Categoria: arte e architettura

“Giapponismo. Suggestioni dell’Estremo Oriente dai Macchiaioli agli anni Trenta”, una recensione

giapponismo japonisme catalogo“Aiuto! Il Giappone mi ingoia!”, scriveva Gabriele d’Annunzio nel 1884, travolto dall’entusiasmo per il japonisme, il gusto giapponesizzante, che lo spingeva a circondarsi (dilapidando non poco denaro) di oggetti e bibelot che gli ricordassero la lontana terra orientale. Nel suo Piacere ritroviamo la stessa passione: riflesso di una moda, di una vocazione di vita – il giapponismo – che contraddistinse tutta un’epoca, dal finire del diciannovesimo secolo sin quasi alla metà del Novecento.

Testimonianza più unica che rara di questo periodo è Giapponismo. Suggestioni dell’Estremo Oriente dai Macchiaioli agli anni Trenta, a cura di Vincenzo Farinella e Francesco Morena (altro…)

Una chiacchierata sull’arte contemporanea giapponese e sul kawaii con Valentina Testa

Oggi ho il piacere di intervistare Valentina Testa, autrice di Kawaii Art e Gothic Lolita (pubblicati entrambi per la Tunué; potete leggerne le recensioni rispettivamente qui e qui). Ha inoltre collaborato con alcuni editori italiani di fumetti, lavorando anche su autori quali il gruppo Clamp, Sahara Mizu e Naked Ape.

 

Opera di Murakami con autoritratto

Biblioteca giapponese (da ora abbreviata BG): Valentina, innanzitutto grazie per avermi concesso questa intervista. Il tuo volume, Kawaii Art, è stato certamente uno dei primi in Italia a occuparsi dell’arte contemporanea giapponese ispirata al kawaii (tutto ciò che è “-ino”). Pensi che questo lungo silenzio da parte dei critici nostrani sia dovuto a pregiudizi e/o a una mancata conoscenza della materia? (altro…)

Non solo anime: “Vita da cartoni” di E. D. Infante e F. Bartoli (in libreria dal 7 giugno 2012)

Negli ultimi anni – e credo non sia solo una mia impressione – si sta assistendo nel nostro paese a un interessante fenomeno, sulle cui origini socio-culturali bisognerebbe indagare:
la rivalutazione delle storie a fumetti e delle serie animate
, seguita, per conseguenza, dalla pubblicazione di riviste e volumi appositi.

Tra i testi che ho trovato più interessanti in merito, vorrei segnalarvi Vita da cartoni, di Elettra Dafne Infante (regista, scrittrice e sceneggiatrice) e Fabio Bartoli (già autore di Vado, Tokyo e torno e Mangascienza, di cui ho rispettivamente parlato qui e qui), in libreria dal 7 giugno 2012 per i tipi Tunué e con tanto di dvd allegato (qui un’anticipazione). (altro…)

L’anima sintetica dell’arte contemporanea giapponese: “Kawaii art” di V. Testa

Marzo 2008, interno giapponese tradizionale. Il ministro degli Esteri Masahiko Komura è qui in veste ufficiale per nominare un nuovo ambasciatore, che avrà l’impegnativo compito di far conoscere la cultura nipponica all’estero. Eccolo: è alto press’a poco come il politico, ma ben più rotondo. Ha un colorito bluastro e non indossa il completo scuro di rito, ma nessuno pare farci caso.
E’ Doraemon, il gatto robot protagonista di una fortunata serie di cartoni animati nota in tutto il mondo. E tutti paiono essere soddisfatti della scelta del ministero.

In Giappone, il kawaii – vale a dire tutto ciò che è giocoso, tenero e “finisce in -ino” (cit. da Gomarasca – Valtorta) – non desta la sorpresa e le perplessità che lo accompagnano qui in Italia, dov’è spesso e frettolosamente giudicato stucchevole e infantile. Difatti, nel Sol Levante,  gode di tutt’altra credibilità, incarnandosi in un‘estetica pervasiva che ha contagiato persino l’arte contemporanea, come ben spiega Valentina Testa, laureata all’Accademia di Belle Arti di Brera, nel suo volumetto Kawaii Art. Fiori, colori, palloncini (e manga) nel Neo Pop giapponese (Tunué, pp.  96, € 9,70; in offerta a € 8,25  su Amazon.it cliccando qui), (altro…)

“Giappone underground”: nelle viscere del cinema sperimentale giapponese degli anni ’60-’70

Notturno in bianco e nero. Un ragazzo con le lenti spesse canta sul tetto di un edificio, fissa l’orizzonte, o forse il vuoto. E’ ben pettinato, e la camicia bianca è stirata a perfezione. E’ un assassino, e prima ancora una vittima. Il suo destino è già scritto.

Questo l’incipit di Su su per la seconda volta vergine (Yuke yuke nidome no shojo, 1969) di Wakamatsu Kōji, capolavoro del cinema sperimentale giapponese del secondo dopoguerra: un cinema duro, crudo, violento, profondamente legato al clima di opposizione sociale e rinnovamento che si respirava in quegli anni in Giappone, in cui le proteste caratteristiche dell’epoca sessantottina erano in realtà sorte già da tempo quando l’Europa conobbe il maggio francese, diventato poi simbolo delle rivolte giovanili.

Per orientarci in questo universo torbido e poliforme – poco noto in Italia anche a causa del rifiuto operato da parte dei circuiti cinematografici e televisivi (con la lodevole eccezione del solito Ghezzi) – possiamo affidarci a Giappone underground. Il cinema sperimentale degli anni ’60 e ’70 di Beniamino Biondi (edizioni Il Foglio, 2001, pp. 133, 12 €; in offerta su Amazon.it cliccando qui a 10,20 €), che fornisce una panoramica sintetica ma ad ampio raggio sull’argomento, scansionata per registi, dei quali estrinseca la poetica e i significati delle scelte formali (talvolta azzardate ed estreme) proprio a partire dalla loro stessa produzione, con abbondanza di esempi.

In quegli anni, non pochi registi – rompendo bruscamente con le industrie cinematografiche e con l’establishment intellettuale – si dedicarono in modo intensissimo alla sperimentazione e alla ricerca di nuovi linguaggi che potessero rivelare il malessere e le contraddizioni di una società fagocitata dal capitalismo dilagante, in cui l’individuo (specie se appartenente agli strati sociali più bassi) non poteva che annichilirsi o straniarsi, sino a diventare altro da sé.

Mentre Sartre fumava al Café de Flore, a Parigi, disputando di politica e filosofia, alcuni cinfefili giapponesi battevano cantine, quartieri malfamati, bar d’infimo ordine per scovare idee e atmosfere, finendo per dare la parola persino ai luoghi stessi: lo dimostra Wakamatsu Kōji nel suo A.K.A. Serial Killer (Ryakushō renzoku shasatsuma, 1969), documentario dedicato a un serial killer, privo di attori, che racconta la vita dell’assassino facendo parlare gli stessi scenari degradati in cui si è svolta, costituendo così una perfetta applicazione della teoria del paesaggio, volta a dimostrare “come l’ambiente muti l’identità sociale e politica” (cit. di Adachi Masao), che ricorda la celebre formula “race, moment, milieu” (fattori ereditari, contesto sociale e momento storico sono determinanti per la costituzione di un individuo), coniata da Taine, teorico del naturalismo francese ottocentesco.

Moltissima parte delle pellicole nate a cavallo tra gli anni Sessanta e i Settanta si presenta oggi ai nostri occhi dissacrante, oscura, incoerente, visivamente e contenutisticamente aggressiva. Il ricorso alla violenza è esplicitato in tutte le sue forme, non ultima quella sessuale: l’eros diviene una cassa di risonanza e, prima ancora, un linguaggio di opposizione e denuncia, talvolta non privo di letture allegoriche, come nel caso di Iimura Takahiko e Hara Kazuo. Per questa ragione, è possibile individuare nella produzione di questi anni numerose tracce del pinku eiga (letteralmente ‘cinema rosa’, da intendersi però come produzione erotica, spesso realizzata a basso costo e in tempi ristretti): per portare in scena il malessere delle fasce più deboli, escluse dalla buona società, si credeva fosse opportuno ricorrere a generi e stili artistici altrettanto outsider.  

Ma la rivolta (politica, ideologica, esistenziale), come ben spiega Biondi, non passò soltanto attraverso i contenuti, bensì anche per gli stessi strumenti stilistici ed espressivi, come dimostrano le esperienze di Obayashi Nobuhiko (celebre la sequenza della pianta che fa l’amore con una ragazza, tratta dal suo Huasu, ripresa da Sam Raini).

La realtà stravolta e violenta in cui si dibattevano uomini e donne in conflitto con se stessi e con il mondo poteva esser rappresentata soltanto da scelte formali coraggiose sino all’azzardo, spinte talvolta – di proposito o meno, a seconda della bravura del regista – ai limiti del trash, con incursioni nell’horror e nel grottesco: cromatismi deliranti, alterazioni improvvise nelle sequenze dei fotogrammi, collage, inquadrature stravolte e stravolgenti… I generi cinematografici si confondono tra loro, recependo al contempo stimoli e suggestioni dall’arte e del cinema occidentale; basti pensare all’influenza del mito di Edipo sul Funerale delle rose (Bara no Sōretsu; qui a sinistra un fotogramma), diretto da Matsumoto Toshio nel 1969.

Un caso a parte è rappresentato dalle pellicole di Mishima Yukio, in cui apparve nelle veste di semplice attore, oppure come ideatore e protagonista. A quest’ultima classe appartiene un’unica opera, entrata però nella leggenda: Patriotism (Yūkoku, 1966), ritenuta da molti premonitrice, dal momento che il personaggio principale, incarnato dallo scrittore, si dà la morte per seppuku (suicidio rituale).

Lo stesso Mishima fu uno dei bersagli preferiti di Terayama Shūji, autore dell’Imperatore Tomato Ketchup (Tomato kecchappu kōtei, 1970; qui a lato un fotogramma), in cui si scagliò sia contro il militarismo tanto apprezzato dall’autore del Padiglione d’oro, sia contro le alternative politiche, sociali e rivoluzionarie dell’epoca, dando vita a un film di non facile interpretazione e dai tratti visionari.

Quello underground fu insomma un cinema sfaccettato e ricco per temi, stili, polemiche, il cui spirito è forse in parte riassumibile nei versi struggenti e allucinati della canzone che apre Su su per la seconda volta vergine:

Mamma,
io  me ne vado!
Entro nella notte della città.
Un pranzo nudo,
un pranzo di sangue.

Speciale san Valentino: l’amore nella letteratura giapponese

Al liceo, per qualche tempo, le mie amiche ed io avevamo preso l’abitudine di scambiarci nel giorno di san Valentino dei pensierini che testimoniassero il nostro affetto: un biglietto, un cioccolatino a forma di cuore, un oggetto da nulla scambiato sotto il banco.

Ecco, considerate questo speciale san Valentino, dedicato all’amore nella letteratura giapponese presentato in diverse forme (poetica, erotica, ironica, drammatica…), come un piccolo regalo per voi. Per leggerlo e scaricarlo nel vostro computer, è sufficiente cliccare qui e salvarlo sul vostro computer.

I brani e le poesie che troverete sono tratti da opere ed epoche molto diverse tra loro: si va dalle antiche liriche del  Kokin Waka shū per arrivare sino a 1Q84 di Murakami. Ho voluto intercalare i testi con le bellissime illustrazioni dell’artista Tanji Yōko, che mi paiono molto evocative e capaci di proiettare lo spettatore in un’avvolgente dimensione onirica, in cui le ragazze sognano sulla luna e una coppia ha sotto gli occhi l’intero cosmo.

Approfitto di questo spazio per ringraziare i miei amici Faiza e Nino, amanti come me degli haiku, per i consigli e le risate, e voi tutti che mi seguite. Buon san Valentino a tutti, che lo festeggiate o meno. 🙂

Immagine tratta da qui.

 

L’architetto innamorato delle stampe giapponesi: Frank Lloyd Wright

A lungo ho apprezzato l’architetto Frank Lloyd Wright – il creatore, tanto per capirci, della casa sulla cascata o il Guggenheim Museum di New York-, ma non sapevo spiegarmi il perché. Un libro però potrebbe probabilmente contenere la risposta: Le stampe giapponesi. Una interpretazione dello stesso Frank Lloyd Wright,  con saggi di Francesco Dal Co e Margo Stipe (Electa, 2008, pp. 126, € 45; in offerta su Amazon.it a 38,25 € cliccando qui).
Questa la presentazione tratta dal sito dell’editore:

Nel 1893 venne inaugurata a Chicago l’Esposizione Colombiana. Si concludeva il secolo che aveva visto il formarsi della nazione americana e ne iniziava un altro durante il quale gli Stati Uniti erano destinati a conquistare la supremazia mondiale. L’Esposizione mobilitò risorse enormi e segnò una tappa fondamentale anche per la storia dell’architettura americana. Tra gli artefici di secondo piano della costruzione dell’Esposizione vi fu Frank Lloyd Wright (1867-1959).
Wright era destinato, come il Paese in cui era nato, a diventare una figura dominante nella scena dell’architettura mondiale del Novecento. Se ebbe un ruolo marginale nella costruzione dell’Esposizione, Wright fu però uno dei visitatori più attenti dei Padiglioni che la costituivano. Tra questi ve ne era uno di modeste dimensioni, l’Ho-o-den, un tempio giapponese ricostruito su un’isola artificiale. L’impressione che l’Ho-o-den esercitò sul giovane architetto fu enorme e l’accompagnò per tutta la vita. Wright aveva già avuto modo di conoscere l’arte e la cultura giapponesi grazie al suo primo datore di lavoro, Joseph L. Silsbee, collezionista di stampe giapponesi e frequentando le conferenze tenute dal grande iamatologo Ernst Fenellosa.
Da allora Wright non soltanto compì diversi viaggi in Giappone, ma divenne anche uno dei più autorevoli tra i collezionisti americani di stampe giapponesi. Nel 1912 pubblicò The Japanese Print. An Interpretation, un testo da allora imprescindibile per tutti gli studiosi e i cultori dell’arte giapponese, ma non meno fondamentale per comprendere il significato dell’opera che Wright realizzò.
Questo testo viene ora tradotto per la prima volta in italiano e proposto in una preziosa edizione in facsimile, accompagnato da un saggio che ne spiega l’importanza, di Margo Stipe, una studiosa che ai legami che Wright venne tessendo con la cultura giapponese ha dedicato studi accurati e preziosi. Che il precoce incontro con l’Ho-o-den abbia segnato l’intera opera di Wright lo conferma questa confessione che l’architetto fece ai suoi allievi negli ultimi anni della sua vita, nel 1954: “Non vi ho mai confessato in che misura le stampe giapponesi mi abbiano ispirato. Non ho mai cancellato quella mia prima esperienza e mai lo farò. È stato per me il grande Vangelo della semplificazione, quello che porta all’eliminazione del superfluo”.

Nella foto:  facciata del Frank Lloyd Wright’s Imperial Hotel, Meiji Mura, vicino Nagoya, in Giappone.

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