Novità: "Ricordi di mia madre" di Inoue Yasushi

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Aggirandomi in libreria, quest’oggi ho scoperto un’interessante novità: a marzo è infatti uscito in libreria, presso i raffinati tipi dell’Adelphi, Ricordi di mia madre di Inoue Yasushi (pp. 150, € 17). Purtroppo non ho avuto modo neppure di leggerne una riga; vi allego, però, la presentazione dell’autore.

«Mia madre dava l’impressione di essere un meccanismo rotto. Non era malata, ma una parte di lei aveva ceduto… Le parti integre e quelle compromesse si mischiavano di continuo ed era arduo distinguerle. Nonostante fosse afflitta da una notevole mancanza di memoria, vi erano particolari che ricordava perfettamente». Così leggiamo in questi Ricordi di mia madre, in cui Inoue cela, con pudore, il suo lato più intimo e dolente. E non possiamo non ascoltare partecipi quella voce che ci spiega come la donna «avesse incominciato a cancellare a ritroso, con una gomma, la lunga linea della sua vita», del tutto inconsapevolmente, «perché a tenere in mano la gomma era quell’evento ineluttabile che è la vecchiaia». Vecchiaia su cui Inoue ci offre, con quest’opera in tre tempi, pagine fra le più intense che abbia mai scritto, dove riesce a trovare la misura perfetta, con una delicatezza di tratto che nulla concede all’effusione sentimentale, per raccontare un lento congedo, raffigurare angosce primordiali ed evocare immagini che si incidono nella memoria. Come quella dell’anziana donna che – con una lampadina tascabile in mano – vaga di notte nella casa del figlio, senza che sia possibile sapere se ora, nella sua mente, lei è la madre alla disperata ricerca del bambino perduto o la bambina smarrita in cerca della mamma.


Novità: Una perfetta stanza di ospedale di Ogawa Yoko

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Dopo il silenzio dovuto alle abbuf… vacanze pasquali e allo studio, rieccomi qui con una novità, che spero di poter leggere presto. E’ infatti recentemente uscito, per i tipi dell’Adelphi, Una perfetta stanza di ospedale di Ogawa Yoko (traduzione di Massimiliano Matteri e Matake Yumiko, pp. 152, 10 €). Di seguito le parole di introduzione al libro tratte dal sito della casa editrice: perfettastanzaospedale

«Ogni volta che penso a mio fratello il cuore mi sanguina come una melagrana scoppiata» esordisce la protagonista del racconto che dà il titolo al volume, e continua: «Nella speranza di riuscire a dimenticare completamente mio fratello, mi immergo nel ricordo della sua quieta stanza di ospedale». Quella stanza, in cui il ragazzo ha trascorso alcuni mesi prima di morire «assurdamente giovane», era un luogo «perfettamente ripulito dalla sporcizia della vita» – e lui stesso «era sempre così tranquillo e gentile. La sua nuca era perfettamente liscia, il suo respiro perfettamente sottile». A poco a poco sorella e fratello si rinchiudono nel mondo a parte della stanza, in cui sembra che la corruttibilità della materia organica non possa penetrare, in cui c’è solo l’asettica purezza dell’assenza di cibo, dell’assenza di odore. Ed è come se, in quel «modo elegante di morire», assaporassero «la perfetta serenità che si prova nella fase aurorale di una storia d’amore». Anche nel secondo racconto, Polvere di farfalla, a un mondo «di fuori» (dove si può soffrire di «mal di gente») si contrappone un mondo «di dentro»: quando la ragazza Nanako è costretta a portare la nonna – «chiusa in una realtà tutta sua», quella dell’oblio – in una «scatola bianca piena di buone intenzioni », si sente «murata viva» nel piccolo appartamento in cui ha vissuto per anni insieme a lei, e comincia a chiedersi quale sia ora il suo, di mondo, e se ci sia una realtà oltre a quella che le sta «crescendo dentro». Ogawa Yoko sembra possedere il segreto di una scrittura che è solo sua: affilata, liscia, trasparente – ma dotata di un potere devastante. «La pericolosa Ogawa» è stato detto « ha inventato la scrittura-coltello: nel leggere le sue opere si prova un piacere doloroso».

Questa la recensione di Rita Bugliosi, tratta dall’almanacco CNR:

Hanno entrambi a che fare con la malattia i due racconti di Yoko Ogawa che compongono il volumetto edito da Adelphi “Una perfetta stanza di ospedale”. D’altro canto, la narratrice giapponese non è nuova a questo tema, presente anche nella sua opera precedente, “La formula del professore”, già recensita sull’almanacco. Lì protagonista è un genio della matematica, che non riesce però a trattenere i ricordi per più di ottanta minuti, un tempo che si restringe sempre più con l’avanzare dell’età, tanto che l’anziano docente non può più vivere nel suo appartamento e deve essere ricoverato in una casa di riposo.
Anche la casa di riposo è un elemento che torna nel nuovo libro, anzi è proprio da questo luogo, si può dire, che prende avvio il secondo racconto “Quando la farfalla si sbriciolò”. La giovane Nanako è costretta a ricoverare in un ospizio per vecchi la nonna Sae, con la quale è cresciuta ed ha vissuto fino ad allora, e che è colpita da una demenza senile grave, che la costringe a letto, incapace di compiere i gesti più semplici e di parlare. Tornare nell’abitazione lasciata vuota dalla nonna turba la giovane, che sembra perdere di vista il confine che separa la cosiddetta normalità dall’anormalità. ‘Dubito che sia la mia realtà, quella rimasta dopo che lei, colpita da demenza senile se n’è andata, a essere veramente normale. Mi angoscia che sia io, rinchiusa in quella casa, a non essere normale’.
Nel primo racconto, quello che dà il titolo a volume, alla casa di riposo si sostituisce la linda e asettica stanza d’ospedale, dove la protagonista assiste il fratello minore, malato terminale. Anche in questo caso la donna sembra perdere il contattato con la realtà, per rinchiudersi in un mondo tutto suo che inizia e finisce tra le quattro mura della camera che ospita il fratello, unico luogo in cui si sente serena. Ed è lì che va con il pensiero ora che il giovane è morto, per trovare un po’ di pace. ‘Quella stanza di ospedale mi piaceva sempre di più. Quando ero là dentro mi sentivo al sicuro come un bimbo immerso nel suo primo bagnetto caldo. L’interno del mio corpo vi diventava puro e trasparente fin nelle pieghe più nascoste’.
I personaggi delle due storie di Ogawa sono individui emarginati, incapaci di interagire in maniera consueta con gli altri, ossessionati da pensieri ricorrenti, attratti morbosamente da dettagli insignificanti che deformano con la loro alterata sensibilità. Come quando, tornata dall’ospedale, la donna guarda il marito mangiare: ‘Infilò il cucchiaio tra le labbra sorridenti. Quando dalle fessure verticali delle labbra colò una goccia marrone, la lingua si allungò a risucchiarla, come avrebbe fatto un bivalve per prendere aria’.
Un linguaggio accurato, una scrittura tagliente per descrivere quelle che la stessa autrice ha definito, nel corso di un’intervista: ‘…persone spinte ai margini del mondo, come impietrite su questo confine incerto. I disadattati alle norme sociali, dall’aria inquietante, che non possono reclamare la propria esistenza ad alta voce…’.


Reportage in Giappone: "L'eleganza è frigida" di Goffredo Parise

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Quest’oggi voglio accennarvi ad un libro poco noto in Italia: L’eleganza è frigida di Goffredo Parise. L’opera, scritta qualche decennio fa, è stata riproposta l’anno scorso da Adelphi (pp. 119, 12 €). A metà strada tra la narrazione, la saggistica e il reportage, essa ci presenta il punto di vista di Marco (alter ego dell’autore), novello Marco Polo, alla scoperta del Giappone e delle sue peculiarità.

Goffredo Parise

Goffredo Parise

Vi lascio con una recensione di Giovanni Mariotti apparsa sul Corriere della sera (3 aprile 2008):

Tra settembre e ottobre del 1980 Goffredo Parise trascorse in Giappone due mesi che più tardi avrebbe definito «forse i più belli e felici della mia vita». Gli articoli nati da quel viaggio apparvero sul Corriere fra il gennaio del 1981 e il febbraio del 1982 e, alla fine di quell’ anno, in un volume Mondadori che si lascia ricordare anche per la bella scelta di immagini. Ora, a più di un quarto di secolo, quel reportage, esempio (raro nella nostra epoca) di pellegrinaggio estetico, è riproposto da Adelphi. Titolo: L’ eleganza è frigida. Ecco una sentenza (mutuata dal poeta Saito Ryokuu) che istintivamente sentiamo vera. Frigida è l’ eleganza… cioè orfana «della passione dei sensi». Ogni eccesso di forma e artificio e controllo soffoca la sensualità (basti pensare a quanto siano anerotiche le sfilate di moda). Sensualità che spesso, invece, balena irresistibile in ciò che è scomposto, involontario, inelegante. Tuttavia, nel classico Libro d’ ombra, il grande scrittore giapponese Tanizaki interpreta la sentenza di Ryokuu in una maniera sensibilmente diversa, e singolare. Parlando dei gabinetti giapponesi tradizionali, discosti dalle case, osserva che «non è comodo andarci di notte, e nei mesi freddi si rischia di buscare un raffreddore»; però è anche vero che «l’ eleganza ama il freddo, e dunque la temperatura dei gabinetti, pressappoco uguale a quella esterna, può essere intesa come un tocco di raffinatezza in più». Qui l’ eleganza non è più connessa con lo stile «formale» della tradizione giapponese, ma con la gelida aria delle notti invernali. Manifestai, forse con un po’ di pedanteria, qualche perplessità sul reale significato della frase di Ryokuu in un articolo scritto quando il libro uscì in prima edizione; e Parise mi rispose con una lettera lunga e generosa. Quel titolo, ammetteva, era frutto «di non poche ricerche e dubbi. Ma alla fine è rimasto quello che avevo concepito in Giappone e che del resto avevo trovato nell’ edizione inglese di Libro d’ ombra, «the elegance is frigid», che mi era parso il più comprensivo di elementi». Giustificazione impeccabile: giacché la parola italiana «frigidità» connette due idee, l’ insensibilità al piacere sessuale e una temperatura rigida. Ricordo le acque chiare e freddissime di un torrente delle Apuane: il Frigido. Forse, se la civiltà giapponese ci appare così raffinata e così strana, è perché porta dentro di sé il sentimento dell’ inverno e delle sue costrizioni. Esiste una bella parola che mi sembra convenire più di ogni altra all’ idea giapponese di eleganza: «assiderata». Non sarà un caso se, come nota Parise, nelle case giapponesi i termosifoni diffondono un calore assai più attenuato dei nostri, e talvolta mancano del tutto. Vi è un episodio molto grazioso, nelle prime pagine de L’ eleganza è frigida. Il protagonista (scrivo così perché Parise, o per pudore o per adeguarsi alle distanze e ai formalismi del Paese che visita, racconta le proprie emozioni attraverso il lieve velo di un nome non suo e della terza persona) ha trascorso la prima notte a Tokio nell’ ambasciata del suo Paese, che chiama il «Paese della Politica» (ed è naturalmente l’ Italia). «Il mattino dopo alle otto in punto sentì bussare ed entrò Uji-san, il domestico che aveva intravisto la sera arrivando, con il vassoio della colazione…. Gli chiese com’ era il tempo. “Bellissimo” fu la risposta e, così dicendo, con un gran sorriso per prologo, Uji-san tirò le pesanti cortine. Piovigginava, un’ acqua molto sottile spruzzava invisibile il grande prato del giardino con il suo lago popolato di carpe rosse, gialle, arancioni e dove nuotavano due grandi anatre bianche». Per gli occidentali una giornata «bellissima» esige un cielo di un azzurro impeccabile, il sole, la libertà di uscire. Ma può essere «bellissima» da guardare anche una giornata dai colori ambigui e velati. Dai grigi elegantissimi. Con piccole piogge e passaggio di nuvole vagabonde. Persino un po’ fredda. Un po’ impedita. È l’ insegnamento del domestico dell’ ambasciata. Venuto dal «Paese della Politica», il viaggiatore di Parise assorbe quella lezione. I tesori del Paese dell’ Estetica lo incantano. Il magro Buddha bambino del tempio di Koriuji, il giardino Zen di Roianji (che suscita nel visitatore «la più grande emozione estetica della sua vita»), la lettura sulla riva di un laghetto del più celebre haiku di Bashô («Nel vecchio stagno / una rana si tuffa: / Il rumore dell’ acqua») rapiscono i suoi sensi avidi ed estatici. Ma è soprattutto negli oggetti d’ uso tradizionali, nei gesti, in certe minime ritualità, in un nodo ad asola intorno a un alberello, che gli appare l’ oscura potenza dell’ estetismo. Un estetismo che è una disciplina… e quasi una camicia di forza. Aver piegato la vita quotidiana alle esigenze della bellezza è senza dubbio l’ impresa più singolare della civiltà giapponese, e il segreto della sua irradiazione. Anche l’ Occidente, si sa, vagheggia oggetti belli e dalle forme pure (è il cosiddetto design). Ma l’ incanto si disperde se, come accade, finiscono nel contesto di una quotidianità sguaiata. Quello che manca al Giappone, così com’ è descritto ne L’ eleganza è frigida, è l’ espressione diretta e spontanea dei sentimenti. Che tuttavia affiorano, attraverso silenzi, rossori, elusioni. Parise coglie, con grazia, precisione e a tratti un po’ d’ ironia, queste manifestazioni di una soffocata emotività… il segreto avvampare delle emozioni dietro le cerimonie di un popolo «assiderato». Di timidi. Resta in sospeso (lo restava quando il libro apparve la prima volta, e lo resta oggi) la questione se tutto ciò sia destinato a scomparire, o se invece sia in grado di assorbire e rielaborare in forme originali ogni sorta di influenze esterne. Questo dubbio niente toglie allo sconcerto di chi, abituato a una volgarità chiassosa, scopre le persistenze di uno stile di vita che ha la pazienza e la precisione di certi lavori invernali (parlo di inverno… e, ricordando un bellissimo film di Claude Sautet, mi verrebbe da aggiungere che probabilmente si tratta anche di un «inverno del cuore»). Per Parise, come il suo libro mostra, lo sconcerto si tramutò in innamoramento. […]