5 libri per scoprire il Genji monogatari, capolavoro della letteratura giapponese

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Genji Monogatari hana no en ebina

Ebina Masao (1913-1980), “Hana no en”

Accostarsi al Genji monogatari di Murasaki Shikibu – l’opera per eccellenza della letteratura giapponese – non è mai cosa facile. I riferimenti a una cultura spazialmente, cronologicamente e culturalmente distante; il linguaggio non sempre piano; lo stile narrativo inconsueto per i lettori occidentali e, non ultime, le dimensioni stesse del romanzo potrebbero scoraggiare più di qualcuno.

genji monogatari conchiglia

Dalla serie “Tsurezuregusa” di Hokkei Totoya (1780-1850)

Ecco, quindi, alcuni testi che sono senz’altro d’aiuto per cimentarsi con questo capolavoro, capaci, come sono, di prenderci per mano e condurci alla sua scoperta:

  • Punto di partenza obbligato, un’ottima edizione del Genji monogatari, come la Storia di Genji, tradotta dal giapponese da Maria Teresa Orsi e arricchita dalle bellissime illustrazioni di Yamaguchi Itarō (Einaudi, pp. 1493, € 90, ora in offerta a € 76,50). Rispetto alla precedente traduzione in italiano (non realizzata a partire dal giapponese), le differenze sono rilevanti: qui potete trovare le mie impressioni.
  • Genji, il principe splendente di Gian Carlo Calza (Electa, 2008, pp. 80) si concentra soprattutto sulla ricca produzione figurativa legata al romanzo. Purtroppo, al momento, il volume sembra essere fuori stampa, ma è possibile procurarsene una copia in biblioteca.
  • Il mondo del principe splendente. Vita di corte nell’antico Giappone di Ivan Morris (trad. di P. Porri, Adelphi, pp. 419, € 24, in offerta a 20,40) permette di immergerci nell’era Heian (794-1185), esaminandola in modo approfondito ma non pedante. Tre appendici e due capitoli sono specificatamente consacrati a Murasaki Shikibu e al suo lavoro più celebre.
  • Musica e danza del principe Genji. Le arti dello spettacolo nell’antico Giappone di Daniele Sestili (ed. LIM – Libreria Musicale Italiana, pp. 190, € 19; qui la mia recensione) offre una ricca panoramica sul raffinatissimo periodo Heian, con un’ampia pluralità di prospettive, proponendosi comunque come un testo godibile da un largo pubblico grazie alla sua chiarezza e alla sua fluidità. Lo studioso non soltanto analizza i repertori (musicali, coreutici, corali…) tipici del tempo – insieme alle circostanze, ai ruoli e ai significati in cui essi si dispiegavano -, ma riesce anche (e soprattutto) a rievocare il fascino imperituro di tutta un’epoca.
  • Infine, chi fosse interessato specialmente agli aspetti linguistici e traduttivi non può tralasciare Tradurre il Genji Monogatari, numero monografico della rivista Testo a fronte. Teoria e pratica della traduzione letteraria, a cura di Andrea Maurizi (n. 51, II semestre 2014, Marcos Y Marcos, pp. 287, € 24; qui l’indice), in cui si raccolgono contrbuti di molti traduttori che si sono cimentati nell’ardua impresa di rendere accessibile a tutti noi un’opera tanto affascinante quanto complessa, sotto ogni punto di vista.

Se volete saperne ancora di più sul Genji monogatari, seguitemi per le strade di Uji, una cittadina giapponese, sulle tracce del principe splendente, per conoscere il museo e i monumenti ispirati all’opera.

Ps: un ringraziamento particolare a Virginia Sica per la segnalazione del volume Tradurre il Genji Monogatari.

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Immagini tratte da qui e qui.


Una giornata a Uji con Genji e Murasaki Shikibu (parte 2)

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statua murasaki shikibu uji

Statua di Murasaki Shikibu

Dopo la visita ai monumenti dedicati a Murasaki Shikibu e agliUji Jujo (di cui ho parlato qui), dirigiamoci verso il Museo del Genji monogatari. Orientarsi a Uji è piuttosto semplice: la città è di dimensioni modeste e le indicazioni stradali non scarseggiano (ma la mappa reperita all’ufficio turistico può comunque rivelarsi molto utile).

Per arrivare al museo è possibile scegliere fra diverse strade, ma io consiglio quella chiamata Sawarabi no michi che permette di passare accanto ai templi Uji  e Ujigami (quest’ultimo, come detto anche nell’altro post, patrimonio dell’Unesco).

Lungo questo stesso sentiero, prima di arrivare al museo, troviamo il monumento a Yosano Akiko (1878-1942), celebre poetessa giapponese che amava a tal punto il Genji monogatari da avere eletto Murasaki Shikibu a sua ideale mentore letteraria. In onore del romanzo, inoltre, compose il Genji monogatari raisan (1922), in cui riscrisse i cinquantaquattro capitoli dell’opera in altrettanti tanka (tipo di lirica giapponese); sulla scultura ne sono riprodotti dieci, dedicati ai cosiddetti capitoli di Uji.

Procedendo nel cammino, dopo una manciata di minuti eccoci finalmente al Museo del Genji monogatari (indirizzo: 45-26 Uji-Higashiuchi; orari: dalle 9 alle 17, con entrata sino alle 16,30; chiusura settimanale: lunedì), inaugurato nel 1998 e ospitato in un suggestivo edificio che s’ispira all’architettura delle antiche dimore giapponesi. Una volta acquistato il biglietto (adulti: 500 yen, bambini e ragazzi: 250), è possibile prendere gratuitamente in prestito un’audio guida in una lingua a scelta fra inglese, giapponese e cinese.

uji museo genji monogatari sala heian

Ricostruzione nella sala Heian

Il museo in sé è, purtroppo, piuttosto piccolo e non pienamente coinvolgente, specie se non si conosce il giapponese. La prima sala, la Heian Room, ospita ricostruzioni di alcuni oggetti d’epoca e, soprattutto, quella di un ambiente Heian (794-1185) nei minimi dettagli. In sottofondo, scorre un video volto a contestualizzare il Genji monogatari e il suo mondo. Nell’Uji Room è possibile invece vivere due esperienze multisensoriali: da un lato, infatti, troviamo una teca contenente spezie, incensi e aromi citati nell’opera, tutti da odorare dal vivo; dall’altro, grazie a un suggestivo gioco di luci e immagini, ci ritroviamo proiettati (anche fisicamente) negli ultimi capitoli del romanzo. La Tale Room presenta invece alcuni pannelli esplicativi dedicati alla storia del Genji e della città di Uji.

uji museo genji monogatari sala heian

Ricostruzione nella sala Uji

Da non dimenticare poi la sala delle esposizioni speciali e il cinema in cui ogni mezz’ora viene proiettato il filmato Hashihime, dedicato alla ‘fanciulla del ponte‘, popolare figura della letteratura giapponese che attende il suo amante (in alcune versioni la donna, persa la pazienza e in preda alla gelosia, si trasforma in un demone). Il museo include anche una biblioteca, una sala conferenza, un cafè e uno shop in cui acquistare poster, segnalibri e piccola oggettistica (nell’aprile 2014, quando l’ho visitato, l’offerta di libri era abbastanza scarna).

Tirando le somme, direi che vale la pena visitare il museo, anche solo per curiosità, ma sinceramente sarebbe lecito aspettarsi di più. Gli oggetti d’epoca in mostra sono pochi, i cartellini esplicativi e i video per lo più in giapponese, le tematiche trattate senza troppa profondità. L’impressione è quella di accostarsi all’incantevole universo del Genji e di spiarne qualche meraviglioso frammento, ma senza poter andare davvero a fondo.


Una giornata a Uji con Genji e Murasaki Shikibu (parte 1)

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Portale dedicato al Genji monogatari

Siete a Kyoto, avete una mezza giornata libera e amate il Genji monogatari, il capolavoro della letteratura giapponese? Allora dovete assolutamente fare una capatina a Uji, nata come centro di collegamento fra Kyoto, Nara e le province orientali, e nota come la città del Genji monogatari perché Murasaki Shikibu sembra conoscesse bene il suo territorio e ancor di più perché qui sono ambientati gli ultimi capitoli dell’opera.

Non vanno però dimenticati anche i bei templi di Uji: non a caso, il più celebre fra loro, il Byōdō-in, è patrimonio mondiale dell’umanità, così come lo Ujigami.

La cittadina si raggiunge facilmente con la Nara JR Line dalla stazione centrale di Kyoto in circa mezz’ora. Appena arrivati, sulla piazza della stazione troverete l’ufficio informazioni in cui procurarvi una mappa e le credenziali per accedere gratuitamente alla connessione wifi a disposizione dei turisti.

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Il tempio Byōdō-in in primavera

Prima tappa del ‘tour del Genji’ è, senz’altro, il monumento a Murasaki Shikibu, collocato praticamente a una delle estremità dell’Uji no bashi (il ponte di Uji); attraversato quest’ultimo, se proseguirete a destra, sul lungo fiume, dopo una serie di botteghe, arriverete alla statua ispirata agli Uji Jujo, ossia i dieci capitoli del Genji monogatari che hanno luogo proprio a Uji. I due soggetti rappresentati sono Ukifune e Niou no Miya (uno degli eredi di Genji), vicini in una piccola barca che solca il fiume Uji.

uji jujo monumento genji monogatari 10 capitoli

Il monumento dedicato agli Uji Jujo

Per gli amanti di Murasaki Shikibu il giro non finisce qui: c’è ancora da visitare il museo dedicato al Genji monogatari, di cui vi parlerò nel prossimo post.

* * *

Consigli di letturaGenji monogatari di Murasaki Shikibu (trad. a cura di M.T. Orsi, Einaudi) e l’imprescindibile Genji monogatari blog.

Consigli gastronomici: seguite la strada che passa sotto il portale della prima foto (lo potete scorgere non appena usciti dalla stazione) e, dopo poche decine di metri, fermatevi alla pasticceria all’angolo che troverete sulla vostra destra. Sulla via a questa perpendicolare, l’Uji-Yodo Pref. Road, ci sono inoltre vari negozi specializzati nella vendita del famoso tè di Uji e panetterie che propongono ogni tipo di sfizio dolce o salato (io ho mangiato un buonissimo dolcetto con ripieno di gelatine al tè verde e sakura).


La dama che sognava Genji (Sarashina Nikki) e lontani profumi

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le memorie della dama di sarashinaContinuavo a occuparmi solo di cose futili e anche quelle rare volte che mi recavo a fare un pellegrinaggio, non mi impegnavo a pregare come facevano gli altri. A quei tempi le ragazze di diciassette o diciotto anni leggevano le sacre scritture e si dedicavano alle pratiche religiose. A me, invece, non sfiorava neanche l’idea di farlo. Tutto ciò che desideravo era che almeno una volta all’anno venisse a farmi visita un uomo di alto rango, bello e distinto come Genji lo splendente, mentre io come Ukifune, nascosta in un villaggio di montagna, contemplavo i fiori, le foglie rosse, la luna e la neve nell’impaziente attesa di una magnifica lettera che di tanto in tanto potesse distrarmi dalla mia profonda solitudine. Fantasticavo sempre e solo su questo genere di cose e credevo anche che in futuro si sarebbero davvero realizzate.

da Le memorie della dama di Sarashina (Sarashina Nikki), a cura di Carolina Negri, Marsilio, p. 80

Leggo questo brano in una mattina inondata di sole, nel silenzio fragile della domenica mattina; basta la voce di un bambino in lontananza per incrinarlo, o il canto improvviso sable tè verde diario dama sarashinadi un uccello.

La dama di Sarashina immaginava che, oltre mille anni dopo, qualcuno avrebbe avuto i suoi stessi sogni? Quali colori e che suoni abitavano la sua solitudine, in cosa si distingueva dalla mia? Questo mi chiedo, e non so trovare una risposta.

A tenere compagnia ai miei pensieri, una tazza di tè e dei sablé al tè verde Fiore di giada. La malinconia si stempera in note profumate di rosa e gelsomino.

* Sablé al Fiore di giada * (ricetta tratta, con qualche minimo ritocco, da Volevo fare lo chef):

  • 1 cucchiaino e mezzo di tè verde sencha Fiore di giada di Terzaluna
  • 150 g di farina 00 setacciata
  • 100 g di burro ancora freddo
  • 40 g di zucchero bianco
  • zucchero di canna q. b.
  • un pizzico di sale

1) Pestate o sminuzzate con le mani il tè in foglie, sino a polverizzarlo; aggiungetelo poi alla farina, allo zucchero bianco, al burro e al sale, che avrete messo su una spianatoia o in un recipiente abbastanza capiente.
2) Lavorate il tutto con le mani e non scoraggiatevi se, inizialmente, il composto sembra sbriciolarsi.
3) Una volta che il composto è diventato omogeneo, formate due cilindri di pasta e poi passateli nello zucchero di canna; avvolgeteli nella pellicola trasparante e conservateli in frigo per 30-60 minuti.
4) Trascorso il tempo, pre-riscaldate il forno a 180° (per il mio, ventilato, ho optato per i 160°) e ricoprite di carta forno una teglia. Sistemate qui i biscotti ottenuti tagliando dei dischi di pasta alti mezzo centimetro e fate cuocere per circa 15 minuti o sino a che i biscotti non saranno dorati.

 


“Genji monogatari”: un rapido confronto tra la nuova e la vecchia edizione

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genji monogatari la storia di genji maria teresa orsi nuova edizione letteratura giapponesePoche settimane fa, dopo anni di attesa, è finalmente uscita la prima vera edizione italiana del Genji Monogatari di Murasaki Shikibu, tradotta dal giapponese da Maria Teresa Orsi, apprezzata docente universitaria; l’opera, con il nome di Storia di Genji, è stata pubblicata da Einaudi e arricchita da alcune bellissime illustrazioni di Yamaguchi Itarō (pp. 1493, € 90; ora in offerta su Amazon.it a 76,50 cliccando qui).

Sino a poco tempo fa, chiunque volesse leggere nella nostra lingua il massimo capolavoro della letteratura nipponica era costretto – per riuscire a ricostruire tutta la storia – a utilizzare diversi volumi (stampati, fra l’altro, da case editrici differenti), non sempre soddisfacenti per la qualità dello stile e del linguaggio.

Inutile dire, quindi, che la nuova edizione del Genji ha portato con sé moltissime attese: ma, in realtà, cosa è cambiato veramente tra ieri e oggi? Prendiamo il brano d’esordio del romanzo come esempio; questo che segue è tratto dalla nuova edizione (se avete fretta potete saltare verso il fondo del post, direttamente al confronto):

Il PADIGLIONE DELLA PAULONIA
Durante il regno di un certo Sovrano, non so bene quale, tra le numerose Spose Imperiali e dame di Corte ve n’era una che, seppure di rango non molto elevato, più di ogni altra godeva dei favori di Sua Maestà. Le dame di alto rango, convinte com’erano di dover essere le prescelte, la guardavano dall’alto in basso e ne erano gelose. Quelle dello stesso grado o di uno inferiore a maggior ragione si sentivano offese. Sera e mattina la sua presenza a Corte non faceva che esporla alla malevolenza delle altre e, forse per via del rancore che si riversava su di lei, ella si ammalò e in preda alla malinconia si ritirò più volte presso la famiglia di origine, ma il Sovrano, sempre più sollecito, seguitava a prendersi cura di lei senza prestare ascolto alle critiche di coloro che gli stavano attorno e suscitando chiacchiere a non finire. Dignitari e nobili dei più alti ranghi, coinvolti loro malgrado, mostravano il proprio scontento distogliendo lo sguardo e mormorando che era un’infatuazione tale da turbare la vista e che nel regno dei Tang, per simili circostanze, il paese era caduto in preda a disordini e tumulti. Col passare del tempo, mentre anche nel resto del mondo la vicenda seminava malcontento e preoccupazione al punto che si citava l’esempio di Yang Guifei, non le erano state risparmiate umiliazioni, ma ella era riuscita a partecipare alla vita di Corte, confidando nell’affetto senza limiti che Sua Maestà le riservava. Il padre, che era stato Gran Consigliere, era morto, e la madre, appartenente a un’antica famiglia di tutto rispetto, convinta che la figlia non dovesse essere inferiore alle altre dame che grazie all’appoggio paterno avevano a Corte grande successo, le aveva fornito tutto quanto era indispensabile per ogni occasione ufficiale; pur tuttavia, essendo ella priva di un solido appoggio, in caso di bisogno non aveva nessuno su cui fare affidamento ed era più sola e sperduta che mai.

E questo dalla vecchia:

KIRITSUBO
Alla corte di un Imperatore (che visse non importa quando) tra le molte gentildonne di Camera e Guardaroba ce n’era una che, sebbene non fosse di altissimo grado, godeva molto più favore di tutte le altre; così che le Grandi Dame di Palazzo, ognuna delle quali aveva segretamente sperato di essere la prescelta, guardavano con scherno e odio alla nobiluccia che aveva distrutto i loro sogni. Anche più amareggiate erano le sue antiche compagne, le dame meno ragguardevoli del Guardaroba, nel vederla tanto innalzata sopra di loro. Così la sua posizione a Corte, quantunque predominante, la esponeva di continuo alla gelosia e malevolenza; in breve, estenuata da queste meschine angherie, essa cominciò a deperire, facendosi sempre più malinconica e spesso ritirandosi in casa sua. Ma l’Imperatore, anziché stancarsi di lei ora che non era più sana né gaia, diventava di giorno in giorno più affettuoso, e non dava il minimo ascolto a chi lo biasimava, sinché la sua condotta divenne la favola di tutto il paese; e perfino i suoi baroni e cortigiani cominciarono a vedere di mal occhio un attaccamento tanto sconsigliato. Mormoravano tra loro che nel Paese d’Oltremare simili avvenimenti avevano portato a tumulti e disastri. Ben presto invero la gente del luogo ebbe a manifestare molto scontento: e qualcuno la paragonò a Yang Kuei-fei, l’amante di Ming Huang. Ma, nonostante questo malcontento, l’effetto del suo signore la proteggeva così forte che nessuno osava molestarla apertamente.
Suo padre, che era stato Consigliere, era morto quando lei era ancora bambina. Sua madre, sempre memore che il padre ai suoi tempi era stato un uomo di una certa importanza, a onta di tutte quelle difficoltà era riuscita a darle una buona educazione che generalmente è impartita alle damigelle che hanno i genitori vivi e in ottime condizioni di fortuna.Tutto sarebbe stato assai più facile se un influente protettore si fosse preso a cuore gli interessi della bimba. Sfortunatamente la madre era del tutto sola al mondo, e a volte, quando capitavano guai, sentiva molto acerbamente la mancanza di qualcuno a cui potersi rivolgere per conforto e consiglio.

Quali differenze saltano subito agli occhi?

  • La narrazione nella Storia di Genji, oltre a esser più fedele all’originale, scorre più fluida, grazie anche a una lingua elegante e svecchiata da ogni elemento rétro.
  • Se ci fate caso, i termini utilizzati dalla Orsi – che, ricordo, segue il testo originale – tendono a essere meno marcati e, spesso, meno enfatici: il margine di intervento e di giudizio personale del traduttore è, in questo modo, (giustamente) più limitato. Basti confrontare, per esempio: “la guardavano dall’alto in basso e ne erano gelose” della nuova edizione con “guardavano con scherno e odio alla nobiluccia che aveva distrutto i loro sogni”. Una bella differenza, no?
  • Continuando sulla stessa riga, nella nuova edizione non figurano opinioni e/o aggiunte personali, a differenza della precedente. Tanto per capirci: leggendo i brani proposti, è facile notare che il pensiero “Tutto sarebbe stato assai più facile se un influente protettore si fosse preso a cuore gli interessi della bimba” della vecchia edizione è del tutto assente nella nuova, in quanto idea del traduttore.

E voi, cos’altro aggiungereste?

Per ulteriori informazioni, vi rimando al Genji monogatari blog, un bel blog italiano interamente dedicato all’omonimo romanzo giapponese. Infine, prima di salutarvi, voglio ringraziare Mari, che mi ha fornito il materiale e gli spunti per questo post.


Il rumore dolce del tempo: “Musica e danza del principe Genji”

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[…] La maestosa Amenouzume appese fresche fronde del profumato monte del cielo alla corda che le rimboccava le maniche, si acconciò la capigliatura con una bella ghirlanda, e adornò le braccia con erbe e foglioline dei bambusa del profumato monte. Sistemò poi presso la porta della rocciosa stanza del cielo [ossia la caverna in cui si era rinchiusa la dea Amaterasu, irata contro il fratello Susanowo] un recipiente capovolto, vi batté sopra i piedi con un baccano così assordante da restarne spiritata, fece penzolare fuori le mammelle e abbassò la cintola del vestito fino a mostrare il sesso. Le pianure del sommo cielo sobbalzarono e uno scoppio di risa di levò da tutte le otto centinaia di miriardi di esseri.
Amaterasu grande sovrana e sacra, incuriosita, aprì uno spiraglio nella porta della rocciosa stanza. […]
(tratto da Kojiki. Un racconto di antichi eventi, a cura di Paolo Villani)

E’ questo senz’altro uno dei passi più celebri del Kojiki, capolavoro della letteratura e della mitologia giapponese, che immortala con pochi e intensi tratti una curiosa ma efficace forma di danza. Su questa e su molte altre manifestazioni estetiche si sofferma il bel saggio Musica e danza del principe Genji. Le arti dello spettacolo nell’antico Giappone dell’etnomusicologo Daniele Sestili (ed. LIM – Libreria Musicale Italiana, pp. 190, € 19), che offre una ricca panoramica sulla raffinatissima epoca Heian (794-1185), con un’ampia pluralità di prospettive, proponendosi al contempo come un testo godibile da un largo pubblico per chiarezza e fluidità. Lo studioso non soltanto analizza i repertori (musicali, coreutici, corali…) tipici del tempo – insieme alle circostanze, ai ruoli e ai significati in cui essi si dispiegavano -, ma riesce soprattutto a ridestare il fascino imperituro di tutta un’epoca. L’autore ha inoltre corredato l’opera di cinque utili appendici, che aiutano il lettore a destreggiarsi meglio con gli argomenti trattati; all’interno di esse trova posto il saggio Il Genji monogatari visto attraverso la musica di Yamada Yoshio, che evidenzia in quali maniere, adoperando lo studio degli strumenti e delle tecniche musicali, sia possibile datare con maggior precisione il periodo storico in cui il romanzo è ambientato.

Grazie alla stabilità politica e alla maturità raggiunta dalla cultura nipponica (fecondata anche da apporti cinesi, coreani, indiani), la ristrettissima aristocrazia del periodo Heian poté dare vita a un insieme di pratiche improntate alla <<legge del gusto>>, volte da un verso a intessere e consolidare relazioni interpersonali (con ovvi risvolti politici), dall’altro a esaltare il carattere sublime ed élitario della classe nobiliare.

All’interno di questo scenario si collocava naturalmente anche la musica, che non svolse la funzione di mero sottofondo armonico, ma costituì una delle massime espressioni artistiche dell’epoca, nonché un’attività molto ricorrente nella quotidianeità dei blasonati, che individuarono in essa un fondamentale tramite per portare alla luce il mono no aware, il “sentimento delle cose” che svela la caducità di tutto ciò che ci circonda con delicato pathos.

Melodie e danze heian – coppia spesso inscindibile – si incarnavano principalmente in due tipologie, non esenti da contaminazioni reciproche o di provenienza popolare: la gagaku, legata ai riti e alle solennità della corte, e la miasobi, l'”augusto svago” amato e coltivato con assiduità da uomini e donne titolati.

Daniele Sestili, nel trattare ciò, non si limita a prendere in considerazione soltanto elementi di teoria o storia della musica, ma realizza un vero e proprio affresco del periodo storico, comprendente forme artistiche anche molto diverse tra loro (calligrafia, poesia, danza, canto, architettura, moda…), accomunate però dall’ideale heian – influenzato dal pensiero taoista (di origine cinese) e dal sostrato autoctono shintō –  che voleva tutte le attività umane “[…] specchio fedele dell’armonia presente nel cosmo”. Ciò non implicava un’imitazione pedissequa della natura, anzi. L’optimum era infatti rappresentato proprio da quel che era in grado di inserirsi con spontaneità e grazia nel paesaggio circostante:

[Genji a Tamakatsura]: Sai quello che mi piace? Suonare uno strumento come il tuo in una fresca sera d’autunno, quando la luna è alta, stando seduto proprio accanto alla finestra. Allora si suona in concerto con le cicale, inserendo il frinire nell’accompagnamento. Ne risulta una musica che è intima, ma al tempo stesso tutta moderna.
(tratto dal Genji monogatari di Murasaki Shikibu)

‘Moderno’ (imamekashi) fu una delle parole d’ordine dei secoli heian ma, paradossalmente, non entrò mai in conflitto con il carattere rituale e sacrale che molta musica nipponica custodisce tuttora in sé, retaggio di una fase – ormai persa nella notte dei tempi – in cui si adoperava  la cetra per consultare gli dèi, o si eseguivano danze per propiziare il raccolto: per questa ragione, numerose manifestazioni connesse all’ambito melodico presentavano strutture, forme e linguaggi (figurativi, espressivi, cinetici…) altamente codificati. La foggia e i colori di un abito, la scelta dei materiali (legni pregiati, carta, seta…) e degli accessori (spade, maschere, rami e fiori…), il timbro d’uno strumento o un’inclinazione particolare della voce: nulla era lasciato al caso, perché – ben prima di essere un mero intrattentimento, come già accennato sopra – la musica rivestiva molteplici altre funzioni.

In primis, dal momento che ciascuna classe era dotata di generi, strumenti e tecniche peculiari, essa fungeva da mezzo di identificazione comunitario e, nel caso dei nobili, di celebrazione del proprio elevato status, poiché rispecchiava la sopraffine estetica degli yokihito (le “persone di qualità”); come se non bastasse, le manifestazioni musicali venivano utilizzate per intessere e rafforzare relazioni (è questo il caso, per esempio, del corteggiamento), adempiere obblighi religiosi e sociali, rinconciliarsi con la natura, entrare in contatto con i numi e tentare di riprodurre sulla misera terra le bellezze del paradiso, al punto tale che persino gli animi più duri erano costretti a piegarsi all’incanto:

Seguì un gran concerto, nel quale fu eseguito con mirabile effetto il brano <<Ci fu mai giorno come questo?>>. Perfino i mozzi e i facchini […] stavolta tesero l’orecchio e di lì a poco ascoltavano a bocca aperta, stupefatti e rapiti. Perché era impossibile che gli strani acuti tremoli del Modo di primavera [=sōjō], che l’insolita bellezza della notte rendeva ancor più intensi, non commovessero persino le più insensibili creature umane.
(tratto dal Genji monogatari di Murasaki Shikibu)

 


Online e gratuito il “Genji monogatari” (giapponese e inglese)

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http://www.youtube.com/watch?v=VRJ3_PfWHe0]

Il Genji monogatari di Murasaki Shikibu – capolavoro indiscusso della letteratura giapponese – è stato incluso dall’UNESCO nel suo “Global Heritage Pavilion”. Proprio per questa ragione, nel sito dell’organizzazione, tutta l’opera è disponibile gratuitamente in giapponese e inglese, accompagnata da illustrazioni; si può leggerla qui (o, se il link non dovesse funzionare, qui).

E, come sottofondo, consiglio una sinfonia ispirata allo stesso Genji Monogatari, opera di Isao Tomita.



I mille anni di "Genji, il principe splendente"

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Per chi non lo sapesse, quest’anno il maggiore classico della letteratura giapponese – e uno dei più importanti romanzi a livello mondiale – compie mille anni. Il “compleanno” della Storia di Genji (源氏物語 Genji Monogatari)  è stato festeggiato in tutto il mondo il primo novembre, giorno in cui, secondo la leggenda, la cortigiana Murasaki Shikibu avrebbe terminato di redigere l’opera. Questa è divisa in cinquantasei capitoli, e narra i fasti, le ombre e gli amori di Genji, il principe splendente, così chiamato per le sue numerose qualità.

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Genji non ha ispirato soltanto opere bibliografiche, ma anche film, anime, e persino un videogioco per la Playstation. Naturalmente, non mancano le versione manga: Asaki yumemishi di Waki Yamato, il più moderno Gekka no kimi di Ako Shimaki e la versione parodica Patalliro Genji Monogatari di Mineo Maya, tutti e tre inediti in Italia.
Oggi però ci concentreremo su un tomo uscito a settembre per i tipi di Electa: Genji, il principe splendente di Gian Carlo Calza (80 pagine, 30 illustrazioni, 15 €), professore di Storia dell’arte orientale. Ecco la presentazione

dell’opera:

[il libro] consente di “entrare in un mondo dove eleganza bellezza e stile regnano sovrani sulle vicende descritte”: la società della capitale imperiale Heian (Kyoto) dei secoli IX-XII, un paese chiuso, isolato dal continente asiatico, che contiene un altro paese chiuso, quello della corte, al cui interno si trova il microcosmo delle nyobo, l’élite delle dame. Nel più ovattato di questi scrigni, gineceo dell’aristocrazia, si svolge la storia del principe Genji, luminoso per intelligenza, bellezza, cultura e raffinatezza, l’uomo ideale. […] Nel saggio iniziale, in una scrittura limpida, l’autoredisegna il quadro storico, dipana efficacemente l’intreccio del romanzo (54 capitoli, più di mille pagine), descrive con argomentazioni originali la cultura che vi è sottesa “frutto di una perfetta fusione tra l’approccio più speculativo sino-indiano del buddhismo, con la struttura politico-sociale, d’origine cinese, del confucianesimo, ma soprattutto la religiosità shintoista, quindi autoctona e primigenia, della natura”. Questa si rivela in alcune, poetiche pagine del racconto (presenti all’interno del volume nella traduzione einaudiana più classica) di una realtà sublimata che ruota intorno alle lotte per il potere, agli amori, ai successi politici, mondani, letterari, architettonici, pittorici ma anche intorno alle sofferenze, incomprensioni, gelosie, invidie, tradimenti: il che rende forse Genji il primo romanzo psicologico della letteratura universale.

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Nello spirito della collana dei Pesci rossi che conta ormai diversi saggi brevi di storia dell’arte, il volume è poi fondamentalmente dedicato alla più antica illustrazione rimasta del racconto, i rotoli dipinti di circa un secolo posteriori e a loro volta capolavoro sommo della pittura giapponese di ogni tempo.

L’immaginario derivato dal Genji all’arte figurativa è infatti incalcolabile e perdura per otto-nove secoli fino al paesista Hiroshige nell’Ottocento e ai manga di oggi. Dopo aver affrontato criticamente nel testo iniziale tutti i nodi formali del genere, dello stile e della tecnica pittorica del tempo, nell’album sono pubblicate in Italia per la prima volta, con un commento dettagliato alle singole tavole, tutte le diciannove illustrazioni rimaste, più alcune, squisite, calligrafie.

Nelle tavole e nei particolari di un’ arcaica, struggente bellezza scopriamo l’assonanza sentimentale tra l’uomo e la natura, tra il dentro e il fuori. In padiglioni arredati, giardini e camminamenti di legno sospesi sulle acque, sulle foglie, fra le colline, trascorrono le stagioni mutevoli come la realtà dei protagonisti,

uomini e donne dai volti identici come non ancora segnati dall’esistenza, che si distinguono piuttosto dalle acconciature e dai sontuosi abiti. Vivono “al di sopra delle nuvole” i membri della corte e malgrado i pittori dell’epoca fossero sicuramente in grado di riprodurre le diverse fisionomie, si preferì forse creare delle maschere perché ciascuno vi si potesse riconoscere […]

Per concludere, ricordiamo anche un’opera per comprendere il contesto nel quale il romanzo si situa, ormai divenuta un classico: Il mondo del principe splendente di Ivan Morris (Adelphi, 419, 22 €).
Buone letture

[Gli articoli e le immagini appartengono ai relativi proprietari]


Le tombe di Murasaki Shikibu e Kawabata (da “Tumbas” di Nooteboom Cees)

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tomb of murasaki shikibu

Tomba di Murasaki Shikibu a Kyoto

“Dopo più di novanta tombe può farsi valere la tendenza a stilare liste, come la dama di corte giapponese Sei Shoˉnagon che intorno all’anno 1000 annotò nelle sue Note del guanciale le cose che trovava più belle in ogni stagione. La mia lista si presenterebbe in questo modo: tombe inadatte ai loro morti, tombe difficili da trovare, tombe di persone conosciute di persona, tombe che dovrebbero trovarsi da qualche altra parte. Murasaki Shikibu, autrice della magistrale Storia di Genji, fu come Sei Shoˉnagon dama di compagnia alla raffinatissima corte di Kyoto durante il periodo Heian: ora riposa in uno strano luogo non protetto di quella stessa città, accanto a una strada su cui le auto corrono a tutta velocità, accostata al muro cieco di un edificio insignificante. Una piccola lapide e un’iscrizione a caratteri giapponesi in un cortiletto aperto: una sepoltura del tutto inadeguata a una donna per cui le minime differenze tra l’abito di un camerlengo di terzo rango e quello di un camerlengo di quarto rango erano questioni di vita quotidiana e che nel segreto di quella corte ha composto un capolavoro che viene letto a mille anni di distanza.

E anche davanti alla tomba del sottilissimo Kawabata – il poeta delle fluide linee poetiche e dei sentimenti erotici finemente modulati – provo un senso di smarrimento. Non saprei dire che genere di sepoltura mi fossi aspettato, in ogni caso qualcosa che suggerisse un senso di malinconia e di fugacità, non quello spoglio monumento di marmo grigio scuro, una specie di fortezza della morte entro cui silhouette esotica tra tutti quei grandi scienziati americani. Ora è sepolto in una sconfinata distesa di tombe nei pressi di Kamakura. Siamo arrivati fin lì con il taxi 33-54. Credo di essermi annotato quel numero perché era l’unica cosa che riuscissi a leggere. Tutti i cimiteri sono romanzi, ma questo romanzo per me non ha parole, solo segni. La giornata è luminosa. Il grigio, quando vuole, può irradiare una luce intensa. È un lungo cammino fino alla tomba, una composizione per ghiaia e suola delle scarpe. Qualcuno prova a spiegarmi il significato dei segni. Il suo stemma di famiglia, un triangolo rivolto verso il basso tra tre triangoli rivolti verso l’alto. Cosa c’è scritto: il suo nome, che ha vinto il premio Nobel, che è stato insignito di un ordine importante, che si tratta di  una tomba di famiglia. E poi quella sorprendente invenzione giapponese: un nome postumo. Perché noi non abbiamo niente del genere? Un nome che vale soltanto quando non ci sei più, così nell’aldilà sanno come devono chiamarti. Puoi scegliertelo da solo? E se sì, come vorresti chiamarti? Qualcuno? Niente? Nessuno? Chiunque? Il Morto? O, semplicemente, con il nome con cui hai
attraversato la tua vita ormai conclusa?”

Brano tratto da Tumbas. Tombe di poeti e pensatori di Nooteboom Cees (trad. di F. Ferrari, Iperborea, 2015, pp. 39-40)

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L’immagine della tomba di Murasaki Shikibu tratta da Tale of Genji