata la cena, il detective tornò nella veranda con uno stuzzicadenti dondolante dalle labbra e alzò gli occhi al vasto oceano del cielo blu scuro che si stendeva sopra di lui, irregolarmente diviso dalle gronde sovrapposte delle case nella stradina. La luna piena non si era ancora alzata, ma a oriente il pallido brillio giallino al limite di alcune nubi annunciava il suo arrivo. La rugiada che aveva cominciato a cadere mentre cenava all’interno, scintillava ora sulle foglie avvizzite di due campanule in vaso esiliate nel giardino, apparentemente non più bene accolte in casa.

(brano tratto da La dama di compagnia, p. 220)

Immagine tratta dall’Edo Meisho Zue (I siti famosi di Edo illustrati), pubblicato tra il 1829 e il 1836.

[Recensione] Le giapponesi allo specchio: “Tokyo sisters”

Donne che lavorano, che viaggiano, che abbandonano tutto per amore di un uomo o di un figlio; donne che passano ore a farsi belle, che cantano scatenate al karaoke, che fanno shopping; donne che vestono in kimono, che seguono l’ultima moda, che hanno un cancro ma non smettono di sorridere…  Sono decine e decine le figure che, con le loro parole e i loro gesti hanno plasmato – talvolta inconsapevolmente – Tokyo sistersReportage dall’universo femminile giapponese (traduzione di Giusi Valent; O barra O edizioni, pp. 196, € 15; ora in offerta su Amazon.it a € 12,75 cliccando qui), delle giornaliste francesi Julie Rovéro-Carrez e Raphaëlle Choël.

Miki, Miyoko, Chika, Megume e le altre intrecciano le loro voci, ponendo tra le nostre mani un frammento delle loro vite, frivolo o drammatico che sia, ma comunque sincero. Senza mai vergognarsi delle debolezze e degli errori compiuti, raccontano un momento cruciale della loro esistenza (una separazione dolorosa, una partenza, un’opportunità sfumata) oppure, più semplicemente, una passione segreta o un’abitudine inconsueta.

Mettendo da parte qualunque intento pedagogico o qualsivoglia tono didascalico, le due autrici ritraggono con schiettezza e, non di rado, una buona dose di ironia il presente e il passato di donne diversissime per età, professione, carattere e ambizioni, conosciute nel corso dei loro soggiorni in terra nipponica. In questo modo, pagina dopo pagina, emerge un panorama ad ampio raggio, capace di includere aspetti e comportamenti poco noti o addrittura disdegnati dagli studiosi. Quotidianeità, sesso, progetti, piccoli e grandi problemi, hobby, sogni… : non è infatti tralasciato alcun argomento che possa aiutare il lettore a comprendere meglio la complessità dell’orizzonte femminile, stimolando al tempo stesso la sua curiosità con centinaia di aneddoti e note di costume.

Libere dalla necessità di fornire riscontri a complesse quanto claustrofobiche teorie socio-antropologiche, le due scrittrici possono abbandonarsi al fluire della frenetica Tokyo: non importa che ci si trovi al tavolo di un raffinato ristorante oppure sotto il casco del parrucchiere, se tutte le occasioni sono utili per conoscere meglio non la donna, ma le tante e dissimili donne che animano la capitale. Infrangendo ogni stereotipo che dipinge la tipica giapponese remissiva e misurata o, al contrario, dotata di una sensualità conturbante da geisha, si apre così, finalmente, il vaso di Pandora, e ne fuoriescono contraddizioni, ferite, lacrime, delusioni, ma anche risate a crepapelle, pettegolezzi e manie.

Può trattarsi di Akane – studentessa innamorata della propria immagine allo specchio -, di Yuki, surfista provetta, o di un’anonima ragazza emersa dalle ben trecentomila donne nipponiche che ogni anno ricorrono alla procreazione assistita: l’impressione è sempre la stessa.  Che la posta in gioco sia un buon marito, una borsetta firmata, un bambino da amare o un corpo perfetto, le donne del Sol Levante sono sempre alla ricerca di qualcosa o qualcuno. Infaticabilmente, testardamente perché, come recita il proverbio, anche un viaggio di mille miglia inizia con un passo, e la strada verso la felicità non è mai breve.

Per l’immagine: copyright di Biblioteca giapponese.

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