Categoria: saggistica

Dopo Hiroshima. Esperienza e rappresentazione letteraria, a cura di Gustav-Adolf Pogatschnigg

Cosa è accaduto nella letteratura nipponica in seguito alla tragica esperienza della bomba atomica? In che modo poeti e scrittori sono riusciti a trovare dentro e fuori di sé una risposta all’orrore e alla paura?
A questi interrogativi vuol rispondere Dopo Hiroshima. Esperienza e rappresentazione letteraria, a cura di Gustav-Adolf Pogatschnigg (ed. Ombrecorte, pp. 159, 15 €). L’editore ci presenta così il libro:

Questo volume nasce dal convegno “Quando la guerra finisce”, tenutosi a Bergamo nel 2005, in coincidenza con il 60esimo anniversario delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. L’agosto 1945 segna l’inizio di una minaccia reale che da allora incombe, e oggi forse di nuovo e più che mai, sull’umanità. Contro la censura politico-culturale e tramite un vivace scontro con la critica letteraria giapponese dominante, paragonabile alla discussione sul “verdetto della poesia dopo Auschwitz” pronunciato da Adorno, si afferma la genbaku bungaku, la “letteratura della bomba atomica”. Tra centinaia di testimonianze scritte in forma di diari, racconti brevi e poesie haiku e non, romanzi e piece teatrali spiccano i nomi di Kurihara Sadako, Ibuse Masuji, Hara Tamiki, Ôta Yôko e il premio nobel Ôe Kenzaburo. Anche in Europa e negli Usa, l’arte, la filosofia e la letteratura cercano una risposta a questo evento che dalla storiografia viene spesso abbinato alla Shoa. Gli autori di questo volume offrono sia una panoramica, sia esempi di analisi approfondita di vari aspetti della rappresentazione letteraria della violenza inaudita che ha preso il nome di Hiroshima. Un monito che non dovremmo mai smettere di ricordare.

Alla scoperta dell'horror giapponese: "Tokyo sindrome"

Gli appassionati di cinema e, in particolare, di horror forse conosceranno già Tokyo sindrome di Alessio Gradogna e Fabio Tasso (ed. Falsopiano, pp. 206, 14 €, attualmente scontato sul sito a 8 €).
Il volume, scorrevole e piuttosto completo
(almeno secondo il parere di chi l’ha letto), offre una panoramica completa sul genere, attraversando l’opera di Hideo Nakata, Kiyoshi Kurosawa, Takashi Shimizu, Takashi Miike e Shinya Tsukamoto,  e si propone di individuarne i punti di forza che l’hanno reso celebre in occidente.

"Il fantasma tra i ciliegi" di Luigi Urru

Insieme alle cene riscaldate e agli sguardi oltre l’orizzonte, una delle cose che, in questi ultimi giorni, mi sta portando serenità è il profumo dei ciliegi. Neppure la stanchezza e la fretta riescono a distrarmi del tutto dai rami carichi di fiori che pendono sopra la mia testa.

Il libro del momento è dunque Il fantasma tra i ciliegi – Topografie di primavera a Tokyo (Liguori, pp. 256; volume: 20 €, in offerta a 17, ebook: 10,99 €, singoli capitoli: da 1,10 € in su) di Luigi Urru, docente di Antropologia del Giappone contemporaneo. Questa la quarta di copertina:

Una ubriacatura di fiori, di bellezza e di sake: a Tokyo, come nel resto del Giappone, la fioritura dei ciliegi a primavera induce una effervescenza collettiva che non trova analogo riscontro in altre regioni dell´Asia orientale. L´autore ne esamina la molteplicità delle manifestazioni (la festa dei sensi, l´allentamento delle convenzioni sociali, i risvolti identitari e nostalgici), e parallelamente indaga come le categorie di nazione e tradizione per essere disponibili siano continuamente rimaneggiate e mostrino una volatilità persistente qui definita come ‘fantasma´. Al pregio documentario dell´etnografia il volume somma quelli derivanti da un dialogo assiduo con la letteratura, l´urbanistica e l´estetica in cui il fascino di Tokyo, luogo del desiderio per generazioni di giapponesi e ora citato esempio di metropoli globale, è inseguito nella sua complessità senza cedere né a lusinghe esotizzanti né alla facile dicotomia Oriente/Occidente. La città e i suoi abitanti appariranno meno enigmatici, sicuramente più vicini di quanto la distanza geografica e le versioni correnti nei media vogliano far credere.

"Leggero il passo sui tatami" di Antonietta Pastore

Dopo il Giappone delle donne, sta per arrivare nelle nostre librerie un nuovo volume firmato da Antonietta Pastore, in cui racconta l’esser donna oggi in Giappone. Leggero il passo sui tatami (Einaudi, 2010, pp. 192, 13,50 €) – questo il delicato titolo – si presenta, infatti, come un incontro vissuto col Sol Levante in prima persona, giorno dopo giorno, anno dopo anno, con la curiosità e, allo stesso tempo, gli indugi di uno sguardo straniero.
Questa la recensione nel sito dell’editore:

«Ma non si stancano mai questi giapponesi, mi viene a volte da pensare, di controllare sempre ogni gesto e fare tante cerimonie? Di non dire mai una parola di troppo, non mangiare per la strada, mettere la mascherina quando sono raffreddati, sorridere di continuo, inchinarsi in ogni momento?»

Quando vi offrono il tè, i giapponesi pongono la tazza non al centro del vassoio, «ma un po’ di lato, in un punto intuitivamente calcolato in modo da creare un equilibrio ben più originale e poetico di quello che imporrebbe l’estetica occidentale, banalmente basata sulla simmetria». Ma come si concilia tanta finezza con le musichette assordanti nei luoghi pubblici e le ragazze in uniforme che si inchinano come automi, all’ingresso dei grandi magazzini, per dare il benvenuto a clienti che le ignorano?
Nel corso di sedici anni di vita in Giappone, la fascinazione iniziale per la raffinatezza del gusto, la soavità dei gesti femminili, la discrezione e la delicatezza delle persone lascia così il posto al fastidio per l’apparente ipocrisia, la formalità e la rigidità dei giapponesi.
Ma il percorso dell’autrice, e del lettore, segue un doppio movimento.
A poco a poco, infatti, il sospetto di non aver capito fino in fondo i meccanismi di questa società, di non averne colto l’essenza, si fa strada. E allora Antonietta Pastore mette in discussione i suoi parametri interpretativi e comportamentali: quelli propri di noi occidentali.
Storie minime, spesso divertenti, compongono il racconto di questo libro curioso: l’intimità forzata durante un fine settimana in montagna con i colleghi, il ricorso di un uomo a una veggente per trovare l’anima gemella, una serata danzante tutt’altro che voluttuosa, la gentilezza un po’ invadente di un venditore al castello di Hikone…
Anche grazie alla letteratura giapponese e all’apprendimento degli ideogrammi, l’autrice si cimenta nella comprensione di una cultura piena di contraddizioni, «sofisticata e al tempo stesso provinciale, ipertecnologica ma per certi versi arretrata, ipocrita eppure onesta».
Arrivando alla definitiva consapevolezza che si tratta davvero di un mondo particolare, fuori da tutti i luoghi comuni, a cui non si può che tentare di avvicinarsi all’infinito.
E in questo avvicinamento Antonietta Pastore ci accompagna generosa, con la limpidezza della scrittura e la delicatezza del suo sguardo sulle cose, su quei particolari capaci di illuminare improvvisamente l’insieme.

Libri e videogiochi giapponesi: "Power up" di Chris Kohler

Da piccola, nutrivo una passione sconfinata per il Game Boy, col quale trascorrevo ore e ore a giocare, soprattutto con Tetris e Super Mario. Crescendo, ho abbandonato – un po’ a malincuore – questo hobby; per questa ragione voglio dedicare il post a coloro che, invece, continuano a coltivarlo anche da adulti.
Il libro che vi presento oggi è, infatti, Power up. Come i videogiochi giapponesi hanno dato al mondo una vita extra di Chris Kohler (ed. Multiplayer.it, pp. 310, € 15), ritenuto dagli aficionados del genere un must.
L’autore è un noto recensore trentenne di videogame, laureato in studi giapponesi e pluripremiato. Nel volume ripercorre la storia dei videogiochi giapponesi, cercando di individuare la chiave del loro successo planetario; per far ciò, dialoga con alcune delle maggiori figure del campo (Shigeru Miyamoto, Hideo Kojima, etc.), mettendo in luce i complessi rapporti tra industria, pop culture e comunicazione.

Due film dedicati a "Kitchen" di Banana Yoshimoto

Forse non tutti sanno che dal celebre romanzo Kitchen di Banana Yoshimoto sono stati tratti  due film.
Il primo – una produzione in cantonese di Hong Kong – va sotto il nome di Wo ai chu fang (Mi piace la cucina, 1997); è stato diretto da Ho Yim e ha vinto il Puchon International Fantastic Film Festival. Il secondo, realizzato in Giappone nel 1989 con la regia di Yoshimitsu Morita e prodotto per la tv, annovera nel cast Ayako Kawahara, Kenji Matsuda, Isao Hashizume, Akinori Nakajima, Akiko Urao, Saki Matsura, Naoki Goto, Mie Hama, Senkyo Irifunetel e Konobo Yoshizumi.
Dalle informazioni raccolte (non ho ancora visto nessuna delle due pellicole), Wo ai chu fang è ritenuto abbastanza piacevole e fedele al volume, mentre la versione nipponica sembra discostarsi dall’originale e ha ricevuto commenti non proprio entusiasti (potete leggerne alcuni qui).
E ora, ecco una recensione in inglese con alcune scene tratte da Wo ai chu fang:
[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=x5K-9S_lbuA]

Giappone e tatuaggi

Ho notato che molti lettori approdano qui nel blog cercando notizie sui tatuaggi giapponesi: questo post è dedicato a loro. L’opera che presentiamo oggi è dedicata a veri appassionati del genere: si tratta di Il tatuaggio giapponese – Stili tradizionali e moderni di Manami Okasaki (Ippocampo edizioni, pp. 320, 300 foto a colori, € 89).
Questa la presentazione dell’editore:

L’arte di creare decorazioni indelebili sul corpo è una tradizione millenaria in Giappone. Si possono tracciare molti paralleli tra questo genere tradizionale e i classici a china e le xilografie dei maestri dell’ukiyo-e. Nel volume trovano posto rare opere dei maestri tradizionali magistralmente riprese dai fotografi, con i delicati e affascinanti «full-body suit» il cui stile è rimasto pressoché immutato sin dall’età Edo.
Il libro è suddiviso in quattro capitoli: Tokyo, Chubu (la regione tra Tokyo e Kyoto), Kyoto e Osaka. In ognuna di queste metropoli, i tatuatori hanno stili e trend a sé stanti, che vanno da quello classico conservatore a un’eccentricità portata all’estremo.

Shodō, l'arte della calligrafia

Tutti coloro che, come me, studiano giapponese sognano un giorno di riuscire a tracciare ideogrammi pieni di grazia ed eleganza, degni di un maestro della calligrafia. Poiché, almeno nel mio caso, questo risultato è ancora lontano da venire, ho pensato di mettermi alla ricerca di qualche volume che possa aiutarmi a comprendere meglio lo shodō, la difficile via della scrittura.
Sono dunque incappata in Giappone, lo spirito nella forma. Shodō. L’arte della calligrafia (edizione multilingue, ed. Yoshin Ryu Kiri, pp. 211, 124 immagini a colori, 34 €) . Il volume presenta numerose opere dei maestri Ogawa Taizan e Imae Midori tratte dall’omonima mostra tenutasi a Torino nel 2008, organizzata dalla Yoshin Ryu, scuola di cultura e discipline orientali.