[Recensione] “Il romanticismo e l’effimero” di Mori Ōgai e la Trilogia tedesca

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romanticismo effimero mori ogaiImpero tedesco, 1884. Un brillante medico giapponese appena ventenne giunge in Germania per approfondire i suoi studi: questo mondo inedito ed estraneo – traboccante di luci, di suggestioni, di idee nuove – non può fare a meno di affascinarlo, di trattenerlo presso di sé per ben quattro anni.

Il giovane si chiama Mori Ōgai ed è destinato a divenire uno dei più importanti scrittori e intellettuali dell’Estremo oriente dell’epoca Meiji (1868-1912): ciò che i suoi sensi hanno sperimentato nell’apprendistato europeo finirà nelle sue pagine, accompagnato forse da un’ombra di rimpianto. Continua a leggere »


“Il romanticismo e l’effimero. La trilogia tedesca” di Mori Ōgai

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Mori Ōgai è noto al pubblico italiano soprattutto per essere l’autore di Vita Sexualis; in realtà, lo scienziato giapponese fu prima di tutto un intellettuale dell’epoca Meji (1868-1912) e un divulgatore in patria della cultura occidentale, privilegiando in particolar modo quella inglese e quella tedesca.
A questa esperienza si lega una piccola raccolta curata da Matilde Mastrangelo, Il romanticismo e l’effimero. La trilogia tedesca (ed. GoBook, pp. 116, € 12), contenente tre racconti (La ballerina; Il Messaggero; Ricordi di vite effimere) ispirati al soggiorno in Germania dello scrittore. Per farvi un’idea del volume, sfogliatelo su Google books.
Questa la presentazione dell’editore:

Che emozioni può far nascere un lungo periodo all’estero, vissuto con il tentativo di rimettere in gioco le proprie ambizioni e i propri interessi?

Mori Ōgai, uno dei primi intellettuali giapponesi a confrontarsi direttamente con l’Europa, imposta le sue prime costruzioni narrative intorno a tale interrogativo immaginando un ipotetico itinerario emotivo, con il quale il lettore può facilmente immedesimarsi, che lega Maihime (“La ballerina”), Utakata no ki (“Ricordi di vite effimere”) e Fumizukai (“Il messaggero”). La prima tappa del “viaggio” è lo stupore misto a smarrimento che l’affascinante Berlino di fine Ottocento poteva provocare: «Mi ritrovai ben presto nel cuore della nuova metropoli europea; avevo ambizioni confuse ed ero abituato a lavorare sempre sotto severi controlli. Ma ora i miei occhi erano abbagliati da tanto splendore e il mio cuore confuso dalla varietà dei colori»; «Così tante erano le cose da vedere in uno spazio limitato che la prima volta non era possibile rendersi conto di tutto. Eppure, anche se ne ero attratto, mi ero ripromesso di non farmi coinvolgere da questa effimera bellezza e respingevo quanto dall’esterno sembrava invadermi» (“Maihime”). Il “viaggio” prosegue con la volontà di perdersi in una struggente atmosfera romantica, che si avvicina molto all’effimero sentire giapponese: «Le loro emozioni li resero dimentichi di se stessi, della carrozza sulla quale viaggiavano e di tutto il resto del mondo esterno» (“Utakata no ki”). E termina con una più razionale presa di posizione che fa trionfare le passioni, seppur a costo di scelte difficili: «Sono nata in una famiglia nobile, ma sono pur sempre una donna e nel mio animo non c’era spazio per comprendere irritanti  lignaggi, discendenze e credenze prive di senso» (“Fumizukai”).

Il sentimento che nell’insieme si impone è il desiderio di riconoscere la libertà dell’individuo di affermare le proprie passioni e le scelte ad esse legate.