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“Miti e leggende giapponesi” di Fabiola Palmeri

Copertina di Miti e leggende giapponesi di Fabiola PalmeriC’è stato un tempo in cui animali ed esseri umani avevano una lingua in comune, e in cui le dee scendevano sulla Terra e si bagnavano nelle sue acque, lasciando il loro meraviglioso abito di piume rilucere al sole.

C’è stata un’epoca in cui tutto era possibile: bambini alti un dan, oni da sfidare, draghi con gemme in testa, divinità ballerine.

Questo ci racconta Fabiola Palmeri nel suo Miti e leggende giapponesi (La Nuova Frontiera, 2023). Appare presto chiaro che si tratta più di affascinanti narrazioni dalle origini perse nella notte dei tempi: sono, infatti, ancora in grado di influenzare il nostro immaginario, dalla letteratura agli anime, e di far vibrare qualcosa di atavico dentro di noi. Complici, senz’altro, anche le meravigliose illustrazioni del volume firmate da André Ducci, che sanno proiettarci in una dimensione sognante e incantata.

Una divinità femminile si libra in voloAccompagnandoci con uno stile elegante e piano, che non risulta però mai didascalico, l’autrice ci trasmette l’essenza di questi racconti: il potere della curiosità, la bellezza della meraviglia, il desiderio di coltivare la gentilezza, la fiducia nella vita stessa.

 

Ps: vi consiglio anche un altro volume molto recente di Fabiola Palmeri, A ogni gatto il suo autore. Gatti e scrittori nel Giappone contemporaneo (Lindau).

 

“Come un sushi fuor d’acqua” di Fabiola Palmeri

Palmeri-Come-un-sushi-fuor-dacquaÈ un Giappone che ammalia da lontano, spaventa, stupisce; abbraccia con calore, spalanca lo sguardo, addomestica le abitudini; penetra sotto pelle, sconquassa le esistenze e si fa, infine, destino.

Questo è l’orizzonte di Come un sushi fuor d’acqua (Editore La Corte, 2019, pp. 268, € 17,90), romanzo appena pubblicato da Fabiola Palmeri (già nota agli amanti della cultura nipponica per i suoi articoli apparsi su Repubblica e in NippONews) in cui la scrittrice intreccia due storie di donne indissolubilmente legate al paese asiatico. Da un lato, abbiamo Bianca, giovane ed entusiasta giornalista in trasferta a Tōkyō fra gli anni Ottanta e Novanta, desiderosa di “[educarsi] alla giapponesità” (p. 67)”; dall’altro,  Celeste, nata nella capitale nipponica, ma adolescente cittadina del mondo del terzo millennio per vocazione e vicende familiari.

Ciascuna delle due ha un rapporto personale e articolato col Giappone, marcato da luci e ombre: se per la ragazza è uno dei pezzi che compongono la sua identità, col passare degli anni per la professionista questo diventa terreno per coltivare le proprie ambizioni, fucina di occasioni e incontri inaspettati (e insperati), e, soprattutto, casa.

Per queste ragioni, Tōkyō, in particolare, è molto più di una città: per Celeste è culla, rifugio in cui ritrovare un padre, amici affettuosi, luoghi d’infanzia, mentre per Bianca diviene presto “a tutti gli effetti la sua migliore amica” (p. 175) – amica che chiede, in cambio della sua generosità, volontà di lasciarsi conquistare dai suoi ritmi, abnegazione e resistenza alla solitudine (“Tokyo [pullula] di cuori emarginati, come isole nell’isola”, p. 176).

L’opera è, infatti, (anche) una lunga dichiarazione d’amore per la capitale, per la sua personalità contraddittoria, gli ostacoli e le sorprese che riserva a chi sa esplorarla con generosa tenacia:

[….] Tokyo, quel suo essere intrinsecamente divisa fra l’infantile e il triste, fra il ludico e l’eccessivo. La Tokyo che mi affascina, che sento mia, che mi appartiene come io appartengo a lei.” (p. 64)

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