Categoria: narrativa

“La città bucata”, di Satomi Ono

lacittabucataDa piccola, non vedevo l’ora che ricominciasse la scuola solo per poter sfogliare le nuove antologie; a quanto pare, il vizio della lettura mi è rimasto. Ripensando alla mia infanzia e alla mia sete di storie, dedico il post di oggi alle letture per bambini, che ultimamente ho un po’ trascurato. Il libro del giorno è, infatti, La città bucata di Satomi Ono (illustrazioni di Yoshihiro Ono, traduzione di Maria Cristina Gasperini), dell’editore Orecchio acerbo (16 pp., 6,50 €; età consigliata: quattro-otto anni).

Libro di qualità promosso anche da Legambiente, sicuramente insegnerà ai più piccoli il rispetto per l’ambiente e li aiuterà a confrontarsi con quelle zone buie di se stessi con le quali hanno poca confidenza.

Per saperne di più, ecco una recensione di Del Gobbo, tratta da qui, ed uscita su LIBER, ottobre-dicembre 2002:

Solo di recente Orecchio Acerbo, già da tempo studio grafico, ha esordito come editore. Dei tre libri finora pubblicati colpisce il progetto grafico originale ispirato alle edizioni francesi, all’avanguardia quanto a innovazione e sperimentazione. I libri, realizzati in cartoncino piegato a fisarmonica e che si può distendere, sono stampati su fronte e retro; la scelta dei caratteri tipografici e la disposizione dei testi, oltre al formato, sono le peculiarità che li contraddistinguono.

L’idea di esordire come editori si è concretizzata l’inverno scorso con il libro di Fabian Negrin Il gigante Gambipiombo, pubblicato dopo la mostra delle opere dell’artista allestita dallo studio. Poco dopo è apparso La città bucata, le cui illustrazioni avevano vinto il primo premio alla 7ª edizione del concorso d’illustrazione della città di Chioggia, promosso dall’associazione Teatrio. Si rivolge a bambini tra i 4 e gli 8 anni, pubblico al quale sono destinati gli albi illustrati.

Degli albi infatti questi libretti hanno le caratteristiche: immagine coloratissime a piena pagina e breve testo.
Incuriosisce la storia dal finale aperto e permeata di mistero, il cui protagonista è un buco che si apre d’improvviso in città,. Le spiegazioni dell’evento sono molteplici quanto fantasiose, paradossalmente formulate da coloro che dovrebbero essere razionali: gli scienziati. Ma nonostante nessuno ne conosca origine né natura, gli adulti all’insaputa dei bambini lo impiegano gettandovi dentro quel che non serve più.
Il buco inizia allora a rimpicciolirsi, fino a scomparire; ma poi riappare in cielo e getta i rifiuti sulla testa dei cittadini.
“E, cosa ancor più strana, nuovi buchi si aprirono in tutta la città. Nessuno capì mai cosa fossero. Tu lo sai?”

Il mistero rimane intatto e nel finale la storia rivela la sua struttura: circolare. Le illustrazioni tendono a imitare lo stile infantile, pur mantenendosi compositivamente equilibrate; il punto forte sono i colori e in alcuni felici momenti le figure diventano fortemente evocative. Sono da apprezzare la creatività e la professionalità dimostrate nel progetto e nelle illustrazioni. Ci aspettiamo altrettanta qualità nella cura dei testi, affinché l’orecchio acerbo di rodariana memoria su faccia davvero interprete dell’orecchio bambino, quello interessato a storie che gli adulti ormai non ascoltano più.

Oggi thriller: Tokyo noir di Kenzo Kitakata

Non è decisamente il mio genere, ma qualche lettore potrebbe apprezzare Tokyo noir di Kenzo Kitakata, edito soltanto ora dalla Newton Compton (pp. 336, € 9,90), malgrado sia stato scritto dall’autore nel 1983.
Il sottotitolo, Chi semina odio raccoglie vendetta!, già la dice lunga, ma è bene lasciare la parola alla quarta di copertina e ad un corposo estratto del volume, che potete leggere cliccando qui.

Takino si è lasciato alle spalle il suo passato nella Yakuza, e adesso conduce una vita modesta e tranquilla. È sposato con Yukie e gestisce un piccolo supermarket a Tokyo. Ma la quiete delle sue giornate viene sconvolta da un improvviso desiderio di sentirsi di nuovo vivo, di riprovare quel brivido – la pistola, gli inseguimenti, gli agguati – da tempo represso. Deciso a portare a termine un’ultima “missione”, ricontatta un vecchio amico. Ma il gioco si fa più complicato del previsto. Risucchiato nel mondo sotterraneo della mafia giapponese, Takino scoprirà che in fondo tutto questo lo affascina: ha provato a essere un bravo cittadino ma forse la sua vera natura è un’altra. Bruciano le sigarette e scende la pioggia nella periferia di Tokyo. Takagi, il detective più decorato della polizia, è l’unico a sospettare chi si nasconde davvero dietro la spietata prova di forza in atto nelle strade di Tokyo…
Azione e colpi di scena, furia e violenza distruttrice nei bassifondi della capitale giapponese, pallottole e sangue in un inferno metropolitano senza eroi: il passato di Takino è ritornato prepotentemente. La belva è uscita dalla gabbia, ed è pronta a farsi giustizia a modo suo.

Il sole si spegne di Osamu Dazai

E’ recentemente uscito Il sole si spegne di Osamu Dazai presso i tipi della Feltrinelli (p. 144, 7,5 €; traduttore Luciano Bianciardi), già edito dalla SE qualche anno fa. sole_si_spegne

Attraverso la storia della rovina della propria famiglia narrata dalla giovane Kazuko, il romanzo adombra l’epopea tragica dell’aristocrazia declinante nel Giappone vinto e umiliato dalla guerra, e insieme propone la vivida e più vasta rappresentazione della desolazione spirituale di un paese che ha smarrito i valori della tradizione e va snaturandosi nell’incalzare di una civiltà industriale priva di idealità. Pubblicato nel 1947, un anno prima di annegarsi nel lago Tamagawa a Tokyo, Osamu Dazai vi consegnava un messaggio di disperata rivolta in cui si riconobbe e si identificò un’intera generazione – quella che visse il disordine e lo smarrimento del dopoguerra, nonché la frustrazione precoce delle speranze in un rinnovamento radicale della società. D’altra parte, il successo de Il sole si spegne, il richiamo straordinario che esercitò sul costume oltre che sulla vicenda letteraria giapponese, non si spiegherebbero senza quella potente contaminazione che fa di questa, come di tutta l’opera di Dazai, il riflesso e la cassa di risonanza della sua vita lacerata. Annullando ogni distanza da sé, sottolineando ed esasperando la corrispondenza tra le proprie esperienze e quelle dei suoi personaggi, Dazai trascrive sulla pagina letteraria una sofferenza esistenziale, il ribellismo e l’istinto di autodistruzione suggellati infine dal suicidio.

Per molti, questo libro potrebbe incarnare alcuni dei più classici stereotipi sul Giappone (il pessimismo dei protagonisti, lo sfondo della seconda guerra mondiale, le atmosfere nobili e decadenti, l’autodistruzione, il suicidio); eppure, la vicenda risulta fortemente personale e sentita.
La biblioteca giapponese della Feltrinelli – già piuttosto nutrita (Mishima, Yoshimoto…) – si arricchisce così di un testo fondamentale per comprendere il panorama letterario e culturale nipponico post bellico.
Per concludere, un lungo assaggio dell’opera:

(…) Forse dovrei parlare del serpe. Un pomeriggio, quattro o cinque anni fa, i bambini del vicinato trovarono una dozzina d’uova di serpe, nascoste fra i paletti della staccionata, in giardino. Dicevano che erano uova di vipera. Pensai che, con una dozzina di vipere a strisciare nel boschetto di bambù, non avremmo mai potuto entrare in giardino senza particolari precauzioni. Dissi ai bambini:”Bruciamo le uova”, ed i bambini mi seguirono, ballando di gioia.
Feci un mucchio di foglie e di frasche, vicino al boschetto, ed appiccai il fuoco, gettando poi le uova nella fiamma, una dopo l’altra. Per parecchio tempo non presero fuoco. I bambini mettevano altre foglie e rametti sulle fiamme, che si facevano ancor più robuste e lucenti, ma ancora pareva che le uova non potessero mai bruciare.
La ragazza della fattoria giù in fondo alla strada ci chiese, dall’altro lato della staccionata, che cosa facevamo.
“Bruciamo le uova di vipera. Ho una gran paura che possan nascere i serpi.” “Come son grosse le uova?” “Come le uova di una quaglia, e bianchissime.” “Allora son uova di un serpe comune, innocuo; non sono uova di vipera. Le uova chiuse non bruciano, sai.”La ragazza se ne andò, e rideva, come se la cosa fosse molto buffa.
Il fuoco era acceso da quasi mezz’ora, ma le uova proprio non volevano bruciare. Ordinai ai bambini di toglierle dalle fiamme e di seppellirle sotto il susino Andai a raccogliere dei ciottoli, per segnare la tomba.
“Preghiamo, tutti quanti.”Mi inginocchiai e giunsi le mani. I bambini, obbedienti, si inginocchiarono dietro di me e giunsero le mani nella preghiera. Ciò fatto, lasciai i bambini e lentamente cominciai a salire su per gli scalini di pietra. In cima c’era la mamma, all’ombra della pergola di glicine.
“Avete fatto una cosa molto crudele,”disse.
“Pensavo che fossero uova di vipera, invece erano di serpe comune. Però le ho sepolte, regolarmente. Non c’è motivo di adirarsi.”Capii ch’era una sfortuna che la mamma mi avesse visto.
La mamma non è affatto superstiziosa, ma ha un terrore mortale dei serpi, da quando, dieci anni or sono, morì il babbo nella nostra casa di via Nishikata. Pochi momenti prima che il babbo ci lasciasse, la mamma, scorgendo sotto il letto di lui – così le parve – una funicella nera, sopra pensiero si chinò a raccoglierla, ma si accorse che era un serpe. Scivolò via nel corridoio e scomparve. Se ne accorsero solo la mamma e mio zio Wada. Si guardarono l’un l’altra, ma non dissero nulla, per timore di turbare la quiete degli ultimi momenti del babbo. Ecco perché Naoji ed io (eravamo tutti e due nella stanza) non sapemmo nulla del serpe.
Ma io so, ne son certa perché l’ho visto, che la sera della morte di mio padre c’erano serpi attorcigliati a tutti gli alberi presso il laghetto del giardino. Ora io ho ventinove anni, e ciò significa che quando mio padre mori, dieci anni fa, ne avevo diciannove: non ero più una bambina. Sono passati dieci anni, ma il ricordo di ciò che accadde allora è ancor vivo e quindi non posso sbagliarmi. Camminavo presso il laghetto, volevo prendere i fiori per il funerale. Mi fermai accanto a un cespo di azalee ed all’improvviso notai un serpentello avvolto in cima a un ramoscello. Poi, quando feci per tagliare un ramo di rose kerria, da un cespuglio lì accanto, vidi che anche lì c’era un serpe. Sulla rosa di Sharon, sull’acero, sulla ginestra, sul glicine — su ogni cespuglio e su ogni albero — c’era un serpe. Questo fatto non mi spaventò in maniera particolare. Solo sentivo che in qualche modo i serpi, come me, piangevano la morte di mio padre ed erano strisciati fuori dalle loro buche per rendere omaggio al suo spirito. Più tardi, quando a bassa voce raccontai alla mamma il fatto dei serpi in giardino, ella prese la cosa con calma; solo inclinò un poco la testa, pensierosa. Ma non disse nulla.
Eppure la verità è che dopo questi due incidenti la mamma prese a detestare i serpi. O forse sarebbe più giusto dire che ne provava paura e sgomento, che era giunta al punto di temerli.
Quando la mamma scoprì che avevo bruciato le uova di serpe, certo deve aver sentito in quell’atto una sorta di malaugurio. Quando me ne resi conto, si fece strada in me la sensazione di aver compiuto, bruciando le uova, un’azione terribile. Mi tormentava la paura di aver provocato una maledizione su mia madre, tanto che non riuscivo a dimenticare quel fatto; non quel giorno, né quello dopo, né il successivo. Eppure stamani, in sala da pranzo tirai fuori quella stupida osservazione sulla gente bella che muore giovane; e poi, incapace di rimediarvi – non conta quel che ho detto, – finì che piansi. Più tardi, mentre sparecchiavo la tavola della colazione, provai una sensazione insostenibile: che in petto mi si fosse insinuato un serpentello orribile, capace di abbreviare la vita della mamma.
Quel giorno stesso vidi un serpe nel giardino. Era una bella mattina tranquilla, e dopo aver terminato il lavoro in cucina, pensavo di prendere una sedia di vimini e di mettermi sul prato a sferruzzare. Mentre uscivo nel giardino con la sedia in mano, vidi il serpe, fra le piante dell’iris. Provai solo un lieve senso di repulsione. Riportai la sedia nel portico, mi misi a sedere e cominciai a far la maglia. Nel pomeriggio, entrando in giardino con l’intenzione di prendere in biblioteca (è nel padiglione, in fondo al giardino) un volume dei dipinti di Marie Laurencin, c’era un serpe che strisciava, lento lento, sul prato. Era lo stesso serpe che avevo visto al mattino, un serpentello grazioso e morbido. Traversava il prato, tranquillo. Giunto all’ombra della rosa selvatica si fermò, alzò la testa, e vibrò la sua lingua che pare una fiamma. Sembrava che cercasse qualcosa, ma dopo un attimo abbassò la testa e si abbandonò al suolo, come sopraffatto dalla stanchezza. Dissi fra me:”Deve essere una femmina.”Ma anche allora la cosa che più mi fece impressione fu la bellezza del serpe. Andai al padiglione e presi il volume delle pitture. Tornando gettai un’occhiata furtiva al posto dove avevo scorto il serpe, ma era già scomparso.
Verso sera, mentre bevevo il tè con la mamma, mi venne fatto di guardare in giardino, proprio nel momento in cui lentamente, strisciando, comparve il serpe, sul terzo gradino della scala di pietra.
La mamma se ne accorse.”È quello il serpe?”Si precipitò da me dicendo queste parole e mi si mise accanto, tremante; mi stringeva le mani. All’improvviso mi balenò alla mente che cosa ella stesse pensando.
“La madre delle uova, vuoi dire?”proruppi.
“Sí, sí.”La voce della mamma era alterata.
Ci tenevamo le mani, ferme, in silenzio, guardando il serpe col fiato sospeso. Il serpe, abbandonato sulla pietra, ricominciava a muoversi. Lento, stanco, incerto, traversò lo scalino e scivolò verso gli iris.
“È da stamani che gira per il giardino,”sussurrai. La mamma sospirò e si lasciò andare su di una sedia.
“È proprio per questo, ne son certa. Sta cercando le sue uova. Poveretta.”La mamma parlava con voce affranta.
Ebbi una risata nervosa; non sapevo cos’altro fare. Il sole della sera colpiva il volto della mamma ed i suoi occhi scintillavano, quasi azzurri. Il viso, su cui pareva scorgersi un lieve accenno di collera, era cosi adorabile che io sentii il bisogno di correre fra le sue braccia. Allora mi venne in mente che il viso della mamma somigliava non poco a quello dello sfortunato serpe che avevamo visto proprio allora. Ed ebbi la sensazione, non so per quale motivo, che il brutto serpe che portavo in seno potesse un giorno finir per divorare quest’altro serpe, bello ed affranto: una madre.
Posai la mano sulla spalla morbida e gentile della mamma, e provai un’inquietudine fisica che non riuscivo a spiegare.

Mme Yourcenar e la tentazione dell’oriente: “Novelle orientali”

novelle_orientaliLa Biblioteca universale Rizzoli, per festeggiare il suo primo sessantennio di vita, ripropone, insieme ad una serie di classici, una nuova edizione delle Novelle orientali di Marguerite Yourcenar (trad. di  Maria Luisa Spaziani, Rizzoli, pp. 120, 4,90 €; ora in offerta a € 4,17).

Il titolo lascerebbe intuire facili seduzioni levantine, eppure, in realtà, in questo caso appare difficile tirare in ballo, sbrigativamente, l’esotismo, coi suoi clichés e le atmosfere di maniera. Le pagine, difatti, appaiono quasi sottratte al deserto, alle fini pergamene, alle oziose ore di un pascià. Ma non c’è quiete: l’equilibrio e l’incanto si mostrano sempre sul punto di spezzarsi; soltanto la parola ― lieve, aggraziata, talvolta impalpabile ― riesce a distillare l’ombra inquieta che vaga su questi cammei dal sapore fiabesco, ma tutt’altro che infantili.

Con la sua caratteristica, misurata eleganza, la Yourcenar fa rivivere sulla carta scenari da leggenda: il suo sguardo solca il Mediterraneo e si spinge ancora più in là, fino ad approdare sulle sponde dell’arcipelago giapponese. Qui è ritratto con estrema delicatezza l’ultimo amore dello splendente principe Genji (come ricorda l’omonimo titolo del racconto, ispirato al romanzo di Murasaki Shikibu) o, meglio, della Signora-del-villaggio-dei-fiori-che-cadono, concubina e dama d’onore che si consuma per lui nell’ombra da lunghi anni.

Fra le innumerevoli amanti del Rifulgente, solo lei ha la tenerezza e la forza di restare al suo fianco nel romitaggio in cui il nobile attende la morte, dissimulando ogni giorno se stessa ed il suo passato con infelice devozione; ma il suo pertinace amore è destinato a scontrarsi con le squisite, ultime vanità del principe dalla bellezza divina, incapace di accettare l’inevitabile condizione di mortale.

Chie-Chan e io di B. Yoshimoto al teatro Eliseo (Roma)

chiechanDal 19 al 31 maggio, presso il Teatro Eliseo di Roma, verrà messa in scena una delle ultime fatiche letterarie di Banana Yoshimoto, Chie-Chan e io. Tra gli interpeti: Caterina Carpio, Alessia Giangiuliani, Guglielmo Menconi, Francesca Porrini, Cinzia Spanò; scene di Guido Buganza e regia di Carmelo Rifici.

Adattamento teatrale del nuovo romanzo di Banana Yoshimoto, scrittrice contemporanea tra le più note ed amate, Chie-Chan e io racconta la storia di Kaori, una donna di quarantadue anni, e del rapporto profondo che la lega a sua cugina Chie-Chan, di cinque anni più giovane. È un legame particolare quello tra le due donne, una dipendenza affettiva che mette in crisi la libera esistenza della donna giapponese in cerca di emancipazione. Banana riprende in questo libro, leggero e profondo, alcuni dei suoi temi ricorrenti: la solitudine, la convivenza con la morte e, soprattutto, la famiglia come invenzione. La moda e l’Italia, sono due leitmotiv del racconto. Pur non essendo personalmente vittime del “fashion style”, le due donne vivono costantemente nel glamour. La vita pubblica di rappresentanza si pone così in contrapposizione con il silenzioso e pacato comportamento della vita privata, fatta di monotoni gesti. Il mistero della vita appartata delle due protagoniste ha il potere di colmare il bisogno di affettività in maniera più completa e appagante di quanto la famiglia di origine o un uomo potrebbero fare.

Come se non bastasse, è uscito anche un libro legato alla rappresentazione: Alberi adagiati sulla luce – Chie-Chan e io – L’inseguitore, curato da Giorgio Amitrano, Tiziano Scarpa e Adonis (Feltrinelli, 2008, 189 pp., 9 €)

Real world di Natsuo Kirino a breve in libreria

Appassionati di thriller e noir, segnatevi sul calendario, a maggio, l’uscita di Real world (リアルワールド) di Natsuorealworld Kirino, edito presso Neri Pozza al prezzo di 15,50 €. Potete leggere la mia recensione qui.
Pubblicato in Giappone nel 2003, il romanzo è ambientato nelle vicinanze di Tokyo e vede protagonisti quattro studentesse e un giovane assassino:  la storia si snoda in otto capitoli attraverso i loro racconti e le diverse prospettive, in un baratro oscuro, senza alcuna possibilità di redenzione.

Per saperne di più: http://www.complete-review.com/reviews/japannew/kirinon3.htm

Totto-chan, la bambina alla finestra: una favola (anche) per adulti

Probabilmente il nome di Totto apparirà sconosciuto ai più; eppure, in Giappone, nel lontano 1981, la storia di questa bambina era divenuta presto un best seller, 窓ぎわのトットちゃん (Madogiwa no Totto-chan), redatto da Tetsuko Kuroyanagi, esponente dell’Unicef, nonché importante personaggio televisivo nipponico. totto
Delicato e sottilmente retro, il testo è stato finalmente pubblicato anche in Italia qualche mese fa col titolo
di <i>Totto-chan, la bambina alla finestra</i>, presso l’Excelsior 1881 (264 p., € 16,50).  Ecco la quarta di copertina; scusate la brusca interruzione, ma il finale rischiava di rovinare quello del libro.

Giappone, inizio anni Quaranta, Totto-chan, una bambina di sei anni con la lingua sciolta e una curiosità fuori dal comune, non riesce a rispettare le regole imposte alla classe dalla sua maestra e viene espulsa dalla scuola elementare pochi giorni dopo l’inizio delle lezioni. I genitori decidono allora di iscriverla a Tomoe, una scuola molto particolare, dove l’apprendimento avviene attraverso il gioco e dove gli alunni imparano il rispetto di se stessi e degli altri, il piacere dello studio, l’accettazione delle sconfitte, l’autonomia, la musica, l’amicizia, ma scoprono anche l’intolleranza e la perdita delle persone più care. Un’autentica scuola di vita che cambierà l’esistenza di Totto-chan. Finché la Seconda guerra mondiale […]

Per concludere, vi linko la versione pdf in inglese del libro, sperando che sia legale: altrimenti, venitemi a portare il sushi in prigione. 😉

Letture giapponesi per i più piccoli

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Izanami e Izanagi (Laura Di Francesco)

Se -come me- anche voi desiderate plagiare menti innocenti, instillando loro sin dalla più tenera età amore per il paese del Sol Levante, vi consiglio allora due libri.

Il primo, Giappone di Marc-Henry Debidour (EDT edizioni, pp. 32, 9 €) aiuterà i più piccoli ad avvicinarsi alla cultura nipponica attraverso la conoscenza delle tradizioni locali, della geografia, della natura, dell’economia e di tanto altro ancora (qui è possibile leggerne l’anteprima su Google Books).

Il secondo libro tocca invece il cuore delle leggende giapponesi: in Kyoko e la nascita del Giappone di Laura Canestrari , con illustrazioni di Laura Di Francesco (Sinnos editrice, pp. 47, 11,50 €), la piccola Kyoko scopre a casa dei nonni il Kojiki e ne rimane affascinata.

Non mi resta che augurarvi buona scelta e buone letture!

L’otaku romantico: “Train man – Romanzo d’amore collettivo”

densha otoko train man recensione libro otakuUna sera qualunque del marzo 2004, un giovane otaku timido e impacciato lancia una disperata richiesta d’aiuto in un forum giapponese: ritrovare (e magari anche conquistare) una sconosciuta ragazza che ha salvato in metropolitana dalle molestie di un ubriaco.

Dopo le iniziali perplessità,  la community virtuale si stringe attorno allo strano personaggio, (altro…)

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