Non solo anime: “Vita da cartoni” di E. D. Infante e F. Bartoli (in libreria dal 7 giugno 2012)

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Negli ultimi anni – e credo non sia solo una mia impressione – si sta assistendo nel nostro paese a un interessante fenomeno, sulle cui origini socio-culturali bisognerebbe indagare:
la rivalutazione delle storie a fumetti e delle serie animate
, seguita, per conseguenza, dalla pubblicazione di riviste e volumi appositi.

Tra i testi che ho trovato più interessanti in merito, vorrei segnalarvi Vita da cartoni, di Elettra Dafne Infante (regista, scrittrice e sceneggiatrice) e Fabio Bartoli (già autore di Vado, Tokyo e torno e Mangascienza, di cui ho rispettivamente parlato qui e qui), in libreria dal 7 giugno 2012 per i tipi Tunué e con tanto di dvd allegato (qui un’anticipazione). Continua a leggere »


“Mangascienza”: il futuro è qui

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Centocinquant’anni fa circa, se qualcuno avesse menzionato i manga in un salotto buono di Parigi, molti avrebbero forse sorriso al pensiero degli omonimi schizzi di Hokusai che allora circolavano tra artisti e intellettuali, destando interesse e di certo qualche perplessità. Pochi avrebbero scommesso che quei disegni rapidi potessero un giorno – dopo profonde evoluzioni – finire per incantare i loro discendenti e, probabilmente, nessuno avrebbe neppure immaginato che, in questa nuova forma, sarebbero riusciti a condensare speranze e inquietudini  dei posteri.

Quest’ultimo punto è ampiamente trattato in Mangascienza. Messaggi filosofici ed ecologici nell’animazione fantascientifica giapponese per ragazzi (Tunué, pp. 259, € 16,50; ora in offerta su Amazon.it cliccando qui a € 14,03), in cui Fabio Bartoli presenta lo sviluppo degli anime collegandolo ai paralleli cambiamenti che hanno mutato (e a volte sconvolto) il volto del Sol Levante. La storia di questo paese, soprattutto a partire dal 1868 – anno inaugurale dell’epoca Meiji e della modernizzazione – è stata caratterizzata da un rapporto ambiguo con la tecnologia: dapprima appresa in modo spasmodico guardando ai modelli europei e americani, poi subìta (soprattutto nel corso della seconda guerra mondiale; si veda la tragica esperienza delle bombe atomiche), infine integrata nel quotidiano.

Una relazione equivoca tra individui e tecnica, in fondo, ha da sempre coinvolto anche l’occidente, come dimostra l’antichissimo mito di Prometeo, nume tutelare del volume. Toccato dalla mancanza di qualità nell’uomo (conseguenza della disattenzione di Epimeteo), il titano decise di aiutare la “scimmia nuda” (per dirla come Morris) rubando i tesori di Atena (in primis, l’intelligenza e la memoria) e il fuoco di Efesto, attraverso i quali foggiare un nuovo mondo in cui la cultura e la lungimiranza si sarebbero dovute coniugare a un saggio uso delle arti meccaniche. A causa del suo duplice furto, Prometeo venne duraramente punito da Zeus: legato a un’alta roccia, fu preda della furia di un’aquila che ogni giorno gli divorava le viscere. Il padre degli dèi aveva già intuito quale terribile dono era stato concesso agli uomini: attraverso la tecnica, essi sarebbero riusciti a trasformare la loro sorte, mettendo però a repentaglio se stessi e la terra che li ospita. E così è stato.

Partendo proprio da questa leggenda, Fabio Bartoli delinea sinteticamente più di duemila anni di storia, scienza e pensiero occidentale, evidenziandone le connessioni e i punti chiave. Questa – che potrebbe di primo acchitto apparire superflua – è in realtà un’operazione sagace, che mira a illuminare non soltanto il nostro complesso rapporto con la tecnologia, ma anche le numerose stratificazioni in cui, dagli ultimi decenni del secondo millennio, si è situato il duplice fenomeno manga/anime,  con tutte le implicazioni ideologiche di cui è foriero; inoltre, è bene sempre tenere a mente che questo scenario ha fortemente influito sul contesto giapponese che, in alcuni casi, ha tentato di conformarsi ad esso persino a scapito della propria identità. L’autore di Mangascienza, dando prova di intelligenza, ricostruisce anche i milieu (politici, culturali, economici…) giapponesi a partire dal XVII secolo, fornendo così le coordinate essenziali per comprendere meglio le manifestazioni del pensiero e delle arti autoctone, tra le quali si annoverano senza dubbio anche i disegni animati, non riducibili a semplici mezzi di intrattenimento per bambini e adolescenti, ma strumenti per trasmettere alle nuove generazioni propositi e valori in vista della costruzione di un’umanità migliore.

Poggiando su solide basi teoriche – che attingono all’opera di scienziati, filosofi, storici, intellettuali – Fabio Bartoli articola un discorso vivace e multidisciplinare, dedicando ampia attenzione agli effetti dell’iperestensione culturale, ossia di un progresso che procede in modo talmente rapido da originare un dislivello profondo con la stessa capacità umana di domarlo e indirizzarlo a scopi benefici. Esso ha subito un incremento nelle nazioni occidentali soprattutto a partire dalla rivoluzione industriale, per poi propagarsi anche all’estremo oriente. Testimonianza di ciò sono proprio gli anime, in special modo quelli di fantascienza: attraverso la rappresentazione di un mondo futuristico fictionale, essi hanno voluto delineare i dilemmi e le difficoltà con le quali saremo destinati a confrontarci se finiremo per esser vittime – e non più signori – dei nostri ritrovati tecnologici e scientifici, quali l’ingegneria genetica, le armi nucleari, le forme di sfruttamento intensivo dell’ambiente. In particolare, i pericoli per l’uomo paiono provenire da tre tipi di conflitti, sintetizzabili da altrettante figure mitologiche: vittime e protagoniste dello scontro sarebbero la madre terra (Gea), la tradizione (Mnemosine) e l’evoluzione naturale (Epimeteo).

Mediante il ricorso a robot dall’etica samuraica o a imponenti mecha, inscenando il dramma degli orfani dell’atomica o di mondi lontani sull’orlo del baratro, i creatori di anime hanno tentato e tentano tuttora di sensibilizzare le coscienze dei lettori (giovani e non). L’autore conduce in proposito un’analisi serrata e approfondita, ricca d’esempi, godibile tanto da specialisti quanto da semplici appassionati, che si estende anche alla corposa appendice comprendente cinquanta schede, ciascuna dedicata a una diversa serie animata, di cui vengono sottolineati temi e strategie ideologiche e narrative. E così, partendo da Astroboy (1963) per arrivare sino a Last Exile (2003), passando per Neon genesis Evangelion, Mazinga Z e molti altri, fra le pagine riecheggia una speranza per il futuro prossimo: che l’uomo possa finalmente far germogliare il seme racchiuso nel nome stesso di Prometeo, “colui che pensa prima”. Prima che sia troppo tardi.


Dal Giappone con passione: “Vado, Tokyo e torno” di Fabio Bartoli

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In questi giorni di preludio all’estate siete alla ricerca di un libro frizzante che sappia condurvi per qualche ora dall’altra parte del mondo? Allora vi consiglio Vado, Tokyo e torno di Fabio Bartoli (Tunué, pp. 112 con illustrazioni, € 9,70, disponibile su Amazon.it cliccando qui a 6,31), una delle uscite più recenti della casa editrice specializzata in pop e forme dell’immaginario (fumetti, videogiochi, graphic novel, etc.).
Qualcuno, però, potrebbe pensare che sia l’opera sbagliata nel momento sbagliato: perché pubblicare i ricordi di viaggio di un ragazzo italiano alle prese con una Tokyo rutilante, a distanza di poche settimane dal grande terremoto dell’11 marzo e dai catastrofici eventi che ne sono conseguiti? Io credo che stia proprio in questo contrappunto il (nuovo) significato del volumetto, composto prima della tragedia (e non dopo, per cavalcare l’onda emotiva): mostrare il brulichio costante della capitale, le sue abitudini, la fretta di vivere tipica soprattutto dei suoi abitanti più giovani, in contrasto con le immagini di desolazione e sterilità sulle quali oggi diversi media vogliono appiattire il Giappone. Non si tratta quindi di sottovalutare l’accaduto o di voltare lo sguardo dall’altra parte, ma di far valere nel proprio piccolo l‘istinto vitale ad andare avanti nonostante tutto, accompagnato dalla necessità di ricordare – a se stessi, agli altri – che l’arcipelago nipponico non è ridotto a un cumulo di macerie e di scorie radioattive, come purtroppo alcuni credono.
In un momento in cui – a volte un po’ ridicolmente – in Italia si teme il contatto con tutto ciò che è giapponese, la scelta di pubblicare questo libro non solo va rispettata, ma anche apprezzata. Penso che a far ciò riusciranno soprattutto le generazioni nate o cresciute nel corso degli anni Ottanta, la stessa a cui appartiene l’autore (e, per la cronaca, anche io stessa): Fabio, difatti, impronta buona parte del suo racconto di viaggio – svoltosi nell’aprile 2010 – alla realizzazione dei desideri di molti suoi coetanei, divenuti adolescenti seguendo una rigida dieta a base di anime e manga giapponesi, e coltivando il sogno di conoscere un giorno dal vivo quella terra lontana a lungo immaginata.
Le avventure descritte dal narratore spaziano così dalle incursioni negli studios dei più celebri produttori di anime, al bagno di un onsen collocato ai piedi del Fuji, passando per le ricognizioni metropolitane (nei quartieri di Harajuku, Shibuya, Shinjuku…), alla scoperta di look inaspettati e tendenze autoctone. Non mancano le riflessioni riguardanti gli aspetti che maggiormente colpiscono il turista occidentale in trasferta nel Sol Levante, come la proverbiale gentilezza degli abitanti, la dedizione al lavoro dei サラリーマン (i “salary men”, ossia i dipendenti) o la varietà della cucina nipponica; nell’esaminare tutto ciò, lo scrittore non teme di riconoscere i limiti della propria interpretazione, che anzi è sempre disponibile a mettere in discussione.
Questo diario di viaggio, che si legge tutto d’un fiato, non ha infatti la pretesa di essere esaustivo o di sostituirsi ad una guida turistica: ho avuto come l’impressione che miri soprattutto a spingerci a una scoperta personale e unica del Giappone e del suo “cuore caldo”, che batte forte anche oggi fra i bollettini da Fukushima e i nostri timori per il futuro del paese.