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“Blu quasi trasparente” di Murakami Ryū

Daikichi Amano doll

Daikichi Amano doll

È facile – quasi scontato – dire cosa non sia Blu quasi trasparente di Murakami Ryū, finalmente ripubblicato in Italia nella traduzione di Bruno Forzan (Atmospherelibri, 2020, pp. 168m € 17): un’opera tradizionale per forma e contenuti, una storia d’amore convenzionale, una parabola edificante con il lieto fine. Più difficile, allora, definire la sua sostanza; due soltanto sono gli esempi – forse calzanti, forse no – che mi vengono in mente.

Il primo: Un mondo innocente di Sakurai Ami (trad. di S. Di Natale, Newton & Compton, 2012, pp. 154), un romanzo gonfio di eros, trasgressione, forze centrifughe che disorientano il lettore. Il secondo: la fotografia di Daikichi Amano [non aprite il link se siete facilmente impressionabili], un mondo senza coordinate temporali e spaziali popolato di donne le cui epidermidi e orifizi sono lambiti, attraversati, stretti, penetrati da insetti, pesci, serpenti, rane, polpi e altri animali.

Come Sakurai e Daikichi, in Blu quasi trmurakami ryu blu quasi trasparenteasparente (1976) Murakami racconta la dissipazione, la sensualità brutale, il disinteresse per ogni tipo di morale. E, come loro, lo scrittore, per presentarci i giorni dissoluti e dissacranti di un gruppo di giovani giapponesi, utilizza soprattutto (ma non solo) i corpi femminili, che trasforma in un campo di esplorazione – quasi un laboratorio vivo, di carne – in cui sperimentare forme mortificanti e violente di sesso, feticismo, droghe e rapporti umani disturbanti.

A casa di Oscar, in un braciere da incenso al centro della stanza sta bruciando dell’hashish, almeno quanto un pugno, e il fumo che se ne diffonde ti entra nel petto a ogni respiro, che tu lo voglia o no. Non passano nemmeno trenta secondi che sei completamente fuso. Sprofondo in un’allucinazione: è come se dai pori della pelle di tutto il corpo mi sgusciassero fuori le viscere, e mi penetrassero dentro il sudore e i respiri degli altri.

Soprattutto la parte inferiore del corpo è irritata come se fosse immersa in un denso pantano, fremo dal desiderio di prendere in bocca organi umani e suggere liquidi corporali. Mentre mangiavamo la frutta disposta sui piatti e bevevamo vini, il calore ha preso ad avvolgere l’intera stanza. Vorrei che qualcuno mi strappasse la pelle di dosso. Sento di voler far entrare dentro di me i corpi lucidi e oleosi dei neri e scuoterli freneticamente. (p. 43)

Tatto, gusto, olfatto, udito, vista: tutti i sensi del gruppo di amici e amiche protagonisti del romanzo sono costantemente bersaglio di desideri, richieste, gesti osceni, appetiti. Quegli stessi sensi rispondono nella maniera più naturale: le pagine sono imbrattate di secrezioni corporee, sangue, urla lancinanti, lacrime. È questo il modo in cui Murakami ha deciso di raccontare la sua storia e mostrare quanto l’abbattimento di ogni limite sia così sorprendentemente facile: attraverso un romanzo – anziché di formazione – di compiaciuta, gratuita, potentissima distruzione.* * *
Fotografia: Daikichi Amano.
Per approfondire: Blu quasi trasparente presentato da Paola Scrolavezza per NipPop.

“Goodbye Madame Butterfly”: sei storie per scoprire la nuova donna giapponese

Dolce, remissiva, a tratti sottomessa: questa è l’immagine stereotipata che molti uomini occidentali hanno della tipica donna giapponese. I tempi, però, sono cambiati, e a farlo notare a chi non se ne fosse accorto ci pensa Kawakami Sumie, autrice di Goodbye Madame Butterfly. Sex, Marriage and the Modern Japanese Woman (Chin Music Press, pp. 224, 20 dollari comprese le spese di spedizione dal sito dell’autrice; disponibile in inglese ora a prezzo scontato su Amazon.it a questo link).
Come s’intuisce già dal titolo, obiettivo del volume è sfatare pregiudizi e luoghi comuni sull’universo femminile nipponico; per raggiungere la sua meta, l’autrice racconta sei storie reali, senza perbenismi, vissute talvolta nell’ombra, talaltra con orgoglio. Troviamo Ai, divorziata, in tresca con il suo capo, contrario a lasciare la moglie, che decide di dare una svolta alla sua vita dopo aver conosciuto un altro uomo; c’è Emi, che scopre di essere incinta proprio quando lo è l’amante del marito; e poi ecco Mitsuko, che a cinquantotto anni s’innamora di una pop star coreana; e ci sono anche ragazze, rispettabili signore, mogli di preti Shinto che cercano – ciascuna a suo modo – amore, sesso, attenzioni, o soltanto un po’ di felicità.

“Filosofia nei manga”di Massimo Ghilardi

Nell’immaginario comune, il mondo dei manga e degli anime è generalmente ritenuto soltanto uno svago per bambini e adolescenti, privo di contenuti con spessore.
La realtà è però ben diversa, come dimostra efficacemente Marcello Ghilardi, ricercatore e autore di Filosofia nei manga. Estetica e immaginario nel Giappone contemporaneo (Mimesis, pp. 162, € 14; ora in offerta su Amazon.it a € 11,90 cliccando qui).

Dopo aver tracciato un profilo storico-culturale dei manga, comprendente le tappe più importanti (dagli schizzi di Hokusai alle influenze sull’arte di Van Gogh) con riferimenti alla tradizione artistica ed estetica della Cina e del Sol Levante, lo studioso si sofferma su alcuni aspetti significativi dei fumetti del Sol Levante, spesso sfuggenti a un lettore digiuno di rudimenti filosofici e di un’approfondita conoscenza del contesto nipponico. Si pensi, per esempio, ai numerosi accenni  all’etica e alle vicende dei samurai, o ai valori del buddhismo e dello shintoismo, trasparenti solo a una minoranza di occidentali.
Uno dei temi portanti dell’opera è rappresentato da un’approfondita e documentata riflessione sul complesso rapporto intercorrente tra uomini, robot e cyborg, e ai legami intercorrenti fra le tre categorie; da essi Ghilardi tenta di estrinsecare una sorta di ontologia dell’automazione, riflettendo sulle cause che l’hanno generata e sulle ragioni che hanno decretato il suo successo. Nel fare ciò, illustra le teorie di Gomarasca in merito (le storie di robot racchiudono una metafora sociologica, una psicologica e una storica); in parallelo alla trattazione teorica, l’autore presenta  testimonianze concrete, sviscerando alcuni aspetti tanto interessanti quanto poco noti di manga e anime più o celebri (Neon Genesis Evangelion, Gunslinger girl, Ghost in the shell, etc.).
Nel denso contributo di Marco Pellitteri, Giappornologie, vengono evidenziati altri elementi caratterizzanti la produzione nipponica contemporanea, vale a dire quelli legati al mondo del sesso e del porno, con un’attenzione particolare verso le loro radici socio-antropologiche e le dinamiche sottese; anche in questo caso, la figura dell’automa (in particolare della donna cyborg) e quella della bambola gonfiabile assumono un significato ben preciso, in quanto esseri passivi, non minacciosi e facilmente controllabili.
Conclude il volume La verità dell’illusione, dedicato al regista Satoshi Kon che, con le sue commistioni di onirico e reale, umano e cibernetico, ha dato vita a nuovi orizzonti cinematografici e semantici, in cui l’apparenza – non di rado dall’impronta postmoderna – si confonde e si sposa con ciò che siamo abituati a chiamare  (riduttivamente?) realtà.

"Hotel Iris" di Yoko Ogawa

Anche i migliori deludono. O almeno questo è quanto ho pensato al termine di Hotel Iris di Yoko Ogawa (Il Saggiatore, pp. 158, € 9), scrittrice che sinora ho sempre apprezzato soprattutto per la delicatezza, le atmosfere venate da una sottile morbosità, e la bravura nell’ avvolgere il lettore nelle spire di storie apparentemente semplici, ma capaci di rivelare pieghe oscure dell’animo umano.
Hotel Iris, a mio parere, è ben lungi dall’essere all’altezza dell’autrice  Premetto che sono molto impressionabile riguardo tutto ciò che concerne episodi di violenza su donne e minori, e questo di certo ha influenzato pesantemente  il mio giudizio sul libro.
La trama è piuttosto lineare. Mari – un’adolescente solitaria –  vive e lavora a tempo pieno presso l’Hotel Iris, una pensioncina di mare gestita alla bene e meglio dalla tirannica madre, vedova di un alcolizzato. Le giornate trascorrono monotone, sino a che non irrompe per caso nella vita della ragazza il Traduttore, un anziano dall’aspetto decadente e dai desideri torbidi. Ben presto tra i due si instaura una (disgustosa) relazione  a base di lettere d’amore,  fantasie sadiche e atti violenti, destinata ad evolversi sullo sfondo di un presunto omicidio appartenente al passato dell’uomo.
I personaggi si presentano alquanto bidimensionali e spesso – più che attori della vicenda – appaiono “agiti” da qualcosa che non viene messo a fuoco dall’autrice, non per suspence, ma per fretta. Sta dunque al lettore immaginare che Meri sia attratta dai giochi erotici del Traduttore in primis per ragioni legate alla sua condizione di orfana di padre e di ragazza vessata  dall’autorità materna; il testo, infatti, offre poche possibilità di penetrare davvero nella psiche dei personaggi e afferrare il senso delle loro azioni.
L’attenzione della scrittrice pare infatti tutta rivolta a descrivere nei minimi dettagli (e con un certo compiacimento) le rivoltanti tecniche sadiche ideate dal vecchio debosciato, che si succedono l’una dopo l’altra, in un crescendo di perversione; così facendo, Yoko Ogawa trascura quasi completamente di creare un tessuto connettivo e consequenziale solido tra un episodio e l’altro. Per esempio, malgrado sia detto più volte che Meri gode di ristretti margini di libertà gestiti in modo dispotico dalla madre, la ragazza riesce comunque a trascorrere ore e ore nell’abitazione del suo aguzzino e non teme di mostrarsi in sua compagnia nel piccolo paese in cui vivono. I lividi, le ferite, gli abiti strappati – frutto del bondage e degli altri giochi erotici – sembrano svanire nel nulla  una volta giunti alle soglie dell’Hotel Iris; solo qualche ciocca fuori posto appare sospetta.
Le note negative del romanzo non finiscono qui, ma preferisco soffermarmi sugli aspetti positivi. Anche qui, Yoko Ogawa ripropone alcune cifre caratteristiche della sua scrittura: le tinte morbose; l’inscalfibile solitudine dei personaggi; l’attenzione per i corpi e, in particolare, per il loro disfacimento; la concezione distorta del cibo, esibito nei tratti più inquietanti; l’interesse per i tratti oscuri delle giovani menti e per la loro attrazione verso l’insano.
Insomma: anche Hotel Iris, come tutte le opere di Yoko Ogawa, riesce a turbare il lettore e a donargli uno sguardo più inquieto sulla realtà.

"Pink box": il sesso a pagamento in Giappone

Il libro di oggi è un po’ particolare, ma sicuramente molto interessante per via della sua originalità e dell’ottimo materiale che propone: sto parlando di Pink Box, curato dalla fotografa Joan Sinclaire dedicato al mondo della prosituzione (maschile e femminile) e del sesso a pagamento in Giappone nelle sue forme più diverse e bizzarre. Non si tratta di un volume voyeuristico o volgare, ma di una sorta di viaggio inchiesta fotografico in questo mondo di cui tanto si parla, ma di cui poco si conosce, soprattutto in occidente.
Il libro (redatto in inglese) è pubblicato da Harry N. Abrams, Inc, conta 192 pagine, costa circa 35 dollari ed è disponibile nelle principali librerie online.
Per maggiori informazioni, potete consultare l’apposito sito http://www.pinkboxjapan.com.
(A lato: una delle immagini del libro)

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