Il libro di oggi è un po’ particolare, ma sicuramente molto
interessante per via della sua originalità e dell’ottimo materiale che propone: sto parlando di Pink Box, curato dalla fotografa Joan Sinclaire dedicato al mondo della prosituzione (maschile e femminile) e del sesso a pagamento in Giappone nelle sue forme più diverse e bizzarre. Non si tratta di un volume voyeuristico o volgare, ma di una sorta di viaggio inchiesta fotografico in questo mondo di cui tanto si parla, ma di cui poco si conosce, soprattutto in occidente.
Il libro (redatto in inglese) è pubblicato da Harry N. Abrams, Inc, conta 192 pagine, costa circa 35 dollari ed è disponibile nelle principali librerie online.
Per maggiori informazioni, potete consultare l’apposito sito http://www.pinkboxjapan.com.
(A lato: una delle immagini del libro)
Categoria: saggistica
"Così triste cadere in battaglia"
Prati d’estate,
tutto quanto rimane
dei sogni dei soldati.
scriveva Basho, diversi secoli fa. A questo haiku vorrei oggi affiancare un libro, Così triste cadere in battaglia (Einaudi, 2007, pp. 214, € 15), rapporto di guerra ricostruito dal giornalista Kumiko Kakehashi, vincitore del premio per la saggistica Soichi Oya. L’editore ne parla così:
La storia del generale che osò dire al suo imperatore: «è triste cadere in battaglia», rifiutando l’apologia del suicidio kamikaze. La storia di un uomo che non voleva fare la guerra, destinato a organizzare la piú spietata e caparbia resistenza all’invasione di un lembo di terra patria da parte di forze americane immensamente superiori. La storia corale di un intero esercito che sprofonda letteralmente sottoterra in condizioni di vita impensabili, e resiste oltre ogni immaginazione, lontano dalle famiglie e da ogni possibilità di soccorso. Una ricostruzione storica avvincente e rigorosa a un tempo, che fissa nella memoria i giorni di Iwo Jima, già oggetto di un recente film-capolavoro di Clint Eastwood, Lettere da Iwo Jima, ispirato appunto a questo libro. Nel mese di giugno 1944, con le forze giapponesi in arretramento ovunque sotto l’offensiva americana, il generale Kuribayashi assume il comando della difesa di Iwo Jima, avamposto di territorio giapponese che, se occupato, sarebbe diventato scalo dei bombardieri per l’invasione del Giappone. «Se l’isola su cui mi trovo sarà catturata, – scrive Kuribayashi alla famiglia, – la terra giapponese sarà bombardata giorno e notte». Questo libro ricostruisce l’intera storia della difesa dell’isola organizzata da Kuribayashi. Iwo Jima doveva cadere, secondo le previsioni americane, in pochi giorni: resistette invece per un mese e mezzo, e il libro di Kakehashi Kumiko riesce letteralmente a disseppellire, senza partigianeria e in uno stile asciutto che ha la forza dell’epica, l’autentica memoria di quei giorni. Un libro che ci permette di guardare la storia «dal punto di vista del nemico»: un modo per distruggere una volta per tutte l’idea stessa di nemico. Un libro infine che fa riflettere su un problema sempre attuale: dove finisce il vincolo che lega un militare all’obbedienza, in presenza di una situazione ingiusta?
Da Carmilla: "Antifrasi di Mishima"
Vi propongo con piacere un articolo di Franco Ricciardiello apparso su Carmilla e dedicato a Mishima. Buona lettura.
Feltrinelli ha iniziato nel 2009 la riproposizione in Italia del ciclo del “Mare della Fertilità”, che comprende gli ultimi quattro romanzi scritti da Mishima prima della morte nel 1970; la quadrilogia è apparsa in precedenza in Italia nella traduzione Bompiani (4 volumi singoli, 1999) e nei Meridiani Mondadori (volume unico, 2006). Nel marzo 2010 è appunto edito da Feltrinelli con il titolo “A briglia sciolta” il secondo volume di questo ciclo della lunghezza totale di oltre 1500 pagine; potrebbe essere l’occasione per riparlare dell’opera più ambiziosa di uno dei più discussi autori del secolo scorso, autentico personaggio mediatico che modellò la propria vita come aveva imparato dai suoi maestri europei, Wilde e Nietzsche, ma soprattutto D’Annunzio (del quale Mishima tradusse in giapponese il “Martirio di San Sebastiano”).
Alberto Moravia, che intervistò Mishima quando in Europa era etichettato come “fascista”, lo definì piuttosto “un conservatore decadente”. Mishima in realtà non avallò mai alcuna appartenenza ideologica, e non ebbe problemi a rispondere all’invito dello Zenkyōtō, il Comitato di Lotta interfacoltà degli studenti di sinistra, per una serie di conferenze nelle università sconvolte dal 1968, altrettanto vivace in Giappone che in Europa. Non bisogna dimenticare che da giovane lo scrittore mosse i primi passi intorno a Bungei bunka, rivista pubblicata tra il 1938 e il 1944 dal circolo neoromantico del primo periodo Shōwa, composto da artisti provenienti dal marxismo; né bisogna dimenticare che non furono considerazioni meramente ideologiche a spingerlo a denunciare pubblicamente nel 1967 la Rivoluzione culturale cinese, insieme al futuro premio Nobel Kawabata Yasuunari, bensì una concezione che precisò l’anno successivo nel saggio Sulla cultura: affinché un sistema culturale possa trasferirsi di generazione in generazione, è necessario che il sistema politico garantisca libertà di pensiero e pluralità di espressione democratica. È evidente che quest’idea è inconciliabile con la politica maoista del tempo.
La genesi del “Mare della Fertilità” risale probabilmente al 1963, la sua prima ideazione al 1960; come ha fatto rilevare Giorgio Amitrano, è significativo che il titolo scelto da Mishima per questo suo testamento letterario sia in realtà un’antifrasi: il toponimo del cratere lunare Mare fœrtilitatis richiama infatti qualcosa che è fecondo solo quando è morto, perfetta metafora del nichilismo cosmico.
Intenzionato a scrivere un “romanzo interpretazione del mondo” sull’esempio degli scrittori europei di inizio secolo, preparò il lavoro con estrema accuratezza, recandosi di persona nei luoghi scelti per l’ambientazione, dal sudest asiatico alla provincia giapponese. Scrisse in proposito: “Per quanto riflettessi, non riuscivo a immaginare un lungo romanzo che fosse diverso dalle grandi opere apparse in Occidente a partire dal XIX secolo e avesse una sua precisa ragione di esistere. […] Per fortuna ero giapponese e per fortuna avevo a portata di mano le teorie della reincarnazione.” Diverse teorie buddiste sulla metempsicosi sono infatti la “giustificazione” di fondo della tetralogia, che segue due protagonisti tra il 1910 e il 1970: il professore Honda Shigekuni, e un secondo personaggio che alla fine di ogni romanzo — è questa l’originalità del ciclo di Mishima — muore per reincarnarsi nel romanzo successivo.
Honda non è soltanto un protagonista/punto di vista, ma un vero e proprio testimone della metempsicosi, l’unico che riconosce i segni del ciclo karmico di morte e rinascita: nei quattro romanzi avrà a che fare successivamente con altrettanti giovani bellissimi destinati a morte precoce e reincarnazione. Ognuno di loro è la rappresentazione, l’alter/ego di Mishima a un certo stadio della vita.
Nel primo volume della tetralogia, “Neve di primavera”, Honda è il precettore di Matsugae Kiyoaki, giovane rampollo dell’aristocrazia nel periodo immediatamente successivo la vittoriosa guerra contro la Russia zarista: l’intreccio è una storia d’amore tra due adolescenti ai quali è impedito sposarsi. Kiyoaki è la rappresentazione della sensibilità estetica di Mishima adolescente: compresso tra la personalità della nonna paterna, che lo strappò alla madre per educarlo in prima persona, e la volontà del padre di avviarlo alla carriera diplomatica, Hiraoka Kimitake (è questo il vero nome di Mishima) ebbe un’infanzia infelice e cagionevole, che lo portò a sviluppare una sensibilità particolare, e forse anche il desiderio di ribellarsi alle imposizioni. “Neve di primavera” è il romanzo dell’amore puro, della dedizione adolescente. La sua cifra stilistica è rappresentata dal colore bianco: la neve, la purezza, i fiori di ciliegio (talvolta screziati di rosso, come un presagio di morte) e soprattutto la pelle femminile.
Nel secondo volume, “A briglia sciolta”, Honda Shigekuni ha occasione di vedere nudo durante una esercitazione di arti marziali il figlio di un suo conoscente: riconosce su di lui alcuni segni fisici di Kiyoaki, l’amico morto di consunzione alla fine del romanzo precedente. Qualche indagine lo porta a appurare che si tratta di un caso di reincarnazione, proprio come sostengono numerose teorie religiose. Inuma Isao è affiliato a una setta tradizionalista che propugna il ritorno alla tradizione dell’onore giapponese tramite l’omicidio politico dei ministri fiolo-occidentali. Il gruppo si ispira allo Shinpūren (Lega del vento divino), una cospirazione di ex-samurai che nel 1876 si ribellò alla restaurazione imperiale, e fu soffocata nel sangue. Significativamente, lo Shinpūren storico è anche l’ispirazione ideale del Tatenokai, l’Associazione degli scudi, milizia privata fondata da Mishima con l’obiettivo di tornare ai valori tradizionali giapponesi, rappresentati dalla persona del Tenno, l’imperatore. Di nuovo risulta difficile distinguere letteratura e vita in Mishima. Épater le bourgeois è il motto imparato dagli europei, e sconcertare la borghesia sarà il suo fine; ci riuscirà anche nei romanzi più “borghesi” scritti per le riviste femminili, come “Musica e abito da sera”. Alla fine del secondo romanzo, la polizia scopre e sgomina la cospirazione; Isao, che dell’autore rappresenta la volontà di azione, è costretto al suicidio rituale con la spada, il seppuku, in un’anticipazione della morte di Mishima stesso. Con uno stile quanto mai decadente, la politica diventa opera d’arte.
Il terzo romanzo, “Il tempio dell’alba”, è in parte ambientato in Thailandia. Dopo la morte di Isao, ancora una volta Honda riconosce la reincarnazione di Kiyoaki in una principessa siamese, figlia di un vecchio compagno di studi: la giovanissima Ying Chang che viene a sua volta a studiare in Giappone. La sua bellezza conturbante provoca in Honda reazioni contrastanti, non solo ispirate dal ciclo di morte e rinascita che è costretto a osservare; diventa addirittura un voyeur, e arriva a spiare di nascosto la sua ospite. Ritorna il simbolismo dei colori di “Neve di primavera”, ma con una differenza significativa: il bianco associato alla pelle femminile contraddice in apparenza il bruno-dorato della carnagione di Ying Chang, colore che Mishima associa con la virilità della pelle maschile ambrata, abbronzata (v. per esempio il saggio “Sole e acciaio”), ma è chiaro che la principessa rappresenta l’amore temporale, carnale. Per contrasto, e in maniera molto significativa, nella simbologia dello scrittore la pelle di San Sebastiano appare bianca come marmo; celebre la foto in cui Mishima impersona il santo cristiano in un’esibizione vagamente masochista. Ancora una volta èpater le bourgeois. Questo culto della forma fisica, misto di omosessualità e virilità, appare come una rivincita su un’infanzia gracile vissuta all’ombra della madre (e della nonna). Del carattere di Mishima, la principessa Ying Chang rappresenta il narcisismo.
Invece il giovane protagonista dell’ultimo episodio della serie, Tōru, ne impersona il nichilismo assoluto. Il romanzo si intitola “La decomposizione dell’angelo”, il titolo originale allude alla tradizione buddista: la morte di un angelo è preannunciata da cinque segni di decomposizione. “Gli angeli sono come principesse senza scampo, colte dalla peste in un giardino tropicale” (pag. 1348 ed. Mondadori). Honda Shigekuni, ormai anziano e vedovo, riconosce e adotta un giovane orfano solitario che lavora in un faro sulla scogliera, anche se nutre dubbi sulla sua identità segreta (il ragazzo infatti risulta concepito qualche giorno prima della morte di Ying Chang). Il giovane cerca lo scontro con il padre adottivo, la sua ribellione è dettata da un nichilismo che spiega il pessimismo cosmico dell’autore. Simbolicamente, dopo la parola fine Mishima appone sul manoscritto lasciato a disposizione dell’editore la data del 25-11-1970, che non è quella di termine del lavoro bensì quella progettata per il seppuku davanti a un reparto delle Jietai, le Forze di Autodifesa nazionali che erano il solo esercito permesso al Giappone dopo la sconfitta nella guerra mondiale.
Il ciclo del “Mare della fertilità” è l’ultima opera composta da Mishima. Il 25 novembre 1970 insieme a quattro giovani attivisti del Tatenokai sequestra il generale comandante della guarnigione militare di Ichigaya, costretta a radunarsi per ascoltare l’arringa dello scrittore. Mentre già si sentono gli elicotteri dalla polizia, Mishima si rende conto che il suo appello alla fedeltà verso il Tenno cade nell’indifferenza o peggio nella derisione; si ritira nell’ufficio del generale per il suicidio rituale. Il seppuku si prolunga in maniera innaturale a causa della giovane età e dell’inesperienza degli attivisti, la decapitazione di Mishima dopo l’autosventramento è lunga e penosa, molto diversa dal gesto stilizzato e estetizzante del suo personaggio Isao in “A briglia sciolta”. Il nichilismo si è trasformato in impulso autodistruttivo, l’ultimo tentativo di reazione ai valori di quell’occidente assimilati così perfettamente da Mishima autore. Rimane la vasta opera letteraria di un uomo che nel privato della scrittura si rivelò molto più colto e sensibile della maschera pubblica che volle costruire.
"Ma. La sensibilità estetica giapponese" di Luciana Galliano
In Italia, purtroppo, i testi dedicati alla filosofia nipponica scarseggiano; per questo, oggi vi cito con piacere Ma. La sensibilità estetica giapponese di Luciana Galliano (ed. Angolo Manzoni, pp. 170, € 20).
Questa la presentazione dell’editore:
Ma è una parola presente nella lingua giapponese in innumerevoli espressioni, colloquiali e specialistiche. Indica un’entità «fra»: un tempo fra due eventi, uno spazio fra cose, la relazione fra due persone o anche fra due momenti diversi di uno stesso soggetto, nella vita quotidiana, nelle arti marziali, nell’arte e nel teatro. In questo sottile «qualcosa» risiede la peculiarità, la possibilità stessa della raffinata sensibilità estetica giapponese.
A ottobre nuovo volume di Natsume Sōseki
Per tutti gli amanti di Natsume Sōseki ho un’ottima notizia: ad ottobre 2010 dovrebbe uscire Il mio individualismo per i tipi di Duepunti edizioni; il volume comprende anche la conferenza I fondamenti filosofici della letteratura.
La traduzione dal giapponese è stata curata da Gabriele Marino ed il costo previsto del libro è di 12 euro.
Tre volumi sulla musica giapponese
Oggi, post artistico, dedicato ai suoni del Sol Levante. Iniziamo subito con Musica giapponese. Teoria e storia (ed. LIM, pp. 223, € 15). volume curato dall’etnomusicologo Daniele Sestili, con contributi di Akira Hoshi, Eishi Kikkawa, Shigeo Kishibe, Fumio Koizumi e Mario Yokomichi
<<Concepita come un’introduzione alla musica giapponese, l’opera raccoglie i lavori di cinque fra i maggiori studiosi giapponesi e si articola in due sezioni: una storica e una teorica. L’edizione italiana è arricchita da un apparato di note, una prefazione sulla cultura musicale giapponese e una nota bibliodiscografica.>>
Per ripercorrere la storia della musica nipponica, sempre dello stesso autore consiglio Musica e danza del principe Genji – Le arti dello spettacolo nell’antico Giappone, pubblicato da Libreria Musicale Italia (pp. 188, € 19) e La voce degli Dèi. Musica e religione nel rito giapponese del «kagura» (Ut Orpheus ed., pp. 176, € 18.50), di cui qui sotto trovate la presentazione.
Sotto una patina di occidentalizzazione e secolarizzazione, il Giappone
contemporaneo conserva gelosamente una vita religiosa complessa e ricca di elementi di grande antichità. Tra i momenti maggiormente rilevanti del culto si collocano senza dubbio i kagura, azioni rituali comunitarie volte a rinvigorire l’energia dei partecipanti tramite l’evocazione delle divinità. Tali cerimonie, capillarmente diffuse su tutto il territorio del Giappone propriamente detto, sono caratterizzate da specifici comportamenti coreutico-musicali, i quali contribuiscono in modo sostanziale all’essenza del kagura stesso. Gli ensemble formati da tamburi, cimbali e flauti, nonché l’intervento vocale, accompagnano e guidano l’azione dei danzatori-attori; la musica punteggia e sorregge, imponendo la sua specifica temporalità, l’intero impianto rituale. Recuperando in modo organico i diversi lavori scientifici (demoetnologici, storico-religiosi, etnomusicologici) e sulla base di una personale ricerca sul campo, l’autore si propone di analizzare la presenza della musica nei kagura – finora trascurata come fenomeno unitario – per tentare di svelarne essenza e funzione, al di là della frammentazione localistica.
Calata nel complessivo contesto rituale, la componente sonora della cerimonia rivela intime connessioni con comuni concezioni religiose sottostanti, mentre le valenze magico-simboliche degli strumenti musicali impiegati appaiono nitidamente. Nel complesso la ricerca, condotta in un’ampia prospettiva storica e con richiami al più vasto contesto est-asiatico (in particolare alla realtà coreana), permette di tessere una fitta trama di riferimento indispensabile per la corretta comprensione dell’universo musicale dei kagura. A naturale completamento del suo specifico percorso, il volume giunge a riflettere sul più generale tema della musica nella ritualità giapponese, evidenziando come il comportamento sonoro si manifesti quale dimensione privilegiata nella relazione con il divino in tutta la cultura tradizionale. In tal senso, la natura più vera della musica dei kagura appare allora compiutamente sintetizzata nell’espressione ripresa nel titolo del presente volume: né metafora né immagine poetica, bensì antica credenza popolare, secondo la quale il suono del flauto impiegato nel rito sarebbe, appunto, la voce degli dèi.
Buone letture e buon ascolto.
La katana giapponese
A chi, di fronte un’ingiustizia, vorrebbe sfoderare la katana;
a chi – come me – sogna di uscire dal metrò con un’arma in mano, nella speranza di intimorire la folla sulla banchina che ti respinge dentro il vagone;
a chi, semplicemente, ama le arme giapponesi…
dedico questo post. Il libro di oggi, fresco di stampa, è infatti Nippontō di
Sergio Magotti (Ponchiroli editori, 190 pp. a colori, 200 foto, 50 illustrazioni; formato 30 x 30; € 68), in cui si ripercorre la storia della katana giapponese; non mancano, inoltre, consigli per valutare le lame e curarle al meglio. Ecco la presentazione della casa editrice:
Fredde e spietate strumenti di offesa, nel tempo le spade giapponesi hanno conquistato nell’immaginario collettivo una propria dimensione metafisica – vero e proprio oggetto di culto, nel senso più moderno del termine – trasformandosi in icona nobile e affascinante dell’arte e della cultura orientale.
La loro storia, le leggende e le tecnologie costruttive tramandate di generazione in generazione, il loro valore intrinseco e quello simbolico sono il filo conduttore di una trattazione che si presta a più livelli di lettura. Quello documentale, che inquadra l’evoluzione della spada nelle diverse epoche della storia giapponese. La dimensione mitica, che evoca le vicende di lame taglientissime e indistruttibili, di spiriti e dei, di fabbri divenuti essi stessi – al pari di spade tuttora conservate con rispetto e venerazione – “tesoro nazionale vivente” del Giappone. Il piano culturale e artistico, con centinaia di splendide fotografie inedite di lame, montature e accessori tutte rigorosamente a colori.
Infine, il dettagliato approfondimento tecnico attraverso una vera e propria “anatomia” della spada: appassionati e addetti ai lavori potranno confrontarsi con ogni più piccolo elemento, ricostruito con maestria nell’ambito di suggestive illustrazioni e rappresentazioni tridimensionali. Completano il quadro diverse tavole di riferimento temporale, un glossario particolarmente ricco ed una serie di indicazioni teoriche e pratiche per muoversi con maggior cognizione di causa nell’affascinante ma procelloso mercato internazionale della spada giapponese.
Per maggiori informazioni, visitate il sito http://www.spadegiapponesi.com/.
Omossessualità in Giappone: eventi a Roma
L’omosessualità, purtroppo, in molte culture (compresa la nostra) è ancora un tabù. Per questa ragione, sono felice di presentarvi una serie di eventi dedicati a questo tema che si svolgeranno a Roma presso il Doozo Art (via Palermo 51/53, dalle parti di via Nazionale), mercoledì 30 giugno 2010 alle ore 18.30. Questo il programma:
TUTTI I COLORI DEL GIAPPONE. RIFLESSIONI SULLE IDENTITÀ SESSUALI
Interventi:
h 18:30 DIRITTI UMANI E SESSUALITÀ IN GIAPPONE Maria Gioia Vienna
h 19:00 PERCORSI DI LETTERATURA OMOEROTICA: IL CASO
…GIAPPONESE
Diego Cucinelli
h 19:30 LA CONDIZIONE DEGLI OMOSESSUALI IN GIAPPONE
Giulia Carri
Il libro consigliato del giorno è Il grande specchio dell’omosessualità maschile (Frassinelli, pp. 368, € 9,30) di Ihara Saikaku (1642-1693).
Ps: colgo l’occasione per ringraziare tutte le persone che lasciano commenti nel blog: grazie mille, sia che esprimiate idee simili alle mie, sia che la pensiate in modo completamente diverso. Senza di voi il blog sarebbe un noioso monologo. 🙂
“Canta & impara il giapponese”
Più volte, nel blog, ho dedicato spazio
ad iniziative e volumi per far conoscere ai bambini la lingua e la cultura del Giappone. Anche il libro di oggi rientra in questo ambito: si tratta infatti di Canta & Impara il giapponese (ed. Curci Young, p. 24, € 14,90; cd incluso). Il volume fa parte di una simpatica serie volta all’apprendimento delle lingue attraverso il gioco e il canto. I bimbi, tramite il karaoke e le illustrazioni, possono fissare meglio i concetti e le parole, imparando senza fatica. Un corso del genere, senza dubbio, servirebbe anche a noi adulti. 😉
Anteprima del libro (pdf)
Per non lasciare a bocca asciutta neppure i più grandi, ecco una perla attribuita ad Alessandra Mussolini, Tokyo fantasy.
Imparare il giapponese e i kanji con i manga
Per tutti i disperati che, come me, confondono i kanji, dimenticano di continuo il loro significato e così via, la Kappa edizioni ha compiuto una buona azione: è infatti fresco di stampa il volume Giapponese coi manga. Impara gli ideogrammi di Chihiro Hattori e Glenn Hardy (pp. 193, 12 euro).
Tanto per rimanere in argomento, ricordiamo anche, sempre della Kappa edizioni, Il giapponese a fumetti. Corso base di lingua giapponese attraverso i manga di Marc Bernabé (pp. 293, € 22) e, sempre dello stesso autore, Il giapponese a fumetti. Vol. 2: Corso intermedio di lingua giapponese attraverso i manga (pp. 208, € 22), appena uscito.
Buone letture.
Feltrinelli ha iniziato nel 2009 la riproposizione in Italia del ciclo del “Mare della Fertilità”, che comprende gli ultimi quattro romanzi scritti da Mishima prima della morte nel 1970; la quadrilogia è apparsa in precedenza in Italia nella traduzione Bompiani (4 volumi singoli, 1999) e nei Meridiani Mondadori (volume unico, 2006). Nel marzo 2010 è appunto edito da Feltrinelli con il titolo “A briglia sciolta” il secondo volume di questo ciclo della lunghezza totale di oltre 1500 pagine; potrebbe essere l’occasione per riparlare dell’opera più ambiziosa di uno dei più discussi autori del secolo scorso, autentico personaggio mediatico che modellò la propria vita come aveva imparato dai suoi maestri europei, Wilde e Nietzsche, ma soprattutto D’Annunzio (del quale Mishima tradusse in giapponese il “Martirio di San Sebastiano”).
contemporaneo conserva gelosamente una vita religiosa complessa e ricca di elementi di grande antichità. Tra i momenti maggiormente rilevanti del culto si collocano senza dubbio i kagura, azioni rituali comunitarie volte a rinvigorire l’energia dei partecipanti tramite l’evocazione delle divinità. Tali cerimonie, capillarmente diffuse su tutto il territorio del Giappone propriamente detto, sono caratterizzate da specifici comportamenti coreutico-musicali, i quali contribuiscono in modo sostanziale all’essenza del kagura stesso. Gli ensemble formati da tamburi, cimbali e flauti, nonché l’intervento vocale, accompagnano e guidano l’azione dei danzatori-attori; la musica punteggia e sorregge, imponendo la sua specifica temporalità, l’intero impianto rituale. Recuperando in modo organico i diversi lavori scientifici (demoetnologici, storico-religiosi, etnomusicologici) e sulla base di una personale ricerca sul campo, l’autore si propone di analizzare la presenza della musica nei kagura – finora trascurata come fenomeno unitario – per tentare di svelarne essenza e funzione, al di là della frammentazione localistica.