“1q84” di Murakami: un articolo di M. Persivale

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Per tutti coloro che stanno aspettando con impazienza novembre per poter finalmente leggere 1q84 di Murakami, riporto un interessante articolo in tema, frutto della penna di Matteo Persivale, pubblicato in questi giorni nella versione online del <<Corriere della sera>>.

Se la terra, come la luna, avesse una faccia nascosta sempre invisibile e misteriosa, il nuovo romanzo di Haruki Murakami sarebbe ambientato lì. Tutto succede nell’arco di nove mesi – tre stagioni divise in tre libri da ventiquattro capitoli ciascuno – di un 1984 che non è esattamente quello registrato dalla storia – e infatti il titolo è 1Q84, in giapponese il numero 9 si pronuncia «ku» come la lettera Q, ma «ku» significa anche «dolore» – e in un Giappone nel quale sembra, progressivamente, esserci qualcosa di sempre più fuori fase (è il Paese dove i terremoti possono essere tanto forti da riuscire a spostare l’asse di rotazione della terra). 1Q84, letto dal «Corriere» in anteprima, bestseller a sorpresa in Giappone nel 2009 (pubblicato in tre volumi separati scatenando la Murakami-mania, uscirà negli Stati Uniti a ottobre presso Knopf e a novembre in Italia da Einaudi), è una storia contemporaneamente lineare e complicatissima. Ci sono due ragazzi: la killer su commissione Aomame (ha qualcosa di simile al dono dell’invisibilità) e l’insegnante di matematica e aspirante scrittore Tengo al quale un editor senza scrupoli dà un incarico (truffaldino) da ghost-writer del libro di una ragazzina-prodigio. Aomame e Tengo, che si sono conosciuti da bambini e si sono innamorati, non si incontrano da vent’anni: vivono separati su quello che Murakami, nell’unica intervista prima dell’uscita del romanzo in Giappone, definì «il lato oscuro della luna» (citando obliquamente, lui che di musica è maniaco, The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd). Takashi Murakami, «If the double helix wake up», 2002, particolare Takashi Murakami, «If the double helix wake up», 2002, particolare Da lì parte una storia – i capitoli e i punti di vista si alternano regolarmente tra Aomame e Tengo – che procede con lentezza tanto esasperante quanto voluta. Prima che Murakami diventasse famoso i suoi libri venivano spesso massacrati dalla casa editrice e il personaggio dell’editor mariuolo di 1Q84 potrebbe essere, perché no, una piccola rivincita personale. Ma la lentezza è indispensabile perché costringe il lettore a tenere il passo dei personaggi, rendendosi conto insieme con loro che qualcosa, nella memoria di Aomame e Tengo, non corrisponde alla realtà. Che c’è qualcosa di inaffidabile: non la loro memoria, ma l’anno 1Q84 nel quale vivono. Tra sette segrete dal sapore apocalittico, pastori tedeschi che si nutrono soltanto di spinaci, primitivi computer dai prezzi esorbitanti e discussioni sull’Isola di Sakhalin di Cechov, sui Fratelli Karamazov di Dostoevskij e su 1984 di Orwell, Murakami scopre le carte e rivela che la struttura di un romanzo tanto complesso poggia sulla musica. «Nella musica religiosa, Dio è sempre presente con la Sua grazia», scriveva Johann Sebastian Bach tra le annotazioni della sua Bibbia. Murakami non è un compositore – anche se da giovane gestiva un piccolo jazz club – ma se anche lui come Bach annotasse su una Bibbia le sue riflessioni, troverebbe tracce di Dio in una marcia militare cecoslovacca (la Sinfonietta di Leos Janacek, il compositore del Caso Makropulos, che Aomame ascolta sul taxi nell’incipit del romanzo e apre anche il secondo libro) come in una canzonetta americana degli anni 30. Quasi mille pagine in inglese, con due traduttori per accorciare i tempi di pubblicazione che si sono dovuti appellare alla Cassazione dell’autore per dirimere le numerose disomogeneità tra i loro scritti, l’uscita nipponica nel 2009 che ha scatenato traduzioni «pirata» diffuse on line e caccia ai contenuti da parte di fans frettolosi, e una copia staffetta americana è da poco stata venduta su eBay per 225 dollari, 166 euro. È il libro più complesso di Murakami, e poggia su quattro semplici versi di uno standard della Hollywood del bianco e nero, anno 1933. It’s Only a Paper Moon, scritta da E.Y. Harburg e Harold Arlen (quello di Over the Rainbow, da Il mago di Oz): «È un mondo da circo Barnum / Che più fasullo non potrebbe essere / Ma non sarebbe un’illusione / Se tu credessi in me». Perché Murakami il giapponese eretico in fuga dall’establishment culturale del suo Paese, Murakami l’umanista che gioca a nascondino con l’incubo orwelliano e che ricevendo il premio Jerusalem ha recentemente regalato al pubblico israeliano una parabola su un uovo che si schianta contro un muro («E non importa quanto abbia ragione il muro e quanto abbia torto l’uovo, io sarò sempre dalla parte dell’uovo»), al caos e alla fatuità del mondo da circo Barnum trova un antidoto teneramente antiquato: l’amore. Anche se impiega quasi mille pagine per farlo: perché ci vuole tempo, al lettore e allo scrittore, per respirare e pensare e camminare allo stesso ritmo. Come ha detto tanti anni fa Jay Rubin, suo storico traduttore americano, «ho sempre avuto l’impressione che Murakami scrivesse per me».

Matteo Persivale


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