Categoria: narrativa

“Paprika”: un romanzo, un anime

Il libro di cui voglio parlarvi oggi forse suonerà familiare agli appassionati di manga, sebbene sia un romanzo: sto pensando a Paprika di Tsutsui Yasutaka, uno dei più celebri scrittori di fantascienza giapponese. L’opera è stata pubblicata nella rivista Marie Claire all’inizio degli anni ’90, per poi essere adattata ad anime nel 2006 dal compianto regista Satoshi Kon (qui sotto potete vedere il trailer del film). Da quanto mi è dato sapere, purtroppo non esiste una traduzione italiana del volume; è però reperibile quella inglese.
La vicenda narrata ruota attorno a una nuova rivoluzionaria tecnica di intervento nel trattamento dei disordini mentali: la psichiatra vincitrice del Nobel Chiba Atsuko utilizza il suo alter ego Paprika per intervenire nei sogni altrui e aiutare gli individui a superare i loro problemi. La realtà finisce in tal modo per confondersi al mondo onirico, e viceversa; ed il lettore – così come lo spettatore – non può fare a meno di abbandonarsi a questo fantasmagorico caleidoscopio.

 

Una riflessione inquietante sul femminile: “Il bagno” di Tawada Yōko

E’ bene dirlo subito: ci sono delle storie che non sono per tutti, e Il bagno di Tawada Yōko (ed. Ripostes, pp. 95, 8 €) è una di queste.

Le ragioni sono tante: pochi potrebbero amare le atmosfere vischiose e decadenti che l’autrice dipinge con maestria, le sue lucide allucinazioni, la sofferta ambiguità dei personaggi. Coloro che concepiscono la letteratura come uno spazio piano, solare, razionale sono destinati a rimanere delusi dalla materia magmatica di questo racconto, che si struttura e si decostruisce senza sosta, in un susseguirsi di immagini acuminate e stranianti. Non si tratta, però, di una semplice parata di incubi, ma di un discorso figurativo e letterario che, attraverso l’utilizzo di visioni perturbanti, intende mostrare le difficoltà dell’esser donna, in particolare se di origine giapponese e residente in Europa; Tawada Yōko le conosce bene, dal momento che vive oramai da quasi trent’anni in Germania ed ha avuto modo di sperimentare sulla sua pelle gli stereotipi occidentali circa il femminino orientale.

Pagina dopo pagina, la giovane protagonista del libro – non a caso priva di un nome proprio e incline a riferirsi a se stessa utilizzando la terza persona singolare, come se parlasse di un’altra – è chiamata a confrontarsi con una serie di personaggi che tentano di foggiare per lei un’identità corrispondente ai loro bisogni o ai loro timori.

Ossessionata dal proprio fisico ontologicamente fuori controllo e in perpetuo mutamento (“Si dice che il corpo umano sia composto per l’ottanta per cento di acqua, per cui non c’è da meravigliarsi se ogni mattina allo specchio appare un viso diverso”), la ragazza tenta disperatamente di crearsi un volto e un organismo attraverso inverosimili prodotti di bellezza e ricorrendo agli sguardi indagatori della macchina fotografica di Xander, suo partner, nonché donatore di parola (è lui infatti che le insegna il tedesco, lingua della terra in cui vive) e artefice della donna, modellata affinché corrisponda ai canoni occidentali in materia di fascino nipponico. Gli scatti in cui lei è immortalata risultano in realtà sprovvisti di un soggetto: l’uomo giustifica l’evento inconsueto (“Ciò dipende sicuramente dal fatto che Lei non ha un aspetto abbastanza giapponese”) e modifica di conseguenza l’aspetto della compagna, tingendole i capelli di nero e le labbra di rosso, in ossequio ai più triti luoghi comuni legati al Sol Levante. Non soddisfatto, gestisce il rapporto di coppia con un paio di burattini (lui violinista, lei bambola giapponese rivestita di seta) che manovra a piacere, riducendo del tutto la donna a puro simulacro e contenitore dei suoi desideri.

Una volta acquisita questa identità posticcia, la protagonista si vede derubata anche dell’ultimo baluardo della sua autonomia: lo spettro della donna-ratto – incarnazione dell’individuo emarginato perché non uniformato – le sottrae con l’inganno la lingua, strumento fondamentale per esprimere il proprio pensiero, esercitare la volontà e costruire un io indipendente e libero (solo grazie al suo lavoro di interpete la ragazza potrebbe continuare a mantenersi economicamente, lontana dal proprio paese e da una madre immatura).

Privata dell’identità e ricoperta di squame (segno tangibile di una metamorfosi che la rende sempre più simile a un essere afono e passivo), la giovane è ridotta letteralmente a un fenomeno da baraccone; eppure, persino al circo, viene trattata con sufficienza e crudeltà.

L’incontro con la madre in Giappone, nelle stanze dell’infanzia, approfondisce il baratro: la vecchia che ha davanti, nevrotica e lacrimevole, è la negazione di qualsivoglia modello positivo di redenzione, europeo o nipponico che sia.

La conclusione non può che essere amarissima: la donna, le donne sono costrette dalla società ad alienarsi da sé e a condurre una vita estranea, incapaci di ribellarsi al mutismo e alla reificazione cui sono sottoposte giorno dopo giorno.

Nuovo numero di “Bonsai & suiseki magazione” con recensione di “Prima neve sul Fuji”

Con l’arrivo dell’estate, il desiderio di stare all’aria aperta e in contatto con la natura cresce esponenzialmente; perché allora non sfogliare il nuovo numero di “Bonsai & suiseki magazine” per ricavare qualche idea interessante? Basta cliccare qui per leggere gratuitamente la rivista.
Se oltre al pollice verde siete dotati anche di una certa dose d’amore per la letteratura giapponese, allora vi consiglio di dare un’occhiata a pag. 189 alla mia recensione di Prima neve sul Fuji, una raccolta di racconti firmati Kawabata (qui un assaggio).

Un tè fra amiche

Durante un viaggio in Giappone, qualunque occidentale – appassionato del Sol Levante o semplice curioso – non può resistere alla tentazione di assaggiare qualche varietà di tè locale. Che si tratti di un bancha sorseggiato in fretta o di un raffinato matcha, attraverso questa bevanda – come abbiamo visto già in passato – si ha comunque l’impressione di entrare in contatto con una sfera di tradizioni e percezioni molto diverse dalle nostre (per approfondire, vedi Una stanza tutta per [il] tè), che titillano le nostre papille gustative e i nostri neuroni; persino da un semplice tè fra amiche, come quello descritto da Carla Vasio in Come la luna dietro la luna (saggio-romanzo dedicato alla scrittrice Higuchi Ichiyō), possono emergere le caratteristiche e la raffinatezza della cultura nipponica.

Sono venuta a chiedere l’aiuto di Sachiko [per una traduzione]. Le sue mani affusolate mi porgono una tazza di the verde: con le dita della mano destra la tiene in delicato equilibrio sul palmo della mano sinistra che tende verso di me. Stiamo inginocchiate sui cuscini, nella sua stanza, e guardiamo le ombre del nespolo che in forma di grandi foglie oscillano sui vetri della finestra. Osservo la grazia distaccata dei suoi gesti, come non afferri il cestino dei biscotti ma si limiti a portare la mano verso il manico toccandolo appena: un attimo di apparente esistazione e il piccolo cesto di fili di bambù intrecciati pende dalle sue dita privo di peso. Mentre il dischetto di farina di riso, verde e bianco, dolcissimo, mi si scioglie sulla lingua, mi porge la tazza di un the senza colore, più caldo di quanto io possa sopportare. […]

Immagine tratta da qui.

Brividi dal Giappone: “La confessione” di Kanae Minato

Dal Giappone è arrivato un nuovo, agghiacciante thriller (gentilemente segnalatomi da Barbara, che ringrazio), tanto più inquietante dal momento che vede vittima una bambina uccisa da due alunni della madre, insegnante di scuola media: si tratta de La confessione di Kanae Minato (Giano, pp. 288, € 17; ora qui disponibile a 12,25 su Amazon.it ), da cui è stato ricavato il film Confessions (Kokuhaku) del regista Tetsuya Nakashima, candidato agli Oscar come miglior film straniero (sotto potete vedere il trailer).
Per saperne di più, ecco la presentazione dell’editore:

La rivelazione è di quelle agghiaccianti, soprattutto se a farla è una giovane professoressa che ha da poco perso la sua bambina e ad ascoltarla sono i suoi alunni, la classe alla quale Moriguchi Yuko rivolge un discorso di addio: «La mia Manami non è morta accidentalmente; è stata uccisa da qualcuno di voi».
La figlia dell’insegnante di scienze aveva quattro anni quando, un mese prima della fine dell’anno scolastico alla scuola media S, in una cittadina del Giappone, è stata trovata morta nella piscina dell’istituto. A causa di quello che tutti hanno ritenuto un incidente, la madre ha deciso di abbandonare per sempre il suo lavoro. Ma al termine dell’ultimo giorno di scuola, alla classe che ascolta immobile giunge il glaciale annuncio: lí nella I B, presenti in aula, ci sono due assassini.
Freddamente, quasi scientificamente definendoli A e B, la professoressa rende identificabili ai compagni i due ragazzi e rivela la sua scoperta di come essi abbiano premeditato e compiuto l’omicidio di una bambina indifesa. Inoltre, con altrettanta freddezza, l’insegnante comunica la sua decisione: non ha intenzione di denunciare i due assassini alla polizia. Ha invece già messo in atto una personale vendetta, atroce e immediata ma escogitata in modo che le devastanti conseguenze si manifestino lentamente, affinché i giovani criminali abbiano il tempo di pentirsi e trascorrere il resto dei loro giorni sopportando il fardello della colpa di cui si sono macchiati.
Nelle settimane successive, attraverso un diario, un blog, una lettera, appare in tutta la sua spaventosa portata il perché del gesto compiuto da Nao e Shūya, due adolescenti diversi tra loro ma entrambi apparentemente senza problemi. Dietro lo squilibrio psichico e morale dei due ragazzi, emergono le responsabilità delle rispettive famiglie, tra una madre iperprotettiva e una assente, e di una società dove sempre piú il disagio giovanile sfocia in efferati delitti. E ancora, violente e tragiche, affiorano le conseguenze della vendetta subita, non solo e non tanto sul loro fisico, ma soprattutto sul loro già instabile equilibrio interiore. Fino all’erompere di un’imprevedibile e sconvolgente conclusione.
Come un Delitto e castigo contemporaneo, Confessione svela il nichilismo degli adolescenti perduti del Giappone d’oggi, una società nella quale la capacità di agire con distacco, l’autocontrollo sulle proprie emozioni e reazioni, la lucidità nella follia rendono ancor piú inquietante e apocalittico lo smarrimento delle giovani generazioni.

“Urashima Tarō”: la leggenda giapponese del pescatore e della tartaruga

“Molto tempo fa viveva in Giappone un giovane pescatore di nome Urashima Tarō. Nella nostra storia, lo chiameremo Tarō. Un giorno, mentre lavorava vicino al mare Tarō vide sulla spiaggia alcuni bambini che tormentavano una piccola tartaruga. Il pescatore, che aveva un animo gentile, corse da loro e li convinse a lasciarla libera.”: così inizia Urashima Tarō. Una storia giapponese di Davide Longaretti e Mayuko Tazumi (in italiano e in giapponese con illustrazioni di Davide Longaretti, Mayuko Tazumi; Orecchioacerbo editore, € 13, e ora disponibile su Amazon.it a € 11, 86), una favola  apparsa per la prima volta in Giappone intorno al quindicesimo secolo.
Qui potete leggere la presentazione che riporto e sfogliare online le prime pagine del volume:

Un pescatore – Urashima Tarō – sottrae una tartaruga alle angherie di un gruppo di bambini. Come ricompensa, la regina Othoime lo invita nel suo regno sottomarino dove, tra meraviglie d’ogni sorta, Tarō trascorre giorni davvero felici. Ma la nostalgia si fa sempre più intensa e Taro decide di tornare a casa. Come ricordo, la regina gli dona un prezioso scrigno che egli però non dovrà aprire mai. Al ritorno, Tarō scopre che tutto è cambiato. Il suo paese è diventato una città, una fabbrica ha preso il posto della sua casa, per le strade è tutto un viavai di auto, l’aria è diventata irrespirabile. Triste e desolato va alla spiaggia, si ricorda dello scrigno e lo apre. Una nuvola di fumo bianco lo avvolge. E Tarō invecchia improvvisamente… Un’antica storia giapponese, a metà tra fiaba e mito, riletta in chiave contemporanea e trasformata in una moderna parabola sul rapporto tra uomo e natura. La luminosità dei colori e la limpidezza delle immagini restituiscono l’antico sapore della storia mentre la tecnica con la quale sono state realizzate le tavole -plastilina e computer- dimostra che anche la tecnologia qualche volta va d’accordo con l’ambiente. Forse anche per questo le immagini di Davide Longaretti e Mayuko Tazumi – al loro libro d’esordio – sono state selezionate nel 2007 alla Mostra Illustratori della Fiera Internazionale del Libro di Bologna.

“Pagine giapponesi”: il mio incontro sui libri nipponici in Italia e sulle influenze del Sol Levante nella nostra letteratura

Lo sapevate che significativi scrittori del nostro paese, quali Sanguineti, Calvino, Saba e Pasolini, si sono ispirati alla cultura e alla letteratura giapponese in diverse loro opere? E sapevate anche che il più celebre adattamento cinematografico nostrano di un romanzo giapponese porta la firma di Tinto Brass?
Se avete voglia di scoprirne di più in proposito, siete tutti invitati all’incontro che terrò mercoledì 1 giugno, alle ore 18, presso Doozo art book & sushi (Via Palermo 51-53, Roma), dal titolo Pagine giapponesi, in cui traccerò una breve storia della pubblicazione di volumi giapponesi nel nostro paese e parlerò delle suggestioni nipponiche rintracciabili nei libri di alcuni scrittori italiani (oltre a quelli citati all’inizio del post, ricordo Baricco, Parise, D’Annunzio, Vasio, etc.).
Questa è la presentazione ufficiale dell’evento:

Nel 1854, dopo un isolamento volontario durato circa due secoli, il Giappone apre di nuovo le sue frontiere e inzia a stipulare trattati commerciali con le nazioni straniere: non solo ciò favorisce la conoscenza e lo studio del Sol Levante in occidente, ma determina anche la nascita di un importante movimento culturale, il japonisme, che si propone di adattare all’arte europea figure, caratteristiche e stilemi derivati da quella nipponica, spesso attraverso il filtro dell’esotismo. Da questi fermenti non è immune neppure l’Italia, dove, dalla fine del XIX sec., si sviluppa interesse per le “giapponeserie”: si pensi, per esempio, alla “Madama Butterfly” di Puccini e all'”Iris” di Mascagni, oppure ad alcuni versi di D’Annunzio, Saba e Govoni.
Parallelamente, la pubblicazione di testi estremo-orientali – in un primo momento riguardanti soprattutto storie di guerra o d’amore – inizia a muovere i primi passi, ma soltanto dopo la seconda guerra mondiale (in particolare dagli anni Ottanta) la produzione letteraria giapponese riesce ad acquisire sempre più spazio nell’editoria nostrana e un maggior numero di lettori, grazie all’impegno di ottimi traduttori e alla creazione di apposite collane (prima fra tutte, “Mille gru” di Marsilio).
Nel corso degli anni, il fascino della cultura nipponica si è andato consolidando, come testimonia l‘esperienza di numerosi scrittori (Calvino, Baricco, Parise, Sanguineti, Vasio, Bacchini, ecc.), che hanno saputo fecondare in modo originale la nostra letteratura con suggestioni provenienti dal Giappone.

Qui a lato: James Tissot, La Japonaise au Bain, 1864

La bellezza salverà (ancora) il mondo?

Oggi ho scoperto un affascinante racconto di Jorge Luis Borges dedicato al Giappone, intitolato Della salvezza con le opere, che contiene chiari riferimenti alla mitologia nipponica (in particolare al Kojiki) e alla cultura occidentale, soprattutto biblica.
Per me è stato inevitabile pensare che l’accenno ivi contenuto alla potente “arma invisibile” alluda all’energia atomica, utilizzata a fini bellici, cui viene contrapposta la nuda semplicità delle diciassette sillabe che compongono uno haiku. Tra pochi giorni, in Italia, saremo chiamati a votare per un referendum riguardante il nucleare: continueremo a sperare che la bellezza salvi da sola il mondo, o ci impegneremo anche noi in prima persona?

In un autunno, in uno degli autunni del tempo, le divinità dello Shinto si riunirono, non per la prima volta, a Izumo. Si dice che fossero otto milioni, ma sono un uomo molto timido e mi sentirei un po’ sperduto tra tanta gente. Inoltre, non conviene maneggiare cifre inconcepibili. Diciamo che erano otto, giacché l’otto è, in queste isole, di buon augurio.
Erano tristi, ma non lo parevano perché i volti delle divinità sono Kanjis che non si lasciano decifrare. Sulla verde cima di un colle si sedettero in tondo. Dal loro firmamento o da una pietra o da un fiocco di neve, avevano sorvegliato gli uomini. Una delle divinità disse:

Molti giorni, o molti secoli fa, ci riunimmo qui per creare il Giappone e il mondo. Le acque, i pesci, i sette colori dell’arcobaleno, le generazioni delle piante e degli animali, ci sono riusciti bene. Affinché tante cose non li opprimessero, demmo agli uomini la successione: il giorno plurale e la notte unica. Concedemmo loro anche il dono di provare alcune variazioni. L’ape continua a ripetere alveari; l’uomo ha immaginato strumenti: l’aratro, la chiave, il caleidoscopio. Ha anche immaginato la spada e l’arte della guerra. Ha appena immaginato un’arma invisibile che può essere la fine della storia. Prima che accada questo fatto insensato, cancelliamo gli uomini.

Si misero a pensarci. Un’altra divinità disse senza imbarazzo:

E’ vero. Hanno immaginato quella cosa atroce, ma anche questa che sta nello spazio che abbracciano le sue diciassette sillabe.

Le scandì. Erano in un idioma sconosciuto e non potei intenderle.

La dinità maggiore sentenziò:

Che gli uomini perdurino.

Così, per opera di un haiku, la specie umana si salvò.

Jorge Luis Borges, Della salvezza con le opere, in Atlante (cit. da Tutte le opere – vol. II, Mondadori, 2003, pp. 1421-1423)

Voci da occidente: “Mizumono” di Francesca Scotti

Tutti coloro che si cimentano nello scrivere del Giappone (così come di qualunque paese lontano) rischiano spesso di infrangere la sottile soglia che distingue la fascinazione per l’Altro da un esotismo autoreferenziale; per questa ragione, leggendo alcuni testi – seppur piacevoli o fondati su ottime intenzioni – si ha purtroppo l’impressione che il punto di registrazione della realtà nipponica (sociale, storica, percettiva, etc.) sia inevitabilmente esterno a essa e permeabile a infiltrazioni estetizzanti o esterofile, nonché a stereotipi e pregiudizi.
Al contrario, tutta la raccolta Mizumono di Francesca Scotti (ed. Il Robot adorabile, arricchita da una bellissima tempera di Adalberto Borioli) mi è parsa bisbigliata da un angolo in penombra dello stesso Giappone, un cantuccio intimo e silenzioso, in comunicazione però con un universo sottile e poetico, a tratti surreale, mai sconfinante nell’onirismo solipsistico.
Ciascuno dei tre brevissimi racconti che compongono l’opera (consultabili qui, nel sito del nuovo libro dell’autrice, Qualcosa di simile) getta uno sguardo su un (non) luogo diverso in cui scorre l’esistenza lieve di un microcosmo senza tempo, scandita da un linguaggio minimo ed esatto, capace di far affiorare con naturalezza le parole dalla superficie della pagina.
La continuità fra brano e titolo fa sì che la narrazione scorra via in un respiro, fondendo insieme la dimensione testuale con quella extratestuale in cui si muove il lettore, letteralmente imprigionato nelle maglie della storia. E così ci smarriamo anche noi nella folla festante di un matsuri, tra incensi e fuochi d’artificio, spettatori impotenti di una piccola tragedia; i nostri piedi si bagnano nelle acque grigie e calde d’un villaggio di pescatori di granchi, mentre i nostri passi già si perdono in un quartiere dimenticato d’una città qualunque, per attraversare l’eternità con un Daruma.

Tutti coloro che si cimentano nello scrivere del Giappone (così come di qualunque paese lontano) rischiano spesso di infrangere la sottile soglia che distingue la fascinazione per l’Altro da un esotismo autoreferenziale; per questa ragione, leggendo alcuni testi – seppur piacevoli o fondati su ottime intenzioni – si ha purtroppo l’impressione che il punto di registrazione della realtà nipponica (sociale, storica, percettiva, etc.) sia inevitabilmente esterno a essa e permeabile a infiltrazioni estetizzanti o esterofile, nonché a stereotipi e pregiudizi.
Al contrario, tutta la raccolta
Mizumono di Francesca Scotti (ed. Il Robot adorabile, arricchita da una bellissima tempera di Adalberto Borioli) mi è parsa bisbigliata da un angolo in penombra dello stesso Giappone, un cantuccio intimo e silenzioso, in comunicazione però con un universo sottile e poetico, a tratti surreale, mai sconfinante nell’onirismo solipsistico.
Ciascuno dei tre brevissimi racconti che compongono l’opera (consultabili qui, nel sito del nuovo libro dell’autrice,
Qualcosa di simile) getta uno sguardo su un (non) luogo diverso in cui scorre l’esistenza lieve di un microcosmo senza tempo, scandita da un linguaggio minimo ed esatto, capace di far affiorare con naturalezza le parole dalla superficie della pagina.
La continuità fra brano e titolo fa sì che la narrazione scorra via in un respiro, fondendo insieme la dimensione testuale con quella extratestuale in cui si muove il lettore, letteralmente imprigionato nelle maglie della storia. E così ci smarriamo anche noi nella folla festante di un matsuri, tra incensi e fuochi d’artificio, spettatori impotenti di una piccola tragedia; i nostri piedi si bagnano nel
le acque grigie e calde d’un villaggio di pescatori di granchi, mentre i nostri passi già si perdono in un quartiere dimenticato d’una città qualunque, per attraversare l’eternità con un Daruma.

Conferenza sulla letteratura giapponese al femminile a Roma

A chi domani, venerdì 20 maggio, ha la possibilità di trovarsi in quel di via Nazionale, a Roma, consiglio di assistere alla conferenza della prof.ssa Giuliana Carli, che avrà luogo dalle 18 presso Doozo. Art, books and sushi (via Palermo 51-53), dal titolo dal titolo “Le maglie larghe della scrittura delle donne in Giappone. Metamorfosi e trasmutazioni nei canoni della letteratura femminile”.
Questa la presentazione dell’evento:

La scrittura delle donne in Giappone ha origini molto antiche. Si è evoluta con lunghe, riconoscibili pause fortemente legate al mutamento di status delle donne nel corso della storia. Dall’antichità fino al dopoguerra incontriamo scrittrici come Ono no Komachi, Murasaki Shikibu, Higuchi Ichiyō, Yosano Akiko, Miyamoto Yuriko, Hayashi Fumiko, nomi in grado, da soli, di evocare intere epoche. Di certo non basta più ascrivere alla vecchia voce joryubungaku, letteralmente la “corrente letteraria femminile”, i nomi di autrici come Kirino Natsuo, Ogawa Yōko o l’icona Banana Yoshimoto.
Curiosamente, però, nella raffinata ricerca letteraria della contemporaneità sono rintracciabili gli echi di temi e stili che hanno caratterizzato la letteratura classica delle donne, quella joryubungaku che, pur nello stigma, ha gettato le basi di una produzione femminile che non ha eguali al mondo e che per questo incuriosisce un pubblico vasto e non più eminentemente di sole donne.