“Come un sushi fuor d’acqua” di Fabiola Palmeri

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Palmeri-Come-un-sushi-fuor-dacquaÈ un Giappone che ammalia da lontano, spaventa, stupisce; abbraccia con calore, spalanca lo sguardo, addomestica le abitudini; penetra sotto pelle, sconquassa le esistenze e si fa, infine, destino.

Questo è l’orizzonte di Come un sushi fuor d’acqua (Editore La Corte, 2019, pp. 268, € 17,90), romanzo appena pubblicato da Fabiola Palmeri (già nota agli amanti della cultura nipponica per i suoi articoli apparsi su Repubblica e in NippONews) in cui la scrittrice intreccia due storie di donne indissolubilmente legate al paese asiatico. Da un lato, abbiamo Bianca, giovane ed entusiasta giornalista in trasferta a Tōkyō fra gli anni Ottanta e Novanta, desiderosa di “[educarsi] alla giapponesità” (p. 67)”; dall’altro,  Celeste, nata nella capitale nipponica, ma adolescente cittadina del mondo del terzo millennio per vocazione e vicende familiari.

Ciascuna delle due ha un rapporto personale e articolato col Giappone, marcato da luci e ombre: se per la ragazza è uno dei pezzi che compongono la sua identità, col passare degli anni per la professionista questo diventa terreno per coltivare le proprie ambizioni, fucina di occasioni e incontri inaspettati (e insperati), e, soprattutto, casa.

Per queste ragioni, Tōkyō, in particolare, è molto più di una città: per Celeste è culla, rifugio in cui ritrovare un padre, amici affettuosi, luoghi d’infanzia, mentre per Bianca diviene presto “a tutti gli effetti la sua migliore amica” (p. 175) – amica che chiede, in cambio della sua generosità, volontà di lasciarsi conquistare dai suoi ritmi, abnegazione e resistenza alla solitudine (“Tokyo [pullula] di cuori emarginati, come isole nell’isola”, p. 176).

L’opera è, infatti, (anche) una lunga dichiarazione d’amore per la capitale, per la sua personalità contraddittoria, gli ostacoli e le sorprese che riserva a chi sa esplorarla con generosa tenacia:

[….] Tokyo, quel suo essere intrinsecamente divisa fra l’infantile e il triste, fra il ludico e l’eccessivo. La Tokyo che mi affascina, che sento mia, che mi appartiene come io appartengo a lei.” (p. 64)


Aiutiamo il progetto “Tra canti e montagne”, diario di campo giapponese di Marianna Zanetta

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Una delle illustrazioni del volume

Oggi voglio proporvi un post e un contenuto piuttosto diversi dal solito: si tratta infatti di una raccolta fondi organizzata via Kickstarter da Marianna Zanetta, che tutti quanti conoscerete come l’infaticabile proprietaria della libreria giapponese Inari, a Torino, e promotrice di mille iniziative.

Studiosa di antropologia giapponese, ispirata dai suoi numerosi viaggi e dalle sue ricerche, Marianna Zanetta ha deciso di condividere con noi il suo bellissimo diario di campo illustrato da lei stessa e intitolato Tra canti e montagne, “un piccolo racconto di un’esperienza luminosa, alla scoperta di silenziose donne sciamane che vivono nei boschi delle prefetture del Tohoku”.

Per ulteriori dettagli e per effettuare una donazione, vi rimando alla pagina ufficiale dell’iniziativa. Per il momento, c’è tempo sino al 9 novembre 2019 per dare il vostro contributo. Partecipate!


Albert Londres, “In Giappone”

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Fra Otto e Novecento la cultura nipponica esercitò su molti europei (specie di cultura) un fascino irresistibile, come testimonia il fenomeno del japonisme. Diversi giornalisti si recarono quindi dall’altra parte del mondo per offrire ai loro lettori resoconti di avventure esotiche. Fra questi si ricorda anche Albert Londres (1884-1932), ben noto per i suoi reportage; uno di questi, redatto nel febbraio 1922 per l’Excelsior,  è stato finalmente tradotto in italiano da Alessandro Giarda, col titolo In Giappone. Cronaca di un cambiamento (ObarraO, 2019, pp. 106, € 12,50; prefazione di Corrado Molteni).

Titolo non potrebbe esser più azzeccato: a differenza di quanto accade in cronache di altri scrittori, attenti a descrivere soprattutto gli aspetti e i dettagli più seducenti del paese, il francese si sofferma ad analizzare un buon numero di elementi del quadro socio-politico del tempo, evidenziando soprattutto le tracce dei mutamenti in corso, come è evidente in questo passaggio:

“Hirohito, solo, seduto su un cuscino, il chepì in mano, salutava il suo popolo. Cinque anni fa, tutti si sarebbero prostrati con la fronte nella polvere. […] Oggi lo guardano, è una rivoluzione. Tra il padre e il figlio, tutto un mondo misterioso è crollato.” (p. 81)

Nonostante ciò, come avviene in altre parti della produzione di Londres, l’ironia è ben presente: stuzzica il lettore, lo accompagna nelle spiegazioni, offre una prospettiva seriosa a questioni e temi seri. E così anche il pubblico a noi contemporaneo non può non restare conquistato. 


Tanizaki Jun’ichirō: “Nero su bianco”

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Contraddittorio, egocentrico, compiaciuto e, allo stesso tempo, prigioniero della sua vena decadente, Mizuno è uno scrittore nella Tōkyō della metà degli anni Venti del Novecento: collabora con case editrici e riviste, spende il denaro in alcool e prostitute, non si preoccupa di avere amici o famiglia.

Mizuno non era in grado di controllare la propria mente, il suo cervello era solo il proiettore di un cinematografo interiore. Un proiettore automatico da cui sgorgavano a volontà scene di mostri e fantasmi che lui stesso creava ed era costretto a guardare. Arrivati a un tale stadio non è forse già lecito parlare di pazzia?

Talmente assorbito in sé e nel desiderio di alimentare il suo ritratto di artista maledetto, quasi non bada al fatto che, in uno dei suoi ultimi racconti, immagina l’omicidio di un collega, senza preoccuparsi troppo di dissimulare la vera identità di quest’ultimo. Nel momento stesso in cui, infatti, il pensiero di non nuocergli si affaccia, ecco che la sua mente e il suo corpo vengono investiti da altri stimoli ben più terreni.

Ancora una volta, con la classica maestria, Tanizaki Jun’ichirō ci presenta nel romanzo Nero su bianco (Kokubyaku, 1928), appena pubblicato da Neri Pozza con la traduzione di Gianluca Coci (2019, pp. 266, € 17), un intreccio torbido, in cui inquietudine ed eros arrivano a confondersi e a disorientare persino colui che credeva invece di piegarli a suo piacimento.

Affascinato e intimorito da ciò che la sua mente riesce a creare, dalla sensualità esplicita e aggressiva di una modan gāru* che incrocia in un locale, dalla scrittura che egli padroneggia e che allo stesso tempo lo domina, Mizuno infatti è così creatore e attore di una serie di vicende deliberatamente ambigue. Ma anche ai lettori Tanizaki gioca un tiro: qual è la vera storia che stanno leggendo?

 

* Erano dette modern girls quelle ragazze che, negli anni Venti, seguivano la moda e stili di comportamento provenienti dall’Europa e dagli Stati Uniti.

 


Recensione: “La studentessa e altri racconti” di Dazai Osamu

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Le mattine mi sembrano una forzatura. Sono così sature di tristezza che non riesco a sopportarle. Davvero, le odio. Di mattina non sono un bello spettacolo: le mie gambe sono così stanche che già non ho voglia di combinare nulla. Mi chiedo se sia perché non dormo bene. E’ una palla quando dicono che la mattina ci si sent in forma. Le mattine sono grigie. Sempre. E completamente vuote. Quando sono a letto la mattina, sono sempre così pessimista. Sul serio, è terribile. Tutti i miei rimpianti vengono a galla in un colpo solo, e il mio cuore si ferma, agonizzante.
Le mattine sono il male.

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E’ questo un intenso stralcio della storia che dà il nome alla raccolta La studentessa e altri racconti,
a cura di Alessandro Tardito per Atmosphere libri (2019, pp. 208, € 16,50), che riunisce assieme parte della produzione breve di Dazai Osamu composta negli anni
della seconda guerra mondiale.

Se gli altri cinque testi (Il mare delle sirene, Sull’amore e la bellezza, Una storia di onesta povertà, Bambù blu e Lanterne di una storia d’amore) spaziano fra il tradizionale, il folkloristico, il familiare e il fiabesco, la storia che dà nome alla raccolta si distingue per originalità, potenza e freschezza: offre infatti un resoconto in prima persona della giornata di una adolescente di Tōkyō ancora acerba, sospesa fra presente, passato e futuro. Desiderosa di costruire la propria strada senza condizionamenti, è però consapevole di vivere in una società che la vorrebbe ingabbiare in precisi schemi.

La sua voce – svelta, pungente, attraversata da balenanti sensazioni – rivela quando Dazai Osamu sia abile nel maneggiare materiale narrativo e psicologico, ritraendo con finezza alcun degli aspetti più complessi degli esseri umani: la loro natura fragile, il bisogno di evasione dal quotidiano, la loro contraddittorietà.


Novità dal e sul Giappone in libreria (gennaio-giugno 2019)

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Come ogni anno, vi propongo una lista di nuove pubblicazioni, aggiornate periodicamente; cliccando su ogni voce, sarà possibile leggere la scheda del libro.

Vi sarò grata se vorrete aggiungere nei commenti suggerimenti. Grazie e buona lettura!

*Narrativa*

*Poesia*

*Saggistica*


Laura Imai Messina, “Wa. La via giapponese all’armonia”

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E’ un calendario, questo, per esplorare l’anno seguendo le stagioni, i riti, le festività, i sapori, i gesti che caratterizzano la vita in Giappone? Un dizionario, che ci aiuta a esplorare i termini salienti di questa attraverso una selezione di parole chiave? O, forse, una mappa dettagliata che ci fa percorrere a passo sicuro strade e sentieri della sensibilità nipponica?

Wa. La via giapponese all’armonia di Laura Imai Messina (Vallardi, 2018, pp. 360, € 16,90) è tutto questo, e ancor di più. Nel suo blog Giappone Mon Amour l’autrice ci ha abituati a esplorare in sua compagnia con estremo tatto il paese in cui vive ormai da molti anni; anche questa volta, nel volume, non delude e ci conduce per mano fra le pieghe più intime della cultura giapponese, schiude con delicatezza concetti e idee, fa germogliare kanji sulla pagina.

Il senso stesso del wa (generalmente reso come “armonia”) attorno al quale ruota tutta l’opera si concretizza nella sua struttura, nel suo respiro misurato ed elegante, nella cura dei dettagli, nello scivolare dalla filosofia alla letteratura, dall’osservazione della quotidianeità alla linguistica. D’altronde, wa

[è] un concetto in cammino, un sistema di assorbimento, armonizzazione, scelta e adattamente. […] wa non coincide con nessuna delle cose materiali del Giappone: wa è proprio la capacità di accogliere e integrare il diverso, di armonizzarlo. Qualcosa che supera lo specifico, e si fa principio applicabile ovunque, in ogni tempo e in qualunque contesto.


Rassegna stampa [ottobre 2018]

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Hiroji Kubota

L’artigiano della lacca Shoichiro Tasaki. Wajima, Ishikawa, Giappone. 2003. © Kubota Hiroji – Magnum Photos

Navigando qua e là, ecco gli spunti sul Giappone che ho scovato questo mese e che ho più apprezzato:


“Lettere d’autunno” di Yumoto Kazumi

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yumoto kazumi lettere d'autunnoUna giornata scialba come tante altre, interrotta dal trillo del telefono: è così che, in pochi minuti, Chiaki scopre che la signora Yanagi, sua vecchia padrona di casa nei brevi anni trascorsi da bambina alla Residenza del Pioppo, è morta.

Sola e solitaria, da poco licenziatasi dall’ospedale in cui lavorava come infermiera, Chiaki d’istinto parte per andare a porgere il suo ultimo saluto alla conoscente, ma il viaggio, in realtà, è ben più lungo e complesso: ripercorre, infatti, nella memoria il lutto per il padre scomparso improvvisamente quando lei era ancora piccina, le angosce e le ossessioni che la attanagliavano, lo spigoloso silenzio della madre. E rivive, con tutto ciò, anche l’incontro/scontro con la signora Yanagi e i suoi mille difetti, le ore trascorse assieme e la promessa dell’anziana di portare con sé nell’aldilà le lettere che Chiaki scriveva al padre. D’altronde, nel quartiere, la bimba non era l’unica a riporre fiducia nelle capacità di messaggera della donna, al punto che molti le avevano affidato gli ultimi messaggi per i propri defunti.

Nel romanzo per ragazze e ragazzi Lettere d’autunno [Popura no Aki](trad. di Maria Elena Tisi, Atmosphere libri, 2018, pp. 150, € 15), Yumoto Kazumi (già autrice del pluripremiato Amici [Natsu no niwa]) affronta in più occasioni e da più prospettive il tema della morte e della sua accettazione, con garbo e senza mai falsi pudori. Esse fanno parte della vita e dello scandire delle sue stagioni, tanto che, come evidenziato nella curata postfazione della traduttrice, trovano sempre più spesso spazio nei libri per giovani lettori.

D’altronde, in una nota che accompagna l’opera, nel tratteggiare le figure della sua bisnonna e della sua nonna materne, la stessa autrice sottolinea con tenerezza il naturale fluire della vita, malgrado tutto e malgrado tutti: più che lasciarci sovrastare dalla sofferenza per la dipartita di chi amiamo, dovremmo custodirne la memoria dei gesti, delle parole, delle speranze.


“Shintoismo” di Rossella Marangoni

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In principio erat Oryza, alle origini era il riso. Riso, sole, dèi, mito, antenati, storia, Stato: i giapponesi, con un processo intuitivo e geniale, hanno trasformato una coltura in una cultura, un’attività in una civiltà, dando vita ad un organismo rituale allo stesso tempo semplice ed estremamente sofisticato.*

Così scrisse Fosco Maraini a proposito della civiltà nipponica, senza però volerne velare o negare la ricchezza dietro una definizione fulminante. Dello stesso rispetto e dello stesso amore per il paese è informato anche Shintoismo (Editrice Bibliografica, 2018, pp. 160, € 9,90) della nota studiosa di cultura giapponese Rossella Marangoni, vòlto a indagare lo stretto e complesso nesso fra “riso, sole, dèi, mito, antenati, storia, Stato”. Il volumetto – tale solo per la compattezza, dal momento che è densissimo – include nove capitoli che prendono in considerazione elementi primari e secondari dello shintō, offrendone un quadro coinciso ma preciso, che si basa su una letteratura scientifica ampia e aggiornata.

L’opera aiuta innanzitutto a sgomberare il campo da facili etichette attribuite a questo insieme di credenze e miti (definito, di volta in volta, “panteismo”, “politeismo”, “animismo”… ), per restituircelo, invece, nella sua vastità e nelle sue tante articolazioni. Marangoni, perciò, prende in considerazione numerosi ambiti – dalle pratiche alle cerimonie sino ad arrivare allo sciamanesimo, passando per un’esplorazione del mondo dei kami.

Il saggio non si concentra solo su una dimensione diacronica, ma anche sincronica: oltre a ricostruire brevemente la storia dello shintoismo, ne evidenzia i contatti con altri culti e tradizioni, compresi quelli relativa alla sfera del buddhismo. Anche in virtù di ciò, il libro costituisce uno strumento che può esser apprezzato tanto da chi ha una limitata conoscenza dell’argomento (ulteriormente facilitato dalla presenza del glossario e di una cronologia generale), quanto da chi vi è più addentro, dal momento che fornisce molteplici spunti, sempre presentati con chiarezza e competenza.

In conclusione, Shintoismo è senza dubbio un lavoro generosamente stimolante, che va ad affiancarsi ai (pochi) testi in materia pubblicati in Italia.

*Fosco Maraini, L’agape celeste, Milano, Luni, 2003, p. 106, cit. in Rossella Marangoni, “L’esperienza del sacro e credenze antiche. Prima parte”, Pagine Zen, n. 68, febbraio/marzo 2008.

[recensione aggiornata al 5 aprile 2019]