Un sogno lungo trent’anni: “La vergine eterna” di Ōe Kenzaburō

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Ho cercato a lungo una sua foto, un ritratto qualunque: nulla. Mi sarebbe bastato un ritaglio di giornale, una polaroid dai bordi ingialliti, persino un necrologio seguito da un vecchio scatto stinto dagli anni. Malgrado ciò, sono certa che Sakura Ogi Magarshack sia davvero esistita. Che sia stata un enfant prodige del cinema nipponico, che abbia consacrato la sua vita al palcoscenico, che durante l’occupazione americana in Giappone nel secondo dopoguerra abbia comparso bambina in un ambiguo cortometraggio ispirato ad Annabel Lee (una delle più note liriche di Edgar Allan Poe), diretto da un soldato dell’esercito statunitense che sarebbe poi divenuto suo marito.

Me lo ha rivelato Ōe Kenzaburō in uno delle sue opere più recenti, La vergine eterna (trad. di G. Coci, Garzanti, 2011, pp. 251, € 18,60; ora in offerta su Amazon.it cliccando qui a € 15,81), e io gli credo. Ho avuto Sakura a lungo sotto gli occhi, ma ora il suo volto e il suo corpo – dapprima morbido e infine spigoloso – mi sfuggono di continuo. E così, non posso che sognare: la immagino bella d’una bellezza composta e quasi straniera, distante.

Eppure, è proprio qui, davanti a me, quando tutto inizia, e il giovane Kenzaburō, poco più di uno studente e già promettente scrittore, la incontra per la prima volta negli anni Settanta, grazie al comune amico Komori, produttore cinematografico, che intende commissionare al futuro premio Nobel una sceneggiatura per un’importante produzione internazionale. Il soggetto deve esser ricavato dal racconto Micheal Kohlhaas (1811) di Heinrich Von Kleist, al centro del quale vi è un mercante di cavalli tedesco del sedicesimo secolo, impegnato in una disperata lotta contro un potere ingiusto e oppressivo.

Scena tratta da A flame at the pier (1962)

Scena tratta da "A flame at the pier" (1962)

Poco alla volta, Sakura, protagonista della pellicola, matura la decisione di sovrapporre alla trama originaria una suggestiva leggenda, proveniente delle foreste dello Shikoku in cui è nato e cresciuto Ōe. E così, lo straniero ribelle assume i tratti di una figura memorabile – la cosiddetta Madre di Meisuke, anch’egli eroe del folklore, capeggiatore di celebri sommosse contadine -, in grado di affrontare a testa alta le sofferenze e le umiliazioni più cocenti. Proprio come Sakura.

Innamorato dell’attrice sin dall’adolescenza, malgrado abbia una moglie devota e un figlio disabile bisognoso di costanti attenzioni, lo scrittore non può fare a meno di sottomettersi al volere e, talvolta, ai capricci erotici della donna, che si dedica completamente all’ideazione di quello che oramai non è più soltanto un film per il grande pubblico, ma un’utopia poetica. L’entusiasmo e l’abnegazione da lei riversati nel suo tragico ruolo nascondono però a stento un interrogativo lacerante: cosa è davvero accaduto sul set di Annabel Lee, dal momento che tutti i ricordi appaiono scarni e tormentosi?

Fotogramma di Ayako Wakao in A Wife Confesses (1961)

Wakao Ayako in "A Wife Confesses" (1961)

Credere che La vergine eterna sia soltanto un romanzo, una riflessione sull’arte o, peggio, una nostalgica autobiografia è un errore nel quale è facile incappare. Appena sotto l’intreccio delle storie, scavando al di sotto della superficie delle pagine, per chi sa ben guardare, si spalanca una voragine, in cui finzione e realtà, passato e presente, follia e lucidità, letteratura e metaletteratura si confondono, dando vita a una narrazione robusta, saldamente radicata nel desiderio e nel dolore.

Ōe, Komori, Sakura: tutti loro, per l’intera esistenza, perseguono una chimera e custodiscono una maledizione, sconosciuta anche a se stessi. L’angoscia del nulla e della rinuncia li attrae inesorabilmente gli uni agli altri, con quella stessa potenza capace di sprofondarli nella solitudine, nel decadimento, nella pazzia. E a noi lettori, in fondo, alla fine del libro, non rimane che l’impressione di aver sognato: una fantasia struggente e malinconica, dalla quale riusciamo a stento a scuoterci.

Nelle immagini: alcuni fotogrammi tratti da film giapponesi del secondo dopoguerra.


Un commento su “Un sogno lungo trent’anni: “La vergine eterna” di Ōe Kenzaburō

  1. Ma come ho potuto perdermi il tuo blog fino ad oggi??? Bellissimo!!!
    Come faccio a ricevere le tue notifiche? Non vedo tastini “follow” :-/ Beh, intanto ti metto nel google reader 😀

    Io ho iniziato un mese fa a leggere “La vergine eterna” ma non sono riuscita ad andare oltre la 20esima pagina 🙁 devo riprovare!

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