[Recensione] Il sapore della vita: “La cena degli addii” di Ogawa Ito

Postato il
matcha latte

Una tazza di matcha latte, un perfetto confort food

Che sapore ha la malinconia? L’allegria è zuccherina o salata? E il dolore cauterizza la lingua?

Questo è ciò che si domanda – e ci domanda – Ogawa Ito nel suo ultimo volume pubblicato in Italia pochi mesi fa, La cena degli addii (trad. di G. Coci, Neri Pozza, pp. 168, € 14,50, ora in offerta a 10,88). Dopo Il ristorante dell’amore ritrovato, l’autrice continua a indagare le relazioni tra cibo ed emozioni, filtrandole in modo privilegiato attraverso un animo femminile. Continua a leggere »


Recensione di “Ali” di Mishima in “Bonsai & suiseki magazine” (gennaio-febbraio 2013)

Postato il

bonsai suiseki magazine<<Bonsai & suiseki magazine>> è una rivista online totalmente gratuita – più unica che rara nel panorama italiano -, che non si occupa soltanto di botanica e dintorni, ma tenta di approfondire molteplici aspetti della cultura giapponese.

Per esempio, oltre alla mia recensione di Ali di Mishima Yukio (p. 109), Continua a leggere »


Un racconto di Murakami inedito in Italia, tradotto da Jacopo Colombi: “Su un treno che fischia nella notte”

Postato il
Yoskay Yamamoto Picking Up Where We Left Off

Yamamoto Yoskay, “Picking Up Where We Left Off”

Un ragazzo e una ragazza, un amore forse troppo acerbo o troppo maturo, una domanda semplice e una risposta che tocca il cielo, la terra e il mare. Continua a leggere »


[Recensione] “Moshi moshi” di Banana Yoshimoto: la cucina, l’amore e il gusto della vita

Postato il

Moshi moshi di Banana YoshimotoMoshi moshi (‘Pronto?’): sono queste le parole che Yoshie sogna di poter dire – anche solo un’ultima volta – a suo padre. Parole semplici, banali per contrastare una morte assurda: l’uomo, infatti, ha perso la vita in circostanze poco chiare, al fianco di una donna dal passato inquieto, mentre la moglie e la figlia lo aspettavano, come sempre, a casa.

Una famiglia perfetta distrutta in un solo istante da una tempesta perfetta: Continua a leggere »


“Il drago e il poeta”: Miyazawa Kenji racconta il buddhismo con una favola poetica

Postato il

dragone Un grande fervore ha assalito gli spettatori della gara di composizione: il giovane Suldatta ha trionfato con una lirica di rara bellezza e spiritualità, capace di domare le nuvole e il vento dell’animo.

Eppure, il suo cuore è turbato: Continua a leggere »


Un gennaio spettrale: è arrivata l’antologia “Onryō, avatar di morte”

Postato il

Libri riguardanti l’immaginario giapponese spettrale purtroppo in Italia non si vedono spesso; ma quando fanno capolino in una collana editoriale storica come Urania della Mondadori, allora c’è da prestare attenzioni. Questo mese, infatti, è uscita l’antologia Onryō, avatar di morte, a cura di Danilo Arona e Massimo Soumaré (che ringrazio per la segnalazione). Questa la presentazione del volume tratta dal sito dell’editore:

In piena rivoluzione informatica, nel mondo tecnologico gli esseri inquietanti che la tradizione chiama onryo si manifestano ancora. Sono uomini e donne morti in circostanze particolari i cui avatar hanno conservato la capacità di fare del male. In questa superba antologia dove il futuro si mescola a riti antichissimi, ce ne raccontano le crudeli avventure specialisti come Danilo Arona, Alessandro Defilippi, Stefano Di Marino, Angelo Marenzana, Samuel Marolla e autori giapponesi del calibro di Hiroko Minagawa, Nanami Kamon, Yoshiki Shibata e Sakyo Komatsu, il grande scrittore scomparso nel 2011.


“La grazia sufficiente” e le strade dell’uomo

Postato il

Vi fu un tempo, nel medio evo, in cui i dotti e i pensatori disputarono alacremente circa il numero di angeli capaci di danzare sulla punta di uno spillo. Non si trovò una soluzione univoca.

Alcuni secoli più tardi, in un’Europa che vede il Rinascimento cedere al Barocco, lo sguardo dei dotti s’alza al cielo e va a frugare nell’imperscrutabile volontà divina, per cercare risposte alle nuove inquietudini suscitate dalla diffusione del protestantesimo. Chi può un giorno aspirare alla gloria post mortem? Valranno qualcosa le opere di bene, i lunghi digiuni, le interminabili litanie, o è sufficiente la grazia concessa dal Signore? Dio nel segreto ha già stabilito i prescelti per il Suo regno, e dunque nessun gesto umano è in grado di mutare la sorte assegnata?

Le contese teologiche ben presto si legano a quelle politico-economiche e, dal cuore del Vecchio continente, raggiungono persino le sponde del Giappone, arcipelago noto tra il Cinquecento e il Seicento per le merci rare e preziose che offre ai mercanti intrepidi pronti a sfidare oceani e tempeste pur di accapparle. Baruch Dekker – ci racconta Giancarlo Micheli nel suo denso romanzo La grazia sufficiente (Campanotto, pp. 117, € 13; disponibile su Amazon.it cliccando qui a € 11,05) – è uno di questi. Ebreo olandese che ha abbandonato famiglia e patria sin da bambino pur di confondere il suo destino con quello dei flutti, giunto all’apice della sua carriera come capitano, finisce per naufragare rovinosamente nella baia di Nagasaki.

Da quella che pare esser la sua fine si origina invece una nuova vita, segnata dall’avventurosa ricerca del conterraneo Deyman – ora al servizio dello shogunato dei Tokugawa – e, soprattutto, di un complesso equilibrio con una cultura ermetica a partire già dai suoi caratteri di scrittura, capace però di dispiegare con generosità le sue meraviglie a tutti coloro che le si accostano con riverenza. Simile a un Ulisse che ben conosciamo, il navigatore intraprende il viaggio per le lande orientali negli anni in cui, nelle sue terre, sta nascendo un più celebre Baruch, destinato a divenire uno dei fondatori della filosofia moderna. Il cammino – che copre larga parte della prima metà del XVII secolo, una delle ere più travagliate della storia nipponica – è costellato di lotte fra clan rivali, persecuzioni contro i missionari cristiani, astuti espedienti e colpi di scena, ma rivela anche imprevedibili bellezze, impreziosite da una grazia tutta umana: le raffinatezze del teatro Nō, la squisita fattura dei versi del Kokin waka shū, la profondità incommensurabile dei testi degli illuminati.

A questa storia, con somma naturalezza, si intreccia quella novecentesca di Taisho, giovane di umili origini, ma fiero del suo modesto lavoro per la buona causa del  Monbushou, il ministero imperiale promotore di un’educazione rispettosa dei principi tradizionali nipponici, nel contempo attenta ai moderni valori occidentali. La sua esistenza è scandita da piccole cose: la livrea da usciere ben stirata, il passo marziale e un poco ridicolo, la ciotola di riso consumata in compagnia l’amata madre, devota al culto del marito ucciso in guerra per la grandezza del Giappone. Il ricordo paterno perseguita Taisho che, schiacciato dai sensi di colpa, si arruola volontario, pronto a sacrificare la sua vita combattendo contro i cinesi per il controllo della Manciuria (avvenuto nel 1931), in nome di un imperatore e di un paese che ripagano la sua devozione con un regolare salario da soldato e una baionetta per compiere onorevolmente seppuku (il suicido rituale) in caso di prigionia. Ma qualunque nobile gesto nelle sue mani sembra però destinato a tradursi in una malinconica e goffa pantomima, dal momento che Taisho, a dispetto del suo appellativo – intrepretabile fra l’altro come “grande vittoria” e “sonora risata” – non sa esser soddisfatto di sé: lo stato richiede obbedienza, l’ordine sociale rigore, la famiglia virtù, ed egli non è in grado di onorare tutto ciò.

La grazia sufficiente, sotto la veste di romanzo, nasconde in realtà un consistente midollo filosofico e spirituale. E’ un’opera colta, elaborata, a tratti impervia, dalle pagine levigate con acuta perizia. E il linguaggio – tanto cesellato e preciso da mostrare talvolta resistenze al lettore impaziente – custodisce tra i suoi termini ricercati, le sue volùte ampie, le sue inclinazioni inattese un tesoro che va al di là dello stile. Questa lingua senza tempo è fatta per raccontare una storia senza tempo: quella dell’anima.

Tra cantieri navali chiassosi e monumentali a ridosso dei mari del Nord, in piccole stanze chiuse da tatami e shōji, nelle baie meste dove riposano i naufraghi sognando il mare con una preghiera salata tra le labbra disseccate, in qualunque luogo e epoca, l’uomo ha sempre interrogato la propria coscienza: cosa ha valore e, soprattutto, cosa esiste davvero? La libertà di scelta, o l’esser prescelti da un destino casuale, celeste, beffardo, quale che sia?

Per la salvezza è necessaria la grazia sufficiente racchiusa in un benevolo sguardo divino, o quella ancor più rara dell’animo che – come giunco o stilla d’acqua – accetta serenamente la sua sorte, finita e inquieta. Perché, sebbene “[…] la via suprema non [abbia] nome e il discorso supremo non  [abbia] parole”, la sola Via reale è quella che percorriamo.


“1q84” di Murakami: un articolo di M. Persivale

Postato il

Per tutti coloro che stanno aspettando con impazienza novembre per poter finalmente leggere 1q84 di Murakami, riporto un interessante articolo in tema, frutto della penna di Matteo Persivale, pubblicato in questi giorni nella versione online del <<Corriere della sera>>.

Se la terra, come la luna, avesse una faccia nascosta sempre invisibile e misteriosa, il nuovo romanzo di Haruki Murakami sarebbe ambientato lì. Tutto succede nell’arco di nove mesi – tre stagioni divise in tre libri da ventiquattro capitoli ciascuno – di un 1984 che non è esattamente quello registrato dalla storia – e infatti il titolo è 1Q84, in giapponese il numero 9 si pronuncia «ku» come la lettera Q, ma «ku» significa anche «dolore» – e in un Giappone nel quale sembra, progressivamente, esserci qualcosa di sempre più fuori fase (è il Paese dove i terremoti possono essere tanto forti da riuscire a spostare l’asse di rotazione della terra). 1Q84, letto dal «Corriere» in anteprima, bestseller a sorpresa in Giappone nel 2009 (pubblicato in tre volumi separati scatenando la Murakami-mania, uscirà negli Stati Uniti a ottobre presso Knopf e a novembre in Italia da Einaudi), è una storia contemporaneamente lineare e complicatissima. Ci sono due ragazzi: la killer su commissione Aomame (ha qualcosa di simile al dono dell’invisibilità) e l’insegnante di matematica e aspirante scrittore Tengo al quale un editor senza scrupoli dà un incarico (truffaldino) da ghost-writer del libro di una ragazzina-prodigio. Aomame e Tengo, che si sono conosciuti da bambini e si sono innamorati, non si incontrano da vent’anni: vivono separati su quello che Murakami, nell’unica intervista prima dell’uscita del romanzo in Giappone, definì «il lato oscuro della luna» (citando obliquamente, lui che di musica è maniaco, The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd). Takashi Murakami, «If the double helix wake up», 2002, particolare Takashi Murakami, «If the double helix wake up», 2002, particolare Da lì parte una storia – i capitoli e i punti di vista si alternano regolarmente tra Aomame e Tengo – che procede con lentezza tanto esasperante quanto voluta. Prima che Murakami diventasse famoso i suoi libri venivano spesso massacrati dalla casa editrice e il personaggio dell’editor mariuolo di 1Q84 potrebbe essere, perché no, una piccola rivincita personale. Ma la lentezza è indispensabile perché costringe il lettore a tenere il passo dei personaggi, rendendosi conto insieme con loro che qualcosa, nella memoria di Aomame e Tengo, non corrisponde alla realtà. Che c’è qualcosa di inaffidabile: non la loro memoria, ma l’anno 1Q84 nel quale vivono. Tra sette segrete dal sapore apocalittico, pastori tedeschi che si nutrono soltanto di spinaci, primitivi computer dai prezzi esorbitanti e discussioni sull’Isola di Sakhalin di Cechov, sui Fratelli Karamazov di Dostoevskij e su 1984 di Orwell, Murakami scopre le carte e rivela che la struttura di un romanzo tanto complesso poggia sulla musica. «Nella musica religiosa, Dio è sempre presente con la Sua grazia», scriveva Johann Sebastian Bach tra le annotazioni della sua Bibbia. Murakami non è un compositore – anche se da giovane gestiva un piccolo jazz club – ma se anche lui come Bach annotasse su una Bibbia le sue riflessioni, troverebbe tracce di Dio in una marcia militare cecoslovacca (la Sinfonietta di Leos Janacek, il compositore del Caso Makropulos, che Aomame ascolta sul taxi nell’incipit del romanzo e apre anche il secondo libro) come in una canzonetta americana degli anni 30. Quasi mille pagine in inglese, con due traduttori per accorciare i tempi di pubblicazione che si sono dovuti appellare alla Cassazione dell’autore per dirimere le numerose disomogeneità tra i loro scritti, l’uscita nipponica nel 2009 che ha scatenato traduzioni «pirata» diffuse on line e caccia ai contenuti da parte di fans frettolosi, e una copia staffetta americana è da poco stata venduta su eBay per 225 dollari, 166 euro. È il libro più complesso di Murakami, e poggia su quattro semplici versi di uno standard della Hollywood del bianco e nero, anno 1933. It’s Only a Paper Moon, scritta da E.Y. Harburg e Harold Arlen (quello di Over the Rainbow, da Il mago di Oz): «È un mondo da circo Barnum / Che più fasullo non potrebbe essere / Ma non sarebbe un’illusione / Se tu credessi in me». Perché Murakami il giapponese eretico in fuga dall’establishment culturale del suo Paese, Murakami l’umanista che gioca a nascondino con l’incubo orwelliano e che ricevendo il premio Jerusalem ha recentemente regalato al pubblico israeliano una parabola su un uovo che si schianta contro un muro («E non importa quanto abbia ragione il muro e quanto abbia torto l’uovo, io sarò sempre dalla parte dell’uovo»), al caos e alla fatuità del mondo da circo Barnum trova un antidoto teneramente antiquato: l’amore. Anche se impiega quasi mille pagine per farlo: perché ci vuole tempo, al lettore e allo scrittore, per respirare e pensare e camminare allo stesso ritmo. Come ha detto tanti anni fa Jay Rubin, suo storico traduttore americano, «ho sempre avuto l’impressione che Murakami scrivesse per me».

Matteo Persivale


Nuovo numero di “Bonsai & suiseki magazione” con recensione di “Prima neve sul Fuji”

Postato il

Con l’arrivo dell’estate, il desiderio di stare all’aria aperta e in contatto con la natura cresce esponenzialmente; perché allora non sfogliare il nuovo numero di “Bonsai & suiseki magazine” per ricavare qualche idea interessante? Basta cliccare qui per leggere gratuitamente la rivista.
Se oltre al pollice verde siete dotati anche di una certa dose d’amore per la letteratura giapponese, allora vi consiglio di dare un’occhiata a pag. 189 alla mia recensione di Prima neve sul Fuji, una raccolta di racconti firmati Kawabata (qui un assaggio).


Presentazione a Roma del libro “Storie di Uji (Uji shūi monogatari)”

Postato il

Domani, venerdì 29 aprile, alle ore 18, presso Doozo. Art, book and sushi (via Palermo 51-3; www.doozo.it) si terrà la presentazione del volume Storie di Uji (Ed. Casadeilibri, pp. 146, € 16); saranno presenti il traduttore Marco De Baggis e l’editore Lorenzo Casadei. Si tratta di uno dei classici della letteratura giapponese, più precisamente di una raccolta di novelle dai temi e personaggi molto vari.
Per chi non potesse assistere all’evento, ecco la presentazione andata in onda al Tg5 qualche settimana fa: