Kawabata e l’acqua per il tè

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I libri, forse, possono dividersi in due gruppi: da un lato, ci sono quelli che devi leggere nel posto giusto per gustarli appieno; dall’altro, quelli che ti portano dove vogliono loro, in qualunque luogo li sfogli.  Quest’ultimo è per me il caso delle raccolte di Kawabata Yasunari, forse perché nessun racconto somiglia al precedente; si può percepire una sorta di fil rouge che accomuna le sue storie, ma – nel momento di descriverlo – ecco che vengono a mancare le parole.

Forse la sede più adatta per perdersi in Cristantemo nella roccia, la novella che ho scelto con Francesca per la Stanza del tè, potrebbe essere un giardino giapponese, quieto, quasi dimenticato. Eppure, io l’ho letta in una fredda sera di marzo, aspettando un autobus che non voleva mai arrivare, tra un parcheggio vuoto e i neon di un supermercato. Avevo però l’impressione di essere dall’altra parte del mondo, davanti alla roccia umida che dà il titolo alla narrazione; e il rumore dell’acqua del tè, cui Kawabata accenna, mi riscaldava.

In questo breve brano che oggi vi presento, troveremo un personaggio già conosciuto, vale a dire  Sen no Rikyū, uno dei più importanti maestri della cerimonia del tè, coerente con la sua scelta di vita per l’eternità;di lui ci parla più approfonditamente Francesca nella sua Stanza tutta per (il) tè, ricca di profumi e suggestioni. Buona lettura.

Pur abitando nella valle del Kakuenji, con le sue magnifiche tombe di pietra, ho scoperto per la prima volta la bellezza di quest’arte a Kyōto quando, nel Daitokuji, vidi il prezioso stupa [monumento buddhista che spesso custodisce reliquie] che orna la tomba di Sen no Rikyū e la lanterna di pietra che orna quella di Hosokawa Sansai. Sia lo stupa che la lanterna sono opere per cui Rikyū e Sansai nutrivano una vera predilezione, e furono essi a sceglierle per le proprie tombe. Per questo sin dall’inizio le guardiamo come opere d’arte di cui questi grandi maestri del tè avevano riconosciuto la bellezza. E forse per l’atmosfera del mondo del tè che evocano in noi, in essesto avvertiamo un senso di familiarità e calore che raramente si prova davanti a vecchie pietre tombali.

Nella parte del prezioso stupa di Sen no Rikyū che dovrebbe corrispondere all’entrata, la pietra è stata scavata, e si dice che, accostando l’orecchio a quella cavità, si possa sentire un rumore sommesso, come di vento che soffia tra i pini. E’ il rumore dell’acqua che bolle per il tè.

Kawabata Yasunari, da Cristantemo nella roccia (tratto dalla raccolta Prima neve sul Fuji)

Foto tratta da qui.


L’antica tazza di “cià” dell’esploratore

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Vi siete mai domandati che effetto doveva fare ai primi europei la vista dei giapponesi che sorseggiavano una strana bevanda dai riflessi verdi e dal sapore aspro? E vi siete mai chiesti quanti secoli ha dovuto attraversare l’usanza di bere una tazza di tè prima che diventasse una anche vostra abitudine?
Per rispondere a questi interrogativi, oggi ho scelto di presentarvi un testo piuttosto particolare, redatto non da un autore nipponico, ma da un mercante fiorentino dell’epoca rinascimentale, Francesco Carletti (1573 – 1636), che fu uno dei primi italiani a recarsi nel Sol Levante e a descriverne gli usi e i costumi. L’uomo – dedito anche alla tratta degli schiavi – percorse gran parte del mondo allora noto, e ce ne dà notizia nei suoi Ragionamenti. In una delle sue peregrinazioni ebbe modo di conoscere il tè, già all’epoca bevanda giapponese per eccellenza; di esso lo colpirono soprattutto le sue proprietà mediche (aiuta la digestione e contrasta la sonnolenza) e il suo valore sociale:

[…] mai non si guasta una certa lor foglia, che chiamano Cià, ovvero The, che viene prodotta da una pianta simile a quella del Bossolo, salvo che ha le foglie tre volte più grandi, e si mantiene verde tutto l’anno; e fa il suo fiore odorifero in forma di rose dommaschine [: con un aspetto simile al damasco]. Delle foglie ne fanno polvere, che poi posta in acqua calda, che di continuo tengono al fuoco per questo effetto, beono quell’acqua più che per uso di medicina, che per gusto, essendo di sapore amaragnolo, benche lascia poi la bocca buona, ed a chi usa berne fa buonissimo effetto. Giova assai a quelli ch’hanno debolezza di stomaco, e ajuta maravigliosamente alla digestione, e spezialmente è ottima a levare, ed impedire i vapori, che non vadano alla testa, ed infatti il berne dopo cena leva il sonno. Perciò il suo uso è berla subito dopo aver mangiato, e massime quando uno si sente carico dal vino. L’uso di bere questo Cià infra Giapponesi è tanto, e tale, che non s’entra mai in casa di nessuno, che non sia offerto amichevolmente, e quasi per creanza [: buona educazione], costumandosi da loro [: essendo offerto abitualmente] per onorare gli ospiti amici, siccome [: così come] s’usa ne’ paesi di Fiandra, e di Germania di offerire il Vino. […]

Francesco Carletti, Ragionamenti di Francesco Carletti sopra le cose da lui vedute ne’ suoi viaggi

Per saperne di più sulle varietà di tè giapponese, vi consiglio come al solito di fare due passi nella Stanza del tè di Francesca.
(Foto tratta da qui.)


Daruma, il tè e la meditazione

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Il è la bevanda per eccellenza del Sol Levante; le sue origini – ci ricorda Una stanza tutta per (il) tè sono lontane nel tempo e nello spazio.
Sebbene nell’immaginario popolare il tè rievochi alla mente principalmente la raffinata cerimonia (talvolta non priva di presunte sfumature erotiche, come aveva notato Mishima),  locha (questo il suo nome in giapponese) ha – secondo un poetico racconto secolare – radici molto più umili e, per certi versi, filosofiche:

[…] Secondo la leggenda, il tè ebbe origine con Daruma, fondatore della setta Zen del Buddhismo. Si narra che egli abbia viaggiato dell’India alla Cina portando con sé la sacra ciotola dei patriarchi. Al “Buddha bianco”, com’era chiamato dai Cinesi, venne dato asilo in un tempio collocato in una grotta, in montagna, dove rimase a meditare per nove anni, guadagnandosi il titolo di “santo che guarda fisso”. Durante una delle sue meditazioni si addormentò. Quando si risvegliò era così dispiaciuto che si tagliò le palpebre, per essere sicuro che mai più avrebbe commesso una simile trasgressione. Nel punto in cui erano cadute le sue palpebre, crebbe dal suolo una strana pianta, le cui foglie avevano la proprietà di scacciare il sonno. Il germe del Chanoyu* era stato gettato – la meditazione!

Julia V. Nakamura, La cerimonia del tè. Un’intepretazione per occidentali

* Chanoyu significa letteralmente “acqua calda per il tè”, ed è l’espressione con cui di solito si designa la cerimonia del tè.


Un tè con Mishima

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Quando pensiamo al tè, spesso ci viene in mente una bevanda degna di gentildonne inglesi e monaci zen (si pensi al famoso aneddoto della tazza troppo piena); certo non penseremmo mai a un elisir trasgressivo o da sorseggiare durante un incontro amoroso.

In una delle sue più celebri opere, vale a dire Il padiglione d’oro, Mishima è riuscito a rendere il tè protagonista di una raffinata scena erotica, in cui s’incontrano sottotraccia est e ovest, come ci mostra Una stanza tutta per (il) tè. Il quadro che ne emerge è altamente sensuale, elegante e misurato; nulla – come nella cerimonia del tè – pare lasciato al caso.

[…] In quel momento, dal fondo della sala avanzò un giovane ufficiale in uniforme. Col massimo rispetto dell’etichetta, s’accosciò di fronte alla donna, a circa un metro di distanza. Si fissarono per un po’.

La donna ad un tratto d’alzò e scomparve silenziosamente in un buio corridoio. Tornò dopo qualche minuto con le lunghe maniche ondeggianti nella brezza, recando una coppa da tè. la depose davanti all’ufficiale, quindi s’accosciò di nuovo al suo posto. L’uomo non sorbì il tè, ma disse qualcosa. Gli attimi che seguirono sembrarono lunghissimi, carichi di tensione, mentre lei rimaneva col capo reclinato sul petto…

Fu allora che accadde una cosa che mi sembrò incredibile. Rimandendo rigidamente seduta, la donna d’aprì il kimono; mi pareva di sentire lo stridere della sera tirata sotto alla stretta obi. Apparve un petto candido. Trattenni il respiro. La giovane scoprì una mammella turgida e bianca che strofinò delicatamente, mentre lui s’avvicinava strisciando sulle ginocchia.

Non posso dire d’aver visto bene tutto, ma provai la stessa vivida sensazione come se proprio sotto i miei occhi quel latte tiepido e bianco zampillasse nella schiuma verde del tè, e poi decantasse nella coppa lasciando sulla superficie del denso liquidio soltanto qualche bollicina d’aria.

Lui portò la coppa alle labbra e tracannò fino in fondo quell’insolita bevanda, mentre la bianca mammella scompariva di nuovo sotto le vesti. […]

Tratto da Mishima Yukio, Il padiglione d’oro, pp. 52-53

(foto tratta da qui)


Una tazza di tè per “Il maestro del tè” di Yasushi Inoue

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Inauguro ufficialmente la collaborazione con il blog Una stanza tutta per (il) tè parlandovi – com’è naturale – d’un libro ispirato all’ambrata bevanda. Non vi citerò l’ennesimo volume di saggistica relativo alla cerimonia del tè, bensì un romanzo ancora poco noto in Italia, in quanto inedito, vale a dire Il maestro del tè, di Yasushi Inoue. In esso vengono svelati – attraverso lo sguardo del discepolo Honkakubō – l’universo e le tormentate vicessitudini esistenziali di Rikyû, maestro del tè realmente esistito nel XVI secolo.
Ecco una delle pagine che preferisco; nel frattempo, entra nella Stanza del tè per scoprire quale tè può accompagnare meglio la lettura:

[…] Dovevano essere circa le due del pomeriggio quando presi posto nella stanza del tè, e vi restai sino a quando gli arbusti del giardino si furono totalmente confusi nell’oscurità. Passai là un pomeriggio molto felice, dimentico del tempo che scorreva.
Ero già penetrato altre volte in questa stanza, in qualità di assistente del Maestro Rikyû, quand’era ancora vivo; nulla era cambiato da allora: il rotolo appeso al muro, calligrafia del principe Son-En-Po, la tazza da tè conica, il suo braciere preferito, il cui piacevole e incessante crepitìo mi ricordava il mormorio del vento… Era proprio quella la stanza del tè di Tôyôbô, conosciuto da sempre come un fine collezionista.
Mi offrì un tè eccellente; mi parve di vivere un sogno. Dopo di ciò, prese una tazza da tè che il Maestro Rikyû gli aveva donato e la sistemò dinanzi a me. Mi sentii riconoscente e molto onorato della sua benevola sollecitudine: ebbi l’impressione di trovarmi davanti al Maestro Rikyû.
Ricoperta da un bello smalto nero, era una tazza elegante e convessa della miglior fattura. Da quanti anni non toccavo quella tazza? Chôjirô, il vasaio che l’aveva foggiata, era morto due anni prima del Maestro Rikyû; ho io stesso qualche ricordo legato a questa tazza nera… ero felice che ora fosse tra le mani di Tôyôbô.
(traduzione dalla versione francese, Le Maître de thé, ed. Livre de Poche)

 


La stanza del tè

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Sono felice di inaugurare il sito con una collaborazione di qualità, nuova di zecca: sto parlando di Francesca e di Una stanza tutta per (il) tè, blog dedicato non soltanto ai mille profumi e sapori della bevanda orientale, ma anche e – forse, soprattutto – alle sensazioni e ai pensieri che essa stimola.
Dal momento che non c’è nulla di meglio che leggere un buon libro sorseggiando un’ottima tazza bollente, ogni mese vi proporrò una pagina tratta da un volume nipponico, a cui Francesca abbinerà un tè. Tutti i post compartecipati saranno poi riuniti nell’apposita sezione La stanza del tè.
Chiunque volesse suggerirmi libri o pagine, è il ben accetto. A questo punto, non mi resta che augurarvi buone letture e buon tè.


Scopriamo "Le case del tè"

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Con l’inizio dell’autunno, ho ripreso a bere il mio amato tè a ogni ora del giorno; come non pensare, fra sorso e sorso, alle meravigliose case del tè giapponese?
E’ per questa ragione che oggi vi presente un volume tanto bello quanto (purtroppo) costoso: si tratta de Le case del tè di Francesco Montagnana, Tadahiko Hayashi, Yoshikatsu Hayashi (Electa, pp. 200, 245 illustrazione, € 100). Le immagini – estrapolate dal libro – parlano da sole, ma preferisco accompagnarle con la presentazione dell’editore:

Il volume documenta le più significative chashitsu e, quando presenti, i roji che le completano. Si tratta delle tradizionali case e giardini per la cerimonia del tè concepiti e realizzati da maestri giapponesi a partire dal XV secolo. Luoghi straordinari per la meditazione, sono tra le più importanti fonti dell’estetica giapponese medievale e moderna.
Il testo di Francesco Montagnana, proponendo una guida concettuale a temi e immagini profondamente legati alla cultura giapponese, apre il volume illustrando i caratteri di specificità ed eccezionalità dello spazio concepito per la cerimonia del tè (chanoyu) a partire dalla svolta, agli inizi del quindicesimo secolo, in cui quella che fino allora era una piacevole consuetudine introdotta dalla Cina, nella dimensione dello zen e dei samurai, diviene un’arte e una cerimonia di grande fascino.
Il saggio di Masao Nakamura, il maggiore studioso contemporaneo dell’argomento che ha all’attivo oltre 60 libri sul tema, traccia la storia dello spazio chashitsu nell’evoluzione dagli inizi ai diversi stili che si alternano soan o rustico e shoin o formale. La stanza del tè nello stile soan, che deve la relativa perfezione principalmente al leggendario maestro del tè Sen no Rikyū (1522-1591), si evolve poi con Furuta Oribe (1545-1615), Kobori Enshū (1579-1647) oppure Oda Uraku (1547-1621), fratello minore del signore feudale Oda Nobunaga. Quest’ultimo è stato, insieme a Toyotomi Hideyoshi e Tokugawa Ieyasu, uno dei tre leader politico-militari artefici dell’unificazione del paese.
I maestri del tè in quest’epoca erano consiglieri politici, monaci, mercanti, guerrieri o una combinazione di queste categorie e il chanoyu diventava un momento di rifugio mentale nelle pause di una battaglia, preludio della ripresa delle ostilità. Lo spazio del tè continua ad essere anche per i maestri del tè-samurai uno spazio dell’utopia o della fuga dalla realtà quotidiana o uno spazio sociale all’interno dei circoli di potere.
Il chanoyu è un’arte che investe la ricerca estetica e funzionale sugli utensili del tè, la disposizione dei fiori, l’arte del giardino, la preparazione delle vivande kaiseki, la calligrafia, la ceramica e inoltre coinvolge i modi di comportamento – è una performance, è una pratica insieme mondana e rituale. Infine è filosofia stessa nella meditazione zen.
“L’arte del tè, lo si sappia, non è altro che bollire l’acqua, versare il tè e berlo” sintetizza Rikyu e chanoyu vuol dire infatti “tè e acqua calda” e la tradizione del tè assimilata dalla Cina, considerata la fonte primaria di civiltà, era un uso diffuso tra i monaci che risaliva almeno all’inizio del nono secolo ma lo spazio del tè come forma distintiva d’architettura si sviluppa solo più tardi verso la fine del sedicesimo secolo con una svolta sostanziale che ne investe ogni aspetto.
Proprio in questo periodo Sen no Rikyū conferisce espressione allo stile soan con una dimensione spesso anche solo di 2 tatami (circa 180×180 cm) in cui ogni accorgimento, la scelta dei materiali, il concetto che dà forma al giardino del tè, la luce, ogni oggetto d’uso nella cerimonia e il rituale vanno in un’unica chiara direzione: lasciare immergere il sé nello spazio assoluto. Lo spazio del chashitsu e del roji non è lo spazio che si contrappone al sé, bensì lo spazio in cui il sé si trova, il luogo della non-mente.
Rikyu seppe dare una forma ideale e insieme sintetica alle tendenze artistico filosofiche della sua epoca con uno spazio fuori dall’ordinario, microcosmo per lo spirito, con l’invenzione del roji come metafora del rifugio dell’eremita (inja), e investendo campi artistici come la pittura, la calligrafia, l’arte della ceramica e della presentazione dei cibi. Mentre l’Occidente ha privilegiato la vista, da cui è partito per la sua geometrizzazione dell’esperienza, e ha così svalutato le altre sensazioni (uditive, tattili, olfattive eccetera) lo spazio del wabi-cha (lo stile wabi del tè) è per la mente e il corpo in senso non duale, e quando ci addentriamo nella sua conoscenza scopriamo qualcosa di assolutamente fuori dall’ordinario che può essere compreso appieno solo attraverso l’esperienza dei cinque sensi, come microcosmo fenomenico a parte.
Wabi-cha è un ideale del teismo in cui il semplice atto di bere il tè costituisce una filosofia e sviluppa il nostro senso estetico. In uno spazio ridotto sino a meno di quattro metri quadri – una stanza del tè come Tai-an – circondata da un roji, giardino del tè che esprime stilizzato un sentiero di montagna, il maestro invita uno o più ospiti, ai quali serve il tè con una cerimonia, in un ambiente in cui una calligrafia, pittura e oggetti del tè circondano i partecipanti, in un arrangiamento voluto. Si tratta in definitiva di un modo semplice di bere il tè, realizzando un senso estetico profondo e creando un tempo e uno spazio unici e fuori dall’ordinario, che danno spunto a pensieri filosofici e religiosi insieme.


"Leggero il passo sui tatami" di Antonietta Pastore

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Dopo il Giappone delle donne, sta per arrivare nelle nostre librerie un nuovo volume firmato da Antonietta Pastore, in cui racconta l’esser donna oggi in Giappone. Leggero il passo sui tatami (Einaudi, 2010, pp. 192, 13,50 €) – questo il delicato titolo – si presenta, infatti, come un incontro vissuto col Sol Levante in prima persona, giorno dopo giorno, anno dopo anno, con la curiosità e, allo stesso tempo, gli indugi di uno sguardo straniero.
Questa la recensione nel sito dell’editore:

«Ma non si stancano mai questi giapponesi, mi viene a volte da pensare, di controllare sempre ogni gesto e fare tante cerimonie? Di non dire mai una parola di troppo, non mangiare per la strada, mettere la mascherina quando sono raffreddati, sorridere di continuo, inchinarsi in ogni momento?»

Quando vi offrono il tè, i giapponesi pongono la tazza non al centro del vassoio, «ma un po’ di lato, in un punto intuitivamente calcolato in modo da creare un equilibrio ben più originale e poetico di quello che imporrebbe l’estetica occidentale, banalmente basata sulla simmetria». Ma come si concilia tanta finezza con le musichette assordanti nei luoghi pubblici e le ragazze in uniforme che si inchinano come automi, all’ingresso dei grandi magazzini, per dare il benvenuto a clienti che le ignorano?
Nel corso di sedici anni di vita in Giappone, la fascinazione iniziale per la raffinatezza del gusto, la soavità dei gesti femminili, la discrezione e la delicatezza delle persone lascia così il posto al fastidio per l’apparente ipocrisia, la formalità e la rigidità dei giapponesi.
Ma il percorso dell’autrice, e del lettore, segue un doppio movimento.
A poco a poco, infatti, il sospetto di non aver capito fino in fondo i meccanismi di questa società, di non averne colto l’essenza, si fa strada. E allora Antonietta Pastore mette in discussione i suoi parametri interpretativi e comportamentali: quelli propri di noi occidentali.
Storie minime, spesso divertenti, compongono il racconto di questo libro curioso: l’intimità forzata durante un fine settimana in montagna con i colleghi, il ricorso di un uomo a una veggente per trovare l’anima gemella, una serata danzante tutt’altro che voluttuosa, la gentilezza un po’ invadente di un venditore al castello di Hikone…
Anche grazie alla letteratura giapponese e all’apprendimento degli ideogrammi, l’autrice si cimenta nella comprensione di una cultura piena di contraddizioni, «sofisticata e al tempo stesso provinciale, ipertecnologica ma per certi versi arretrata, ipocrita eppure onesta».
Arrivando alla definitiva consapevolezza che si tratta davvero di un mondo particolare, fuori da tutti i luoghi comuni, a cui non si può che tentare di avvicinarsi all’infinito.
E in questo avvicinamento Antonietta Pastore ci accompagna generosa, con la limpidezza della scrittura e la delicatezza del suo sguardo sulle cose, su quei particolari capaci di illuminare improvvisamente l’insieme.


La cerimonia del tè al centro Urasenke di Roma

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chadoCome già anticipato, venerdì ho assistito alla mia prima cerimonia del tè, svoltasi presso il centro Urasenke di Roma (via Giovanni Nicotera 29, tel. 063207361; metro A, fermata Lepanto). La maestra del tè era un’anziana signora giapponese in kimono, simpatica e cordiale; ha illustrato i principi gesti del rito ed i suoi gesti in modo semplice e, al tempo stesso, esauriente.

La cerimonia ha avuto luogo nello spazio di pochi tatami, sui quali erano sistemati pezzi di vasellame e strumenti tradizionali: un piccolo angolo di Giappone inserito in un ambiente dal taglio occidentale; pochi metri più in là, si intravedeva una tipica sala da tè, calda e accogliente, utilizzata per incontri meno affollati. Presso il centro, è inoltre presente una biblioteca che raccoglie volumi in giapponese, inglese e italiano.

Almeno un giorno al mese, prenotandosi, è possibile prender parte al rito, partecipando come veri e propri ospiti, sostenuti dai consigli della maestra e delle sue assistenti; ogni settimana, inoltre, si svolgono le lezioni di cerimonia del tè, intesa nel senso più profondo di chado (via del tè), strada interiore che porta ad un’autentica consapevolezza di sé e ad una maggiore armonia col mondo circostante.

Chado, la Via del Tè, si basa sul semplice atto di bollire l’acqua, preparare il tè, offrirlo agli altri e berne noi stessi. Servito con un cuore rispettoso e ricevuto con gratitudine, una tazza di tè soddisfa sia la sete fisica che quella spirituale. Il mondo frenetico e le nostre miriadi di dilemmi lasciano esausti il nostro corpo e la nostra mente. E’ allora che andiamo alla ricerca di un posto dove trovare un momento di pace e tranquillità. Questo posto può essere trovato nella disciplina di Chado. I quattro principi di ARMONIA, RISPETTO, PUREZZA e TRANQUILLITA’ codificati circa quattrocento anni fa, sono una guida senza tempo alla pratica di Chado. Incorporarli nella vita di ogni giorno ci aiuta a trovare quel posto di tranquillità che è in ognuno di noi. – Soshitsu Sen, XV Gran Maestro del Tè di Urasenke (tratto da http://www.chado.it/chado.html)

Per concludere, segnalo il libro Chado. Lo zen nell’arte del tè di Soshitsu Sen (ed. Manganelli, € 7,50); nel sito dell’editore, è possibile leggerne corposi estratti.

[Foto tratta da qui]


La cerimonia del tè tra filosofia e architettura

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new_zenPoiché domani dovrei prendere parte alla mia prima cerimonia del tè (presso il centro Urasenke di Roma), ne approfitto per presentare due libri.
Il primo, La cerimonia del tè. Una interpretazione per occidentali di Julia V. Nakamura (Stampa Alternativa, pp. 96, 8 €), analizza gli aspetti estetico-filosofici; il secondo, invece, New Zen. Gli spazi della cerimonia del tè nell’architettura giapponese contemporanea a cura di Michael Freeman (Damiani editore, pp. 240, 49 €, ma sul sito dell’editore al momento è scontato a 39,20 €), si concentra sui cambiamenti operati in un ambiente tradizionale quale quello della casa del tè, grazie all’architettura contemporanea e al desing: gli effetti talvolta sono sorprendenti.

New Zen è una pubblicazione unica: una collezione delle più innovative chashitsu, le tradizionali stanze dedicate alla cerimonia del tè, progettate da architetti e designer contemporanei giapponesi. Questa tradizione, la cui origine è fissata durante il XV secolo, nel tempo è diventata parte integrante della cultura nipponica d’èlite e dei samurai in particolare. Le chashitsu si compongono tradizionalmente di alcuni elementi essenziali: una nicchia con fiori e pergamene dipinte (tokonoma), un focolare incassato nel pavimento (ro), stuoie di bambù (tatami) e alcune finestre. Questi ambienti, che non prevedono mobilia e sono luoghi esclusivamente dedicati al raccoglimento, negli ultimi quindici anni sono stati reinterpretati da architetti giapponesi di fama, che hanno dato vita a moderni spazi di meditazione.
Il libro si apre con un’introduzione sulla storia della cerimonia del tè, della funzione dei diversi elementi dello spazio in cui questa si svolge e del rituale stesso. Segue un percorso che prende in considerazione oltre 35 progetti: da una casa sull’albero nella campagna di Nagano ad un esempio trasportabile in metallo. Con oltre 250 immagini a colori scattate dal celebre fotografo Michael Freeman, questo libro offre nuova luce a uno dei più affascinanti aspetti della cultura giapponese contemporanea. (dal sito dell’editore)

Per saperne di più sulla cerimonia del tè, leggi anche questo post.
Buone letture e buon tè!