padiglione d'oro amèlie nothomb kyoto giapponeOggi ci facciamo accompagnare a Kyoto da Amélie Nothomb, in occasione del suo ritorno in Giappone nel 2012 per girare un documentario a lei dedicato, dopo una lunga e dolorosa assenza dal paese che l’ha vista bambina e poi ragazza. La bellezza della città, i suoi meravigliosi ciliegi in fiore e la grazia quasi accecante del Padiglione d’oro sono in grado di lenire anche le vecchie ferite.

La prima volta che ci sono andata, avevo quattro anni. I miei genitori avevano portato i figli a vedere il Padiglione d’oro. Come iniziazione alla bellezza, non era una mezza misura. Senza dubbio è per questa ragione che, esteticamente, ho la tendenza a porre l’asticella troppo in alto.

Kyoto è umida non si sa quanto. A causa di ciò, l’estate è penosa quanto l’inverno. Nel 1989, quando avevo festeggiato là il nuovo anno con Nishio-san [ndt: la vecchia balia giapponese], avevo scoperto la tortura di questo freddo bagnato. Ai visitatori raccomando l’autunno o la primavera.

E’ il 31 marzo – 1 aprile. I ciliegi del Giappone sono ai primi vagiti. E’ un momento meraviglioso per riprendere i contatti con una magnificenza simile. Il regista [del documentario] si dà alla pazza gioia. Gli servo da pretesto per filmare dei luoghi divini. […]

Yumeto, la giovane interprete di Tokyo, è tanto felice quanto imbarazzata di essere lì. La maestà dei templi la riempie di fierezza, il tono sprezzante degli abitanti la costerna. “Quando mi rivolgono la parola, ho la sensazione di dover chiedere loro scusa”, mi confida. Ho degli amici romani che, a Firenze, provano una sensazione paragonabile.

La sera, quando prendiamo il treno per Tokyo, siamo in overdose sensoriale. Non siamo vittime della sindrome di Stendhal, ma di quella che si potrebbe chiamare la sindrome di Mishima: se fossimo rimasti a Kyoto un giorno di più, avremmo probabilmente incendiato il Padiglione d’oro.

da La nostalgie heureuse di Amélie Nothomb (Editions Albin Michel, 2013, pp. 152, € 16,10; traduzione mia; qui è possibile leggere la mia recensione al libro)

 

Foto di Marx.

3 commenti il Amélie Nothomb, Kyoto e la sindrome di Mishima

  1. “Il padiglione d’oro” è una lettura che ancora non ho avuto il coraggio di affrontare proprio perché ho paura di restarne soverchiato. Ho sempre pensato che vedere materialmente il Kinkakuji sarebbe meno “pericoloso” che leggere il romanzo, ma dopo aver letto le impressioni della Nothomb mi è venuto ho qualche dubbio…

  2. Vidi il padiglione d’oro nella primavera del 2011, in una radiosa giornata di sole. Anche volendo, credo, non ri riuscirebbe a restarne insensibili, nonostante l’afflusso di visitatori, nonostante le tante foto viste e riviste da ogni angolatura, vederlo direttamente è una radiosa esperienza, non credo che provochi però “sindromi” di alcun genere, almeno che non si voglia andare a vedere nello stesso giorno anche altri famosi templi di Kyoto – ad esempio, c’è anche il cosiddetto “Padiglione d’argento”…
    Kyoto è così “pregna” di luoghi che si rischia l’overdose, più che altro…
    Interessante il romanzo di Mishima, comunque.

  3. Il Kinkakuji (il Padiglione d’Oro) è in effetti di una bellezza quasi intollerabile. D’inverno, tutto era neve che si scioglieva dagli alberi in un pallido sole, mentre il laghetto antistante, ghiacciato, si colorava di venture d’oro, riflesso dei raggi del sole che battevano sul Kinkakuji.
    Dicono sia bellissimo anche in primavera, estate e autunno. Dovrò tornarci per verificarlo.
    Ma posso dirti che d’inverno è un sogno.

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