L’enciclopedia dell’immaginario: i “Manga” di Hokusai

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Una fanciulla seminuda impegnata a sistemarsi l’acconciatura, un uomo che legge accanto alla teiera, una donna china che rivela la nuca candida: sono solo alcuni volti del complesso di personaggi che affollano in un istante la mente di chiunque si accosti a Hokusai.

E un’opera, forse più di altre, rende merito della sua grandezza e della sua straordinaria capacità inventiva: il volume Manga, curato da Takaoka Kazuya, Uragami Mitsuru e Nakamura Hideki, e pubblicato di recente anche nel nostro paese in una pregiatissima edizione bilingue (italiano/giapponese) dall’editore Ippocampo (pp. 700, € 29,90; ora in offerta su Amazon.it a 25,42; è possibile sfogliare alcune pagine da questo link), che raccoglie una larga parte dei capolavori più celebri di Hokusai Katsushika, realizzati tra il 1814 e il 1878, riprodotti utilizzando tre speciali colori giapponesi.

Le numerosissime illustrazioni a tutta pagina sono accompagnate da brevi saggi che spiegano la poetica e le tecniche del maestro, rivelando il midollo dell’ukiyo-e, genere artistico tipicamente nipponico sviluppatosi tra il diciassettesimo secolo e la fine del diciannovesimo, che immortala, come rivela il suo nome, le immagini del mondo fluttuante – il nostro -, di cui vengono ritratti i protagonisti,  le movenze, le fatiche, i piaceri caduchi eppure intensi.

Questa corposissima raccolta ha insomma tutti i requisiti per essere un’esauriente enciclopedia dell’immaginario e, soprattutto, dell’esistenza, in cui convivono oggetti, esseri umani, creature fantastiche, figure storiche, animali, piante… Hokusai, attraverso il tratto svelto e incisivo, presta a ciascuno una voce: quasi sentiamo canticchiare il lottatore di sumo mentre fa il bucato o lamentarsi i servi che spingono a fatica un carretto ingombro di pacchi.

Grazia alla semplicità e all’immediatezza tipiche del genio, si rimane sorpresi scoprendo che la genuinità delle stampe è in realtà frutto di intenso studio, specie geometrico, che sfrutta in primis cerchi e triangoli. Fondendo le basi della pittura occidentale e la sua prospettiva unificata con le caratteristiche della pittura giapponese bidimensionale, Hokusai diede vita a un innovativo modo di rappresentare il mondo, che ancora oggi sa sorprenderci per la sua freschezza e il suo realismo. Osservando il curioso muso del rospo che sembra compiacersi del ventre perfettamente rotondo donatogli dal compasso o le sottili circonferenze che si schiudono in fiori, percepiamo – oltre la realtà solita, ordinaria al limite della monotonia – come un inatteso piano d’esistenza, in cui dalla forma stessa trapela una sostanza nuova, altra. Ci pare così di scoprire per la prima volta certe azioni, certi dettagli, o meglio: di saggiarne la corporeità, di scoprirne il significato e, soprattutto, il senso. E tutto avviene in un instante, nel pozzo del nostro sentire, mentre la razionalità ancora assapora questo naso bozzuto tanto ben disegnato o quella piega molle e lasciva del kimono.

Decenni prima delle avanguardie che, dal finire dell’Ottocento, avrebbero tentato di rinnovare l’arte occidentale, Hokusai prefigurò alcuni degli obiettivi perseguiti da quest’ultime: la visualizzazione dello scorrere del tempo attraverso la scomposizione dei gesti, la rappresentazione degli oggetti e delle figure in ‘ogni caso possibile’, la fusione di punti di vista microscopici e macroscopici.

Il giapponese anticipò, a modo suo, persino laction painting, affermando la propria autonomia di artista con un atto dal sapore provocatorio; si racconta, infatti, che

“[n]el 1817 […] [Hokusai] suscitò scalpore quando, alla presenza dello shogun, intinse nel colore una zampa di gallina e la fece camminare sopra un foglio di carta, per poi dichiarare con la massima naturalezza che quel disegno raffigurava foglie d’acero rosso galleggianti sul fiume.”

 


Un commento su “L’enciclopedia dell’immaginario: i “Manga” di Hokusai

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