“Gatti giapponesi” a cura di Diego Cucinelli

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Koson, “Gatto e boccia per i pesci”

“Mi ricordo che avvenne nel passaggio di stagione, tra la primavera e l’estate. Un giorno i bambini si accorsero di una gatta randagia che aveva partorito dei cuccioli sotto la nostra veranda e me lo comunicarono.
Una grande gatta nera, solita invadere le cucine del circondario, stava crescendo due micetti, un gatto tartaruga e un kijineko [gatto dal pelo nero, bianco e marrone], in uno spazio angusto dove stipavamo la legna e il bambù.” (Terada Torahiko, I gatti)

Pensando alla letteratura nipponica e ai felini, il primo nome che viene alla mente è, naturalmente, Io sono un gatto di Natsume Sōseki, dato alle stampe nel 1905; eppure, la produzione giapponese ha con questi animali un secolare rapporto, che affonda le sue radici nel folklore, nella produzione fiabistica e in alcune antiche opere come il Taketori monogatari (Storia di un tagliabambù, X sec.), il Meigetsuki (Cronache al chiaro di luna, XI-XIII sec.) e il Makura no sōshi (Le note del guanciale, XI sec.).

Nude with black cat by Takahashi Shotei

Shotei, Nudo con gatto nero

In essa i gatti hanno rappresentato – e rappresentano tuttora – ben più che dei meri elementi decorativi, come ben dimostra Gatti giapponesi. Ritratti felini dagli inizi del Novecento ai giorni nostri (CasadeiLibri, 2015, pp. 196, € 16, in offerta a 13,60), in cui sono proposti dieci racconti di altrettanti autori, pubblicati fra il 1909 e il 2007, molti dei quali (se non tutti) inediti in Italia. L’antologia è stata realizzata dallo studioso Diego Cucinelli, che ha curato le traduzioni, l’introduzione e i vari apparati biografici e critici che corredano il volume. Ogni testo, infatti, è accompagnato da una scheda dedicata al suo autore e da una sintetica spiegazione che illustra l’opera presentata, inquadrandola nella produzione dello scrittore.

Il libro è estremamente curato sotto ogni punto di vista, come per esempio testimoniano i caratteri utilizzati per i kanji del maestro Nagayama Norio, le numerose illustrazioni, le abbondanti e dettagliate note, l’impaginazione tersa e piacevole. A colpire ancor di più è però, innanzitutto, la varietà degli spunti e delle prospettive offerte dalle storie. I felini – come, per esempio, ne L’ufficio dei gatti di Miyazawa Kenji o La malattia di Re Gatto di Umezaki Haruo – divengono (s)oggetti narrativi su cui proiettare virtù e, più ancora, vizi tutti umani. Essi, inoltre, rivelano una particolare abilità nel mettersi in contatto con le zone più torbide dell’animo degli uomini, in cui desideri, inquietudini e oscuri impulsi s’intrecciano sino a confondersi.

Eros, thanatos e violenza sono non a caso solo alcuni dei temi che emergono negli scritti, contrassegnati da un’ampia gamma di sentimenti e sensazioni; che siano cuccioli indifesi o fantasmi (bakeneko), esemplari smaliziati o seduttori irresistibili, i gatti qui raffigurati, infatti, sanno sorprendere, commuovere, far riflettere o persino scandalizzare. E, soprattutto, è impossibile opporre resistenza al loro fascino sfuggente e ambiguo.

“A dispetto di ogni obiezione e sbeffeggiamento, dentro di me sono profondamente convinto di quanto affermando, ovvero che da qualche parte nel cosmo debba esistere quel particolare villaggio di cui racconta la tradizione, una città popolata unicamente di spiriti di gatti.” (Hagiwara Sakutarō, La città dei gatti)

 


“Dove batte il cuore” di Satoe Tone: un piccolo, grande amore

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dove batte il cuore satoe toneDue gatti, Bianca e Nero, avvolti nella notte; disegni semplici, intrisi di una grazia sorprendente; atmosfere teneramente infantili e, al tempo stesso, senza età: tutto questo fa di Dove batte il cuore di Satoe Tone (trad. di Giulia Belloni, Kite edizioni, 2013, pp. 32, € 11,90) un piccolo capolavoro di dolcezza, e conferma l’autrice (ancora una volta) una delle illustratrici giapponesi per bambini più interessanti, capace di rendere ogni opera una festa per gli occhi e l’anima. Continua a leggere »


Giappone, la nazione dei gatti: “Nekoland” di Alexandre Bonnefoy e Delphine Vaufrey

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Nekoland di Alexandre Bonnefoy e Delphine VaufreyRiescono a far capolino da un tempio buddhista o da un tombino con noncuranza. Sanno intenerire il cuore di un cuoco con un solo sguardo. Conoscono ogni angolo delle metropoli o dei paesi più remoti.

Sono loro, i gatti, capaci di conquistare il cuore dei giapponesi, al punto da spingerli a creare degli appositi neko cafè (letteralmente, cafè dei gatti; si veda la foto in fondo al post), locali in cui i mici possono essere coccolati e vezzeggiati dagli umani, mentre questi ultimi gustano una tazzà di tè o consumano una qualche pietanza.

Anche Alexandre Bonnefoy e Delphine Vaufrey Continua a leggere »


I gatti e gli scrittori giapponesi

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Io sono un gatto. Un nome ancora non ce l’ho. Dove sono nato? Non ne ho la più vaga idea. Ricordo soltanto che miagolavo disperatamente in un posto umido e oscuro. E’ lì che per la prima volta ho visto un essere umano. Provai un senso di vertigine quando mi mise sul palmo della mano e mi sollevò per aria. Appena ritrovai una certa stabilità lo guardai in faccia. Che creatura curiosa, pensai. E questa impressione di stranezza la conservo ancora.

Così inizia una delle più celebri opere della letteratura giapponese, Io sono un gatto (1905) di Sōseki Natsume, e non è un caso.  Continua a leggere »


Un felino in libreria: “La gatta” di Tanizaki

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Incuriosita più dal titolo che dalla storia, qualche tempo fa ho preso in biblioteca La gatta di Tanizaki Junichirō (Bompiani, pp. 129; disponibile su Amazon a 6 €, anziché 8, cliccando qui). La trama è piuttosto semplice: l’ingenuo e infantile Shōzō, convinto dalla madre, ripudia  la moglie Shinako per sposare la  ricca e volubile cugina Fukuko. Shinako, non rassegnata, scrive alla rivale per chiederle l’affidamento di Lily, la gatta tanto amata dal marito al punto da suscitare gelosie e rancori in famiglia.  La ragazza riuscirà nell’impresa? E come reagirà Shōzō all’idea di privarsi dell’unico essere che sembra rispettarlo e comprenderlo?
Questo romanzo breve (che a me pare più una novella lunga) si è rivelato una piacevole sorpresa, soprattutto per quanto riguarda  le fedelissime descrizioni del comportamento della gatta e l’organizzazione della materia narrativa, dal momento che pressoché in ogni capitolo Tanizaki si immerge con abilità in un diverso personaggio, rivelandone i pensieri e le segrete intenzioni. Come per paradosso, i difetti di solito attribuiti ai felini vengono proiettati sugli umani, che agiscono così sulla spinta dell’egoismo, dell’interesse e della scaltrezza, ingannandosi l’un l’altro; e ancor più assurdamente soltanto Lily sembra conoscere davvero il significato della riconoscenza e dell’affetto.