Categoria: recensioni

“Finché il caffè è caldo” di Toshikazu Kawaguchi

​Tutti quanti – specie in alcuni momenti della vita – avremmo desiderato più coraggio, più forza, più tempo per fare una certa scelta, non perdere una persona cara, realizzare un progetto.

Fra le pagine di Finché il caffè è caldo di Toshikazu Kawaguchi (trad. di C. Marseguerra, Garzanti, 2020) si materializza un luogo in cui è possibile cercare di aggiustare il corso degli eventi. Ma, come certe opportunità che l’esistenza ci riserba, questo posto non dà nell’occhio – è un semplice locale – e richiede che siano seguite delle regol fondamentali:

1. Sei in una caffetteria speciale. C’è un unico tavolino e aspetta solo te.
2. Siediti e attendi che il caffè ti venga servito.
3. Tieniti pronto a rivivere un momento importante della tua vita.
4. Mentre lo fai ricordati di gustare il caffè a piccoli sorsi.
5. Non dimenticarti la regola fondamentale: non lasciare per alcuna ragione che il caffè si raffreddi.

Attraverso le storie di Fumiko, Hirai, Kotake, Kei e i loro diversi caratteri il lettore è spinto a riflettere sul valore del momento presente e degli affetti. Finché il caffè è caldo è, insomma, un romanzo leggero e piacevole, ma che offre tanti spunti di riflessione per affontare la quotidianità e, specie questi giorni,  con un pizzico in più di speranza e voglia di fare.

#20peril2020: “Giapponeserie d’autunno” di Pierre Loti

Loti Giapponeserie d'autunno

Loti Giapponeserie d'autunnoTitolo: Giapponeserie d’autunno (trad. di Maurizio Gatti, ObarraO, 2019) 

Autore: Pierre Loti

Cos’è? Queste pagine estratte dai diari di viaggio dello scrittore e globetrotter francese, datate 1895, ci conducono all’esplorazione di un Giappone che sta conoscendo grandi trasformazioni e che, al contempo, sta perdendo poco per volta quelle sue caratteristiche atmosfere capaci di conquistare gli europei come Loti. Malgrado la diffidenza e i pregiudizi dell’autore del romanzo Kiku-san. La moglie giapponese (già pubblicato da ObarraO) nei confronti dei giapponesi siano a volte sin troppo espliciti, le sue descrizioni sono spesso suggestive e ricche di dettagli, dandoci quasi l’impressione nostalgica di sfogliare un vecchio album fotografico. Fra realtà e fantasia esotica, Loti fa così rivivere un Giappone perduto, affollato di risciò, geisha, templi, villaggi…

Una frase d’impatto: [riferito ad alcune statue di dei] “E’ veramente difficile e ossessivo pensare che quelle attese, quei sorrisi, l’esplosione della grandiosità dorata – e i gesti folli degli altri, quelli orribili che stanno in mezzo – siano lì da ore, da giorni, da stagioni, da anni e da secoli, a partire dall’anno mille.”

Consigliato a chi…: vuole rivivere le sensazioni di un viaggiatore di altri tempi.

#20peril2020: “Namamiko. L’inganno delle sciamane” di Enchi Fumiko

Enchi Namamiko

Enchi NamamikoTitolo: Namamiko. L’inganno delle sciamane (trad. di Paola Scrolavezza, Safarà Editore, 2019, pp. 236, € 18,50; prefazione di Giorgio Amitrano; postfazione di Daniela Moro)

Autrice: Enchi Fumiko

Cos’è? In questo romanzo originariamente pubblicato nel 1965 – oltre ad amore, soprannaturale, richiami alla storia giapponese -, c’è molto di più di quel che sembri. Innanzitutto, è una personale, ma documentata, rielaborazione dell’opera epica Eiga monogatari, di epoca Heian (794–1185), rivisitato con un punto di vista che dà particolare rilievo alle donne; non bisogna infatti dimenticare che Enchi fu un’appassionata e attenta lettrice dei testi classici della tradizione giapponese. Questo amore si salda strettamente alle due storie presentate nel Prologo, vale a dire il ricordo del padre della scrittrice stessa (anche lui studioso) e il racconto dei legami – visibili e invisibili – con Basil Hall Chamberlain, celebre yamatologo. Parte della sua corposa biblioteca, per una serie di casi, finì per un certo lasso di tempo proprio a casa della futura autrice, stimolandola così alla lettura dei classici, compreso il Namamiko monogatari, il racconto della vita di una dama di corte, che segnò a tal punto Enchi da spingerla, molti anni dopo, a dedicarle un volume – quello, appunto, di cui qui si parla.

Una frase d’impatto: “Per me bambina quei caratteri erano praticamente illeggibili, li fissavo con la tipica curiosità infantile, uno strano miscuglio di repulsione e reverenza, la stessa che avrei provato guardando un baule
di vecchi indumenti. Ma dall’estate fino all’autunno, quando venivano esposti all’aria, gironzolavo fra i volumi sparpagliati a coprire interamente i tatami, con le pagine aperte.”

Consigliato a chi…: è affascinato dalle storie dal sapore antico, dai racconti di famiglia, dalle sterminate biblioteche.

#20peril2020: “Una donna e la guerra” di Kondō Yōko

Titolo: Una donna e la guerra (trad. di Maria Teresa Orsi, Dynit Manga, 2019, € 16,90)
Autrice: Kondō Yōko
Cos’è? Graphic novel, accompagnato dai due racconti che lo hanno ispirato.

Si può davvero amare in tempo di guerra, in preda agli allarmi e alla fame, al di là di facili sentimentalismi? O quel che si prova può somigliare a un attaccamento ambiguo alla vita e alla morte, visto che si teme la perdita dell’altro ma si pensa anche e innanzitutto alla propria sopravvivenza? Sposatisi quasi accidentalmente in pieno secondo conflitto mondiale, lo scrittore Nomura e la sua compagna, un’ex prostituta, condividono una quotidianità scandita da gesti semplici, quasi elementari: parlare, dedicarsi a piccoli passatempi, sfogare i propri istinti sessuali. Tanto il Giappone mutilato in cui si trovano a vivere quanto il loro rapporto di coppia sembrano non appagare in fondo nessuno dei due; eppure, quasi affascinati dall’idea di distruzione e precarietà che permea tutto e tutti, non sanno rinunciare l’uno all’altro, sottostando fatalmente al fascino di eros e thanatos.
Ispirato a due racconti di Sakaguchi Ango tradotti con maestria da Maria Teresa Orsi, il graphic novel disegnato da Kondō Yōko li riflette con fedeltà, riuscendo a rendere con grande intensità la perturbante e contraddittoria relazione dei due protagonisti.

Una frase d’impatto: “D’ora in poi torneranno i giorni della noia e della pace.”

Consigliato a chi… : cerca una visione inedita dell’amore e della seconda guerra mondiale.

#20peril2020: “La grande via del samurai” di Ryūichirō Misaki

Misaki Ryuichiro - La grande via del samurai. La filosofia degli antichi guerrieri giapponesi applicata al mondo di oggiTitolo: La grande via del samurai. La filosofia degli antichi guerrieri giapponesi applicata al mondo di oggi (trad. di Roberta Giulianella Vergagni, Vallardi, 2019, pp. 176, € 14.90).

Autore: Ryūichirō Misaki

Cos’è? Un saggio che, nell’illustrare al grande pubblico i fondamenti della visione della vita del samurai, si propone anche come un manuale snello per affrontare la routine alla luce dei valori dei guerrieri giapponesi; mi riferisco, naturalmente, a principi quali lealtà, abnegazione e spirito di sacrificio, senso dell’onore, volontà di proteggere la propria famiglia e autocontrollo. Per spiegare meglio tutto ciò, nel volume abbondano schemi, disegni e schede sintetiche. 

Una frase d’impatto: “Ho perso, ma sono vittorioso” (quando l’ideale che si persegue è la pace e non la vittoria a tutti i costi).

Consigliato a chi…: è curioso di saperne di più sul bushidō, ossia “la via del guerriero” e vorrebbe trarre da questa degli insegnamenti per la propria vita.

#20peril2020: “Solo la luna in silenzio” di Natsume Sôseki

 
Titolo: Solo la luna in silenzio. Haiku sceltiSoseki Solo la luna in silenzio

Autore: Natsume Sôseki (trad. Diego Martina; Dei Merangoli Editrice, pp. 122, € 11)

Cos’è? Una selezione di centeventi haiku di uno dei più grandi scrittori nipponici del Ventesimo secolo, presentati in giapponese e in italiano. Conosciuto essenzialmente per i suoi romanzi (come non ricordare Io sono un gatto e Il signorino?), Sôseki è stato, in realtà, anche un prolifico haijin (autore di haiku), complice anche la sua amicizia di lunga data con Masaoka Shiki, uno dei più grandi maestri nel campo. Questa raccolta offre una buona panoramica sulla ​​produzione poetica ​​di Sôseki, purtroppo ancora poco nota nel nostro paese. 

Uno haiku dal volume:

Ciliegi: un nome
e ogni cosa sfiorisce
nello splendore. 

Consigliato a chi…: cerca una voce lirica sui generis, colta e ironica.

“Come un sushi fuor d’acqua” di Fabiola Palmeri

Palmeri-Come-un-sushi-fuor-dacquaÈ un Giappone che ammalia da lontano, spaventa, stupisce; abbraccia con calore, spalanca lo sguardo, addomestica le abitudini; penetra sotto pelle, sconquassa le esistenze e si fa, infine, destino.

Questo è l’orizzonte di Come un sushi fuor d’acqua (Editore La Corte, 2019, pp. 268, € 17,90), romanzo appena pubblicato da Fabiola Palmeri (già nota agli amanti della cultura nipponica per i suoi articoli apparsi su Repubblica e in NippONews) in cui la scrittrice intreccia due storie di donne indissolubilmente legate al paese asiatico. Da un lato, abbiamo Bianca, giovane ed entusiasta giornalista in trasferta a Tōkyō fra gli anni Ottanta e Novanta, desiderosa di “[educarsi] alla giapponesità” (p. 67)”; dall’altro,  Celeste, nata nella capitale nipponica, ma adolescente cittadina del mondo del terzo millennio per vocazione e vicende familiari.

Ciascuna delle due ha un rapporto personale e articolato col Giappone, marcato da luci e ombre: se per la ragazza è uno dei pezzi che compongono la sua identità, col passare degli anni per la professionista questo diventa terreno per coltivare le proprie ambizioni, fucina di occasioni e incontri inaspettati (e insperati), e, soprattutto, casa.

Per queste ragioni, Tōkyō, in particolare, è molto più di una città: per Celeste è culla, rifugio in cui ritrovare un padre, amici affettuosi, luoghi d’infanzia, mentre per Bianca diviene presto “a tutti gli effetti la sua migliore amica” (p. 175) – amica che chiede, in cambio della sua generosità, volontà di lasciarsi conquistare dai suoi ritmi, abnegazione e resistenza alla solitudine (“Tokyo [pullula] di cuori emarginati, come isole nell’isola”, p. 176).

L’opera è, infatti, (anche) una lunga dichiarazione d’amore per la capitale, per la sua personalità contraddittoria, gli ostacoli e le sorprese che riserva a chi sa esplorarla con generosa tenacia:

[….] Tokyo, quel suo essere intrinsecamente divisa fra l’infantile e il triste, fra il ludico e l’eccessivo. La Tokyo che mi affascina, che sento mia, che mi appartiene come io appartengo a lei.” (p. 64)

Tanizaki Jun’ichirō: “Nero su bianco”

Contraddittorio, egocentrico, compiaciuto e, allo stesso tempo, prigioniero della sua vena decadente, Mizuno è uno scrittore nella Tōkyō della metà degli anni Venti del Novecento: collabora con case editrici e riviste, spende il denaro in alcool e prostitute, non si preoccupa di avere amici o famiglia.

Mizuno non era in grado di controllare la propria mente, il suo cervello era solo il proiettore di un cinematografo interiore. Un proiettore automatico da cui sgorgavano a volontà scene di mostri e fantasmi che lui stesso creava ed era costretto a guardare. Arrivati a un tale stadio non è forse già lecito parlare di pazzia?

Talmente assorbito in sé e nel desiderio di alimentare il suo ritratto di artista maledetto, quasi non bada al fatto che, in uno dei suoi ultimi racconti, immagina l’omicidio di un collega, senza preoccuparsi troppo di dissimulare la vera identità di quest’ultimo. Nel momento stesso in cui, infatti, il pensiero di non nuocergli si affaccia, ecco che la sua mente e il suo corpo vengono investiti da altri stimoli ben più terreni.

Ancora una volta, con la classica maestria, Tanizaki Jun’ichirō ci presenta nel romanzo Nero su bianco (Kokubyaku, 1928), appena pubblicato da Neri Pozza con la traduzione di Gianluca Coci (2019, pp. 266, € 17), un intreccio torbido, in cui inquietudine ed eros arrivano a confondersi e a disorientare persino colui che credeva invece di piegarli a suo piacimento.

Affascinato e intimorito da ciò che la sua mente riesce a creare, dalla sensualità esplicita e aggressiva di una modan gāru* che incrocia in un locale, dalla scrittura che egli padroneggia e che allo stesso tempo lo domina, Mizuno infatti è così creatore e attore di una serie di vicende deliberatamente ambigue. Ma anche ai lettori Tanizaki gioca un tiro: qual è la vera storia che stanno leggendo?

 

* Erano dette modern girls quelle ragazze che, negli anni Venti, seguivano la moda e stili di comportamento provenienti dall’Europa e dagli Stati Uniti.

 

Recensione: “La studentessa e altri racconti” di Dazai Osamu

Le mattine mi sembrano una forzatura. Sono così sature di tristezza che non riesco a sopportarle. Davvero, le odio. Di mattina non sono un bello spettacolo: le mie gambe sono così stanche che già non ho voglia di combinare nulla. Mi chiedo se sia perché non dormo bene. E’ una palla quando dicono che la mattina ci si sent in forma. Le mattine sono grigie. Sempre. E completamente vuote. Quando sono a letto la mattina, sono sempre così pessimista. Sul serio, è terribile. Tutti i miei rimpianti vengono a galla in un colpo solo, e il mio cuore si ferma, agonizzante.
Le mattine sono il male.

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E’ questo un intenso stralcio della storia che dà il nome alla raccolta La studentessa e altri racconti,
a cura di Alessandro Tardito per Atmosphere libri (2019, pp. 208, € 16,50), che riunisce assieme parte della produzione breve di Dazai Osamu composta negli anni
della seconda guerra mondiale.

Se gli altri cinque testi (Il mare delle sirene, Sull’amore e la bellezza, Una storia di onesta povertà, Bambù blu e Lanterne di una storia d’amore) spaziano fra il tradizionale, il folkloristico, il familiare e il fiabesco, la storia che dà nome alla raccolta si distingue per originalità, potenza e freschezza: offre infatti un resoconto in prima persona della giornata di una adolescente di Tōkyō ancora acerba, sospesa fra presente, passato e futuro. Desiderosa di costruire la propria strada senza condizionamenti, è però consapevole di vivere in una società che la vorrebbe ingabbiare in precisi schemi.

La sua voce – svelta, pungente, attraversata da balenanti sensazioni – rivela quando Dazai Osamu sia abile nel maneggiare materiale narrativo e psicologico, ritraendo con finezza alcun degli aspetti più complessi degli esseri umani: la loro natura fragile, il bisogno di evasione dal quotidiano, la loro contraddittorietà.

“Shintoismo” di Rossella Marangoni

In principio erat Oryza, alle origini era il riso. Riso, sole, dèi, mito, antenati, storia, Stato: i giapponesi, con un processo intuitivo e geniale, hanno trasformato una coltura in una cultura, un’attività in una civiltà, dando vita ad un organismo rituale allo stesso tempo semplice ed estremamente sofisticato.*

Così scrisse Fosco Maraini a proposito della civiltà nipponica, senza però volerne velare o negare la ricchezza dietro una definizione fulminante. Dello stesso rispetto e dello stesso amore per il paese è informato anche Shintoismo (Editrice Bibliografica, 2018, pp. 160, € 9,90) della nota studiosa di cultura giapponese Rossella Marangoni, vòlto a indagare lo stretto e complesso nesso fra “riso, sole, dèi, mito, antenati, storia, Stato”. Il volumetto – tale solo per la compattezza, dal momento che è densissimo – include nove capitoli che prendono in considerazione elementi primari e secondari dello shintō, offrendone un quadro coinciso ma preciso, che si basa su una letteratura scientifica ampia e aggiornata.

L’opera aiuta innanzitutto a sgomberare il campo da facili etichette attribuite a questo insieme di credenze e miti (definito, di volta in volta, “panteismo”, “politeismo”, “animismo”… ), per restituircelo, invece, nella sua vastità e nelle sue tante articolazioni. Marangoni, perciò, prende in considerazione numerosi ambiti – dalle pratiche alle cerimonie sino ad arrivare allo sciamanesimo, passando per un’esplorazione del mondo dei kami.

Il saggio non si concentra solo su una dimensione diacronica, ma anche sincronica: oltre a ricostruire brevemente la storia dello shintoismo, ne evidenzia i contatti con altri culti e tradizioni, compresi quelli relativa alla sfera del buddhismo. Anche in virtù di ciò, il libro costituisce uno strumento che può esser apprezzato tanto da chi ha una limitata conoscenza dell’argomento (ulteriormente facilitato dalla presenza del glossario e di una cronologia generale), quanto da chi vi è più addentro, dal momento che fornisce molteplici spunti, sempre presentati con chiarezza e competenza.

In conclusione, Shintoismo è senza dubbio un lavoro generosamente stimolante, che va ad affiancarsi ai (pochi) testi in materia pubblicati in Italia.

*Fosco Maraini, L’agape celeste, Milano, Luni, 2003, p. 106, cit. in Rossella Marangoni, “L’esperienza del sacro e credenze antiche. Prima parte”, Pagine Zen, n. 68, febbraio/marzo 2008.

[recensione aggiornata al 5 aprile 2019]

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