Esili dell’anima: Chiharu di Domenico Bertini

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Non una Tokyo rutilante o una Kyoto all’ombra dei suoi templi, ma un’Osaka operosa, che nasconde con cura i suoi reietti; non le altezze vertiginose e rilucenti dei grattacieli, piuttosto vicoli dimenticati e penombre di bar in cui smarrire se stessi; non un Giappone sazio di benessere, bensì un paese che conosce (e, talvolta, addirittura disconosce) anche chi deve fare i conti con i fallimenti e le difficoltà quotidiane.

chiharu romanzo giapponese domenico bertiniChiharu di Domenico Bertini (Effequ, pp. 192, € 11, ora in offerta a 9,35) certo non è il consueto romanzo sull’estremo-oriente, grazie anche alla lunga permanenza nipponica dell’autore.

Attraverso l’incontro – impastato di reticenze, imbarazzi, dubbi, nonché entusiasmi – fra il piccolo imprenditore Tanaka e Watanabe, ex professore di matematica restio a parlare di sé, scopriamo infatti una serie di realtà (economiche, sentimentali, sociali) non così inusuali come si vorrebbe, solitamente dimenticate o, peggio, ignorate: realtà fatte di baraccopoli, solitudine, emarginazione, miseria, aneliti di speranza.

Che si tratti di burakumin (appartenenti cioè alla casta più bassa e perciò disprezzata della società giapponese), hafu (coloro che solo per metà sono nipponici) o, più semplicemente, naufraghi della vita – incapaci di affrontare gli spettri del passato e immergersi nella cosiddetta normalità – non importa: ciascuno vive un proprio personalissimo e tormentato esilio interiore, che non dà requie.

Scorrevole, vivido ed estremamente attento alla quotidianeità giapponese, Chiharu ci fa palpare la disperazione e la vergogna, ma anche – e forse soprattutto – il senso della dignità umana e della speranza, che sanno radicarsi persino fra le ombre dell’animo e i relitti dell’esistenza.


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