Categoria: romanzi

“Il kimono rosso”, storia di una cortigiana

Dopo il successo di Memorie di una geisha, sembra esser nato un vero e proprio filone letterario per cavalcare l’onda e attrarre lettori più o meno incuriositi dal Giappone.
Come avrete intuito, il libro di oggi si colloca perfettamente in questo quadro; più che per sue intrinseche qualità, ne parlerò per dovere di cronaca. Già il titolo, Il kimono rosso (Piemme, pp. 420, € 19,50; ora disponibile su Amazon a € 12,68 cliccando qui), la dice lunga; se poi si aggiunge che l’autrice, Lesley Downer, ha al suo attivo anche Geisha e L’ultima concubina, direi che tutto si fa ancora più chiaro. Consola in parte soltanto il fatto che la scrittrice abbia a lungo vissuto nel Sol Levante.
Malgrado le mie perplessità sul genere “kimono e ventaglio”, vi lascio la presentazione del volume, edito da poche settimane, e il pdf con le prime pagine dell’opera:

Hana indossa il suo kimono da cerimonia; i capelli lunghi fino a terra sono spalmati d’olio e raccolti in un’acconciatura ordinata, come vuole la tradizione. Saluta il comandante Yamaguchi, suo marito, che sta partendo per combattere i ribelli del Sud e difendere lo shogun e il suo Paese. Malgrado non sia innamorata del comandante, la giovane e bella Hana si è sempre comportata secondo le consuetudini, per sentirsi adeguata al suo ruolo di moglie. Rimasta sola, custodisce la loro casa, mentre lo scontro tra i ribelli e l’esercito imperiale si avvicina e si fa sempre più sanguinoso e violento. Ora anche Hana è in pericolo e, nonostante sappia usare con maestria l’alabarda giapponese, deve arrendersi e fuggire.
Un breve viaggio pieno di ostacoli, al termine del quale viene accolta dai colori, suoni e profumi di Yoshiwara, il quartiere del piacere di Tokyo. Una casa per cortigiane diventa il suo rifugio, e la sua vita prende una direzione imprevista.
Inizialmente intenzionata a raggiungere il marito, Hana trova nella casa un calore umano che mai aveva conosciuto e viene a poco a poco attratta dall’atmosfera vitale e vivace del quartiere. Scoprendo dentro di sé una sensualità fino a quel momento ignorata, si trasforma in una perfetta cortigiana e assapora per la prima volta il gusto della libertà e il sottile piacere della seduzione. Ma è Yozo, un coraggioso soldato, a cambiarle definitivamente la vita. Sfuggito alla cattura dei suoi nemici, si dirige nell’unico posto in cui un uomo sa di essere al sicuro: Yoshiwara. Nella città che non conosce il sonno, Yozo e Hana s’incontrano e s’innamorano, ma il ragazzo nasconde un segreto che, una volta rivelato, incomberà come una minaccia sulle loro vite, oscurando la loro felicità.

“Fare l’amore” a Tokyo. E basta.

A forza di cercare sempre libri legati al Giappone o ambientati in quei paraggi, si è forse attivata in me una specie di calamita che mi permette di pescare volumi di tal genere tra gli scaffali affollati delle biblioteche o delle librerie. E così, quando qualche giorno fa, dando un’occhiata alla quarta di copertina di Fare l’amore di Jean-Philippe Toussaint (ed. nottetempo, pp. 152, € 13), ho letto che le vicende si svolgono nel Sol Levante, ho preso il volume senza esitare.
Le delusioni, però, sono arrivate ben presto, a causa dei numerosi cliché in cui è possibile imbattersi pagina dopo pagina. La trama, piuttosto semplice, racconta la dolorosa fine di un amore tra un uomo e una donna francesi durante un soggiorno di lavoro a Tokyo; la narrazione è infatti scandita dai momenti di esasperazione del protagonista, che tenta di rompere con Marie, prototipo dell’artista bellissima e maledetta. I due – nei (rari) momenti in cui non litigano o non pensano al sesso – compiono tutti quei gesti tipici da gaijin (ossia stranieri) fuoriposto: bisticciano per strada, non rispettano elementari regole di educazione e non si preoccupano di imbarazzare chiunque abbiano davanti.
I giapponesi non fanno una figura migliore: ridotti a figurine o automi, si limitano a sorridere e ad annuire senza comprendere cosa accade intorno a loro.
Tokyo e Kyoto, infine, appaiono come meri fondali della passione distruttiva degli amanti; non a caso, buona parte della poetica del libro potrebbe essere riassunta nell’affermazione che chiude il primo capitolo: “il giorno si levava su Tokyo, e io le infilai un dito nel buco del culo.”

Recensione de “La scuola della carne” di Mishima a cura di M. Soldo

Oggi ospito con piacere un contributo di Mariella Soldo (http://mariellasoldo.wordpress.com ), vale a dire la recensione de L’école de la chair (letteralmente La scuola della carne), un libro di Mishima ancora inedito in Italia. Buona lettura.

Il mercato dell’amore: passioni in vendita

L’école de la chair – che tradotto letteralmente vuol dire La scuola della carne – è un romanzo di Mishima non tradotto in Italia, ma ci hanno pensato i nostri cugini francesi, più attenti e sensibili, soprattutto da più tempo rispetto agli italiani, alla cultura orientale. Il testo è stato tradotto direttamente dal giapponese da Yves-Marie e Brigitte Allioux per Folio-Gallimard nel 1993, trent’anni dopo l’uscita del romanzo in Giappone.

Alcune domande restano ancora senza risposta: come mai L’école de la chair non è stato tradotto in Italia? Qual è stata la politica adottata dalle grandi case editrici che hanno pubblicato quasi tutto su Mishima, anche piccoli testi, a non rendere in italiano anche quest’ultimo? È una politica di svista o molto furbamente non si traduce uno scritto per i suoi temi al limite della morale?
Taeko, la protagonista del romanzo, è una donna sulla quarantina, dotata di estremo fascino ed eleganza. Ogni suo gesto, ogni suo movimento, è l’espressione sublime della sensualità: Posò con forza l’anello sul pianoforte e afferrò la punta di uno dei suoi guanti fra i denti, per farlo scivolare più velocemente. L’ebbrezza incominciava a farle girare la testa. “ Smettila, Taeko, finirai per sporcare i guanti con il rossetto!”. – È più erotico così, non trovi?”. La donna fa parte di quella società alto borghese nipponica post-guerra che ha abbandonato le tradizioni del proprio paese per aprirsi totalmente ai costumi dell’occidente. Divorziata, annoiata, Taeko conduce una vita senza margini: libera e indipendente. Possiede una casa di moda, è a contatto con gli alti funzionari dello stato e partecipa assiduamente ai più famosi cocktail mondani. Una sera incontra in un famoso bar frequentato da omosessuali, chiamato non a caso Hyacinthe (Giacinto, sicuramente un riferimento alla mitica leggenda che vede protagonista l’amore di Apollo per Giacinto), il giovane Senkichi “la cui bellezza si incontra raramente in questo mondo”. Il piccolo Sen, come viene comunemente chiamato dai suoi amici, è descritto nel romanzo come una divinità greca, come una statua abilmente scolpita, ma che cela, dietro la sua immortale perfezione, un lato oscuro, quasi impenetrabile, persino alla stessa Taeko: A volte, quando in uno di quei momenti morti lasciava errare il suo sguardo nel vuoto, si sarebbe potuto scorgere, sotto la curva armoniosa delle sue sopracciglia, la malinconia della giovinezza. Il giovane uomo sarebbe disposto a tutto per i soldi, andrebbe a letto con chiunque, pur di arrivare nell’alta società. Il consiglio che Teruko, il travestito con cui Taeko stringe amicizia, è di lasciar perdere. Ma la sensualità che ormai ha invaso ogni cellula del corpo della donna è più forte della paura e del probabile inganno. Dopo un solo sguardo, Senkichi è già in lei, nella sua intimità più nascosta. Taeko decide di sedurlo e di fatto ci riesce.

Dopo i primi incontri, tra i due amanti s’instaura immediatamente una perfetta, ma altrettanto complessa, complicità. Non si abbandonano da subito ai richiami del corpo, si sfiorano e si scrutano con baci intensi, profondi: E quel bacio! La sua bocca conservava il ricordo di un sapore oscuro che prendeva al cuore, un gusto che nessun altro uomo le aveva fatto provare. Sembrava che Taeko non avrebbe mai più potuto dimenticarlo e che, se si fossero separati in questa maniera per sempre, quel bacio sarebbe stato il più lancinante dei ricordi, la tortura permanente del suo cuore. Taeko, immersa nelle ingannevoli dolcezze della passione, teme ogni stante che tutto possa finire da un momento all’altro: Ma si rese subito conto che quella simpatia reciproca che aveva creduto di veder nascere tra lei e Senkichi, quella sensazione che i loro cuori si capivano bene non era altro che una dolce illusione.

Il loro legame diventa uno scambio di male continuo che, paradossalmente, non fa altro che avvicinarli. Taeko e Senkichi s’incontrano così in quel gioco pericoloso che tiene unita la vittima al carnefice, gioco che continua nei sensi, fra candide lenzuola e che permette a Taeko di dimenticare ogni precedente relazione. Il piccolo Sen stava diventando la sua forma assoluta di erotismo e piacere, in cui ogni forma di paragone non è più possibile. Ama la freddezza del giovane uomo, la sua distanza dal mondo e dalle cose, persino la distanza che separava Sen da se stessa, ma più di tutto, la donna è attratta dal potere che il giovane corpo di Senkichi emana, quel potere di eternità, di infinito: Ciò che conta per una donna non è la bellezza, ma la giovinezza.

Per dominare totalmente Sen, Taeko gli chiede di vivere insieme, ma ad una sola condizione, forse la più preziosa per un legame profondo che può nutrirsi in eterno grazie alla leggerezza: Vengo ad abitare qui con te ad una sola condizione. Anche se viviamo insieme non devi assolutamente sconfinare nella mia libertà, altrimenti sarai tu a perdere. È chiaro? – Sì, capisco… ma lo so fin dall’inizio. – Sicuro? Insistette Senkichi. – Perché pensi che si possa limitare la libertà qualcuno come te?

Così Sen non rinuncia per nessuna cosa al mondo alla sua libertà, ma, nonostante i suoi sforzi, a Taeko risulta difficile dominare la sua gelosia, che spesso resta muta, in onore di quel perfido accordo. In casi come questi, la donna deve crearsi un’arma per sopravvivere alla libertà di Senkichi, un’arma diabolica che mette in discussione i suoi sentimenti verso il ragazzo, che dà la morte ai suoi ideali, al suo amore. Per amare Senkichi e non soffrire, Taeko deve giungere alle sue profondità meschine, abbassandosi alla sua superficialità. Lei deve essere necessariamente ciò che non è per tenere stretta a sé Senkichi: Dal momento che per vivere con me devi conservare una totale libertà, ho pensato che posso farlo io, dovrebbe essere la stessa cosa. È la mia unica possibilità di salvezza. I misteri mi fanno orrore, come tutti quei piccoli segreti che finiscono col rendermi nervosa. A partire da adesso, presentami tutte le tue amiche. Posso giurarti che non ti darò fastidio. Ma, in cambio, forse anch’io potrei avere un’avventura, uno di questi giorni, per preservarmi. In quel caso ti presenterò la persona in questione, apertamente, e ti chiederò l’approvazione… Come spiegarti meglio? Credo che siamo giunti a un punto in cui dobbiamo rinunciare a ogni ipocrisia. L’ipocrisia lasciamola alle coppie ordinarie… Dobbiamo essere complici, piuttosto…come dei fuorilegge!
A partire da questo momento, Taeko inizia a indossare una maschera che non le appartiene, mentre Senkichi, con il suo vero volto, maschera di se stesso, inizia il lungo cammino verso l’inganno e la menzogna. La donna tradisce Senkichi con un uomo d’affari, non per desiderio, ma per un volere ben esplicito: colpire gli argini del ragazzo, irrompere nel suo mondo di ghiaccio e finzione, scuoterlo nel petto, nell’anima, nella carne. Aveva venduto il suo corpo per donare a Senkichi uno spettacolo di dolore, così pensava, ma l’uomo reagì con la sua solita freddezza: quelli erano i patti, gli stava bene così! Ma il piccolo Sen tramava qualcosa di più diabolico, che la donna scopre per caso: vuole sposare Satoko, figlia di un uomo molto potente e ricco, ma nel frattempo non rinuncia ai suoi incontri amorosi con altri uomini. Taeko, dopo averlo fatto pedinare da un investigatore privato, ottiene le foto dei suoi rapporti clandestini. Potrebbe ricattarlo e far saltare così il suo matrimonio con la rispettabilissima famiglia Muromachi, ma cede ancora una volta alle debolezze del suo amore e decide addirittura di adottarlo: È tutto finito!

A questo punto Teruko, il travestito che lavora al Hyacinthe, durante l’ultima conversazione con Taeko, apre una questione che resta senza risposta: Anch’io un tempo lo avevo amato, da morire… Ma, comunque, era davvero un uomo orribile! Amore e laidezza possono convivere? Con quali risultati se non quelli del dolore? Cosa ci fa andare oltre quel volto, oltre quell’inganno della bellezza? E di cosa ci innamoriamo realmente, dell’illusione o della realtà? Anche Taeko si pone le stesse domande: Taeko capì immediatamente che quell’essere che aveva tanto amato era soltanto una chimera nata dai suoi stessi sogni. Forse, a volte, la bellezza è così avvolgente che inganna la nostra vista. Forse, nel momento in cui scopriamo, per caso, la bellezza in qualcuno, in realtà, stiamo inventando un romanzo, una finzione. Siamo noi l’inganno o il quadro che abbiamo dinanzi?

Dopo il male, dopo la crudeltà, Taeko abbandona i suoi sogni e sprofonda nuovamente nella purezza della sua solitudine, quel luogo a lei caro, fatto di ricordi, istanti, fotografie di momenti che, a contatto con l’acqua, sbiadiscono: Avrebbe realmente amato l’uomo che le stava di fronte quando sarebbe giunta a metà strada della sua vita, ma lui l’aveva fatta soffrire con una perfidia che oltrepassava ogni immaginazione. La sua cattiveria intrinseca, i suoi calcoli avidi erano così evidenti che non lasciavano più spazio al sogno.

Mishima ci mostra con questo romanzo che non esiste una scuola della carne, che non si può imparare a gestire il mistero della sensualità, perché nella pelle si cela l’inganno dei sensi.

Con delicata crudeltà, l’autore giapponese rappresenta il mercato dell’amore, in quella fredda agorà del cuore dove tutto si vende, persino i sentimenti e dove la passione è una moneta che vale più dell’oro.
Mariella Soldo

Sushi, amore e fantasia: “La cartella del professore” di Kawakami

In questo periodo di gloria dei foodblogger, in cui sembra che il cibo abbia acquisito un nuovo significato a tavola e nella cultura (nonché un significativo ritorno economico, vista la messe di trasmissioni televisive e volumi dedicati all’argomento), mi pare che gli editori nostrani si stiano sforzando di pubblicare libri a sfondo gastronomico, in cui amore e ingredienti vadano a braccetto. E così, dopo Il ristorante dell’amore ritrovato, ci ritroviamo oggi a parlare de La cartella del professore di Kawakami Hiromi (Einaudi, pp. 186, € 18,50; acquistabile, cliccando qui, su Amazon a € 12,03 ). Per leggerne l’incipit, vedi qui.
La quarta di copertina introduce così il libro, fresco di stampa:

Tsukiko ha poco meno di quarant’anni.
Vive sola, e dopo il lavoro frequenta uno dei tanti piccoli locali di Tokyo dove con una modica spesa si possono mangiare ottimi manicaretti e bere qualche bicchiere di  birra o di sake. È un’abitudine molto diffusa fra gli uomini della metropoli, meno fra le donne. In una di queste occasioni incontra il suo insegnante di giapponese, che riconosce, malgrado i tempi del liceo siano ormai lontani, quando lo sente ordinare le stesse pietanze. Tsukiko e il prof, come lei lo chiama, iniziano a parlare e trovano subito un‘intesa nella loro passione per il cibo. Fagioli fermentati con tonno, frittelle di radici di loto, scalogni sotto sale e altre leccornie della delicata cucina giapponese accompagnano gli incontri mai programmati, ma non per questo meno frequenti, di due persone così diverse eppure simili nella quieta accettazione della propria solitudine, e ogni incontro rappresenta un impercettibile avvicinamento, serve a chiarire dubbi e fraintendimenti. Ma la donna fatica a trovare una sua dimensione adulta, e il professore – che è vedovo e ha settanta anni – non riesce a uscire dal suo passato di marito e insegnante. Arriva la stagione dei funghi, le ferie di Capodanno passano senza allegria, poi fioriscono i ciliegi, si organizza una gita che delude le aspettative e termina, come tante serate, nel torpore dell’alcol… Trascorrono così due anni. E dopo infiniti appuntamenti, giunge il momento in cui il prof, nella sua lingua un po’ vecchiotta, con i suoi modi di fare non proprio disinvolti, vince il pudore e chiede a Tsukiko se accetterebbe di frequentarlo «con la prospettiva di stringere una relazione amorosa».
La storia di un amore insolito, e la scoperta di una scrittrice capace di cogliere, senza mai cadere nel sentimentalismo, la dolcezza della vita.

Novità: “Lampi” di Hayashi Fumiko

Colgo la segnalazione di Barbara (che ringrazio) per annunciarvi la recente pubblicazione di Lampi di Hayashi Fumiko (Marsilio, pp. 232, € 15). L’autrice, vissuta nella prima metà del ‘900, si segnalò all’epoca come una delle più originali e anticonformiste: donna di bassa estrazione sociale e per di più figlia illegittima, scrisse di relazioni instabili, di eroine forti e di personaggi al margine della società.
Tornando al romanzo, eccovi la presentazione dell’editore:

Scritto nel 1936, Inazuma (Lampi) segna una tappa fondamentale nell’evoluzione artistica di Hayashi Fumiko, il passaggio da una scrittura più strettamente avvinta all’esperienza personale a una narrativa che vuole essere oggettiva. Una scelta non solo stilistica, ma che tocca nodi profondi e complessi come il rapporto fra gender, genere sessuale, e genre, genere letterario. Al centro del romanzo Kiyoko, il prototipo della giovane donna ribelle, concentrata nella ricerca testarda della propria indipendenza e pur tuttavia piena di contraddizioni nel suo rifiuto di piegarsi all’etica tradizionale che vuole una donna moglie e madre. La sua diversità è scritta nel corpo, nel labbro leporino, la cui cicatrice deturpa un volto altrimenti perfetto; la sua ricerca di una vita diversa, lontana dalla famiglia d’origine e dai modelli di femminilità interpretati dalle sorelle, è problematica, e il suo stesso rifiuto del matrimonio non è rifiuto dell’istituzione, quanto delle pressioni sociali e familiari dalle quali come donna si vede costretta. Romanzo dell’ambiguità, Inazuma si conclude senza dare al lettore alcuna certezza. Kiyoko decide di riprendere gli studi e di trovare un lavoro che le consenta di vivere con dignità, non rifiuta il matrimonio in sé, quanto la realtà familiare nella quale è cresciuta, un rapporto di coppia come quelli che ha visto vivere dalle sorelle. Ma rimane il dubbio che la possibilità di un amore differente le sia precluso dal suo handicap.

Dalla prossima settimana in Italia il film “Non lasciarmi”

Dal prossimo weekend sarà disponibile nelle sale cinematografiche italiane il film Non lasciarmi, tratto dall’omonimo romanzo di Ishiguro Kazuo (Einaudi, pp. 296, € 17,50).  L’editore ce lo presenta così:

Tre bambini crescono insieme in un collegio immerso nel verde della campagna inglese. Non hanno genitori, ma non sono neppure orfani. La loro vita verrà accompagnata dalla musica dei sentimenti: l’amicizia e l’amore come uniche armi contro un mondo che nasconde egoismo e crudeltà.
Un romanzo commovente e visionario.
Kathy, Tommy e Ruth vivono in un collegio, Hailsham, immerso nel verde della campagna inglese. Non hanno genitori, ma non sono neppure orfani, e crescono insieme ai compagni, accuditi da un gruppo di tutori che si occupano della loro educazione. Fin dalla più tenera età, una grande amicizia nasce fra i tre bambini:Kathy, timida e riservata; Tommy, impulsivo ed ingenuo;Ruth, prepotente e carismatica. La loro vita, voluta e programmata da un’autorità superiore nascosta, sarà accompagnata dalla musica dei sentimenti, dall’intimità più calda al distacco più violento.
Una delle responsabili del collegio, che i bambini chiamano semplicemente Madame, si comporta in modo strano con i piccoli. Sembra quasi averne paura, «come si ha paura dei ragni», pensa Kathy. Anche gli altri tutori hanno talvolta reazioni eccessive quando i bambini pongono domande apparentemente semplici.
Cosa ne sarà di loro in futuro? Cosa significano le parole «donatore» e «assistente»? E perchéi loro disegni e le loro poesie, raccolti da Madame in un luogo misterioso, la Galleria, sono così importanti? Cosa dovrebbero dimostrare?
Non lasciarmi è prima di tutto una grande storia d’amore. È anche un romanzo politico e visionario, dove viene messa in scena un’utopia a rovescio che non vorremmo mai vedere realizzata su questa terra. È uno di quei rari libri che agiscono sul lettore come lenti d’ingrandimento o cannocchiali: facendogli percepire in modo dolorosamente intenso e vicino la fragilità, la provvisorietà, la finitezza della vita, di qualunque vita.

Questo, invece, il trailer del film:

Ringrazio Manta per la segnalazione.

A Roma gruppo di lettura dedicato a “Vita di un libertino” di Ihara Saikaku

Doozo. Art books and sushi questa settimana vi propone un gruppo di lettura – curato dalla dott.ssa Arianna Di Pietro – dal titolo Vita di un libertino. L’amore ai tempi della rinnovazione borghese in Giappone.
Gli incontri (entrambi gratuiti) si terranno venerdì 3 dicembre e venerdì 17 dicembre dalle ore 17.30 alle 19.30. Per partecipare, basta telefonare allo 064815655 o mandare un’email a info@doozo.it.
Ricordo che il Doozo si trova a Roma, in via Palermo 51 -53.

Intervista a Chiara Gallese, autrice di “Tokyo night”

Solitamente, questo blog tratta di scritti d’autori giapponesi o dedicati a tematiche nipponiche. Oggi, però, le cose andranno in maniera un po’ diversa: non soltanto il volume del giorno è un romanzo composto da una ragazza italiana, Chiara Gallese, appassionata di Sol Levante e giurista, ma sarà lei stessa a parlarci della sua opera in un’intervista.

Ma partiamo con ordine. Il libro è intitolato Tokyo night (Cerebro editore, pp. 218; € 15; per chi lo volesse, è acquistabile su Ibs o, dal 2014, su Amazon) e presenta una struttura piuttosto particolare: ciascuno dei venti capitoli che lo compone è legato a una delle stazioni della metropolitana della capitale.

La storia della giovane Keiko – sognatrice, creativa e amante dell’Italia – s’intreccia  così di continuo con il respiro, i ritmi, i luoghi e le abitudini della città, vera protagonista dell’opera. E’ infatti riservata una grande attenzione a molte componenti della cultura nipponica, classica e contemporanea: accanto agli haiku, ai templi e alla pittura tradizionale, troviamo mode, locali e comportamenti attualissimi. Non mancano, inoltre, numerosi accenni alla vita nipponica quotidiana, fatta di piccole abitudini, oggetti caratteristici e riti.

Ma lasciamo che sia la stessa autrice a raccontarci della sua opera; colgo l’occasione per ringraziarla della sua gentilezza.

Biblio. g.: Chiara, parliamo per prima cosa della gestazione del tuo romanzo: alle sue origini c’è stato un evento particolare?
Chiara Gallese: Non direi proprio un evento, quanto piuttosto un momento di vita da elaborare: nel 2007 sono andata in Giappone per un viaggio studio, e mi sono trovata talmente bene che sarei voluta restare lì a vivere. Poi purtroppo non sono riuscita a organizzarmi con mia figlia, perciò ho scritto questo romanzo per rovesciare nella carta tutte le sensazioni che ho provato in quel periodo.
B. g.: Com’è nata nella tua mente l’idea di abbinare a ogni capitolo una stazione diversa della metropolitana di Tokyo?
C. G.: Nel Giappone moderno, le stazioni della metro svolgono una funzione sociale molto importante. Si possono paragonare all’agorà, quindi mi è venuto spontaneo scandire i momenti più significativi della vita della protagonista con i nomi delle stazioni in cui si svolge la vicenda.
B. g.: Qual è l’episodio che più ami del tuo romanzo? Perché?
C. G.: Sicuramente il terzo capitolo, in cui le sensazioni negative sono del tutto autobiografiche. A diciannove anni, quando mi sono opposta con tutte le mie forze all’idea di abortire, mi sono immaginata come sarebbe stata la mia vita futura se avessi fatto una scelta diversa: quello scenario è confluito nel mio romanzo. Inoltre, come la protagonista, anch’io sono stata lasciata dal mio fidanzato alla vigilia della laurea, e poco prima di andare a convivere. In quel periodo ho preso una parte di me stessa e nel libro ho descritto in modo preciso come mi sono sentita.
B. g.: Ed ora una domanda d’obbligo che si rivolge a tutti gli scrittori: quanto ti rispecchi in Keiko, la protagonista?
C. G.: Ho cercato di fare un modo che Keiko risultasse quasi l’opposto di me sia fisicamente che caratterialmente, mentre quasi tutti gli altri personaggi sono modellati su persone vicine a me.
B. g.: Quali sono i modelli letterari – giapponesi e non – che più credi ti abbiano influenzato?
C. G.: Come ho scritto nella postfazione, ho usato uno stile il più possibile simile a quello di Banana Yoshimoto. Ma ho subito influenze anche da parte di Haruki Murakami, Yasunari Kawabata, Yukio Mishima e Natsuo Kirino.
B. g.: Infine, domanda a bruciapelo: pensi di scrivere un altro libro legato al Giappone?
C. G.: Al momento sto scrivendo un libro di tutt’altro genere, sugli studenti di Giurisprudenza. Ho altri sette progetti in cantiere, perciò non prevedo di parlare del Giappone nell’immediato.

A Roma conferenza “Tonkatsu: una cotoletta per la vittoria?”

Se pensiamo alla letteratura giapponese, non di rado le prime immagini che ci vengono in mente sono piuttosto drammatiche; eppure, la produzione nipponica è caratterizzata anche da scene e motivi più leggeri, come per esempio quelli legati al cibo.
L’esempio più evidente che viene alla mente è, naturalmente, Kitchen di Yoshimoto Banana; di questo libro e di molti altri si parlerà
venerdì 26 novembre  ore 18:00-19:30 nella conferenza “Tonkatsu: una cotoletta per la vittoria? Usi alimentari nella letteratura giapponese moderna”, tenuta dalla prof.ssa  Maria Gioia Vienna presso Doozo. Art books and sushi (Via Palermo 51-53, Roma). Per prenotarvi all’evento (a ingresso gratuito) basta mandare un’email a  info@doozo.it  o telefonare all’06-4815655.
Ed ecco a voi l’esordio di Kitchen:

Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina.
Non importa dove si trova, com’è fatta: purché sia una cucina, un posto dove si fa da mangiare, io sto bene. Se possibile le preferisco funzionali e vissute. Magari con tantissimi strofinacci asciutti e puliti e le piastrelle bianche che scintillano.
Anche le cucine incredibilmente sporche mi piacciono da morire.
Mi piacciono col pavimento disseminato di pezzettini di verdura, così sporche che la suola delle pantofole diventa subito nera, e grandi, di una grandezza esagerata. Con un frigo enorme pieno di provviste che basterebbero tranquillamente per un intero inverno, un frigo imponente, al cui grande sportello metallico potermi appoggiare. E se per caso alzo gli occhi dal fornello schizzato di grasso o dai coltelli un po’ arrugginiti, fuori le stelle che splendono tristi.
Siamo rimaste solo io e la cucina. Mi sembra un po’ meglio che pensare che sono rimasta proprio sola.

E’ ufficiale: “1Q84” di Murakami esce…

… i primi di novembre 2011 (aggiunta del 20/10/2011; per partecipare al nostro gruppo di lettura virtuale del romanzo, clicca qui).
La notizia viene da una fonte più che sicura: l’Einaudi stessa, a cui avevo scritto un’email per avere notizie riguardanti la pubblicazione di “1Q84”.
Insomma: ai tanti lettori appassionati di Murakami non resta che aspettare con pazienza.

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