Categoria: romanzi

“Heaven” di Kawakami Mieko

Kawakami Mieko HeavenHeaven ha una curiosa collocazione.
È un luogo con le sue precise caratteristiche, le sue forme, i suoi colori, in cui arte, poesia e realtà si toccano. E, al tempo stesso, è qualcosa di impalpabile, un luogo dell’anima e, soprattutto, una condizione dello spirito che permette di distaccarsi dall’infelicità quotidiana. Non si situa: è.

Lo sanno bene i protagonisti dell’omonimo romanzo Heaven di Kawakami Mieko (trad. Gianluca Coci, 2021, Edizioni E/O, pp. 256, € 17), due adolescenti costretti ogni giorno a subire derisioni e violenze gratuite a scuola. Il dolore e la paura li hanno resi a lungo invisibili l’uno all’altra ma quando, finalmente, entrano in contatto la reciproca sofferenza non può non accadere qualcosa, legandosi a doppio filo a quanto già stanno sperimentando in autonomia — la scoperta del corpo e delle proprie pulsioni, la ridefinizione dei rapporti con i genitori, le domande sul proprio posto nel mondo e, soprattutto, sul perché.

«Quel tavolo e quel vaso possono essere malridotti e pieni di graffi e ammaccature in superficie, ma non sono mai feriti dentro».
«Sì, è vero» concordai all’istante.
«Mentre noi, all’esatto contrario, possiamo essere terribilmente feriti all’interno e non mostrare niente all’esterno. Spesso le nostre ferite sono invisibili» disse Kojima con voce ancora più flebile di prima.

Heaven non è un’opera facile: racconta di bullismo in modo aperto e talvolta brutale, di relazioni che si deteriorano, della carezza consolante dell’autodistruzione (che sia per annichilamento o per un ideale). La narrazione non tralascia, però, la bellezza struggente della natura o di un dipinto di Chagall, la messa in discussione delle proprie idee e delle proprie emozioni e, ancora di più, l’ardua ricerca di un senso — per quanto precario e fragile, pur sempre fondamentale — per vivere.

“Un lavoro perfetto” di Tsumura Kikuko

Giovane, dopo aver messo la sua laurea e il suo passato da parte, la protagonista (significativamente senza nome) di Un lavoro perfetto di Tsumura Kikuko (trad. Francesco Vitucci, Marsilio, 2021, pp. 320, € 18) si muove da un lavoro precario all’altro — non importa che si tratti di un’agenzia pubblicitaria, un’azienda di senbei o un ente di tutela di un parco. Tsumura Kikuko Un lavoro perfetto

La sua non è incapacità, né pigrizia o ostilità verso gli altri, anzi: si sforza al massimo per esser creativa, meticolosa o attenta, e non si risparmia neppure con colleghi e colleghe. Nonostante ciò, stanchezza, inquietudine e un certo fondo di disillusione sembrano seguirla ovunque vada, spingendola a cambiare di frequente occupazione e a cercarne una che sia poco impegnativa.

La sua consulente del lavoro, la signora Masakado, non vuole però arrendersi: non smette di darle spunti e proporle colloqui, convinta che, da qualche parte, si nasconda l’attività ideale per la sua assistita.

E mentre intorno a me sembra andare tutto a gonfie vele, io rimango seduta nel mio ufficio in fondo al Museo del cracker, piena di ansia e sommersa di lavoro. (p. 156)

Cosa ci racconta, allora, Tsumura Kikuko? Una storia — piana, scorrevole — fatta di resilienza e abnegazione, ma anche di ironia e sottile critica sociale. La sua eroina post-moderna non può non ricordarci La ragazza del convenience store di Murata Sayaka: due donne fuori posto nella società giapponese ma che, nonostante tutto, difendono con orgoglio la loro singolarità. 

“La fabbrica” di Oyamada Hiroko

La fabbrica di Oyamada HirokoTre vite precarie, quelle di Yoshiko, Yoshio e Ushiyama, sino a quando non si trovano a fare i conti con un evento eccezionale: un inaspettato impiego presso una delle imprese più prestigiose del paese, la Fabbrica.

Nello stabilimento c’è tutto quel che si può desirare per un’esistenza serena: boschi, appartamenti, un’ottima rete di trasporti e una scelta pressoché inesauribile di ristoranti. Poco importa, quindi, se le mansioni hanno qualcosa di bizzarro, e colleghi e colleghe – sebbene gentili – sembrano esser evasivi o addirittura reticenti.

Per quanto completamente diversi fra loro per mansioni, temperamento e storia – Yoshiko passa le giornate a distruggere documenti, Ushiyama, ex informatico, corregge testi a volte improbabili, mentre Yoshio, grazie alla sua preparazione scientifica, cataloga muschi -, i tre hanno in comune l’essere alle dipendenze della Fabbrica e la vaga sensazione che qualcosa, in fondo, non torni.

“[…] quali erano esattamente i prodotti che la fabbrica immetteva sul mercato? E che cos’era, in fondo, la fabbrica? Perché e da quando esisteva? […] Per chi o cosa andavo in quel posto e mi sedevo alla mia scrivania tutti i giorni? Che tipo di fabbrica era? Più ci pensavo e più mi accorgevo di non sapere niente.” (p. 129)

La fabbrica di Oyamada Hiroko (trad. G. Coci, Neri Pozza, 2021, pp. 208, € 18) è un romanzo in cui il piano metaforico e gusto per la narrazione si intrecciano in modo sottile e intelligente. Prima ancora di esser una realtà industriale, la Fabbrica è, infatti, un’entità onnipresente, dall’aura quasi esoterica e totalizzante, capace di trasformare in modo insidioso coloro che hanno a che fare con essa. Eppure, quella di Oyamada non è mai un’opera moralizzante o didascalica: rivela le zone d’ombra del nostro benessere e del nostro sistema economico, mantenendo intatto il loro fascino ambiguo e annichilente.

 

“Le bugie del mare” di Nashiki Kaho

Le bugie del mare di Nashiki KahoProgetti, reminiscenze, una certa dose di malinconia, e forse anche qualche rimpianto: è con questo bagaglio che, un giorno d’estate, Akino raggiunge Osojima. Ricercatore universitario, qui l’uomo intende condurre indagini riguardanti il territorio e le leggende della piccola isola.

Nell’esplorare e scoprire le sue caratteristiche, i suoi anfratti, le sue bellezze nascoste, lo studioso stabilisce ben presto con questa un rapporto viscerale e simbiotico che va ben al di là del legame professionale:

Erano ricordi e sensazioni che provenivano dalla mia memoria? O appartenevano a quel luogo, a quella terra? La memoria dell’isola si collegava in qualche modo alla mia coscienza e la spingeva a reagire?

Introspettivo e riflessivo, Akino a Osjima ho portato con sé anche il peso della perdita e del lutto. Avventurandosi tra fronde, specchi d’acqua, rocce, esplora in verità se stesso, trovandosi inaspettatamente faccia a faccia con un vago ma persistente senso del mistero. L’isola non è più un semplice oggetto di indagine: è, a suo modo, la Destinazione, il grembo che accoglie, la cassa di risonanza delle proprie emozioni.

La voce che avevo udito e che mi era sembrata appartenere a un mondo sospeso tra la vita e la morte era il mio stesso lamento? O forse proveniva da un luogo, al di là di quello in cui mi ero fermato, dove era impossibile vedere e sentire tutto ciò che si vede e si sente abitualmente, dove i propri contorni fisici non erano più percepibili e non si era in grado di distinguere ciò che veniva da sé da ciò che veniva dagli altri? Se lo avessi voluto, se fossi stato più coraggioso, sarei stato capace di raggiungere quell’oscurità assoluta?

Le bugie del mare di Nashiki Kaho (trad. Gianluca Coci, Feltrinelli, 2021, pp. 224, € 16) è, in conclusione, un romanzo che sorprende per delicatezza e intensità, capace di proiettare lettori e lettrici in un microcosmo poetico e vibrante.

“Racconto di una luna” di Hirano Keiichirō

Copertina del romanzo Racconto di una lunaL’estate di Ihara Masaki sembra carica di promesse: il giovane, dall’indole poetica e tormentata, si accinge a intraprendere un viaggio nel cuore del Giappone sul chiudersi dell’Ottocento, lasciandosi guidare – più che da un piano prestabilito – dagli istinti, dalle emozioni del momento o dalla fascinazione per una donna sconosciuta.

Ed è così che, un giorno, per una serie di coincidenze, finisce per essere ospite di un eremo, in compagnia di un monaco. Qui, anziché trovare pace, Masaki è “in preda alla bizzarra illusione d’essere isolato dal tempo della realtà” (p. 67): allucinazioni visive e sonore iniziano a fargli visita, sogni ricorrenti lo visitano e persino abnormali ritmi della natura colpiscono la sua sensibilità.

Hirano Keiichirō nel Racconto di una luna (trad. Laura Testaverde, Lindau, 2021, pp. 158, € 16,50) segue Masaki nelle sue peregrinazioni e nei suoi pensieri, dandogli il temperamento e la cultura di un gentiluomo d’altri tempi. La mente del ragazzo è, infatti, spesso traversata da citazioni letterarie, considerazioni filosofiche e morali, ricordi, riportati in uno stile raffinato e erudito.

Lirico e venato di inquietudine, il romanzo avvolge poco alla volte lettori e lettrici in un’atmosfera sospesa, in cui sensazioni, leggende e visioni tentano di infiltrarsi di continuo nel reale:

Sogni e apparizioni saranno anche ingannevoli, ma non potrò mai dubitare delle bellezza dei fiori che sbocciano magnifici in questo posto… né della ferita della mia gamba. Oh, quanto splende, però, la luna stanotte! Mai, prima d’ora, ho veduta una luna così stupenda, e tanto più infausta quanto più bella. E’ rossa, rossa come se fosse impregnata di sangue… Forse il sogno di stanotte sarà in qualche modo diverso… Anzi, dovrà esserlo… in qualche modo, per forza…

“Una rosa sola”di Muriel Barbery

Barbery Una rosa sola

In Giappone, Rosa vaga per templi, giardini, sale da tè, eppure sembra ignorarne il perché.
Il pretesto, certo, è chiaro: sta aspettando di assistere alla lettura del testamento del padre che non ha mai conosciuto e di cui pressoché tutto ignora.

Parimenti del paese non sa nulla: ha trascorso gran parte dei suoi quarant’anni in Francia occupandosi di botanica, rassegnata, apatica e rabbiosa. Il primo impatto con Kyōto è ambiguo: nei suoi luoghi più iconici, nelle sue bellezze, negli angoli più nascosti Rosa percepisce fascino e dolore, mistero e fastidio.

Rosa prendeva coscienza della città. Tutto a Kyōto stava nella presenza delle montagne che a est, nord e ovest la racchiudevano entro angoli retti. In realtà erano grandi colline la cui sagoma dava allo sguardo una sensazione di altitudine. Verdi e azzurre alla luce del mattino, facevano scivolare verso la città il loro arboreo colore uniforme. Di fronte a sé, al di là di un piccolo rilievo di verzura, la città appariva brutta, cementificata. Riportò lo sguardo verso i giardini in basso e fu colpita dalla loro precisione, dall’evidenza adamantina, dalla purezza dolorosamente affilata, dal modo che avevano di resuscitare le sensazioni dell’infanzia. Come nei sogni di un tempo Rosa si dibatteva in un’acqua nera e gelida, ma in pieno giorno, in mezzo a una profusione di alberi, nei petali macchiati di sangue di una peonia bianca. Appoggiò i gomiti alla ringhiera di bambù, scrutò la collina vicina e vi cercò qualcosa. La donna affacciata accanto a lei sorrise.

Poco alla volta, come ci racconta Muriel Barbery nel suo ultimo romanzo Una rosa sola (trad. Alberto Bracci Testasecca, e/o, 2021, pp.170, € 16,50), qualcosa però pare sciogliersi. Intrecciando antiche leggende e nuovi ricordi, attraverso le persone che hanno conosciuto e amato suo padre Haru, mercante d’arte ed esteta, Rose impara ad abbandonarsi ai sapori, ai profumi, ai colori del Giappone, e alle parti della sua personalità più istintiva e nascosta.

“Una lenta nave per la Cina. Murakami RMX” di Furukawa Hideo

Furukawa Hideo Una lenta nave per la Cina Ci sono l’inquietudine, il sesso, il Millenium Bug, una famiglia che non capisce, la Pepsi, la musica, le estati che precipitano, lo scoppio della baburu keiki, gli anni Ottanta i Novanta i Duemila, il pop, gli errori, le speranze, una scrittura impetuosa, vulcanica, che non conosce requie.

E poi: le ragazze amate e perdute, il jazz (in particolare, le note di On a slow boat to China) e, soprattutto, lei, Tokyo, con la sua storia, le sue storie, le cicatrici degli attentanti nella metropolitana, i giardini fioriti, i konbini, i condomini squallidi, la sua gente. Furukawa Hideo ha consacrato a lei il suo romanzo Una lenta nave per la Cina. Murakami RMX (trad. G. Coci, Sellerio, 2020, pp. 196, € 15,00), ispirato a un omonimo racconto di Murakami Haruki.

Per il protagonista, la città sembra essere l’unico punto di riferimento stabile e la sola presenza costante, con la quale non si consuma uno strappo: questa, anzi, sembra, tenerlo prigioniero suo malgrado.

Non sono mai riuscito a fuggire da Tokyo.
Me lo sono chiesto un’infinità di volte: il confine è reale? Ma sì che lo è. E se pensate che stia mentendo, venite a dare un’occhiata voi stessi.
Mi accingo a effettuare il tentativo finale. L’ultimo.
Quel confine non è una frontiera. Tuttavia è impossibile andarsene quando si vuole, solo perché non serve un passaporto. Qui è dove sono nato, e dove forse sono destinato a rimanere per sempre.
Questa è la cronaca del mio disastroso “esodo da Tokyo” e dei miei fallimenti.

L’uomo ripercorre con il pensiero la sua esistenza punteggiata di delusioni, imprevisti, ostilità; tuttavia, ciò non lo scoraggia dal cercare tenacemente di fuggire dal perimetro invisibile e soffocante che lo ha visto bambino e adolescente problematico, universitario con il cuore spezzato, adulto affamato di riscatto.

Come nei migliori testi di Murakami, il mondo onirico si fa dimensione essenziale e si infiltra in quello reale: è nel sogno, infatti, che, finalmente, la vita sembra farsi più vera.

“Doll” di Yamashita Hiroka

copertina del romanzo Doll di Yamashita Hiroka
Spregiudicato, graffiante, caustico: Doll è un romanzo che mette totalmente in discussione l’immagine edulcorata e soffusa che abbiamo del passaggio dall’infanzia alla pubertà. 
 
In quest’opera di Yamashita Hiroka che le è valso, giovanissima, il premio Bungei (ora tradotta e curata da Valentina Franchi per Atmosphere, 2020, pp. 180, € 16), l’adolescente Yoshizawa è in rotta con tutto il suo mondo: i rapporti con la famiglia sono superficiali e privi di sentimento, quelli con i suoi coetanei caratterizzati per lo più da tensioni, aggressività e confuse pulsioni di ogni genere.
 
Bullizzato, senza amici, ignorato dalle ragazze a cui pure si interessa, Yoshizawa filtra la realtà attraverso il suo​​ corpo e, in particolare modo, la sua sessualità, il cui oggetto privilegiato sono da sempre le bambole. 
 
Yuriko, una love doll che custodisce con grande cura, è la sua preferita: con lei tenta di instaurare una goffa relazione affettiva, che comprenda tanto la condivisione della quotidianità quanto la scoperta della propria fisicità. 
 
Volevo prendermi cura di lei, dare tempo al tempo. Forse non sarebbe servito a molto, ma avrei aspettato. Era la cosa più adorabile che avessi mai visto. Bellissima, oltre ogni misura. Ancora non sapeva nulla. Di me, o del mondo. Forse era proprio la sua purezza a renderla così incantevole. La realtà avrebbe compromesso questo suo nonsoché. Ciò nonostante volevo che facesse le sue esperienze. Che venisse a conoscenza di me e del mondo. Volevo rimuovere attentamente, strato dopo strato, ogni membrana sottile e invisibile che ricopriva i suoi occhi. (p. 18)
 
È lo stesso Yoshizawa a raccontarci tutto questo, con parole semplici, acerbe ma disarmanti per il loro carattere esplicito: l’età dell’innocenza è definitivamente tramontata. 

“Ribon messaggero d’amore” di Ogawa Ito

Che sia destinato a essere una creatura eccezionale pare già scritto nella sua nascita: quanti uccellini possono vantarsi di esser nati nello chignon di una cantante ritirata dalle scene tanto stravagante quanto di buon cuore e poi accuditi da una bambina premurosa? Il suo stesso nome, Ribon – “nastro” – simboleggia il legame indissolubile fra le due, nonna e nipote.

Ribon è un pappagallo calopsitta: non solo possiede una bellezza peculiare, ma anche la rara dote di portare serenità, gioia e speranza a chi lo accoglie. Ogawa Ito ci racconta le sue avventure in Ribon (trad. Gianluca Coci, Neri Pozza, 2020, pp. 288, € 18), un romanzo intriso di dolcezza, in cui si alternano le voci di coloro che, per loro fortuna, hanno incrociato la bestiola sulla loro strada.

Non importa che si tratti di una donna ormai vicina alla morte, di una mamma che ha perso il figlio o di un ragazzo che ancora soffre per la perdita del suo animale preferito avvenuta molti anni prima: Ribon sa seminare in tutti e tutte, in modo naturale, un sorriso e regalare attimi di pura tenerezza.

Come accade anche in altre opere di Ogawa Ito (in primis, nel Ristorante dell’amore ritrovato), il cibo ha un ruolo fondamentale in ciò: prima ancora di prendere la forma di succulenta pietanza o rapido spuntino, è comfort food, alimento per l’anima, occasione di scambio profondo fra coloro che siedono assieme a tavola.

Il dono di Ribon, in fondo, sta proprio in questo: aiutare a scoprire il fascino della semplicità e di chi ci sta vicino, così come “i marshmallow arrostiti, […] la magnolia in fiorr e mille altre cose belle della vita” (p. 192).

#20peril2020: “Il paese dei suicidi” di Yū Miri

Yu Miri - Paese dei suicidi

“La vita [è] piena di buchi e crepe”: è questo che Mone pensa. Adolescente, sola seppur circondata da amiche e parenti, percepisce in modo confuso ma intenso il carattere disfunzionale di ciò che la circonda. Le relazioni con le coetanee sono superficiali, quelle con la famiglia basate su bugie e omissioni reciproche; il sistema scolastico, con lo spettro del fallimento sempre in agguato, schiaccia la ragazza; la situazione post-Fukushima, con la società e la politica lacerate, la disorienta.

Mone è in dubbio se continuare a vivere – o, perlomeno, se vivere un’esistenza scandita dai litigi dei genitori e dalle uscite con compagne che, in fondo, non l’apprezzano -, ma non sa come, né perché. E così si avvicina al forum virtuale Ricette per principianti, in cui un gruppo di sconosciuti progetta assieme la morte. Quel che sogna la teenager è, infatti, esser

Senza preoccupazioni.
Poter parlare senza preoccupazioni.
Poter andare senza preoccupazioni.
Poter morire senza preoccupazioni.

Ne Il paese dei suicidi (a cura di Laura Solimando, Atmosphere libri, 2020), uscito nel 2011, all’indomani del terremoto del Tōhoku e dell’incidente di Fukushima, attraverso la quotidianeità di Mone, Yū Miri ci offre il ritratto di un Giappone attraversato da tensioni e contraddizioni, paure e incomprensioni, tanto a livello dei singoli che di collettività.

Tutti pensavano che fosse stato commesso un errore, ma chi era il colpevole?
Il Giappone?
Il ministero dell’Economia?
L’Agenzia della sicurezza industriale e nucleare?
Il ministero dell’Educazione?
La TEPCO?
Il primo ministro?
Il segretario del gabinetto?
Il governatore della prefettura?
Il sindaco?
I cittadini della prefettura, i cittadini della città?
Gli scienziati?
I medici?
I fisici?
I mass media?
Avevano sbagliato tutti?
Tutti?
Ma tutti chi?
Chi aveva sbagliato?
Chi, cosa, dove e in che modo aveva sbagliato?
Era giusto dire che tutti avevano sbagliato, ma allo stesso tempo non lo era. Gli errori non si potevano correggere se le persone accusate non ammettevano di aver sbagliato. Gli errori rimanevano tali, venivano solo ripiegati e rimessi al loro posto.

La stessa Tōkyō in cui si svolgono le vicende si mostra nella sua ambiguità: da un lato è la città dal passato pregno di tradizioni e leggende, dall’altro una giostra vorticosa che ogni giorno risucchia milioni di individui. Yū Miri non ci offre àncore di salvezza: come Mone, lettrici e lettori sono trascinati in una realtà che non offre appigli né certezze.

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