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11 marzo 2011 – 11 marzo 2012

 

Non scordare:
noi camminiamo sopra l’inferno,
guardando i fiori.

Kobayashi Issa

 

Per tutti coloro che, un anno fa, hanno perso un amico, ciò che di più caro possedevano, la propria vita;

per tutti coloro che, in un modo o nell’altro, sono rimasti feriti, lacerati, prostrati; (altro…)

Per scoprire e creare giardini giapponesi

Armonico, silenzioso, il giardino giapponese è considerato senz’altro uno dei simboli indiscussi della cultura giapponese. Molti ne apprezzano l’affascinante semplicità, ma pochi tentano di emularlo, probabilmente scoraggiati dalla difficoltà dell’impresa. Per accostarsi a quest’arte raffinata e complessa vi consiglio un volume, Come creare raffinati giardini giapponesi (editore Il castello, pp. 80, € 9,90; ora in offerta su Amazon.it a 8,42 € cliccando qui) di Gian Luigi Enny. Questa la presentazione dell’editore:

Il giardino giapponese non è solo un luogo di riposo e di svago, ma è un ambiente quasi magico che consente all’essere umano di raggiungere con la meditazione il contatto con le divinità e di pervenire alla purificazione e alla pace interiore.
Questi giardini presentano caratteri del tutto eccezionali rispetto alla tipologia del giardino occidentale. Esso nasce agli inizi del V secolo d.C., importato dalla Cina e codificato in Giappone, si caratterizza per avere un’impronta di tipo paesaggistico, composto principalmente da piante, pietre e acqua, l’autore v’invita a scoprire come realizzare un giardino in stile nipponico, come svilupparlo al meglio e come mantenerlo con inclusi gli aspetti storico-filosofici. In questo manuale potrete trovare nozioni e consigli indispensabili in forma chiara ed essenziale sulle procedure per realizzare e mantenere senza difficoltà il vostro giardino in stile giapponese.
Un antico proverbio orientale dice:“Se vuoi essere felice un giorno, bevi del vino! Se vuoi essere felice un anno, sposati! Se vuoi essere felice tutta la vita, allora cura il tuo giardino con amore e con passione”.

L’invenzione del corpo – “Casa di bambola” di Azusa Itagaki, di Mariella Soldo

Il tema delle bambole o della donna fatta bambola non è infrequente nella letteratura nipponica contemporanea: basti pensare al racconto La dimora delle bambole di Mishima Yukio o al celebre romanzo La casa delle belle addormentate di Kawabata Yasunari.
Per questa ragione, oggi Biblioteca giapponese ha il piacere di ospitare un affascinte saggio (correlato di fotografie) di Mariella Soldo che, partendo dall’esposizione Casa di bambola di Azusa Itagaki (visitabile a Bari sino al 5 dicembre), non soltanto traccia un percorso di interpretazione della mostra, ma evidenzia inoltre i diversi significati che la bambola può assumere nella cultura del Sol Levante: feticcio, amorosa proiezione, icona, e molto altro ancora. Buona lettura.

A volte ci rechiamo alle mostre con l’assoluta certezza di ciò che vedremo, altre con la consapevolezza di conoscere qualcosa a riguardo, scoprendo, successivamente, molto di più. Ed è ciò che accade attualmente all’art gallery Fabrica Fluxus di Bari, che ha allestito un’esposizione fotografica dell’artista giapponese Azusa Itagaki, dedicata alle bambole.
Quelle raffigurate non sono semplici prodotti di fabbrica. Non sono neanche donne. Non sono carne, non sono silicone. Sono qualcosa di più, esseri che parlano in silenzio, che raccontano attraverso il corpo. Oltre i loro occhi, modellati da un’apparente staticità, si nasconde la storia di chi le circonda. Le Love dolls, da non confondere con le Sex dolls, non vengono usate semplicemente come manichini o soggetti fotografici, ma anche come compagne di vita.
Potremmo regalare loro un anello, dei vestiti, un viaggio, potremmo amarle, non come un oggetto sacro, ma come un essere vivente a tutti gli effetti.
Con il suo arrivo presso le nostre dimore, la donna in silicone si presenta senza una storia, un vissuto. Tra le nostre mani, intatta, si forma una nuova vita e si delineano, pian piano, le possibili sfumature. Tra la pelle e la plastica si crea un contatto, un’alchimia. Cominciano così gli odori, la vita, le emozioni. Se riteniamo complicato addentrarci in un passato e un futuro ignoti, completamente da reinventare, abbiamo sempre la possibilità di acquistarla usata. Forse la sua storia non la conosceremo mai o riconoscerla soltanto attraverso la patina del tempo che si forma sulla sua pelle. La bambola s’in-scrive così nelle nostre vite, detta parole, suoni, frasi. Inventa movimenti, profumi, gesti.
In alcune foto di Azusa Itagaki, il corpo viene frantumato e possiamo osservare pezzi di labbra, di busti o di gambe. Al di là dell’associazione al Frankestein di Mary Shelley, potremmo immaginare che questa rottura dell’unità sia una sorta di cannibalismo sentimentale. Il silicone, come la carne, viene brutalmente lacerato dalla violenza della passione. Quei dettagli, anche se scomposti, ci comunicano un senso di solitudine polifonica.
Se pensiamo ad alcune produzioni letterarie o cinematografiche giapponesi, ma anche ad alcuni fumetti fantasy (come il celebre Brendon della Bonelli), si è sempre cercato di restringere il confine tra la bambola e la donna in carne ed ossa.
Dolls di Takeshi Kitano si apre con uno spettacolo di bambole Bunraku, che non resta soltanto un originale effetto di scena. Il regista vuole dirci molto di più, passando immediatamente alla storia dei due amanti impossibili, Matsumoto e Sawako, i quali, costretti a vagare nel nulla, legati da una corda rossa, finiscono in un precipizio. Al termine del film, ricompaiono nuovamente le Bunraku, che sembrano guardarci con viso spento, scomparendo nel buio. È come se la costretta ed inevitabile condizione inanimata delle bambole si riversasse sui personaggi. Come loro, i due amanti, sono destinati a diventare simili a burattini mossi da spesse corde indistruttibili. È forse l’amore che riduce a ciò o la vita?
Al di là del lato oscuro e misterioso che caratterizza le bambole, in Giappone esiste una vera e propria festa dedicata ad esse, Hina matsuri, celebrata il 3 marzo di ogni anno. Riporto le parole di Verbena Fusaro: “Nel loro significato originario le bambole erano dei fantocci sui quali si trasferivano magicamente le impurità e le influenze malefiche che si erano accumulate negli uomini, e poi per liberarsene, come capri espiatori, questi venivano eliminati gettandoli nei corsi d’acqua per essere portati via dalla corrente.”
Al giorno d’oggi, dopo un’evoluzione del valore simbolico della festa, Hina matsuri permette alle bambole di essere onorate: “vengono offerti (loro) dolci di riso, a forma di losanga, rosa, bianchi e verdi. Si canta, si offre qualche regalino e si festeggiano le bambine e le donne di casa. Le bambole possono solo essere ammirate e non devono essere toccate.”
Mi chiedo se un giorno qualcuno si spingerà oltre questi corpi inumani, riuscendo ad inoltrarsi in quella zona sconosciuta del petto sinistro, dove risiede il cuore. Mi chiedo ancora cosa troverà.

Bookscan, o dell’avere una libreria sempre con sé

Colpita da un articolo pubblicato all’interno di Finzioni sullo stesso argomento, ho deciso di approfondire il tema. La questione, infatti, è a tratti curiosa, ma ha risvolti innegabilmente utili e intelligenti. Ma procediamo con ordine.

Qualche tempo fa, il giovane Yusuke Ohki si rese conto che nel suo piccolo appartamento di Tokyo lo spazio per i libri scarseggiava; e così, con un occhio ai suoi duemila volumi e l’altro agli ultimi ritrovati tecnologici, pensò bene di scannerizzare i testi per poterli conservare nel suo iPad.

Da quel giorno, il ragazzo ne ha fatta di strada: sfruttando la sua idea, nell’aprile 2010 ha fondato con un amico di infanzia l’azienda Bookscan, specializzata nella scansione elettronica di tomi, che ora conta la bellezza di centoventi dipendenti. Le chiavi del successo risiedono, senza dubbio, nell’esiguità dello spazio disponibile in molte abitazioni nipponiche e nei prezzi concorrenziali proposti: ridurre un’opera in formato elettronico costa circa 100 yen, ossia – alla quotazione attuale – poco meno di euro.

Vi sono poi una serie di indubbi vantaggi aggiuntivi: è possibile portare sempre e dovunque con sé le proprie opere favorite, evitare che si rovinino, prestarle senza il timore che non tornino più indietro, e così via.

Gruppi di lettura virtuali: votate il libro da leggere!

Come ormai ben sapete, tra pochissimo, a novembre, partiranno ben due gruppi di lettura virtuali, ossia aperti gratuitamente a chiunque abbia voglia di condividere i propri pensieri con gli altri: l’uno sarà dedicato all’attesissimo 1q84 di Murakami, l’altro a un volume che vi invito a scegliere tra le opzioni riportate qui sotto, proposte da voi lettori nel gruppo Facebook e nel blog. Naturalmente, vi pregherei di votare solo se intendete partecipare al gruppo di lettura.

  • "Io sono un gatto" di Natsume Sōseki (60%, 9 Votes)
  • "Profumo di ghiaccio" di Ogawa Yoko (20%, 3 Votes)
  • "Il fucile da caccia" di Inoue Yasushi (20%, 3 Votes)

Total Voters: 15

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Foto tratta da qui.

Delitti, spie e Giappone: “Il Signore delle cento ossa”

Se per molti questo sarà un weekend di riposo o di scampagnate (tempo permettendo), per altri passerà all’insegna di Halloween e dei brividi. Oggi vi propongo dunque un thriller, ambientato tra Europa e Giappone in una delle epoche più buie della storia umana, ossia durante il nazismo. Il libro in questione è Il Signore delle cento ossa della scrittrice Ben Pastor (Sellerio, pp. 416, € 14; ora in offerta su Amazon.it cliccando qui a 11,90), e questa è la presentazione dell’editore:

Nei thriller dell’italoamericana Ben Pastor il lettore trova una miscela dalla composizione originale: si congiungono atmosfere da spy story di guerra, il Secondo conflitto mondiale guardato dalla parte del Terzo Reich; ricostruzioni storico-ambientali di scientifico rigore; infine, un intreccio poliziesco, cupo, intelligente, imprevedibile. Protagonista assoluto è Martin Bora, ufficiale della Wehrmacht, qui cronologicamente agli albori della sua carriera investigativa (benché questo sia l’ultimo romanzo scritto della serie). Bora è un gentiluomo di antica nobiltà guerriera, fascino tenebroso, amante sfortunato, temperamento di severità kantiana, ma soprattutto roso, fino al disagio fisico tangibile, dalla contraddizione che non sa risolvere. Egli ha giurato obbedienza, e il codice d’onore gli vieta deroghe, ma cresce in lui la consapevolezza degli orrori dei nazisti, che disprezza per odio politico, per arroganza aristocratica, ancor più perché offendono il suo senso etico ed estetico. Un personaggio straordinario e fantasioso, ma non storicamente implausibile, visto che il suo modello, ideologico, è il colonnello von Stauffenberg, l’eroico attentatore di Hitler.
Siamo nell’aprile del 1939, vigilia di guerra. La carriera di Bora nel controspionaggio è appena iniziata. È ancora entusiasta del lavoro e fiducioso. Il compito è quello di accompagnare una trilaterale tedesco-nipponico-italiana, una conferenza di affari e di scambio di tecnologie militari. Ma è una copertura. La missione reale è di indagare attorno al «Signore delle cento ossa», una spia che secondo una prima ipotesi si identifica nella persona di Ishiro Kobe, rigido generale giapponese. Una mattina, andando a prelevare Kobe per una cavalcata, scopre la scena raccapricciante del primo omicidio: il generale è steso nel suo letto, segnato dai colpi di uno scudiscio; la pistolettata ha lasciato un arabesco rosso sulla parete. Nel bagno accanto, annegato nel sangue, l’aiutante Nogi. Uno scenario di inconfondibile natura. Sembra un delitto di onore, o di passione. Ma Bora si orienta diversamente: un terzo è penetrato nella stanza, l’assassino. Lo intuisce dalla collocazione dell’arma, lo stato dei corpi, una strana fila di formiche. Ma quale il movente? Tra mistificazioni, altri delitti, tradimenti, Martin Bora si inoltra negli ambienti lividi dove la guerra incombente favorisce intrighi come pozioni venefiche. E dove perderà la sua fiducia.

Due testimonianze di Tawada Yōko e Murakami Haruki sull’11 marzo

Circa sei mesi fa, un violento terremoto – con tutto ciò che ne è conseguito – ha sconvolto alcune aree del Giappone. Oggi, dopo molte polemiche e molto dolore, voglio presentarvi le testimonianze di due importanti scrittori nipponici, Murakami Haruki e  Tawada Yōko (di cui mi sono occupata già in un altro post). Il contributo del primo è stato pubblicato qualche giorno fa nel <<Corriere della sera>> ed è consultabile a questo link (ringrazio Elena per la segnalazione); quello dell’autrice è invece riportato qui sotto. Il brano è stato tradotto da Mariano Manzo e tratto dal sito Le Rotte:

LA CALMA NELLA TEMPESTA
La parola “catastrofe” ha un suono diverso per le orecchie giapponesi

Da bambini abbiamo imparato a mantenere la calma in caso di una catastrofe naturale. Infatti quando sento la parola “catastrofe naturale” divento calma.
L’11 Marzo, poco dopo essermi svegliata mi ha chiamato una conoscente tedesca e mi ha chiesto se fosse successo qualcosa alla mia famiglia a Tokyo. Non sapevo ancora di cosa parlasse. Durante il giorno ero sempre più impressionata dalle tante persone dalla Germania, Francia, Italia, Stati Uniti e altri paesi che con apprensione mi telefonavano o mi scrivevano e-mail. Ho quindi provato a contattare da Berlino mia madre a Tokyo, ma subito ho realizzato che telefonicamente non ci sarei riuscita. Così ho inviato un’e-mail a mio padre e mia sorella per sapere se tutto andava bene.
Mio padre mi ha subito risposto che la metropolitana avrebbe ripreso a funzionare il giorno dopo e che quindi sarebbe potuto andare all’antiquariato per procurarmi quel libro che volevo. Questa è stata la prima cosa che mi ha scritto e non ho potuto fare a meno di ridere. Il libro mi serve urgentemente, certo, ma per quanto riguarda il terremoto? Mi sono ricordata lentamente che in queste situazioni bisogna concentrarsi su cose concrete, piccole e quotidiane come un libro, invece di pronunciare frasi ad effetto.
In giapponese non esiste una corrispondenza precisa alla parola “catastrofe”. Questo termine importato dal tedesco viene usato per la natura e in politica. Ciò dà la possibilità alle persone in caso di catastrofi naturali di pensare subito alla politica. Mio padre mi ha scritto poi che non poteva tornare a casa e che perciò avrebbe pernottato nell’ufficio della sua casa editrice. Sette scaffali erano caduti e i libri giacevano sul pavimento, ma non era successo niente.
In Giappone ci sono spesso terremoti sia lievi che forti e quindi non è per niente inusuale che gli scaffali cadano.
Fin dall’infanzia mi è stato detto continuamente che nell’arco della mia vita sarebbe arrivato un forte terremoto a Tokyo. Nel mio piccolo ero in qualche modo preparata, ma, attraverso le drammatiche riprese delle onde dello tsunami e di altre scene che si possono vedere su internet, sono stata improvvisamente messa di fronte a una paura fuori portata che si è impressa nei miei occhi. Questo non l’avevo calcolato.
La mia personalissima previsione era più prosaica. Ho sempre pensato che anche se tutta la casa o tutta la città venisse trascinata via, qualche sopravvissuto avrebbe cominciato, con un calzino o con una tazza, a ricostruire la vita nuovamente. Evitare il drammatico e concentrarsi sui piccoli oggetti che si possono toccare.
Ci sono alcune cose che mi hanno meravigliata. Per esempio non ho capito perché si parla della mancanza di energia elettrica come fosse il problema principale. Ho persino il sospetto che determinate persone usino questa situazione per dimostrare l’importanza delle centrali nucleari.
“Gente, se le centrali nucleari non lavorassero, la vita sarebbe così buia! Non è terribile?”
In Giappone il sole brilla più spesso e più forte che in Germania ma ci sono meno persone che credono che dal sole si possa ottenere energia. Naturalmente anche a Fukushima ci sono molte persone che si sono battute contro la costruzione delle centrali nucleari ma le loro voci non sono presenti nella stampa giapponese e sul pericolo della radioattività non si è mai parlato chiaramente.
Si parla di catastrofe naturale riguardo alla morte per radioattività ma la natura non ne è responsabile.

Andiamo al distributore a prenderci un ebook?

In Giappone – come al solito – sono avanti. Molto avanti. Mentre da noi iniziano solo ora a diffondersi (ma ancora in modo piuttosto timido) gli ebook, circa un mese fa ha avuto luogo l’E-book Expo Tokyo, giunta addirittura alle sedicesima edizione, la più grande fiera mondiale dedicata al settore.
Qui sono stati presentati i distributori automatici di testi in formato elettronico: una volta acquistato il libro, viene erogata una ricevuta con un Qr code (un tipo di codice a barre), leggibile grazie a un apparecchio, che permette di scaricare da internet il volume desiderato, per poi leggerlo comodamente sul proprio e-reader o sul cellulare.
I nipponici non sono nuovi a queste invenzioni:  già qualche tempo fa avevano dato prova di creatività e intelligenza dando vita ai distributori automatici di libri (di cui ho parlato qui).

Hiroshima, 6 agosto 1945

Il 6 agosto 1945 su Hiroshima venne sganciato un ordigno atomico, dal candido e ironico nome “Little boy”.
Quella che vedete qui sopra è la città, a sessantasei anni di distanza,
spiata da me in una chiara giornata di gennaio.
Non so perché io abbia istintivamente scelto questa foto,
e non la consueta immagine della detonazione;
forse perché quando mi sono avvicinata alle rovine del Dome,
proprio allora nell’aria è risuonato d’improvviso l’urlo d’una sirena;
forse per le migliaia di gru di carta multicolori, rinchiuse dietro una teca
o strette attorno a un monumento funebre;
forse per il desiderio di vivere di Sadako, che avrebbe voluto conoscere la nuova Hiroshima.

Banana Yoshimoto e la sua testimonianza sul terremoto

Solo oggi ho scoperto questa testimonianza di Banana Yoshimoto riguardante il terremoto dell’11 marzo e i problemi che ha comportato (compresi quelli a Fukushima), intitolata Voglio tornare a sorridere. L’articolo, tradotto da Emilia Benghi, è stato pubblicato ne <<La Repubblica>> del 17 marzo scorso:

Al momento del terremoto stavo andando a prendere mio figlio a scuola. Guidava mio marito e la potenza della scossa lo ha costretto ad accostare e fermarsi. Dal finestrino dell’auto ho visto i grattacieli ondeggiare in distanza e ho pensato “Sarà un guaio grosso”. Fortunatamente mio figlio era sano e salvo a scuola e siamo tornati a casa con lui senza problemi.
Qualche piccolo danno c’è stato in casa, tipo portafotografie in frantumi e libri caduti a terra dagli scaffali, ma fortunatamente nulla di serio.
Subito un’amica che abita nel nostro quartiere è venuta a offrirci aiuto. Ho accompagnato a casa gente che non poteva rientrare per via dei trasporti pubblici bloccati. I cellulari non funzionavano così il sistema migliore per ottenere informazioni erano Twitter e Viber. Ci sono state altre scosse di assestamento ma senza danni gravi a Tokyo.
Il problema ora è che, sconvolta dal disastro, la gente ha fatto incetta di beni di consumo quotidiano. Riso, scatolame e carta igienica sono ormai introvabili. E non è facile spostarsi in auto per via dei problemi di rifornimento di carburante.
Il bombardamento di immagini tragiche dello tsunami in TV ha avuto un impatto pesante sulla psicologia della gente. Alcuni media lo hanno capito e sono tornati al palinsesto normale con le ultime notizie che scorrono in sottofondo. Ho trovato questa decisione molto coraggiosa e ho apprezzato molto Tokyo Channel 12, pioniere di questa scelta.
Quanto alla centrale di Fukushima, ancora non mi sono fatta un’idea mia in mezzo ai tanti commenti diversi. Comunque dico solo che mi ha colpito l’alta professionalità dei tecnici giapponesi che stanno facendo tutto il possibile per evitare l’esplosione, invece di chiacchierare su cosa sia giusto o sbagliato. Il mio cuore scoppia di dolore per la morte di tante persone in questo disastro ma vedo gli sforzi della protezione civile nell’opera di salvataggio e la solidarietà tra i sopravvissuti. Non passa giorno senza che io scopra la grandezza del popolo giapponese. Credo che uno scrittore debba portare a tutti speranza in qualunque situazione. Comunque sia non voglio smettere di sorridere, voglio mantenere la mia libertà di pensiero e intendo affrontare con coraggio le avversità.

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