Categoria: narrativa

Condividiamo un tè al gelsomino

Approfitto di questo post della Stanza del tè per dare man forte a Francesca di Una stanza tutta per (il) tè nella sua campagna a favore del gelsomino: poiché il fiore è di recente assurto a simbolo della rivolta tunisina, la Cina ha pensato bene di bandirlo per ragioni politiche. In questo modo, rischia però di scomparire anche una delle bevande tradizionali più celebri e amate del paese, vale a dire il tè al gelsomino che, nel corso degli anni, ha conquistato anche il Giappone per la sua piacevolezza e i suoi effetti benefici, come ricorda anche Maruya Saiichi, scrittore e critico letterario nipponico, in un brano tratto dal racconto Sable Moon.
Prima di immergervi nella lettura di oggi, scegliete una musica rilassante di sottofondo, poi mettetevi comodi e sorseggiate una bella tazza di tè. Al gelsomino, ovviamente.

Ritornai nello spogliatoio e mi gettai sul letto. Un ragazzo di bell’aspetto mi portò una tazza bollente di tè al gelsomino. La bevvi sdraiato nel letto, e a ogni sorsata sentivo come se uno zampillo di sudore fosse schizzato via dal mio corpo. Il ragazzo mi deterse delicatamente con un asciugamano fresco. Entrò il pedicure e bagnò le dita dei piedi e le unghie, sistemò la pelle spessa del tallone, mi lisciò i calli, cambiando i suoi strumenti di volta in volta. Completata l’opera, lasciò la stanza in silenzio. Al suo posto entrò un massaggiatore e iniziò a lavorare senza dire una parola. Forti e sensibili, i palmi e le dita scorrevano sul mio corpo, cercando e trovando i covi e le radici dei muscoli tesi, premendo, frizionando, pizzicando, accarezzando e sciogliendo i nodi. […] Dalle forti dita del massaggiatore scaturiva una nebbiolina rinfrescante. Il mio peso si dileguò e mi dissolsi in un dolce sonno.

Foto tratta da qui.

Viaggi, teiere e parole

“Ogni viaggio, un tè; ogni tè, un viaggio”, sembra raccontarci Francesca, nella sua Stanza tutta per (il) tè. E così mi permetto di condividere con voi, in questo consueto spazio dedicato al tè,  qualche mio ricordo.

Durante il mio brevissimo soggiorno in Giappone, ho cambiato diverse camere da letto; in ognuna di queste, per quanto modesta fosse, avevo sempre la certezza di imbattermi almeno in un bollitore per l’acqua e in una coppia di tazze, spesso accompagnate da qualche bustina di tè o, nei casi più fortunati, da un sacchetto di foglie odorose verde scuro.

L’unica volta che ebbi la fortuna di trovare una teiera fu in un ryokan con un certo sapore retrò, perso in un angolo d’una cittadina termale, con fontane pubbliche stillanti acqua calda. Intirizzita dal freddo pungente, accoccolata sui tatami, appena arrivata nell’enorme stanza che mi avevano inaspettatamente riservato (un privilegio dovuto al fatto che il mio ragazzo e io per puro caso fummo i primi occidentali a metter piede lì, ci spiegarono al momento della partenza), cercai l’occorrente per preparare un tè bollente. Schiudendo una scatola laccata, sbucò una piccola teiera, con grandi fiori simili a crisantemi azzurri dipinti sulla superficie candida e lucida.

Qualche giorno fa, sfogliando La cartella del professore di Kawakami Hiromi (di cui ho già parlato qui), mi sono imbattuta in un brano dedicato alle teiere. Ho sorriso ripensando al mio viaggio e ho sorseggiato un tè. Giapponese, naturalmente.

[…] – Prof? – ho detto di nuovo. Niente, nessuna risposta. Era totalmente concentrato. Quando l’ho chiamato ancora a voce alta, ha sollevato la testa. – Vuole dare un’occhiata? – ha detto di punto in bianco. E, senza darmi il tempo di rispondere, ha posato il giornale aperto sui tatami, ha aperto i fusuma ed è passato nella stanza contigua. Ha tirato fuori dei piccoli oggetti da una vecchia credenza ed è tornato con le braccia cariche. Erano delle porcellane. È andato e venuto piú volte tra la stanza di otto tatami e quella accanto.
– Ecco qua, guardi, – ha detto socchiudendo gli occhi, mentre allineava con delicatezza le porcellane sui tatami. Avevano tutte un manico, un coperchio e un becco. – Prego, le guardi pure.
– Mhn. Cosa potevano mai essere? Osservandole, mi pareva di averle già viste da qualche parte. Erano tutte di fattura piuttosto rozza. Delle teiere, forse? Ma cosí piccole?
Sono teiere da treno, – ha detto il professore.
– Teiere da treno? – Un tempo la gente, prima di mettersi in viaggio, alla stazione insieme al bentō comprava una di queste. Adesso il tè è in bottigliette di plastica, ma una volta lo si vendeva in queste teierine da portare in treno.
In fila sul tatami ce n’erano piú di dieci. Chiare, scure, di vari colori… Anche le forme erano tutte diverse. Alcune avevano il becco piú grosso, altre il coperchio piú piccolo, altre piú spesse, altre ancora erano piú panciute. – Le colleziona? – ho chiesto. Lui ha scosso la testa.
– Le ho semplicemente comprate insieme ai bentō tanto tempo fa, in occasione di qualche viaggio. Questa l’ho comprata l’anno in cui sono entrato all’università, quando sono andato nella regione di Shinshū. Questa durante le vacanze estive: stavo andando a Nara con un collega, sono sceso per comprare il bentō per tutti e due, e il treno è ripartito prima che riuscissi a salire. Questa invece risale al mio viaggio di nozze, a Odawara. Perché non si rompesse mia moglie l’ha avvolta in un foglio di giornale e l’ha cacciata tra i vestiti, se l’è portata dietro per tutto il tempo.
Indicando una per una le teiere allineate sul tatami, il professore me ne spiegava l’origine. Io annuivo, dando risposte vaghe. […]

Foto tratta da qui.

“Il kimono rosso”, storia di una cortigiana

Dopo il successo di Memorie di una geisha, sembra esser nato un vero e proprio filone letterario per cavalcare l’onda e attrarre lettori più o meno incuriositi dal Giappone.
Come avrete intuito, il libro di oggi si colloca perfettamente in questo quadro; più che per sue intrinseche qualità, ne parlerò per dovere di cronaca. Già il titolo, Il kimono rosso (Piemme, pp. 420, € 19,50; ora disponibile su Amazon a € 12,68 cliccando qui), la dice lunga; se poi si aggiunge che l’autrice, Lesley Downer, ha al suo attivo anche Geisha e L’ultima concubina, direi che tutto si fa ancora più chiaro. Consola in parte soltanto il fatto che la scrittrice abbia a lungo vissuto nel Sol Levante.
Malgrado le mie perplessità sul genere “kimono e ventaglio”, vi lascio la presentazione del volume, edito da poche settimane, e il pdf con le prime pagine dell’opera:

Hana indossa il suo kimono da cerimonia; i capelli lunghi fino a terra sono spalmati d’olio e raccolti in un’acconciatura ordinata, come vuole la tradizione. Saluta il comandante Yamaguchi, suo marito, che sta partendo per combattere i ribelli del Sud e difendere lo shogun e il suo Paese. Malgrado non sia innamorata del comandante, la giovane e bella Hana si è sempre comportata secondo le consuetudini, per sentirsi adeguata al suo ruolo di moglie. Rimasta sola, custodisce la loro casa, mentre lo scontro tra i ribelli e l’esercito imperiale si avvicina e si fa sempre più sanguinoso e violento. Ora anche Hana è in pericolo e, nonostante sappia usare con maestria l’alabarda giapponese, deve arrendersi e fuggire.
Un breve viaggio pieno di ostacoli, al termine del quale viene accolta dai colori, suoni e profumi di Yoshiwara, il quartiere del piacere di Tokyo. Una casa per cortigiane diventa il suo rifugio, e la sua vita prende una direzione imprevista.
Inizialmente intenzionata a raggiungere il marito, Hana trova nella casa un calore umano che mai aveva conosciuto e viene a poco a poco attratta dall’atmosfera vitale e vivace del quartiere. Scoprendo dentro di sé una sensualità fino a quel momento ignorata, si trasforma in una perfetta cortigiana e assapora per la prima volta il gusto della libertà e il sottile piacere della seduzione. Ma è Yozo, un coraggioso soldato, a cambiarle definitivamente la vita. Sfuggito alla cattura dei suoi nemici, si dirige nell’unico posto in cui un uomo sa di essere al sicuro: Yoshiwara. Nella città che non conosce il sonno, Yozo e Hana s’incontrano e s’innamorano, ma il ragazzo nasconde un segreto che, una volta rivelato, incomberà come una minaccia sulle loro vite, oscurando la loro felicità.

Presentazione a Roma del libro “Storie di Uji (Uji shūi monogatari)”

Domani, venerdì 29 aprile, alle ore 18, presso Doozo. Art, book and sushi (via Palermo 51-3; www.doozo.it) si terrà la presentazione del volume Storie di Uji (Ed. Casadeilibri, pp. 146, € 16); saranno presenti il traduttore Marco De Baggis e l’editore Lorenzo Casadei. Si tratta di uno dei classici della letteratura giapponese, più precisamente di una raccolta di novelle dai temi e personaggi molto vari.
Per chi non potesse assistere all’evento, ecco la presentazione andata in onda al Tg5 qualche settimana fa:

http://www.youtube.com/watch?v=FgJio7bcXeA

“Fare l’amore” a Tokyo. E basta.

A forza di cercare sempre libri legati al Giappone o ambientati in quei paraggi, si è forse attivata in me una specie di calamita che mi permette di pescare volumi di tal genere tra gli scaffali affollati delle biblioteche o delle librerie. E così, quando qualche giorno fa, dando un’occhiata alla quarta di copertina di Fare l’amore di Jean-Philippe Toussaint (ed. nottetempo, pp. 152, € 13), ho letto che le vicende si svolgono nel Sol Levante, ho preso il volume senza esitare.
Le delusioni, però, sono arrivate ben presto, a causa dei numerosi cliché in cui è possibile imbattersi pagina dopo pagina. La trama, piuttosto semplice, racconta la dolorosa fine di un amore tra un uomo e una donna francesi durante un soggiorno di lavoro a Tokyo; la narrazione è infatti scandita dai momenti di esasperazione del protagonista, che tenta di rompere con Marie, prototipo dell’artista bellissima e maledetta. I due – nei (rari) momenti in cui non litigano o non pensano al sesso – compiono tutti quei gesti tipici da gaijin (ossia stranieri) fuoriposto: bisticciano per strada, non rispettano elementari regole di educazione e non si preoccupano di imbarazzare chiunque abbiano davanti.
I giapponesi non fanno una figura migliore: ridotti a figurine o automi, si limitano a sorridere e ad annuire senza comprendere cosa accade intorno a loro.
Tokyo e Kyoto, infine, appaiono come meri fondali della passione distruttiva degli amanti; non a caso, buona parte della poetica del libro potrebbe essere riassunta nell’affermazione che chiude il primo capitolo: “il giorno si levava su Tokyo, e io le infilai un dito nel buco del culo.”

Recensione de “La scuola della carne” di Mishima a cura di M. Soldo

Oggi ospito con piacere un contributo di Mariella Soldo (http://mariellasoldo.wordpress.com ), vale a dire la recensione de L’école de la chair (letteralmente La scuola della carne), un libro di Mishima ancora inedito in Italia. Buona lettura.

Il mercato dell’amore: passioni in vendita

L’école de la chair – che tradotto letteralmente vuol dire La scuola della carne – è un romanzo di Mishima non tradotto in Italia, ma ci hanno pensato i nostri cugini francesi, più attenti e sensibili, soprattutto da più tempo rispetto agli italiani, alla cultura orientale. Il testo è stato tradotto direttamente dal giapponese da Yves-Marie e Brigitte Allioux per Folio-Gallimard nel 1993, trent’anni dopo l’uscita del romanzo in Giappone.

Alcune domande restano ancora senza risposta: come mai L’école de la chair non è stato tradotto in Italia? Qual è stata la politica adottata dalle grandi case editrici che hanno pubblicato quasi tutto su Mishima, anche piccoli testi, a non rendere in italiano anche quest’ultimo? È una politica di svista o molto furbamente non si traduce uno scritto per i suoi temi al limite della morale?
Taeko, la protagonista del romanzo, è una donna sulla quarantina, dotata di estremo fascino ed eleganza. Ogni suo gesto, ogni suo movimento, è l’espressione sublime della sensualità: Posò con forza l’anello sul pianoforte e afferrò la punta di uno dei suoi guanti fra i denti, per farlo scivolare più velocemente. L’ebbrezza incominciava a farle girare la testa. “ Smettila, Taeko, finirai per sporcare i guanti con il rossetto!”. – È più erotico così, non trovi?”. La donna fa parte di quella società alto borghese nipponica post-guerra che ha abbandonato le tradizioni del proprio paese per aprirsi totalmente ai costumi dell’occidente. Divorziata, annoiata, Taeko conduce una vita senza margini: libera e indipendente. Possiede una casa di moda, è a contatto con gli alti funzionari dello stato e partecipa assiduamente ai più famosi cocktail mondani. Una sera incontra in un famoso bar frequentato da omosessuali, chiamato non a caso Hyacinthe (Giacinto, sicuramente un riferimento alla mitica leggenda che vede protagonista l’amore di Apollo per Giacinto), il giovane Senkichi “la cui bellezza si incontra raramente in questo mondo”. Il piccolo Sen, come viene comunemente chiamato dai suoi amici, è descritto nel romanzo come una divinità greca, come una statua abilmente scolpita, ma che cela, dietro la sua immortale perfezione, un lato oscuro, quasi impenetrabile, persino alla stessa Taeko: A volte, quando in uno di quei momenti morti lasciava errare il suo sguardo nel vuoto, si sarebbe potuto scorgere, sotto la curva armoniosa delle sue sopracciglia, la malinconia della giovinezza. Il giovane uomo sarebbe disposto a tutto per i soldi, andrebbe a letto con chiunque, pur di arrivare nell’alta società. Il consiglio che Teruko, il travestito con cui Taeko stringe amicizia, è di lasciar perdere. Ma la sensualità che ormai ha invaso ogni cellula del corpo della donna è più forte della paura e del probabile inganno. Dopo un solo sguardo, Senkichi è già in lei, nella sua intimità più nascosta. Taeko decide di sedurlo e di fatto ci riesce.

Dopo i primi incontri, tra i due amanti s’instaura immediatamente una perfetta, ma altrettanto complessa, complicità. Non si abbandonano da subito ai richiami del corpo, si sfiorano e si scrutano con baci intensi, profondi: E quel bacio! La sua bocca conservava il ricordo di un sapore oscuro che prendeva al cuore, un gusto che nessun altro uomo le aveva fatto provare. Sembrava che Taeko non avrebbe mai più potuto dimenticarlo e che, se si fossero separati in questa maniera per sempre, quel bacio sarebbe stato il più lancinante dei ricordi, la tortura permanente del suo cuore. Taeko, immersa nelle ingannevoli dolcezze della passione, teme ogni stante che tutto possa finire da un momento all’altro: Ma si rese subito conto che quella simpatia reciproca che aveva creduto di veder nascere tra lei e Senkichi, quella sensazione che i loro cuori si capivano bene non era altro che una dolce illusione.

Il loro legame diventa uno scambio di male continuo che, paradossalmente, non fa altro che avvicinarli. Taeko e Senkichi s’incontrano così in quel gioco pericoloso che tiene unita la vittima al carnefice, gioco che continua nei sensi, fra candide lenzuola e che permette a Taeko di dimenticare ogni precedente relazione. Il piccolo Sen stava diventando la sua forma assoluta di erotismo e piacere, in cui ogni forma di paragone non è più possibile. Ama la freddezza del giovane uomo, la sua distanza dal mondo e dalle cose, persino la distanza che separava Sen da se stessa, ma più di tutto, la donna è attratta dal potere che il giovane corpo di Senkichi emana, quel potere di eternità, di infinito: Ciò che conta per una donna non è la bellezza, ma la giovinezza.

Per dominare totalmente Sen, Taeko gli chiede di vivere insieme, ma ad una sola condizione, forse la più preziosa per un legame profondo che può nutrirsi in eterno grazie alla leggerezza: Vengo ad abitare qui con te ad una sola condizione. Anche se viviamo insieme non devi assolutamente sconfinare nella mia libertà, altrimenti sarai tu a perdere. È chiaro? – Sì, capisco… ma lo so fin dall’inizio. – Sicuro? Insistette Senkichi. – Perché pensi che si possa limitare la libertà qualcuno come te?

Così Sen non rinuncia per nessuna cosa al mondo alla sua libertà, ma, nonostante i suoi sforzi, a Taeko risulta difficile dominare la sua gelosia, che spesso resta muta, in onore di quel perfido accordo. In casi come questi, la donna deve crearsi un’arma per sopravvivere alla libertà di Senkichi, un’arma diabolica che mette in discussione i suoi sentimenti verso il ragazzo, che dà la morte ai suoi ideali, al suo amore. Per amare Senkichi e non soffrire, Taeko deve giungere alle sue profondità meschine, abbassandosi alla sua superficialità. Lei deve essere necessariamente ciò che non è per tenere stretta a sé Senkichi: Dal momento che per vivere con me devi conservare una totale libertà, ho pensato che posso farlo io, dovrebbe essere la stessa cosa. È la mia unica possibilità di salvezza. I misteri mi fanno orrore, come tutti quei piccoli segreti che finiscono col rendermi nervosa. A partire da adesso, presentami tutte le tue amiche. Posso giurarti che non ti darò fastidio. Ma, in cambio, forse anch’io potrei avere un’avventura, uno di questi giorni, per preservarmi. In quel caso ti presenterò la persona in questione, apertamente, e ti chiederò l’approvazione… Come spiegarti meglio? Credo che siamo giunti a un punto in cui dobbiamo rinunciare a ogni ipocrisia. L’ipocrisia lasciamola alle coppie ordinarie… Dobbiamo essere complici, piuttosto…come dei fuorilegge!
A partire da questo momento, Taeko inizia a indossare una maschera che non le appartiene, mentre Senkichi, con il suo vero volto, maschera di se stesso, inizia il lungo cammino verso l’inganno e la menzogna. La donna tradisce Senkichi con un uomo d’affari, non per desiderio, ma per un volere ben esplicito: colpire gli argini del ragazzo, irrompere nel suo mondo di ghiaccio e finzione, scuoterlo nel petto, nell’anima, nella carne. Aveva venduto il suo corpo per donare a Senkichi uno spettacolo di dolore, così pensava, ma l’uomo reagì con la sua solita freddezza: quelli erano i patti, gli stava bene così! Ma il piccolo Sen tramava qualcosa di più diabolico, che la donna scopre per caso: vuole sposare Satoko, figlia di un uomo molto potente e ricco, ma nel frattempo non rinuncia ai suoi incontri amorosi con altri uomini. Taeko, dopo averlo fatto pedinare da un investigatore privato, ottiene le foto dei suoi rapporti clandestini. Potrebbe ricattarlo e far saltare così il suo matrimonio con la rispettabilissima famiglia Muromachi, ma cede ancora una volta alle debolezze del suo amore e decide addirittura di adottarlo: È tutto finito!

A questo punto Teruko, il travestito che lavora al Hyacinthe, durante l’ultima conversazione con Taeko, apre una questione che resta senza risposta: Anch’io un tempo lo avevo amato, da morire… Ma, comunque, era davvero un uomo orribile! Amore e laidezza possono convivere? Con quali risultati se non quelli del dolore? Cosa ci fa andare oltre quel volto, oltre quell’inganno della bellezza? E di cosa ci innamoriamo realmente, dell’illusione o della realtà? Anche Taeko si pone le stesse domande: Taeko capì immediatamente che quell’essere che aveva tanto amato era soltanto una chimera nata dai suoi stessi sogni. Forse, a volte, la bellezza è così avvolgente che inganna la nostra vista. Forse, nel momento in cui scopriamo, per caso, la bellezza in qualcuno, in realtà, stiamo inventando un romanzo, una finzione. Siamo noi l’inganno o il quadro che abbiamo dinanzi?

Dopo il male, dopo la crudeltà, Taeko abbandona i suoi sogni e sprofonda nuovamente nella purezza della sua solitudine, quel luogo a lei caro, fatto di ricordi, istanti, fotografie di momenti che, a contatto con l’acqua, sbiadiscono: Avrebbe realmente amato l’uomo che le stava di fronte quando sarebbe giunta a metà strada della sua vita, ma lui l’aveva fatta soffrire con una perfidia che oltrepassava ogni immaginazione. La sua cattiveria intrinseca, i suoi calcoli avidi erano così evidenti che non lasciavano più spazio al sogno.

Mishima ci mostra con questo romanzo che non esiste una scuola della carne, che non si può imparare a gestire il mistero della sensualità, perché nella pelle si cela l’inganno dei sensi.

Con delicata crudeltà, l’autore giapponese rappresenta il mercato dell’amore, in quella fredda agorà del cuore dove tutto si vende, persino i sentimenti e dove la passione è una moneta che vale più dell’oro.
Mariella Soldo

Kawabata e l’acqua per il tè

I libri, forse, possono dividersi in due gruppi: da un lato, ci sono quelli che devi leggere nel posto giusto per gustarli appieno; dall’altro, quelli che ti portano dove vogliono loro, in qualunque luogo li sfogli.  Quest’ultimo è per me il caso delle raccolte di Kawabata Yasunari, forse perché nessun racconto somiglia al precedente; si può percepire una sorta di fil rouge che accomuna le sue storie, ma – nel momento di descriverlo – ecco che vengono a mancare le parole.

Forse la sede più adatta per perdersi in Cristantemo nella roccia, la novella che ho scelto con Francesca per la Stanza del tè, potrebbe essere un giardino giapponese, quieto, quasi dimenticato. Eppure, io l’ho letta in una fredda sera di marzo, aspettando un autobus che non voleva mai arrivare, tra un parcheggio vuoto e i neon di un supermercato. Avevo però l’impressione di essere dall’altra parte del mondo, davanti alla roccia umida che dà il titolo alla narrazione; e il rumore dell’acqua del tè, cui Kawabata accenna, mi riscaldava.

In questo breve brano che oggi vi presento, troveremo un personaggio già conosciuto, vale a dire  Sen no Rikyū, uno dei più importanti maestri della cerimonia del tè, coerente con la sua scelta di vita per l’eternità;di lui ci parla più approfonditamente Francesca nella sua Stanza tutta per (il) tè, ricca di profumi e suggestioni. Buona lettura.

Pur abitando nella valle del Kakuenji, con le sue magnifiche tombe di pietra, ho scoperto per la prima volta la bellezza di quest’arte a Kyōto quando, nel Daitokuji, vidi il prezioso stupa [monumento buddhista che spesso custodisce reliquie] che orna la tomba di Sen no Rikyū e la lanterna di pietra che orna quella di Hosokawa Sansai. Sia lo stupa che la lanterna sono opere per cui Rikyū e Sansai nutrivano una vera predilezione, e furono essi a sceglierle per le proprie tombe. Per questo sin dall’inizio le guardiamo come opere d’arte di cui questi grandi maestri del tè avevano riconosciuto la bellezza. E forse per l’atmosfera del mondo del tè che evocano in noi, in essesto avvertiamo un senso di familiarità e calore che raramente si prova davanti a vecchie pietre tombali.

Nella parte del prezioso stupa di Sen no Rikyū che dovrebbe corrispondere all’entrata, la pietra è stata scavata, e si dice che, accostando l’orecchio a quella cavità, si possa sentire un rumore sommesso, come di vento che soffia tra i pini. E’ il rumore dell’acqua che bolle per il tè.

Kawabata Yasunari, da Cristantemo nella roccia (tratto dalla raccolta Prima neve sul Fuji)

Foto tratta da qui.

Sushi, amore e fantasia: “La cartella del professore” di Kawakami

In questo periodo di gloria dei foodblogger, in cui sembra che il cibo abbia acquisito un nuovo significato a tavola e nella cultura (nonché un significativo ritorno economico, vista la messe di trasmissioni televisive e volumi dedicati all’argomento), mi pare che gli editori nostrani si stiano sforzando di pubblicare libri a sfondo gastronomico, in cui amore e ingredienti vadano a braccetto. E così, dopo Il ristorante dell’amore ritrovato, ci ritroviamo oggi a parlare de La cartella del professore di Kawakami Hiromi (Einaudi, pp. 186, € 18,50; acquistabile, cliccando qui, su Amazon a € 12,03 ). Per leggerne l’incipit, vedi qui.
La quarta di copertina introduce così il libro, fresco di stampa:

Tsukiko ha poco meno di quarant’anni.
Vive sola, e dopo il lavoro frequenta uno dei tanti piccoli locali di Tokyo dove con una modica spesa si possono mangiare ottimi manicaretti e bere qualche bicchiere di  birra o di sake. È un’abitudine molto diffusa fra gli uomini della metropoli, meno fra le donne. In una di queste occasioni incontra il suo insegnante di giapponese, che riconosce, malgrado i tempi del liceo siano ormai lontani, quando lo sente ordinare le stesse pietanze. Tsukiko e il prof, come lei lo chiama, iniziano a parlare e trovano subito un‘intesa nella loro passione per il cibo. Fagioli fermentati con tonno, frittelle di radici di loto, scalogni sotto sale e altre leccornie della delicata cucina giapponese accompagnano gli incontri mai programmati, ma non per questo meno frequenti, di due persone così diverse eppure simili nella quieta accettazione della propria solitudine, e ogni incontro rappresenta un impercettibile avvicinamento, serve a chiarire dubbi e fraintendimenti. Ma la donna fatica a trovare una sua dimensione adulta, e il professore – che è vedovo e ha settanta anni – non riesce a uscire dal suo passato di marito e insegnante. Arriva la stagione dei funghi, le ferie di Capodanno passano senza allegria, poi fioriscono i ciliegi, si organizza una gita che delude le aspettative e termina, come tante serate, nel torpore dell’alcol… Trascorrono così due anni. E dopo infiniti appuntamenti, giunge il momento in cui il prof, nella sua lingua un po’ vecchiotta, con i suoi modi di fare non proprio disinvolti, vince il pudore e chiede a Tsukiko se accetterebbe di frequentarlo «con la prospettiva di stringere una relazione amorosa».
La storia di un amore insolito, e la scoperta di una scrittrice capace di cogliere, senza mai cadere nel sentimentalismo, la dolcezza della vita.

Novità: “Lampi” di Hayashi Fumiko

Colgo la segnalazione di Barbara (che ringrazio) per annunciarvi la recente pubblicazione di Lampi di Hayashi Fumiko (Marsilio, pp. 232, € 15). L’autrice, vissuta nella prima metà del ‘900, si segnalò all’epoca come una delle più originali e anticonformiste: donna di bassa estrazione sociale e per di più figlia illegittima, scrisse di relazioni instabili, di eroine forti e di personaggi al margine della società.
Tornando al romanzo, eccovi la presentazione dell’editore:

Scritto nel 1936, Inazuma (Lampi) segna una tappa fondamentale nell’evoluzione artistica di Hayashi Fumiko, il passaggio da una scrittura più strettamente avvinta all’esperienza personale a una narrativa che vuole essere oggettiva. Una scelta non solo stilistica, ma che tocca nodi profondi e complessi come il rapporto fra gender, genere sessuale, e genre, genere letterario. Al centro del romanzo Kiyoko, il prototipo della giovane donna ribelle, concentrata nella ricerca testarda della propria indipendenza e pur tuttavia piena di contraddizioni nel suo rifiuto di piegarsi all’etica tradizionale che vuole una donna moglie e madre. La sua diversità è scritta nel corpo, nel labbro leporino, la cui cicatrice deturpa un volto altrimenti perfetto; la sua ricerca di una vita diversa, lontana dalla famiglia d’origine e dai modelli di femminilità interpretati dalle sorelle, è problematica, e il suo stesso rifiuto del matrimonio non è rifiuto dell’istituzione, quanto delle pressioni sociali e familiari dalle quali come donna si vede costretta. Romanzo dell’ambiguità, Inazuma si conclude senza dare al lettore alcuna certezza. Kiyoko decide di riprendere gli studi e di trovare un lavoro che le consenta di vivere con dignità, non rifiuta il matrimonio in sé, quanto la realtà familiare nella quale è cresciuta, un rapporto di coppia come quelli che ha visto vivere dalle sorelle. Ma rimane il dubbio che la possibilità di un amore differente le sia precluso dal suo handicap.

A Roma “Eleganza, gioco e tragedia in Akutagawa Ryūnosuke”

Chi non conosce il famosissimo film Rashōmon, dalla regia di Kurosawa? Forse non tutti sanno però che, all’origine della pellicola, vi è un racconto di Akutagawa Ryūnosuke; di questo e di molto altro parlerà il dott. Lorenzo Marinucci sabato 26 marzo, alle ore 17,30, in un incontro dal titolo “Eleganza, gioco e tragedia in Akutagawa Ryūnosuke”, che si terrà presso il Doozo (via Palermo 51-53, a Roma).
Qui sotto, il trailer americano del film: