Categoria: recensioni

“Heaven” di Kawakami Mieko

Kawakami Mieko HeavenHeaven ha una curiosa collocazione.
È un luogo con le sue precise caratteristiche, le sue forme, i suoi colori, in cui arte, poesia e realtà si toccano. E, al tempo stesso, è qualcosa di impalpabile, un luogo dell’anima e, soprattutto, una condizione dello spirito che permette di distaccarsi dall’infelicità quotidiana. Non si situa: è.

Lo sanno bene i protagonisti dell’omonimo romanzo Heaven di Kawakami Mieko (trad. Gianluca Coci, 2021, Edizioni E/O, pp. 256, € 17), due adolescenti costretti ogni giorno a subire derisioni e violenze gratuite a scuola. Il dolore e la paura li hanno resi a lungo invisibili l’uno all’altra ma quando, finalmente, entrano in contatto la reciproca sofferenza non può non accadere qualcosa, legandosi a doppio filo a quanto già stanno sperimentando in autonomia — la scoperta del corpo e delle proprie pulsioni, la ridefinizione dei rapporti con i genitori, le domande sul proprio posto nel mondo e, soprattutto, sul perché.

«Quel tavolo e quel vaso possono essere malridotti e pieni di graffi e ammaccature in superficie, ma non sono mai feriti dentro».
«Sì, è vero» concordai all’istante.
«Mentre noi, all’esatto contrario, possiamo essere terribilmente feriti all’interno e non mostrare niente all’esterno. Spesso le nostre ferite sono invisibili» disse Kojima con voce ancora più flebile di prima.

Heaven non è un’opera facile: racconta di bullismo in modo aperto e talvolta brutale, di relazioni che si deteriorano, della carezza consolante dell’autodistruzione (che sia per annichilamento o per un ideale). La narrazione non tralascia, però, la bellezza struggente della natura o di un dipinto di Chagall, la messa in discussione delle proprie idee e delle proprie emozioni e, ancora di più, l’ardua ricerca di un senso — per quanto precario e fragile, pur sempre fondamentale — per vivere.

“Dien Bien Phu”, un manga di Nishijima Daisuke

A primo impatto, è difficile prendere sul serio il Vietnam di Dien Bien Phu (trad. Gigi Boccasile, Bao Publishing, 2021), per quanto il manga prenda il nome dalla celebre battaglia del 1954 che sancì la divisione del paese in due stati – stati che poi, a strettissimo giro, diventeranno teatro del lungo conflitto fra vietnamiti e statunitensi (1955-1975).

Copertina del manga "Dien Bien Phu" di Nishijima

Nishijima Daisuke si concentra, appunto, su quest’ultimo e lo dipinge con tratti bizzarri: i personaggi hanno un aspetto spesso kawaii, mentre l’atmosfera che si respira è quasi surreale, per quanto carica di una tensione capace di assumere sfumature esoteriche. Prendete, per esempio, Hikaru, il protagonista di origine giapponesi che, seppur ingaggiato dall’esercito americano come fotografo di guerra, ha un aspetto adolescenziale ed è sempre fuori posto, mentre i piccoli Bao e Nhieu dimostrano invece un’intraprendenza e un’audacia fuori dal comune. Anche le avventure dei personaggi hanno un che di sorprendentemente inaspettato: leggenda e miseria, misticismo e sensualità, morte e anelito alla vita convivono, si intrecciano, si confondono.

Ma perché rappresentare in questo modo un evento della portata – ideologica, politica, bellica – della guerra del Vietnam, addirittura per tutta una saga? Le risposte potrebbero essere tante: per esempio, in questo modo è possibile mettere meglio a nudo la crudezza e l’insensatezza del conflitto; evidenziare l’umanità – con tutte le sue possibili storture –  di chi vi fu coinvolto; spingere a rileggere in modo ampio un processo storico fondamentale, facendo leva su figure e situazioni tutt’altro che perfetti ma, proprio per questo, verosimili e in grado di suscitare una vasta gamma di emozioni nel pubblico.

Sia come sia, una cosa però è certa: è difficile non rimanere colpiti – nel bene o nel male – da Dien Bien Phu.

“Un lavoro perfetto” di Tsumura Kikuko

Giovane, dopo aver messo la sua laurea e il suo passato da parte, la protagonista (significativamente senza nome) di Un lavoro perfetto di Tsumura Kikuko (trad. Francesco Vitucci, Marsilio, 2021, pp. 320, € 18) si muove da un lavoro precario all’altro — non importa che si tratti di un’agenzia pubblicitaria, un’azienda di senbei o un ente di tutela di un parco. Tsumura Kikuko Un lavoro perfetto

La sua non è incapacità, né pigrizia o ostilità verso gli altri, anzi: si sforza al massimo per esser creativa, meticolosa o attenta, e non si risparmia neppure con colleghi e colleghe. Nonostante ciò, stanchezza, inquietudine e un certo fondo di disillusione sembrano seguirla ovunque vada, spingendola a cambiare di frequente occupazione e a cercarne una che sia poco impegnativa.

La sua consulente del lavoro, la signora Masakado, non vuole però arrendersi: non smette di darle spunti e proporle colloqui, convinta che, da qualche parte, si nasconda l’attività ideale per la sua assistita.

E mentre intorno a me sembra andare tutto a gonfie vele, io rimango seduta nel mio ufficio in fondo al Museo del cracker, piena di ansia e sommersa di lavoro. (p. 156)

Cosa ci racconta, allora, Tsumura Kikuko? Una storia — piana, scorrevole — fatta di resilienza e abnegazione, ma anche di ironia e sottile critica sociale. La sua eroina post-moderna non può non ricordarci La ragazza del convenience store di Murata Sayaka: due donne fuori posto nella società giapponese ma che, nonostante tutto, difendono con orgoglio la loro singolarità. 

“Abbandonato sulle strade di agosto” di Itō Takami

 
Abbandonato sulle strade di agosto_Itō TakamiÈ estate a Tōkyō, ma Atsushi sembra non farci troppo caso. Il suo sfiancante lavoro per una ditta di distributori automatici e la fine del suo matrimonio lo assorbono al punto che a malapena è in grado di riflettere sul fatto che, seppure giovane, molti suoi progetti di vita siano già naufragati.
 
A partire dalle conversazioni sull’amore, sul sesso e sulle relazioni umane che il ragazzo ha con la sua collega Mizuki – anche lei con un divorzio alle spalle -, nel breve romanzo Abbandonato sulle strade di agosto (trad. Massimo Soumaré, Lindau, 2021, pp. 84, € 14) Itō Takami coglie l’occasione di raccontare il rapporto di Atsushi con la ex moglie, logorato da frustrazioni, stanchezza, precarietà economica e incomprensioni, eppure venato anche da affetto e nostalgia.
 
Ormai erano entrambi vicini ai trent’anni. I loro sogni erano finiti nei canali di scolo di Ōkubo. Erano colati via con il suo sudore versato sulle strade di Shinjuku. E nonostante questo, aveva la sensazione che assurdamente avessero ottenuto in cambio una completa felicità.
 
Entrambi, infatti, hanno finito per rinunciare alle loro carriere ideali – uno come sceneggiatore, l’altra nel mondo dell’editoria – pur di sopravvivere, ma non sono riusciti a trovare uno spazio in cui realizzarsi come singoli e come coppia. La loro storia è da leggere tutto d’un fiato, intrisa della malinconia dolceamara di certe sere d’estate.

“La fabbrica” di Oyamada Hiroko

La fabbrica di Oyamada HirokoTre vite precarie, quelle di Yoshiko, Yoshio e Ushiyama, sino a quando non si trovano a fare i conti con un evento eccezionale: un inaspettato impiego presso una delle imprese più prestigiose del paese, la Fabbrica.

Nello stabilimento c’è tutto quel che si può desirare per un’esistenza serena: boschi, appartamenti, un’ottima rete di trasporti e una scelta pressoché inesauribile di ristoranti. Poco importa, quindi, se le mansioni hanno qualcosa di bizzarro, e colleghi e colleghe – sebbene gentili – sembrano esser evasivi o addirittura reticenti.

Per quanto completamente diversi fra loro per mansioni, temperamento e storia – Yoshiko passa le giornate a distruggere documenti, Ushiyama, ex informatico, corregge testi a volte improbabili, mentre Yoshio, grazie alla sua preparazione scientifica, cataloga muschi -, i tre hanno in comune l’essere alle dipendenze della Fabbrica e la vaga sensazione che qualcosa, in fondo, non torni.

“[…] quali erano esattamente i prodotti che la fabbrica immetteva sul mercato? E che cos’era, in fondo, la fabbrica? Perché e da quando esisteva? […] Per chi o cosa andavo in quel posto e mi sedevo alla mia scrivania tutti i giorni? Che tipo di fabbrica era? Più ci pensavo e più mi accorgevo di non sapere niente.” (p. 129)

La fabbrica di Oyamada Hiroko (trad. G. Coci, Neri Pozza, 2021, pp. 208, € 18) è un romanzo in cui il piano metaforico e gusto per la narrazione si intrecciano in modo sottile e intelligente. Prima ancora di esser una realtà industriale, la Fabbrica è, infatti, un’entità onnipresente, dall’aura quasi esoterica e totalizzante, capace di trasformare in modo insidioso coloro che hanno a che fare con essa. Eppure, quella di Oyamada non è mai un’opera moralizzante o didascalica: rivela le zone d’ombra del nostro benessere e del nostro sistema economico, mantenendo intatto il loro fascino ambiguo e annichilente.

 

“Le bugie del mare” di Nashiki Kaho

Le bugie del mare di Nashiki KahoProgetti, reminiscenze, una certa dose di malinconia, e forse anche qualche rimpianto: è con questo bagaglio che, un giorno d’estate, Akino raggiunge Osojima. Ricercatore universitario, qui l’uomo intende condurre indagini riguardanti il territorio e le leggende della piccola isola.

Nell’esplorare e scoprire le sue caratteristiche, i suoi anfratti, le sue bellezze nascoste, lo studioso stabilisce ben presto con questa un rapporto viscerale e simbiotico che va ben al di là del legame professionale:

Erano ricordi e sensazioni che provenivano dalla mia memoria? O appartenevano a quel luogo, a quella terra? La memoria dell’isola si collegava in qualche modo alla mia coscienza e la spingeva a reagire?

Introspettivo e riflessivo, Akino a Osjima ho portato con sé anche il peso della perdita e del lutto. Avventurandosi tra fronde, specchi d’acqua, rocce, esplora in verità se stesso, trovandosi inaspettatamente faccia a faccia con un vago ma persistente senso del mistero. L’isola non è più un semplice oggetto di indagine: è, a suo modo, la Destinazione, il grembo che accoglie, la cassa di risonanza delle proprie emozioni.

La voce che avevo udito e che mi era sembrata appartenere a un mondo sospeso tra la vita e la morte era il mio stesso lamento? O forse proveniva da un luogo, al di là di quello in cui mi ero fermato, dove era impossibile vedere e sentire tutto ciò che si vede e si sente abitualmente, dove i propri contorni fisici non erano più percepibili e non si era in grado di distinguere ciò che veniva da sé da ciò che veniva dagli altri? Se lo avessi voluto, se fossi stato più coraggioso, sarei stato capace di raggiungere quell’oscurità assoluta?

Le bugie del mare di Nashiki Kaho (trad. Gianluca Coci, Feltrinelli, 2021, pp. 224, € 16) è, in conclusione, un romanzo che sorprende per delicatezza e intensità, capace di proiettare lettori e lettrici in un microcosmo poetico e vibrante.

“Il corteo dell’acqua” di Yoshimura Akira

Nella valle avevano preso forma due mondi distinti. Senza influenzarsi a vicenda, dentro confini astratti sembrava che conducessero vite autonome. In uno dei due, il nostro, si portava avanti un rude lavoro di distruzione. La montagna veniva scavata per aprire una strada, e per costruire le baracche avevamo iniziato ad abbattere una parte del bosco. […]

Invece nel villaggio, colorato dal verde del muschio e della vegetazione, non c’era nessun cambiamento. Ignaro delle nostre brutali devastazioni sembrava mantenere una vita serena. Nei campi si vedevano sagome che zappavano e da lontano si percepivano persone anziane che chiacchieravano lungo il sentiero per il bosco. Quella gente, impassibile, continuava a vivere come sempre. (p. 69)

È questo uno stralcio dal primo dei tre bellissimi racconti, nonché quello che dà il nome, contenuti ne ll corteo dell’acqua (trad. Maria Cristina Gasperini, Atmosphere libri, 2020, pp. 146, € 16,50), una raccolta di Yoshimura Akira (1927-2006), scrittore prolifico e pluripremiato in Giappone ma, purtroppo, non molto conosciuto nel nostro paese.

Nel Corteo dell’acqua un gruppo di sconosciuti procede, a fatica, verso un villaggio isolato dal resto del mondo, che sembra possedere proprie leggi; sono operai, funzionari, ingegneri che hanno il compito di realizzare una diga; sono uomini, animati dal desiderio di accumulare un po’ di denaro, cambiar vita, rimanere un po’ in compagnia dei propri fantasmi, ma finiranno per confrontare con un Altro inaspettato.

Ne La ferrovia sulla schiena un uomo decide, invece, di intraprendere un viaggio per osservare dal vivo la singola specialità di uno chef: dei pesci danzanti e scarnificati – quasi delle lische che fluttuano nell’acqua, con le ultime energie. Infine, ne La fila, uno zio dovrà confrontarsi con un piccolo nipote che sta scoprendo il senso della vita e, ancor più, l’apparente insensatezza della morte.

Nonostante i complessi temi trattati, un senso di sottile inquietudine che li permea e la tentazione del morboso che li lambisce, i racconti mostrano, in realtà, tenerezza, rimpianto, pietà — tutta la sostanza umana e fragile che rende memorabili queste storie. 

“Trentatré haiku” di Ernesto Morales

basho morales trentatré haiku

Trentratré lampi di poesia di Matsuo Bashō, una delle voci più importanti della lirica giapponese di tutti i tempi, offerti alle lettrici e ai lettori nell’elegante e attenta traduzione di Fujimoto Yūko.

Trentratré finestre che si spalancano nel nostro immaginario, grazie alla visionarieità di Ernesto Morales, artista italo-argentino che si è accostato alla cultura giapponese per caso grazie alla tecnica del sumi-e, la pittura a inchiostro.

basho haiku stormi

Le illustrazioni da lui realizzate per questa bella edizione – che ha un formato inconsueto per una racconta poetica, ampio, più adatto, infatti, a un volume d’arte – non intendono semplicemente descrivere i testi. Piuttosto, come lo stesso Morales ha spiegato,

A partire dalla selezione delle poesie fino alla realizzazione delle immagini, ho tentato di fare spazio nei miei sensi affinché si potesse manifestare una mia personale visione nata dal mio approccio alla pittura. Ed è stato un percordo graduale, un fiorire lento ma costante, tra un’erba d’estate e una luna d’inverno, tra un bosco autunnale e una montagna primaverile. E’ stata un’ininterrotta e intensa contemplazione dell’alba e del tramonto, dall’alba al tramonto.

I tratti della mano del disegnatore, la tenuità dei colori, le forme essenziali ma pregnanti: tutto aggiunge poesia alla poesia, bellezza alla bellezza.


Matsuo Bashō, Ernesto Morales, Trentatré haiku (trad.Fujimoto Yūko, Lindau, 2020, pp. 96, € 24).

“Ciao mamma, vado in Giappone” di Pierpaoli e Raffaelli

ciao_mamma_vado_in_giapponeCome può un gruppo di amici liberarsi del bullo ossessionato da un mangaka? Semplice: andando in Giappone e mettendosi sulle tracce di quest’ultimo. 
 
Nella graphic novel per ragazzi/e Ciao mamma, vado in Giappone (Tunué, 2020, pp. 140, € 14,50) , i due autori Enrico Pierpaoli e Luca Raffaelli raccontano le avventure bizzarre e frenetiche di Enrico, Beatrice e Polletti alla (goffa) scope​​rta dell’arcipelago. 
 
I tre compagni di scuola partono improvvisamente, senza adulti e senza conoscere quasi nulla della loro mèta, con molta incoscienza e altrettanta allegria. Già dal principio del loro soggiorno non mancano di imbattersi in  personaggi curiosi (come Spilungo e Giappina) e situazioni incredibili che finiranno per trasformarsi in un vortice di episodi paradossali e comici.
 
Ironia, giochi di parole e una buona dose di scanzonatezza rendono ulteriormente incalzante e coivolgente il ritmo narrativo: riuscirai a tenere il passo?
 

“L’adolesente” di Kawabata Yasunari

kawabata l'adolescente

Cosa si lascia dietro mezzo secolo di vita? Affetti, ricordi e, soprattutto, parole. Molte, molte parole.

Questo è quanto emerge ne L’adolescente (1948-1949) (traduzione e postfazione di Daniele Durante, Atmosphere libri, 2020, pp. 132, € 15),  racconto lungo – finora inedito in italiano – del premio Nobel Kawabata Yasunari.

Protagonista e voce narrante di queste pagine dal sapore intimo e lirico è Miyamoto Yasunari, un autore che sta curando la pubblicazione di una scelta dei suoi scritti in occasione del suo cinquantesimo compleanno. Ciò gli offre la preziosa occasione per guardarsi indietro e ripercorrere tanto i numerosi e talvolta profondi cambiamenti che ha conosciuto il Giappone in poche decadi, quanto le principali tappe della sua esistenza: la perdita dei genitori, la prima guerra mondiale, la scoperta della letteratura e dell’amore negli anni della scuola.

L’attenzione si sposta così, naturalmente, su Kiyono, compagno di stanza durante l’adolescenza: grazie a lui Yasunari scopre la tenerezza, l’intensità dei sentimenti, le pulsioni del corpo e, assieme, la sublimazione di queste. Per mezzo di Kiyono, inoltre, Miyamoto ha l’opportunità di esplorare il rapporto della sua vita destinato a esser più duraturo – quello con la scrittura – giocando, al tempo stesso, a confondersi con Kawabata, con il quale condivide molti tratti, senza però esserne l’alter ego.

Quaderni scolastici, brandelli di diari, lettere, cronache, riflessioni meta-letterarie, accenni a opere pubblicate, mai ultimate o in corso di stesura, incluso, appunto, L’adolescente: attraverso il confronto con ogni genere di testo, Miyamoto, ormai maturo, sembra riscoprire anche se stesso, le sorgenti della sua ispirazione e le radici della sua personalità, consapevole che, nella sua voce, risuonano echi di quelle ormai lontane, di scrittori e scrittrici, ma mai spente. 

Uscito in perlustrazione a causa della sirena, nelle notti in cui mi rifugiavo in una piccola vallata, notti colmate da nessun’altra luce se non dal gelido fulgore della luna d’autunno o d’inverno, la Storia di Genji permeava il mio cuore, mi emozionava la consapevolezza che in passato gli antichi avessero letto la stessa opera in circostanze ugualmente avverse; in quelle occasioni riflettevo sul fatto che, vivendo sulla scia della tradizione che scorre senza posa, essa risiedeva anche in me. (pp. 9-10)

 

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