[Recensione] “Il romanticismo e l’effimero” di Mori Ōgai e la Trilogia tedesca

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romanticismo effimero mori ogaiImpero tedesco, 1884. Un brillante medico giapponese appena ventenne giunge in Germania per approfondire i suoi studi: questo mondo inedito ed estraneo – traboccante di luci, di suggestioni, di idee nuove – non può fare a meno di affascinarlo, di trattenerlo presso di sé per ben quattro anni.

Il giovane si chiama Mori Ōgai ed è destinato a divenire uno dei più importanti scrittori e intellettuali dell’Estremo oriente dell’epoca Meiji (1868-1912): ciò che i suoi sensi hanno sperimentato nell’apprendistato europeo finirà nelle sue pagine, accompagnato forse da un’ombra di rimpianto.

Malgrado la sua grandezza, in Italia Mori Ōgai è poco pubblicato; la presenza della sua cosiddetta Trilogia tedesca (La ballerina, Il messaggero, Ricordi di vite effimere) nella raccolta Il romanticismo e l’effimero (2008, pp. 116, € 12) – apparsa per i tipi GoBook (che purtroppo ha concluso le sue pubblicazioni qualche tempo fa) e curata dall’apprezzata yamatologa Matilde Mastrangelo – è dunque un’ulteriore conferma della bontà del catalogo della casa editrice e delle sue sempre interessanti proposte.

die tanzerin ballerina mori ogai


La locandina di “Die Tänzerin” (1989), ispirato a “La ballerina”

Preceduto da un corposo saggio sulla figura e l’opera dell’autore, il volume presenta alcuni dei suoi racconti più celebri; racconti in cui tutto lo stupore e l’erudizione di Mori Ōgai sembrano distillarsi, confusi e mescidati con l’ebbrezza e il dolore degli amori incerti, degli incontri inattesi, dei viaggi che cambiano il corso di un’esistenza. Le sue parole strappano a quell’epoca così lontana brandelli di una quotidianità che a noi pare favolosa, e si fanno strada in una realtà popolata di cafè, di velluti, di neve, di uomini ambigui, di artisti disillusi, di donne fragili, ammantate da un velo di innocenza e mistero. 

E l’ultima pagina, così, ha il sapore dell’ultima goccia d’assenzio nel bicchiere: dolce e amara, scorre rapida dentro di noi, per poi lasciare dietro di sé una scia di calda malinconia.

 


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