"Hotel Iris" di Yoko Ogawa

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Anche i migliori deludono. O almeno questo è quanto ho pensato al termine di Hotel Iris di Yoko Ogawa (Il Saggiatore, pp. 158, € 9), scrittrice che sinora ho sempre apprezzato soprattutto per la delicatezza, le atmosfere venate da una sottile morbosità, e la bravura nell’ avvolgere il lettore nelle spire di storie apparentemente semplici, ma capaci di rivelare pieghe oscure dell’animo umano.
Hotel Iris, a mio parere, è ben lungi dall’essere all’altezza dell’autrice  Premetto che sono molto impressionabile riguardo tutto ciò che concerne episodi di violenza su donne e minori, e questo di certo ha influenzato pesantemente  il mio giudizio sul libro.
La trama è piuttosto lineare. Mari – un’adolescente solitaria –  vive e lavora a tempo pieno presso l’Hotel Iris, una pensioncina di mare gestita alla bene e meglio dalla tirannica madre, vedova di un alcolizzato. Le giornate trascorrono monotone, sino a che non irrompe per caso nella vita della ragazza il Traduttore, un anziano dall’aspetto decadente e dai desideri torbidi. Ben presto tra i due si instaura una (disgustosa) relazione  a base di lettere d’amore,  fantasie sadiche e atti violenti, destinata ad evolversi sullo sfondo di un presunto omicidio appartenente al passato dell’uomo.
I personaggi si presentano alquanto bidimensionali e spesso – più che attori della vicenda – appaiono “agiti” da qualcosa che non viene messo a fuoco dall’autrice, non per suspence, ma per fretta. Sta dunque al lettore immaginare che Meri sia attratta dai giochi erotici del Traduttore in primis per ragioni legate alla sua condizione di orfana di padre e di ragazza vessata  dall’autorità materna; il testo, infatti, offre poche possibilità di penetrare davvero nella psiche dei personaggi e afferrare il senso delle loro azioni.
L’attenzione della scrittrice pare infatti tutta rivolta a descrivere nei minimi dettagli (e con un certo compiacimento) le rivoltanti tecniche sadiche ideate dal vecchio debosciato, che si succedono l’una dopo l’altra, in un crescendo di perversione; così facendo, Yoko Ogawa trascura quasi completamente di creare un tessuto connettivo e consequenziale solido tra un episodio e l’altro. Per esempio, malgrado sia detto più volte che Meri gode di ristretti margini di libertà gestiti in modo dispotico dalla madre, la ragazza riesce comunque a trascorrere ore e ore nell’abitazione del suo aguzzino e non teme di mostrarsi in sua compagnia nel piccolo paese in cui vivono. I lividi, le ferite, gli abiti strappati – frutto del bondage e degli altri giochi erotici – sembrano svanire nel nulla  una volta giunti alle soglie dell’Hotel Iris; solo qualche ciocca fuori posto appare sospetta.
Le note negative del romanzo non finiscono qui, ma preferisco soffermarmi sugli aspetti positivi. Anche qui, Yoko Ogawa ripropone alcune cifre caratteristiche della sua scrittura: le tinte morbose; l’inscalfibile solitudine dei personaggi; l’attenzione per i corpi e, in particolare, per il loro disfacimento; la concezione distorta del cibo, esibito nei tratti più inquietanti; l’interesse per i tratti oscuri delle giovani menti e per la loro attrazione verso l’insano.
Insomma: anche Hotel Iris, come tutte le opere di Yoko Ogawa, riesce a turbare il lettore e a donargli uno sguardo più inquieto sulla realtà.


5 commenti su “"Hotel Iris" di Yoko Ogawa

  1. Non sono d’accordo. O meglio, credo che si dovrebbe tener conto del fatto che questo romanzo è stato scritto quasi 15 anni fa. La maturità narrativa e stilistica la si raggiunge col tempo. Non voglio giustificare l’autrice a tutti i costi. Anch’io ho trovato “Hotel Iris” nettamente inferiore alle opere successive di Yoko Ogawa.
    Ma di romanzetti incentrati sul sesso, scritti da giovani autrici (?) ne ho letti svariati, e sono quelli a lasciarmi alquanto perplesso.

    “Un mondo innocente”, di Sakurai Ami
    “Install”, di Wataya Risa
    “Platonic sex”, di Iijima Ai

    “Hotel Iris”, invece, credo abbia qualcosa in più da dire. Forse, parlando di qualcosa in più, mi riferisco proprio alle tinte morbose, alla solitudine dei personaggi, all’attrazione verso l’insano (cito le tue parole, perché le trovo estremamente efficaci!), e forse a me basta questo.
    Ok, lo ammetto, sono di parte!

  2. Grazie per il tuo commento, Oz. Hai ragione a dire che bisogna tenere in conto la data di redazione (ma già del 1994 è l’intrigante “L’anulare”).
    Malgrado la mia recensione negativa, non ritengo “Hotel Iris” un romanzetto piccante proprio per via degli aspetti positivi che entrambi abbiamo sottolineato, capaci di distinguere quest’opera (per fortuna) da una produzione più scadente (penso, per esempo, a “Serpenti e piercing”), caratterizzata dall’insistenza pruriginosa su temi e pratiche sessuali.
    A mio parere, il libro sarebbe stato migliore se l’Ogawa si fosse maggiormente concentrata su ciò che esula il rapporto tra Mari e il Traduttore in senso stretto; la parte più bella del libro, secondo me, è infatti costituita dall’incontro con il nipote (non ne ho parlato nel post per non rovinare la sorpresa ai futuri lettori), che ha tratti poetici.
    Quando penso a questo libro, mi compaiono dinanzi agli occhi dettagliatamente i corpi dei due protagonisti, avvolti tutt’intorno da una nebbia di colori sfumanti e cangianti l’uno nell’altro, in cui spicca qua e là qualche figurina scura: in pittura amo questo tipo di quadri, in letteratura a volte (come in questo caso) un po’ meno.

  3. Nella mia personale classifica dei libri di Yoko Ogawa, che amo tutti con una sorta di feticistico candore, in un certo senso, ammetto che Hotel Iris è all’ultimo posto. E quando consiglio questa autrice, ho sempre cura di non consigliare questo titolo, che pure è il più facile da reperire, proprio perchè temo che possa condizionare negativamente un potenziale lettore. Diciamo che se non fossi stata già ben corazzata da precedenti esperienze di lettura nipponiche, per caso o per qualche socio – letterario motivo a me ignoto, si è trattato sempre di autrici donne, probabilmente avrei abbandonato subito la Ogawa, perdendo una splendida occasione di conoscere questa autrice. La mia fortuna è stata che il primo libro suo che ho letto sia stato “La formula del professore”, a seguire “L’anulare” e solo per terzo tentativo “Hotel Iris”.
    Alla lista “deludente” di Oz aggiungerei anche “Serpenti e Piercing”, di Hitomi Kanehara, al cui confronto “Hotel Iris” è quasi poetico, secondo me.
    Ma anche io non posso essere obiettiva, dal momento che ho sempre dichiarato in questa sede di amare senza riserve l’opera della Ogawa.

  4. non condivido alcune parti della recensione: a me sembra abbastanza credibile la vicenda, forse la fine è un po’ affrettata e la scrittrice sembra manifestare la volontà di stupire e scandalizzare, mentre nei primi tre quarti del libro la tecnica è sopraffina (suggerisce e bisbiglia invece che raccontare); ci sono diverse contraddizioni, è vero ma la psicologia dei personaggi mi pare approfondita allo stesso modo di quanto accade in altri libri. Non capisco poi perchè si definisca ‘disgustosa’ la relazione che intercorre tra i protagonisti. A me pare tutt’altro che disgustosa, sebbene inconsueta.
    Saluti,
    Marco

  5. Una bella notizia, a novembre uscirà un altro libro di YOKO OGAWA. Questa volta sembrerebbe una raccolta di racconti, edita da Il Saggiatore (€ 17,00) e si intitola “Nuotare con un elefante tenendo in braccio un gatto”. La notizia l’ho “rubata” dalla mia perlustrazione periodica su Wuz, ed eccone la presentazione del contenuto: “Un bimbo nasce con le labbra sigillate. Orfano di entrambi i genitori, vive in una povera casupola con i nonni e il fratello minore. Deriso dai compagni di scuola per la grave malformazione che lo affligge, trascorre la maggior parte del tempo in solitudine, perso nelle sue fantasie. Ma l’incontro con un uomo misterioso, in un luogo magico e sorprendente, cambia la sua esistenza: il piccolo impara a giocare a scacchi e dimostra subito di avere
    un talento straordinario. All’età di undici anni, dopo la morte del suo maestro, decide però di smettere di crescere e di nascondersi per sempre all’interno di un grande automa con le fattezze di Aleksandr Alechin. Incapace di vedere la scacchiera dall’interno, il ragazzo è comunque in grado di intuire le mosse dell’avversario dal suono che producono i pezzi e da lì muove un braccio meccanico per giocare. Questa fiaba commovente, nostalgica e incantatrice, è popolata da personaggi benevoli: il maestro, un ex autista in sovrappeso che vive in un deposito di autobus e prepara torte squisite ; l’elefantessa Indira, intrappolata sul terrazzo di un centro commerciale; l’intelligentissimo gatto Pedone; la bella e dolce Mira. Al loro fianco, il protagonista vive incredibili avventure capaci di stregare il lettore: cominciano a bordo di un autobus abbandonato, continuano al “Circolo di scacchi sul fondo del mare Pacific” e finiscono, forse, sulla cima innevata delle Alpi.”
    Un caro saluto.
    Barbara da Roma

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