"Concerto in Sol levante" di David Santoro

Pe rallegrare questa Pasquetta che, almeno qui, è velata dalle nuvole e freddina, il libro presentato oggi riguarda la musica giapponese contemporanea, fuori dai soliti schemi. Il suo nome è Concerto in Sol levante. Musiche e identità in Giappone (Casadeilibri, pp. 160, € 16) e l’autore è David Santoro, collaboratore di diverse testate giornalistiche.

Intoccabili, nippobrasiliani, rappers di Tokyo e di Okinawa, giovani musicisti in fuga dalla logica di mercato, artisti gruppi sociali e popolazioni che fanno della musica uno strumento di affermazione e resistenza culturale.
Questi sono solo alcuni dei protagonisti di Concerto in Sol Levante, un libro per scoprire la storia e la realtà del Giappone moderno attraverso la musica e sfuggire ai nostri pregiudizi. Un racconto attraverso le parole dei protagonisti che mostra lo stretto legame fra tradizione e ibridazione e come nella cultura l’incontro prevalga sulla separazione.

"Autostop con Buddha" di Will Ferguson

Da diversi anni, in coincidenza delle festività (religiose o laiche che siano, come Natale, il 25 aprile, etc.), anziché raggiungere luoghi affollatissimi o trascorrere ore e ore nei banchetti di rito, preferisco fare la scorta di libri e godermeli davanti una bella tazza di tè o in un parco, sdraiata nell’erba.
Quest’anno, complice lo studio forzato, ho deciso che passerò parte del lunedì di Pasqua – se il tempo mi assisterà – al laghetto dell’Eur (Roma), più precisamente nei pressi della “passeggiata del Giappone” e dei ciliegi in fiore, portandomi una lettura in tema. La scelta, per ora, è caduta su La virtù femminile di Setouchi Harumi, che sto divorando con piacere.
E dato che sono in vena di consigli, vi propongo anche Autostop con Buddha di Will Ferguson. Già noto per i divertenti volumi dedicati al Canada, sua madre patria, il giornalista e scrittore narra con ironia le avventure capitategli nell’inseguire da un angolo all’altro del Giappone la fioritura dei ciliegi.
E ora, due estratti del libro, per farvi venire l’acquolina in bocca:

Ogni primavera, un’ondata di fiori investe il Giappone. Parte dalle Okinawa e si riversa da un’isola all’altra fino al continente. Esplode a Capo Sata e si sposta verso nord, su e giù per le alture, fino alla punta estrema della lontana Hokkaido, dove si disperde e cade nel mare settentrionale.
Lo chiamano Sakura Zensen, il “Fronte dei Fiori di Ciliegio”, e ne monitorano l’avanzata con uno zelo che normalmente è riservato solo agli eserciti in marcia. Ogni sera i telegiornali forniscono un rapporto sull’avanzata, con mappe dettagliate che mostrano le prime linee, le linee secondarie e la percentuale di fiori in ogni singola area. “Oggi Shimabara ha raggiunto il trentasette per cento di fiori sbocciati”.
Non esiste altro luogo al mondo in cui la primavera arrivi con tanta teatralità quanto in Giappone. Quando sbocciano, i fiori di ciliegio colpiscono come un uragano. Ciliegi nodosi, che passano inosservati per gran parte dell’anno, fioriscono in un baleno come fontane che si accendono all’improvviso.
L’arrivo dei sakura segna la fine dell’inverno.

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Kyushu meridionale

1.

Capo Sata è dove finisce il Giappone.
Se si voltano le spalle al mare e si guarda verso nord, ci si trova con l’intero Giappone sospeso sopra la testa come una spada. È un territorio vulcanico, lungo e stretto: uno stato insulare che si protende – senza mai arrivare a toccarli – verso i suoi vicini. È una terra che ispira metafore. L’hanno paragonata a una cipolla: uno strato dopo l’altro a ricoprire… il nulla. Qualcuno l’ha definita un labirinto, una fortezza, un giardino. Una prigione. Un paradiso. Ma per alcuni il Giappone non è niente di tutto questo. Per qualcuno, il Giappone è una via da percorrere. E Capo Sata è là dove la via finisce.
Una strada si snoda in giravolte che scendono verso il mare, affollata ai lati da palme consunte e da piante rampicanti. I villaggi scorrono via veloci. La strada si inerpica su per le montagne, svolta un angolo, per poi finire, bruscamente, in una foresta di pini e cedri. Una galleria si perde sul versante della montagna.
Da qui in poi si continua a piedi, nella frescura umida e inaspettata della galleria, dopo la tappa obbligata alle bancarelle di souvenir, per un sentiero che taglia fra gli alberi. Lungo il percorso, ci si imbatte in un tempio nascosto. Si suona il campanello per svegliare gli dèi e si prosegue verso il cuore della foresta.
Da una rupe sporge un edificio in gas beton scolorito, aggrappato all’ultimo pezzo di terra solida. Al suo interno, una donna dall’aria stanca vende calamari infilzati in bastoncini e ricoperti da uno strato denso e vischioso di salsa di soia. In qualche modo si resiste alla tentazione. Si salgono invece le scale che portano all’osservatorio e, dalle finestre piene di aloni di polvere e impronte di nasi, si può ammirare la maestosità di Capo Sata.
Alcuni turisti cominciano a gironzolare nei paraggi, senza un’idea precisa sul da farsi ora che hanno visto il panorama. Comprano i calamari, osservano attraverso i telescopi a gettone e aggrottano la fronte, pensierosi. “E così, questo è Sata” dicono. La fine del mondo.
Sata dà veramente l’impressione della fine.
Qui il mare e la terraferma s’incontrano. La costa si tuffa tra i massi. Alberi di pino si sporgono dalle scogliere a strapiombo, le onde s’infrangono e si ritirano – da quella distanza quasi non si sentono – e rocce frastagliate e isolotti solitari emergono dall’acqua come pinne di squalo. A Sata c’è sempre vento, un vento che tira dal mare aperto e risale dalla scogliera.
“Guardate” dice il signor Migita, mentre arriva e raduna i figli davanti a sé. “Guardate laggiù.”
Indica loro le montagne, dove si scorge una debole macchia rosa tra i sempreverdi.
“Sakura” dice loro. E il cuore prende a battermi.
Sono arrivati i fiori di ciliegio. Ora è cominciato il viaggio, ora è partita la corsa, ora la sfida ha avuto inizio. “Sakura! Lo pensi davvero?”
Guarda di nuovo. “Forse no. Vuoi dei calamari?”

Le meravigliose foto dei ciliegi sono di proprietà di Harold Davis e sono rintracciabili a questi indirizzi: http://www.flickr.com/photos/harold_davis/95091998/ e http://www.flickr.com/photos/harold_davis/3246665372/in/set-72057594062045129/.

"A briglia sciolta", nuovo romanzo di Mishima

Mentre girovagavo qua e là per la rete, ho scoperto con piacere che una settimana fa è uscito un nuovo romanzo di Mishima, A briglia sciolta (Feltrinelli, pp. 432, € 14).
Questa la presentazione tratta dalla quarta di copertina:

Giappone 1932-1933: sono anni di crisi in cui vengono compiuti una serie di attentati da parte di gruppi estremisti. Honda Shigekuni, che avevamo già incontrato in Neve di primavera, ricompare come protagonista in questo secondo episodio della tetralogia di Mishima nelle vesti di giudice della Corte di appello di Osaka. Ha compiuto trentotto anni, da dieci anni è sposato con la mite Rie, da cui non ha avuto figli, e conduce una vita tranquilla e abitudinaria. Un giorno però gli capita di presenziare a un torneo di kendo e fa la conoscenza di Isao linuma, che per Honda è la reincarnazione dell’aristocratico compagno di scuola Kiyoaki Matsugae, la cui morte aveva segnato per lui la fine della giovinezza. Isao è il figlio di Shigeyuki linuma, il vecchio precettore di Kiyoaki e ora presidente di un’associazione patriottica della destra. Suo figlio, a soli diciannove anni, è un campione di kendo, un atleta che sprigiona energia e coraggio virili ma anche un ragazzo ancora puro e ingenuo. Nonostante il turbamento e la nostalgia, Honda è felice di aver ritrovato l’amico la cui vita è avvinghiata alla sua come un bel rampicante all’albero e si sente rinato a sua volta. Isao però, cresciuto nel rispetto del codice dei samurai, cova il mito dell’intransigenza verso il potere ingiusto e corrotto che giustifica la rivolta e in caso di sconfitta prevede il suicidio. Honda cerca di metterlo in guardia dai rischi, ma Isao ormai è avviato sulla via senza ritorno della sovversione restauratrice.

Mishima: quale immagine?

Provate a menzionare Mishima Yukio a un lettore medio.
In men che non si dica assumerà consistenza l’uomo che, il 25 novembre del 1970
, vestito della divisa militare della Tetenokai, lo hachimaki che gli cinge la fronte, il volto alterato nello sforzo dell’ultimo proclama, arringa le truppe del Jieitai.
A voler essere indugenti, se uno scrittore candidato per ben due volte al Nobel a tanto si riduce, non è tutta colpa del lettore medio. In fondo, questo è ciò che per decenni i mezzi di comunicazione gli hanno fornito; in alternativa, qualche ritratto in costume adamitico, spada in pugno o legato a un albero, novello san Sebastiano agonizzante.
A non voler essere indulgenti, ci si domanderà in virtù di che cosa quest’immagine cristallizzata resista nella eprcezione del lettore medio, dopo che, dalla metà degli anni ’80 (seppur con lentezza e lungo un percorso irto di pregiudizi) tanta energia si è profusa nel diffondere opere dello scrittore, le più policrome.
[…] E’ dunque così superfluo sottolineare che, prima di scegliere di morire, Mishima ha vissuto? […]

tratto da Virginia Sica, Mishima e la ‘sindrome di Jorge’, prefazione a romanzo Abito da sera

I cento anni di Akira Kurosawa

Ieri, 23 marzo, il grande Akira Kurosawa avrebbe compiuto cento anni. Per ricordarlo, quest’oggi ho scelto una selezione di opere a lui dedicate.
Il primo volume, Akira Kurosawa (ed. Il Castoro, pp. 156, € 11,90) di Aldo Tassoni, il massimo esperto italiano in materia, si propone come una delle migliori monografie in circolazione sul cineasta.
Continuiamo poi con Il cerchio e la spada di Dario Tomasi (lindau, pp. 224, € 19,50), che focalizza la sua attenzione sul celeberrimo I sette samurai, narrando il making of del film e svelando retroscena sulla sua storia.
Concludiamo, infine, citando due racconti di Akutagawa Ryunosuke,
Rashōmon Nel bosco, fonti di ispirazione per il bellissimo film chiamato, appunto, Rashōmon.

“In una notte di temporale” di Yuichi Kimura

Se siete stufi di raccontare ai vostri bambini la storia di Cappuccetto Rosso e quella dei tre porcellini, allora questa potrebbe essere l’occasione giusta per rinnovare il repertorio, magari iniziando da In una notte di temporale di Yuichi Kimura (traduzione di Paolo Volpato e illustrazioni di Simona Mulazzani; Salani, pp. 64, euro 7,5; ora in offerta a 6,38).

Il nome, probabilmente, non vi dirà nulla, ma questa tenera fiaba in Giappone ha venduto un milione e trecentomila copie.
Questa la presentazione dell’editore:

In una notte di temporale, una piccola capretta bianca vagava nell’oscurità. Senza pensarci un attimo si rifugiò in una capanna abbandonata sulla collina. Si accomodò in un angolo a riposare ascoltando il picchiettare della pioggia sul tetto. Ma ansimando qualcuno entrò nella capanna. Chissà chi era. La capretta drizzò le orecchie. Doveva essere sicuramente una capra. La capretta, sollevata, salutò il nuovo arrivato che, sorpreso e un po’ spaventato, rispose sgarbatamente. Ma il nuovo arrivato non era una capra, bensì un lupo. Il lupo disse “Come? Chi ha parlato? Con questo buio, non si vede un accidente”. Nel racconto tutto si svolge nel buio, ed è proprio il buio che fa scoprire ai bambini quanto siano simili nei desideri e nelle paure i due antagonisti per antonomasia. Il buio, come complice in positivo, non svelerà loro la vera identità dell’altro. Anzi, riprendendo il loro cammino al termine del temporale, si saluteranno come due buoni amici e con l’impegno di rincontrarsi il giorno dopo a mezzogiorno nello stesso posto.

Dalla storia è stato tratto un film d’animazione, あらしのよるに (Arashi no yoru ni), conosciuto in Italia come Amicinemici – Le avventure di Gav e Mei.

"Japan: the soul of a nation": la poesia fotografica di Yamashita

A volte, le parole non bastano per descrivere un’usanza, un popolo, una nazione; le immagini – nude, silenzione – possono talvolta esprimere più di mille discorsi.
Ciò, credo, si possa applicare senza dubbio a Japan: the soul of a nation del fotografo nippo-americano Michael Yamashita (ed. Tuttle Publishing, 2003; Periplus Editions, 2002).Fotografo pressocché autodidatta, lavora da molti anni al National Geographic, ed è ritenuto uno degli artisti più interessanti del panorama contemporaneo per la raffinata poesia dei suoi scatti.
Alcuni dei suoi servizi più celebri sono ambientati nella terra d’origine dei suoi genitori, il Giappone; un esempio mirabile è costituito dalla serie dedicata ai luoghi del grande haijin Bashoo.
Qui avete la possibilità di sfogliare virtualmente il volume.

Dopo Hiroshima. Esperienza e rappresentazione letteraria, a cura di Gustav-Adolf Pogatschnigg

Cosa è accaduto nella letteratura nipponica in seguito alla tragica esperienza della bomba atomica? In che modo poeti e scrittori sono riusciti a trovare dentro e fuori di sé una risposta all’orrore e alla paura?
A questi interrogativi vuol rispondere Dopo Hiroshima. Esperienza e rappresentazione letteraria, a cura di Gustav-Adolf Pogatschnigg (ed. Ombrecorte, pp. 159, 15 €). L’editore ci presenta così il libro:

Questo volume nasce dal convegno “Quando la guerra finisce”, tenutosi a Bergamo nel 2005, in coincidenza con il 60esimo anniversario delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. L’agosto 1945 segna l’inizio di una minaccia reale che da allora incombe, e oggi forse di nuovo e più che mai, sull’umanità. Contro la censura politico-culturale e tramite un vivace scontro con la critica letteraria giapponese dominante, paragonabile alla discussione sul “verdetto della poesia dopo Auschwitz” pronunciato da Adorno, si afferma la genbaku bungaku, la “letteratura della bomba atomica”. Tra centinaia di testimonianze scritte in forma di diari, racconti brevi e poesie haiku e non, romanzi e piece teatrali spiccano i nomi di Kurihara Sadako, Ibuse Masuji, Hara Tamiki, Ôta Yôko e il premio nobel Ôe Kenzaburo. Anche in Europa e negli Usa, l’arte, la filosofia e la letteratura cercano una risposta a questo evento che dalla storiografia viene spesso abbinato alla Shoa. Gli autori di questo volume offrono sia una panoramica, sia esempi di analisi approfondita di vari aspetti della rappresentazione letteraria della violenza inaudita che ha preso il nome di Hiroshima. Un monito che non dovremmo mai smettere di ricordare.

Alla scoperta dell'horror giapponese: "Tokyo sindrome"

Gli appassionati di cinema e, in particolare, di horror forse conosceranno già Tokyo sindrome di Alessio Gradogna e Fabio Tasso (ed. Falsopiano, pp. 206, 14 €, attualmente scontato sul sito a 8 €).
Il volume, scorrevole e piuttosto completo
(almeno secondo il parere di chi l’ha letto), offre una panoramica completa sul genere, attraversando l’opera di Hideo Nakata, Kiyoshi Kurosawa, Takashi Shimizu, Takashi Miike e Shinya Tsukamoto,  e si propone di individuarne i punti di forza che l’hanno reso celebre in occidente.

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