Alessandro Mavilio il recintoLo confesso: non è facile recensire un libro come Il recinto. Sguardi e riflessioni sul Giappone di Alessandro Mavilio (Orientexpress, 2016, pp. 214, € 11,90).

Non perché presenti difficoltà nei contenuti o nello stile; il mio timore, piuttosto, è quello di non poter rendere piena giustizia alla ricchezza di quest’opera. Perché tratta di passione, entusiasmo, impegno, e lo fa, coerentemente, con passione, entusiasmo, impegno. E anche per questo è arduo ascriverla a un solo genere; a mio parere, è quindi forse meglio considerarla di volta in volta una raccolta di saggi sulla cultura nipponica riguardante gli argomenti più disparati, il diario di un esploratore contemporaneo, un fascio di riflessioni che intrecciano passato, presente e futuro…

Posso però almeno essere certa del luogo e del momento in cui questo volume affonda le radici: un angolo di Napoli, in una notte d’estate di quasi tre decenni fa, quando un quindicenne s’imbatté per caso in un film di Ozu Yasujirō. Da lì, son scaturiti gli anni di apprendimento del giapponese da autodidatta, poi la laurea all’università “L’Orientale” e i soggiorni in quel Giappone che, oramai da molto tempo, è diventato più di un semplice luogo di lavoro o un oggetto di osservazione.

Eppure, come precisa l’autore, “[s]o quasi tutto ciò che è necessario sapere di questo Paese eppure sono uno straniero appena sbarcato, che capisce poco” (p. 25). Perché, in fondo, l’arcipelago nipponico, come ricorda il titolo stesso del volume citando una celebre espressione, è un “ottuplice recinto di pianura di canne“: custodisce, perciò, la molteplicità e, al tempo stesso, (la) esclude, (la) separa dall’Altro, dagli Altri. Delimita un interno e un esterno, un orizzonte di ricerca e, insieme, lo circoscrive; e Mavilio sembra proprio situarsi di propria volontà su questo confine non fisso, impalpabile, facendone un punto di vista privilegiato.

D’altronde, un’ottica mobile è congeniale allo scrittore: come racconta e mostra, ha infatti indagato il Giappone e, in particolare, la sua Kyoto con una pluralità di mezzi – in primo luogo, l’occhio della telecamera e la complessità della scrittura. Vero, certo, che quest’ultima contribuisce a alimentare quello stereotipo per cui il Giappone è un “sistema chiuso e insulare”, ma essa sa, inaspettatamente, rivelarsi anche accogliente e festosa:

Se una frase scritta fosse il diorama di una anonima strada giapponese – e se un’intera pagina scritta fosse il plastico dell’intera città – pur nella semplicità del bianco e nero tipo-topo-grafico, le strade linguistiche, le linee tipografiche del giappone, ci apparirebbero estremamente variegate. Come in una piccola festa internazionale di quartiere, ciascun ospite straniero arriva nei suoi costumi tradizionali e partecipa ai giochi e alle attrazioni di tutti. Vedremmo nonnini cinesi con baffi sottili e pipe lunghe (gli ideogrammi) che siedono stanchi e saggi su cuscini di paglia, ragazze e ragazzi giapponesi (hiragana e katakana) che tendono la mano a tutti come a formare una catena (e le ragazze son sempre di più), occidentali imbarazzati e pallidi (i Roˉmaji) dalle forme più varie che si guardano intorno increduli di tanta partecipazione, alcuni arabi che fan di conto in un angolo! Tutti nelle loro vesti di origine, tutti che tiran corde, che costruiscono aggeggi divertenti. La lingua giapponese scritta è un festival, e da sempre chiede colore e invita nuovi ospiti. (p. 147)

D’altronde, a voler forzare un po’ la mano, (mi perdonino i linguisti) gli stessi kanji (ideogrammi) sono minuscoli regni di senso delimitati da un recinto, uno steccato di radicali e tratti, che appaiono invalicabili a un occhio inesperto, al pari delle barriere culturali.

Insegna la visione zen del tiro con l’arco che, per colpire il bersaglio, è utile non concentrarsi sulla distinzione fra questo, la freccia e l’arco stesso; similmente, l’approfondita conoscenza del Giappone di Mavilio è frutto tanto di ricerche pazienti e anni di lavoro, quanto di incontri casuali e rivelazioni improvvise. Eliminata la distinzione fra dentro e fuori, la preoccupazione di assimilare o assimilarsi in quell'”impero di segni” che colpì tanto Barthes, non rimane che lo stupore e – finalmente – il piacere della scoperta:

Sono in Giappone e do spazio al necessario e continuo accadere. Da qualche tempo ho addirittura l’impressione di ‘ospitare il Giappone’, che esso si muova e viva dentro di me. (p. 212)

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Il booktrailer del libro – sinceramente, uno dei meglio riusciti che io abbia mai visto – spiega molto meglio di me l’essenza del libro.

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