Ostaggi di se stessi: la mia recensione a “Install” di Wataya Risa

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Una liceale che abbandona d’improvviso la scuola, un bambino smaliziato, un computer attraverso il quale accedere a un’esistenza parallela e assurda: sono questi gli ingredienti principali di Install (trad. di A. Pastore; Mondadori, pp. 127, € 8,50; ora in offerta su Amazon.it a € 7,23 cliccando qui), opera prima di Wataya Risa, che è riuscita a farsi notare nel panorama letterario nipponico a soli diciassette anni proprio grazie a questo romanzo.
Potete leggere la mia recensione con un approfondimento sugli hikikomori e gli otaku nel numero di gennaio-febbraio del magazine online Ebookmania (pp. 81-84), consultabile gratuitamente a questo link (attenzione: il pdf è un po’ pesante, quindi ci vuole qualche secondo di tempo in più del solito per caricarlo).


Risa Wataya a Roma

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A tutti coloro che in questi giorni si trovano a Roma, consiglio di sfruttare un’occasione quasi unica per conoscere un autore -anzi, in questo caso, un’autrice – giapponese di persona. Martedì 20 settembre, alle ore 18,30, presso l’Istituto giapponese di cultura (via Gramsci 74), Antonietta Pastore presenterà la conferenza di Wataya Risa, giovane scrittrice nota in Italia per i due romanzi Install e Solo con gli occhi, che le è valso il prestigioso premio Akutagawa. Vi lascio con l’incipit di quest’ultima opera, ma prima colgo l’occasione per ringraziare Barbara della segnalazione :

La solitudine grida. Un grido che si leva alto e continua a risuonare come una campanella, al punto da farmi male alle orecchie, da serrarmi il cuore, e per impedire che i miei compagni lo sentano mi metto a stracciare fogli di carta. In lunghe, lunghissime strisce. Il fastidioso rumore della carta strappata sovrasta quello della solitudine. E in più mi dà un’aria distaccata. Cos’è questa roba? Cloroplasto? Alga canadese? Non me ne frega niente. E allora? Voi questi microrganismi li trovate divertenti, pare (risatina), ma io non condivido il vostro fervore, in fin dei conti ormai sono una liceale. Vi guardo con la coda dell’occhio, e intanto continuo pigramente a strappare carta… E allora?