Categoria: news

E i vincitori sono… (rullo di tamburi)

Eccoci finalmente al sorteggio dei due vincitori del primo giveaway di Biblioteca giapponese; al primo estratto andrà in premio l’antologia Cent’anni di racconti dal Giappone (con  contributi di Kawabata Yasunari, Ōe Kenzaburō, Enchi Fumiko, Dazai Osamu e molti altri), mentre al secondo spetterà un segnalibro-origami in pregiata carta giapponese.
Ma prima di svelare i nomi dei fortunati, devo innanzitutto ringraziare voi tutti che, dedicandomi una briciola del vostro tempo, avete condiviso non soltanto il vostro libro preferito, ma soprattutto istantanee di vita, riflessioni, pensieri, sorrisi, piccole gioie e, talvolta, dolori. Siete così riusciti a fare ciò che vorrei io stessa realizzare in questo blog, vale a dire mostrare come, in realtà, la letteratura e la vita non siano due sfere separate e incomunicabili, ma lo specchio e la parola l’una dell’altra. Grazie grazie grazie.

E ora, passiamo alla premiazione! Preciso innanzitutto che i numeri dei commenti sono stati assegnati su scala cronologica, dal più vecchio al più recente.  Il commento primo estratto è il numero 117 (come potete vedere qui a lato): complimenti quindi a Francesca, che si aggiudica il libro! L’Izumi Shikibu Nikki ti ha portato bene. 😉


Il secondo uscito sulla ruota di Biblioteca giapponese è il numero… 8! E brava Claudia: tra poco un bel segnalibro terrà compagnia al tuo Kitchen.

Le vincitrici saranno contattate via email e avranno una settimana di tempo per comunicarmi privatamente l’indirizzo cui spedire l’oggetto; in caso una delle due o entrambe tardassero, dopo sette giorni procederò a un nuovo sorteggio per aggiudicare di nuovo il premio o i premi non assegnati.

Leggiamo insieme “Io sono un gatto” di Natsume Sōseki

Ad oggi, 2 novembre, con un totale di 30 voti (21 dei quali raccolti su Facebook e 9 nel sondaggio del blog), contro i 10 di Profumo di ghiaccio di Ogawa Yōko e i 7 di Il fucile da caccia di Inoue Yasushi, dichiaro che il primo libro del gruppo virtuale di lettura è Io sono un gatto di Natsume Sōseki (disponibile in due edizioni, una standard e l’altra economica: Neri Pozza, pp. 512, € 18; ora in offerta su Amazon.it a 15,30 € cliccando qui; Giano – Beat, pp. 476, € 9, ora in offerta su Amazon.it cliccando qui a 7,65).

Ma come funziona questo benedetto gruppo, vi starete chiedendo? Nulla di complicato, non vi preoccupate. Dato che si tratta per me del primo tentativo di  realizzare un progetto simile, innanzitutto perdonatemi in anticipo le pecche dell’organizzazione. 😉 Ma ora passiamo al sodo.

*Regolamento del gruppo di lettura*

  • Chi: al gruppo può partecipare chiunque, gratuitamente, purché abbia una connessione internet a sua disposizione e, soprattutto, tanta voglia di condividere la lettura con gli altri. Non serve conoscere la lingua o la letteratura giapponese: basta esser curiosi.
  • Cosa: nel gruppo di lettura si scambiano idee, pensieri, emozioni, ricordi legati al libro in questione. Ogni forma di dibattito è la benvenuta, purché rispettosa e meglio se non off topic (ossia fuori argomento; va bene citare altre opere, ma si dovrebbero evitare derive tematiche). Qui non vi sono guru, né luminari in cattedra e tanto meno fazioni, per cui ognuno ha la possibilità di esprimere liberamente il proprio parere, in accordo con le sue conoscenze, il suo sentire e il suo vissuto.
  • Come: per partecipare al gruppo ed esprimere la propria opinione, basta lasciare un commento qui sotto (e non altrove), che sarà visibile solo dopo la mia approvazione (come detto altrove, non si tratta di una misura antidemocratica, ma antispam). Ciascuno può scrivere quanti commenti vuole e rispondere a quelli altrui.
  • Quando: il gruppo è aperto da oggi; al momento, non è prevista una data di chiusura.
  • Perché: idealmente, il gruppo mira a demolire qualche stereotipo sulla letteratura giapponese e a farla conoscere meglio e di più; vorrebbe inoltre fornire l’occasione per creare un piccolo spazio di confronto e dialogo per appassionati e curiosi.
  • Nota bene: naturalmente, va evitata ogni forma di volgarità o di offesa nei confronti dei partecipanti, e sono vietati gli spoiler, vale a dire le anticipazioni sul finale o su punti significativi della trama. Ogni commento che dovesse infrangere qualche punto del regolamento o da me ritenuto poco consono non verrà pubblicato.

Proporrei di leggere entro il 6 novembre i primi due capitoli del libro (per l’edizione Beat, fino a p. 79), in modo tale da commentarlo insieme man mano che la lettura procede. Dato che si tratta di un romanzo piuttosto lunghetto, suggerirei di cadenzare la lettura in diverse settimane e concluderla possibilmente entro inizio dicembre. Che ne dite?

Per chi volesse saperne di più del libro, questa è la trama, descritta dall’editore Neri Pozza:

Il Novecento è appena iniziato in Giappone, e l’era Meiji sembra avere perfettamente realizzato il suo compito: restituire onore e grandezza al paese facendone una nazione moderna. Il potere feudale dei daimyo è, infatti, un pallido ricordo del passato, così come i giorni della rivolta dei samurai a Satsuma, il tragico canto del cigno degli antichi guerrieri. In questi primi anni del nuovo secolo, l’esercito nipponico contende vittoriosamente alla Russia il dominio nel Continente asiatico.
Per il Nero del vetturino, il gatto grasso che spadroneggia nel cortile del condominio in cui si svolge questo romanzo, i frutti dell’epoca moderna non sono per niente malvagi. Il Nero del vetturino ha, infatti, un pelo lucido e un’aria spavalda e robusta impensabili fino a qualche tempo fa per un felino di così umile condizione. Per il gatto protagonista di queste pagine, però, le cose non stanno per niente così. Un’oscura follia, anzi, aleggia nell’aria, nel Giappone all’alba del XX secolo.
Il nostro eroe non vive, infatti, a casa di un vetturino ma di un professore che si atteggia a grande studioso e che, a detta di tutti, lo è davvero. Quando torna a casa, il professore si chiude nello studio fino a sera e ne esce raramente. Di tanto in tanto il gatto, a passi felpati, va a sbirciare e puntualmente lo vede dormire: il colorito giallognolo, la pelle spenta, una bava che gli cola sul libro che tiene davanti a sé.
Certo, il luminare a volte non dorme, e allora si cimenta in bizzarre imprese. Compone haiku, scrive prosa inglese infarcita di errori, si esercita maldestramente nel tiro con l’arco, recita canti nel gabinetto, tanto che i vicini lo hanno soprannominato il «maestro delle latrine», accoglie esteti con gli occhiali cerchiati d’oro che si dilettano a farsi gioco di tutto e di tutti raccontando ogni genere di panzane, spettegola della vita dissoluta di libertini e debosciati… Insomma, mostra a quale grado di insensatezza può giungere il genere umano in epoca moderna…
Pubblicato per la prima volta nel 1905, Io sono un gatto non è soltanto un romanzo raro, che ha per protagonista un gatto, filosofo e scettico, che osserva distaccato un radicale mutamento epocale. È anche uno dei grandi libri della letteratura mondiale, la prima opera che, come ha scritto Claude Bonnefoy, inaugura il grande romanzo giapponese all’occidentale.

I doni più preziosi e il segreto di “Un’eredità di avorio e ambra”

Per definire il Novecento, Eric J. Hobsbawm ha parlato di “secolo breve”, caratterizzato da profonde trasformazioni politiche, economiche e sociali. Molte delle sue contraddizioni e, soprattutto, dei suoi nodi irrisolti sorsero però già nella seconda metà dell’Ottocento: mentre lo “spettro del comunismo” – riprendendo le parole di Marx – s’aggirava per l’Europa e i popoli (compreso quello italiano) combattevano per l’autodeterminazione, da qualche botteguccia del porto di Yokohama giunsero nel Vecchio continente migliaia e migliaia di insolite statuette, grandi poco meno d’un pugno. Erano di legno di bosso, argilla, ceramica, osso; potevano raffigurare un monaco mendicante, una tigre spaventosa e innumerevoli altri soggetti da legare alla cintola del kimono.
Molte di esse sono andate probabilmente perdute o giacciono nelle vetrine polverose di qualche museo; alcune, più fortunate, sono invece addirittura divenute protagoniste di un bel romanzo, Un’eredità di avorio e ambra (Bollati Boringhieri, pp. 398, 18 €; ora in offerta su Amazon.it cliccando qui a 15,30 €) dello studioso e ceramista inglese Edmund de Waal, che ricevette da un anziano zio materno una vera e propria collezione di  netsuke (così si chiamano questi piccoli manufatti). Attraverso il libro lo scrittore ha voluto rendere un tributo non solo alla sua famiglia d’origine, ma anche ad alcune delle epoche più sfavillanti e insieme fosche del cammino umano.

Tutto ebbe iniziò nella seconda metà dell’Ottocento, quando un ramo degli Ephrussi – i più grandi commercianti di cereali su scala planetaria – si trasferì dalla nativa Odessa nelle grandi capitali europee. Nella Ville Lumière, il giovane Charles, tanto raffinato quanto poco incline agli affari, divenne ben presto un mecenate e un arbiter elegantiae di tutto rispetto; nel bel mondo incantò anche lo scrittore Marcel Proust, che lo prese a modello per plasmare Swann, uno dei personaggi più memorabili della sua Ricerca del tempo perduto. Tra i primi ferventi sostenitori dell’impressionismo e costantemente attento a percepire nuovi fermenti artistici, Charles finì per innamorarsi ben presto del Sol Levante, in sintonia con la nascente mania del japonisme, che De Waal ci descrive magistralmente. La penna dell’autore, difatti, insegue gli appassionati della prima ora nelle loro caccie frenetiche alla ricerca di bibelot, servizi da tè e kimono; spia le ricche dame ricoprirsi di sete rare e nascondersi dietro i paraventi intarsiati per compiacere gli spasimanti; non indietreggia neppure dinanzi all’opulenza (talvolta esasperata sino al cattivo gusto) dei salotti e delle alcove pullulanti di bronzi, ceramiche, legni purché provenienti dall’estremo oriente.

A differenza dei più, Charles, esperto critico d’arte, scelse con cura persino i ninnoli e ben duecentosessantaquattro netsuke da esporre con orgoglio nelle sue stanze; a causa del mutare delle stagioni e delle mode, da curiosità esotica per rapire lo sguardo la collezione nipponica si trasformò in bislacco regalo di nozze. Le statuette finirono perciò dalla rutilante Parigi nella Vienna della Bella Epoque, dove presero parte ai giochi dei piccoli rampolli austriaci, ignari delle ondate sempre più violente di antisemitismo, che nel giro di pochi anni condussero alla tragica ascesa di Hitler. Sul calare degli anni Trenta, i potenti ed ebrei Ephrussi persero ogni bene e, soprattutto, pressoché ogni speranza: il clan si dissolse, mentre parenti e amici tentarono disperatamente di schivare la morte nei campi di concentramento o di non morire di stenti per le strade del mondo.

I netsukeemblema della magnificienza e ricordo dei giorni felici ormai trascorsi – non risplendettero più accanto ai Renoir, agli argenti e ai velluti; riposarono invece nelle tasche ingombre di un grembiule o nell’imbottitura di un vecchio materasso. E quando oramai la loro esistenza sembrava volgere al termine, ecco un nuovo, imprevedibile rovescio della sorte, pronto a catapultarli dall’altra parte del globo.

Con la sua scrittura misurata ma sempre precisa e coinvolgente, De Waal riesce egregiamente a descrivere i fasti e le miserie della vita umana, senza però fare alcun ricorso al rimpianto o a una compassione lacrimevole. Il lettore attraversa in questo modo lunghi decenni e incolmabili distanza geografiche rapito da una narrazione ricca e duttile che, a uno sguardo distratto, mirerebbe soltanto a raccontare le peripezie d’un piccolo tesoro artistico attraverso le alterne fortune di coloro che lo hanno posseduto. In realtà, il volume di De Waal è molto più di un romanzo: rivela la saga di una famiglia potente ma fragile, mostra i curiosi o tragici intrecci tra la Storia con la “s” maiuscola e le microstorie di ognuno di noi, e permette di rievocare alcune suggestive atmosfere artistiche e intellettuali. Ma sopratutto l’opera tenta di dipanare il complesso e ambivalente rapporto occidentale con il Giappone e il suo fascino esotico, dei quali l’Europa e gli Stati Uniti sono stati ripetutamente invaghiti, al punto da saccheggiare commercialmente il paese, soprattutto durante gli anni Sessanta e Settanta dell’Ottocento e nel corso dell’occupazione americana seguita alla seconda guerra mondiale.

Al pari di mille altri oggetti, anche i netsuke sono stati a lungo uno degli obiettivi prediletti dagli intenditori o, più spesso, dai collezionisti di souvenir nipponici a buon mercato: così piccoli, curati sin nei minimi dettagli e talvolta buffi sembravano alludere loro malgrado all’immagine stereotipata e ambigua del giapponese dal fisico minuto e dal comportamento bizzarro.

Eppure, proprio fissando alcuni dei pezzi della splendida eredità di avorio e ambra di De Waal – la lepre che ci fissa pronta al balzo, l’asino piegato sotto il peso del questuante, l’intagliatore di botti dall’aspetto dimesso eppure profondamente dignitoso – ci pare di cogliere una grande lezione: forse la bellezza – a differenza di quanto riteneva Dostoevskij – non salverà il mondo, ma sa offrirci i preziosi doni della speranza e della consolazione.

Raccontatemi le vostre idee per il gruppo di lettura virtuale

Finalmente, dopo aver rimuginato a lungo su come impostare il gruppo di lettura virtuale, ho trovato una soluzione facile da gestire e adatta anche a coloro che non hanno grande dimestichezza col computer. Ora rimane soltanto una questione: scegliere il primo libro da leggere e commentare insieme.
Vi chiedo, quindi, di proporre qui sotto nei commenti uno o più volumi che vorreste condividere con gli altri; fra qualche giorno, poi, unendo i vostri spunti alle mie idee, vi sottoporrò un sondaggio per scegliere l’opera. Quella che otterrà il maggior numero di preferenze sarà la protagonista del gruppo di lettura a novembre.
Nel frattempo, vi ricordo che chiunque voglia può partecipare al giveaway (lotteria) del blog; il regolamento è disponibile a questo link.
Sono felicissima nel constatare che avete partecipato in tanti (al momento in più di cento!), non limitandovi a spendere due parole sul libro, ma raccontando un frammento di voi stessi, della vostra vita, del vostro universo, e di ciò vi sono profondamente grata. 🙂

“1q84” di Murakami: un articolo di M. Persivale

Per tutti coloro che stanno aspettando con impazienza novembre per poter finalmente leggere 1q84 di Murakami, riporto un interessante articolo in tema, frutto della penna di Matteo Persivale, pubblicato in questi giorni nella versione online del <<Corriere della sera>>.

Se la terra, come la luna, avesse una faccia nascosta sempre invisibile e misteriosa, il nuovo romanzo di Haruki Murakami sarebbe ambientato lì. Tutto succede nell’arco di nove mesi – tre stagioni divise in tre libri da ventiquattro capitoli ciascuno – di un 1984 che non è esattamente quello registrato dalla storia – e infatti il titolo è 1Q84, in giapponese il numero 9 si pronuncia «ku» come la lettera Q, ma «ku» significa anche «dolore» – e in un Giappone nel quale sembra, progressivamente, esserci qualcosa di sempre più fuori fase (è il Paese dove i terremoti possono essere tanto forti da riuscire a spostare l’asse di rotazione della terra). 1Q84, letto dal «Corriere» in anteprima, bestseller a sorpresa in Giappone nel 2009 (pubblicato in tre volumi separati scatenando la Murakami-mania, uscirà negli Stati Uniti a ottobre presso Knopf e a novembre in Italia da Einaudi), è una storia contemporaneamente lineare e complicatissima. Ci sono due ragazzi: la killer su commissione Aomame (ha qualcosa di simile al dono dell’invisibilità) e l’insegnante di matematica e aspirante scrittore Tengo al quale un editor senza scrupoli dà un incarico (truffaldino) da ghost-writer del libro di una ragazzina-prodigio. Aomame e Tengo, che si sono conosciuti da bambini e si sono innamorati, non si incontrano da vent’anni: vivono separati su quello che Murakami, nell’unica intervista prima dell’uscita del romanzo in Giappone, definì «il lato oscuro della luna» (citando obliquamente, lui che di musica è maniaco, The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd). Takashi Murakami, «If the double helix wake up», 2002, particolare Takashi Murakami, «If the double helix wake up», 2002, particolare Da lì parte una storia – i capitoli e i punti di vista si alternano regolarmente tra Aomame e Tengo – che procede con lentezza tanto esasperante quanto voluta. Prima che Murakami diventasse famoso i suoi libri venivano spesso massacrati dalla casa editrice e il personaggio dell’editor mariuolo di 1Q84 potrebbe essere, perché no, una piccola rivincita personale. Ma la lentezza è indispensabile perché costringe il lettore a tenere il passo dei personaggi, rendendosi conto insieme con loro che qualcosa, nella memoria di Aomame e Tengo, non corrisponde alla realtà. Che c’è qualcosa di inaffidabile: non la loro memoria, ma l’anno 1Q84 nel quale vivono. Tra sette segrete dal sapore apocalittico, pastori tedeschi che si nutrono soltanto di spinaci, primitivi computer dai prezzi esorbitanti e discussioni sull’Isola di Sakhalin di Cechov, sui Fratelli Karamazov di Dostoevskij e su 1984 di Orwell, Murakami scopre le carte e rivela che la struttura di un romanzo tanto complesso poggia sulla musica. «Nella musica religiosa, Dio è sempre presente con la Sua grazia», scriveva Johann Sebastian Bach tra le annotazioni della sua Bibbia. Murakami non è un compositore – anche se da giovane gestiva un piccolo jazz club – ma se anche lui come Bach annotasse su una Bibbia le sue riflessioni, troverebbe tracce di Dio in una marcia militare cecoslovacca (la Sinfonietta di Leos Janacek, il compositore del Caso Makropulos, che Aomame ascolta sul taxi nell’incipit del romanzo e apre anche il secondo libro) come in una canzonetta americana degli anni 30. Quasi mille pagine in inglese, con due traduttori per accorciare i tempi di pubblicazione che si sono dovuti appellare alla Cassazione dell’autore per dirimere le numerose disomogeneità tra i loro scritti, l’uscita nipponica nel 2009 che ha scatenato traduzioni «pirata» diffuse on line e caccia ai contenuti da parte di fans frettolosi, e una copia staffetta americana è da poco stata venduta su eBay per 225 dollari, 166 euro. È il libro più complesso di Murakami, e poggia su quattro semplici versi di uno standard della Hollywood del bianco e nero, anno 1933. It’s Only a Paper Moon, scritta da E.Y. Harburg e Harold Arlen (quello di Over the Rainbow, da Il mago di Oz): «È un mondo da circo Barnum / Che più fasullo non potrebbe essere / Ma non sarebbe un’illusione / Se tu credessi in me». Perché Murakami il giapponese eretico in fuga dall’establishment culturale del suo Paese, Murakami l’umanista che gioca a nascondino con l’incubo orwelliano e che ricevendo il premio Jerusalem ha recentemente regalato al pubblico israeliano una parabola su un uovo che si schianta contro un muro («E non importa quanto abbia ragione il muro e quanto abbia torto l’uovo, io sarò sempre dalla parte dell’uovo»), al caos e alla fatuità del mondo da circo Barnum trova un antidoto teneramente antiquato: l’amore. Anche se impiega quasi mille pagine per farlo: perché ci vuole tempo, al lettore e allo scrittore, per respirare e pensare e camminare allo stesso ritmo. Come ha detto tanti anni fa Jay Rubin, suo storico traduttore americano, «ho sempre avuto l’impressione che Murakami scrivesse per me».

Matteo Persivale

Presentazione a Roma di “Qualcosa di simile” in compagnia mia e dell’autrice

Cari lettori vicini e lontani, sono felice di invitarvi tutti a “Giappone tra le righe. Presentazione del libro Qualcosa di simile e dei racconti d’arte Mizumono, Tsukemono e Konomono; avrò il piacere di parlare di queste opere con l’autrice, ossia la bravissima Francesca Scotti, sabato 22 ottobre, alle 18, presso il Doozo. Art book & sushi (Via Palermo 51/53, Roma; www.doozo.it).

Della raccolta di racconti Qualcosa di simile – che sta riscuotendo ottimi riscontri dal pubblico e dalla critica – potete trovare qui nel blog una recensione, firmata da Mariella Soldo; se siete incuriositi anche dal trittico Mizumono, Tsukemono e Konomono, non vi resta allora che consultarlo liberamente nel sito internet dell’autrice (www.qualcosadisimile.it) e dare un’occhiata alle mie note di lettura.

Mi raccomando: vi aspetto!

Primo giveaway (ossia lotteria) del sito: e tu, perché non partecipi?

Udite, udite! Per festeggiare i tre anni del sito e le oltre centomila pagine viste negli ultimi dodici mesi (probabilmente per i grandi siti si tratta di una bazzecola, ma per me rappresenta una bella soddisfazione), ho deciso di indire un giveaway tra i lettori del mio blog, ossia una sorta di piccola lotteria.

Le regole sono poche e semplicissime:
1. pensate al libro giapponese o riguardante il Giappone che amate di più; può essere un romanzo, una raccolta di racconti, un’antologia poetica, un saggio…;
2. scrivete qui sotto nei commenti il titolo, l’autore e il perché della vostra scelta. Non vi preoccupate se, una volta inviato il commento, non appare subito sotto il post: deve essere infatti prima approvato da me (non si tratta di una misura antidemocratica, ma semplicemente di un sistema che uso regolarmente per evitare spam e commenti molesti/autopromozionali/offensivi/etc. etc.).
3. aspettate fiduciosi il giorno dell’estrazione! 🙂

Il 7 novembre 2011 avrà luogo il sorteggio elettronico (realizzato tramite www.random.org) e verranno così selezionati due numeri: al primo estratto andrà in premio un libro (sorpresa!) e al secondo un oggetto legato al Giappone. Naturalmente, potete spargere la voce, diffondere l’iniziativa tramite il vostro blog, invitare parenti e amici: tutto quello che volete, purché rispettiate il regolamento. 😉

NOTA BENE:
non sono ammessi manga e affini;
non sono ammessi libri di testo per studiare il giapponese;
– ciascuno ha la possibilità di lasciare uno e un solo commento;
– mi riservo il diritto di escludere dal sorteggio eventuali commenti offensivi/discriminatori/fortemente autopromozionali, oppure indicanti testi che non ritengo consoni allo spirito del concorso (eliminerei, per esempio, il “Grande trattato sui bruchi giapponesi” o “Il meglio del cinema hentai di ogni tempo”);
verranno esclusi tutti i commenti incompleti, ossia che non presentano il titolo dell’opera e/o la motivazione della preferenza;
– ai fini dell’estrazione contano _soltanto_ i commenti lasciati qui nel blog, e non nel gruppo Facebook;
l’estrazione avverrà _solo_ se vi saranno _almeno  70_ partecipanti;
– piccola postilla aggiunta il 7/10: la motivazione della scelta non deve esser del tipo “mi piace perché è interessante/ perché è uno dei libri che più amo/ etc.”. Dal momento che dovrebbe trattarsi del vostro libro preferito legato al Giappone, è naturale che per voi sia bellissimo; quindi tirate fuori la fantasia e dateci dentro! 😉

In bocca al lupo!
Foto tratta da qui.

“1Q84” di Murakami finalmente in italiano a novembre

Nell’attesa che si scopra nelle prossime settimane se Murakami abbia vinto il premio Nobel per la letteratura (è in lizza da diversi anni, oramai), i suoi lettori possono fare il conto alla rovescia per l’edizione italiana di 1Q84, ritenuto il capolavoro dello scrittore: Einaudi ha infatti annunciato che i primi due volumi saranno finalmente pubblicati a novembre, mentre il terzo uscirà nel 2012.

Risa Wataya a Roma

A tutti coloro che in questi giorni si trovano a Roma, consiglio di sfruttare un’occasione quasi unica per conoscere un autore -anzi, in questo caso, un’autrice – giapponese di persona. Martedì 20 settembre, alle ore 18,30, presso l’Istituto giapponese di cultura (via Gramsci 74), Antonietta Pastore presenterà la conferenza di Wataya Risa, giovane scrittrice nota in Italia per i due romanzi Install e Solo con gli occhi, che le è valso il prestigioso premio Akutagawa. Vi lascio con l’incipit di quest’ultima opera, ma prima colgo l’occasione per ringraziare Barbara della segnalazione :

La solitudine grida. Un grido che si leva alto e continua a risuonare come una campanella, al punto da farmi male alle orecchie, da serrarmi il cuore, e per impedire che i miei compagni lo sentano mi metto a stracciare fogli di carta. In lunghe, lunghissime strisce. Il fastidioso rumore della carta strappata sovrasta quello della solitudine. E in più mi dà un’aria distaccata. Cos’è questa roba? Cloroplasto? Alga canadese? Non me ne frega niente. E allora? Voi questi microrganismi li trovate divertenti, pare (risatina), ma io non condivido il vostro fervore, in fin dei conti ormai sono una liceale. Vi guardo con la coda dell’occhio, e intanto continuo pigramente a strappare carta… E allora?

A Roma primo appuntamento del gruppo di lettura di Biblioteca giapponese

Grazie alla collaborazione con la sala da tè Fiorditè (via Raffaele de Cesare 98, fermata Furio Camillo, Roma; tel. 0688653263; www.fiordite.it), una volta al mese curiosi e appassionati avranno l’occasione per riunirsi e chiacchierare con me a proposito di libri d’origine giapponese, nell’ambito del gruppo di lettura Fiorditè, fior di parole, interamente dedicato al Sol Levante.

Il primo incontro è intitolato “Bellezza e distruzione: Il padiglione d’oro di Mishima Yukio” e si terrà presso Fiorditè venerdì 16 settembre, alle ore 18,45; è prevista anche una degustazione gratuita del tè giapponese  tostato Houjicha, prodotto con le foglie del raccolto autunnale 2009.

Potrete inoltre cogliere l’occasione per dare un’occhiata alla bellissima oggettistica proveniente dal Sol Levante (set per la cerimonia del tè, teiere in ghisa, tazze…) o lasciarvi tentare dal ricco assortimento di tè giapponesi.

Per maggiori informazioni sull’evento, potete telefonare allo 0688653263 (risponde Fiorditè) oppure mandarmi un’email all’indirizzo bibliotecagiapponese@gmail.com.